Articoli e testi di P.Giovanni Cavalcoli

Rivista PATH - Accademia Pontificia

Radio Maria

Teologia dogmatica

Cristologia

Escatologia

Liturgia

Mariologia

Successore di Pietro

Ecclesiologia

Teologia morale

Etica naturale

Metafisica

Gnoseologia

Antropologia

Il Dialogo

Testi di P. Tomas Tyn, OP

P.Tomas Tyn

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio - Prima Parte (1/8)

 

I sofismi di Kant riguardo all’esistenza di Dio

Prima Parte (1/8)

 

Deus, rerum omnium principium et finis,

naturali humanae rationis lumine

e rebus creatis certo cognosci potest

Concilio Ecumenico Vaticano I

 

Il concetto di Dio è una semplice finzione

onde noi raccogliamo e realizziamo

il molteplice della nostra idea

in un ideale come in un Ente a sé

a cui nulla ci autorizza.

Critica della ragion pura, Laterza, Bari 1965, p.469

 

Introduzione

Se facessimo un’inchiesta tra coloro che si dichiarano cattolici, praticano il culto cattolico e accettano la morale cattolica, comuni fedeli, teologi e pastori, ci accorgeremmo che non pochi, consapevolmente o inconsapevolmente di fatto si discostano in vari modi e misure dai valori del cattolicesimo e riflettono altre concezioni: modernistiche, passatiste, protestanti, liberali, materialiste, idealiste o massoniche.

In ogni caso la cultura contemporanea, sia occidentale che orientale, escludendo le aree di influsso islamico o induista-buddista o tribale africano ed australiano, quando non c’è l’influsso antropocentrico hegeliano ed heideggeriano in ristretti ambienti intellettuali accademici di orientamento gnostico, vive ancora nei grandi numeri in un clima erede del kantismo, erede a sua volta di Lutero e di Cartesio.

La famosa enciclica Pascendi di San Pio X fu sostanzialmente una polemica contro il kantismo, il quale si sé fatto una fama di dignitoso spiritualismo, alieno sia dal materialismo che dal panteismo. Il Dio kantiano sembra rispettare meglio i valori della coscienza, dell’interiorità e della libertà, che il Dio di San Tommaso interpretato come una cosa tra le cose, anche se la suprema delle cose.

Così in molti ambienti anche della cultura cattolica, a causa di una grave decadenza della metafisica e un indebolimento delle forze della ragione naturale, ingannata da astuti sofismi pseudofilosofici, si sé da molto tempo arrivati alla convinzione che Kant abbia definitivamente dimostrato che è impossibile una rigorosa dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, per cui non si teme di contraddire all’esplicito insegnamento del Concilio Vaticano I.

Sono sorti allora un concetto di Dio e di fede in Dio, che vorrebbero sostituire la verità su Dio e la vera fede cattolica. Dio non è più concepito sul piano dell’essere e del reale, come causa prima efficiente, creatrice del mondo, sommo bene sommamente amabile, ente supremo e fine ultimo dell’agire e legislatore della condotta morale, ma sul piano del bene pensato, come bene oggetto della libera scelta di ciascuno secondo le sue voglie personali.

Ciò si collega logicamente al fatto che la fede in questa visuale non ha niente a che vedere con la verità e la conoscenza, non è più un prender per vero ciò che Dio rivela sull’autorità di Dio rivelante, ma è un incontro esistenziale col bene immaginato e scelto dalla volontà, per cui la fede non è un atto dell’intelletto, ma è una decisione personale e favore del suddetto bene corrispondente alle proprie voglie personali.

Kant si presenta come un austero purificatore della religione e della teologia, e conseguentemente della morale, un uomo ragionevole, un saggio o un profeta che lancia  un severo appello ad evitare di ipostatizzare le nostre idee, ad evitare una concezione materialistica di Dio, come se egli fosse un ente gigantesco sopra di noi, come il Dio di Michelangelo dalla lunga barba e lo sguardo severo, insomma  una cosa empirica o fenomenica fuori del nostro spirito, quindi infine una specie di idolo fatto dalle nostre mani.

Questo discorso kantiano seduce molti, anche tra le persone spirituali, per la sua apparente serietà e ragionevolezza. Essi non si accorgono che il vero idolatra è invece lui, che da una parte divinizza la ragione umana rendendola fondata su se stessa, mentre dall’altra la immiserisce e la umilia proibendole di oltrepassare il piano dei fenomeni per salire al Trascendente, mentre egli si permette con la sua «ragion pura» di sentenziare a tutto spiano e totale sicurezza sull’essenza dello spirito, dispensato dal partire dall’umile esperienza dei sensi. Egli che rimprovera ai metafisici aristotelici di vagare tra le nuvole, non sarà proprio forse lui a viaggiare in tal modo pretendendo di viaggiare in cielo senza esser salito dalla terra?

Le argomentazioni kantiane fanno ancora presa sulla cultura di oggi. Certi suoi ragionamenti ci sembrano giusti, ma poi ci accorgiamo di trovarci al buio.  Vorrebbe farci credere di possedere una grandezza che in realtà non possediamo. E viceversa impedisce alla nostra ragione di salire in alto (l’a priori), dove pure egli pretende di essere originariamente (a priori) e da dove vuol dettar legge. Affetta di conoscere lo spirito, ma nel contempo ce ne impedisce l’accesso. Pone la questione di Dio, e ciò gli va a grande merito, anche se poi alla fine non sa che pesci pigliare. Non riesce a guidarci alla verità, ma ci pone in tante vane difficoltà, che alla fine ci troviamo confusi e non ci sentiamo nella luce, ma nelle tenebre.

Ci troviamo in un labirinto dal quale non riusciamo venir fuori. La sua non è una ragione serena, ma una ragione tormentata che tormenta quella degli altri. Spinge alla superbia, non all’umiltà o finge una falsa umiltà che è pusillanimità e nasconde la superbia. La sua è una ragione che pretende di fare a meno di Dio o fa Dio si se stessa. La sua morale fa pensare che credesse in Dio, mentre la sua teoresi ci lascia delusi oppure fa comodo a coloro che considerano il proprio io come principio della realtà.

Ad alcuni potrebbe sembrare che non ne valga la pena di seguire Kant nei guai in cui egli stesso si è cacciato. Il suo cavillare ci può sembrare irritante. E invece è meglio prenderlo in esame, in sé nasconde dei valori da liberare. Può sembrare una perdita di tempo lasciarci aggrovigliare da lacci e contorsionismi dai quali poi non riusciamo a liberarci. Invece è un’opera di carità scendere in questi inferi, perché vi troviamo dei grandi valori da mettere in luce. Alla luce della verità, della dottrina di San Tommaso, della Scrittura e del Magistero della Chiesa possiamo recuperare quei valori e portarli alla luce.

Kant non è un pensatore frivolo, ma una mente che fa sul serio e considera seriamente il senso della nostra vita. È un dovere apprezzare l’aspetto di nobiltà della sua mente, anche se non bisogna lasciarsi sedurre dalla sua autosufficienza. Non credo che egli ci voglia confondere, ma è lui che si è impelagato con le sue stesse mani. Egli stesso è dispiaciuto delle conclusioni alle quali arriva. È una magra consolazione credere che la ragione sia essenzialmente dialettica e non raggiunga mai la certezza sulle cose che maggiormente ci interessano.

In realtà, come risulta dalla divina Rivelazione, tutti gli uomini, giunti all’età di ragione, sanno con assoluta certezza per ragionamento, implicitamente o esplicitamente (Sap 13,5; Rm 1,20) che Dio esiste e devono render conto a Lui del loro operato per ricevere il premio o il castigo a seconda della scelta da loro fatta o per Dio o contro Dio (Mt 25, 31-46). I minori sono dispensati dalla scelta per mancanza della base cerebrale, per cui non devono render conto di nulla, ma sono salvati gratuitamente dalla misericordia di Dio che vuol tutti salvi.

Dunque il dichiararsi incerto se Dio esiste o non esiste, l’equivocare sul concetto di Dio, l’idolatria,  la magia, il politeismo, il credere di poter dimostrare che Dio non esiste, il negare comunque  l’esistenza di Dio, il dichiarare che il problema di Dio non interessa, il trascurare o l’evitare di chiedersi se Dio esiste, il sostenere che Dio è una finzione dell’immaginazione, sono tutte posizioni che certamente troviamo tra gli uomini e nella storia della filosofia, ma che non nascono dal ragionamento, bensì  da una decisione della volontà.

Nessuno in buona fede può credere che Dio non esista. Nessuno è scusato dall’ignoranza circa l’esistenza e la natura di Dio, ma si tratta di un’ignoranza affettata e colpevole. Non si sa non perché non si riesce a sapere, come vorrebbe darci ad intendere Kant, ma perché non si vuol sapere. È possibile scambiare in buona fede il vero concetto di Dio con uno falso, ingannati da un falso credente. Chi rifiuta questo falso Dio è implicitamente teista[1]. Tuttavia anche in questo caso tutti raggiungono il vero concetto di Dio e lo sanno distinguere da quelli falsi.

Si tratta infatti di giudizi artificiali, di comodo, ad usum delphini, circa i quali i loro sostenitori per primi non sono affatto persuasi né possono esserlo, se non vogliono negare l’evidenza dei sensi e della ragione. Ma a loro fanno comodo sé danno una parvenza di giustificazione ai loro vizi morali. A loro non interessa la verità, ma interessano le proprie voglie.

 

Quadro d’insieme

In tutta la storia della filosofia non esiste una macchinazione così complessa, raffinata, complicata e seducente contro la possibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio quanto quella di Kant. Kant in base ad un concetto errato di ragione e di una molteplicità di premesse sbagliate vuol darci ad intendere di aver trovato prove razionali definitive contro questa possibilità, per cui si ritiene in grado di poter confutare come vane le prove razionali dell’esistenza di Dio. Egli, in base a un concetto di esistenza che riferisce solo alle cose sensibili, precisa dicendo che secondo lui la ragione non può dimostrare che Dio non esiste, ma non può neppure dimostrare che Dio non esiste.

Kant giunge a questa conclusione dopo averla preparata con alcune premesse, dalle quali si tira effettivamente la conclusione alla quale Kant arriva. Ma il fatto è che queste premesse, il cui valore egli cerca vanamente di dimostrare, sono false. Egli le espone nella prima parte della Critica della ragion pura e si tratta della sua concezione della conoscenza, per la quale egli ritiene che sia un’illusione che noi possiamo conoscere l’essenza delle cose in sé a noi esterne, per cui è altrettanto illusorio credere di poter da esse giungere ad una causa prima creatrice che chiamiamo «Dio».

Per Kant la realtà esterna è solo quella sensibile materiale. Egli ci fa capire che ammette, in fin dei conti, l’esistenza della realtà spirituale, ma essa non è esterna a noi: essa è solo ideale ed è il nostro stesso spirito, del quale siamo coscienti mediante la riflessione su noi stessi. Distingue l’essenza dall’esistenza, ma sostiene che la realtà è l’unità delle due confondendo la realtà come tale con la realtà divina. Per lui iI concetto di Dio come Ente supremo è ammissibile, ma solo come concetto. Non distingue l’ente dall’essere, per cui non riesce a concepire un essere sussistente.

Kant sostiene che la ragione contiene la visione di un supremo ideale, costitutivo della stessa ragione, ideale che le serve per unificare il suo sapere; un ideale però che illusoriamente siamo portati ad ipostatizzare immaginandolo come un ente personale e dandogli illegittimamente esistenza esterna o reale, come un ente supremo sussistente e personale trascendente ed esterno al nostro spirito e alla nostra ragione, immaginato come creatore di tutti gli enti e di tutte le cose, compresi noi stessi, mentre non ci accorgiamo di operare un’estrapolazione illegittima e illusoria di ciò che è consentito pensare ed affermare del significato dell’ideale supremo della ragione.

Il voler far corrispondere all’ideale della ragione, un supremo Ente, realmente esistente fuori di noi è un ipostatizzare ingiustificato e un dar realtà ed esistenza oggettiva ed esterna a una semplice idea immanente alla ragione, prodotta dalla ragione per dar fondamento ed unità a se stessa e alle proprie attività. In tal modo Kant pensa di spiegare la fede in Dio e l’esistenza della religione e della teologia.

Per lui non si può quindi dimostrare che al concetto di Dio corrisponde l’esistenza effettiva, esterna a noi, di un Ente supremo. Esiste secondo lui certamente l’Incondizionato e l’Assoluto, ma ciò non vuol dire che essi siano Dio. Secondo lui abbiamo naturalmente nella nostra ragione l’Idea di Dio come idea supremamente unificatrice di tutta l’attività della ragione. Possiamo immaginare Dio come sostanza singola e come persona, ma si tratta solo di immaginazione, alla quale non possiamo far corrispondere alcuna realtà.

Inoltre Kant concepisce la ragione non tanto come una facoltà fallibile di sviluppare ciò che l’intelletto intuisce, quanto piuttosto come una soggettività sussistente, ricavata alla res cogitans cartesiana, un soggetto fondato su se stesso, sufficiente a se stesso, autolegislatore ed autoregolatore, senza limiti nella comprensione della realtà, e non dipende da niente a lui superiore. La ragione quindi è la totalità della realtà e dell’esistente.

Essa ammette fuori di sé solo la cosa in sé, a lei esterna, oggetto dei sensi, che le appare nel fenomeno, ma la cui essenza le è ignota. Invece conosce perfettamente ed esaurientemente se stessa come spirito nell’autocoscienza. La ragione kantiana non conosce l’essenza delle cose materiali esterne, ma in compenso conosce totalmente se stessa come totalità della realtà.

Ma nello stesso tempo la ragione per Kant è costitutivamente e non si sa perché in conflitto con se stessa, è cieca davanti alla cosa in sé, soffre di antinomie strazianti e irresolubili, cade in paralogismi inevitabili, è naturalmente soggetta ad un’illusione trascendentale, per la quale si trova impigliata in una dialettica radicale che le impedisce di optare con certezza fra due termini in contraddizione fra di loro circa il significato dell’assoluto. La critica la rende consapevole di queste illusioni e di queste trappole, ma tali illusioni restano comunque naturali e inevitabili.

Occorre notare inoltre a Kant manca la nozione dell’ente in quanto tale e dei suoi componenti, mancano le nozioni analogiche trascendentali dell’ente, dell’essere, della cosa, della sostanza, della causalità e della persona. Kant rende trascendentale ciò che è solo categoriale, ossia il modo del conoscere della ragione, cosicchè la realtà materiale viene ad essere al di fuori del trascendentale e viceversa rende categoriale il trascendentale, cioè la cosa, la quale viceversa in realtà non è solo la cosa materiale, ma anche la realtà spirituale.

Per questo, Kant, bloccato nell’ente empirico e categoriale, non riesce a concepire come si possa applicare in teologia in senso analogico la categoria dell’ente, dell’esistenza, della cosa, della sostanza, dell’essenza, della causa e della persona.

Con tutto ciò Kant non nega la teologia, ma in lui essa si riduce ad essere una costruzione immaginaria e campata per aria con la quale la ragione ipostatizza irragionevolmente come fosse una persona reale fuori del soggetto, l’ideale supremo della ragione, oggetto della filosofia e della critica della ragion pura.

Quindi alla fine per Kant Dio non è realmente l’ente supremo, realmente esistente fuori di noi e al di sopra di noi, scoperto dalla ragione come causa prima partendo dall’esperienza delle cose, le quali sono prove della sua esistenza, creatore provvidente di tutte le cose visibili ed invisibili, ma è l’idea suprema della ragione che la ragione produce in se stessa per fondare se stessa, ideale che il credente e il teologo rappresentano in modo sofistico e illusorio, come se fosse un ente reale o una vera e propria persona fuori di noi, con la quale entrare in una relazione interpersonale. Il concetto di Dio è una finzione consolatoria operata dalla ragione ingenua, inconsapevole del proprio operare trascendentale, finzione smascherata dal filosofo trascendentale, conscio della vera essenza della ragione.

Per Kant la prospettiva di personificare come fosse una persona divina realmente esistente l’ideale della ragione è semplicemente ridicola, perché equivale a un parlare con un’idea credendo di parlare con una persona, equivale alla ipostatizzazione di un’idea, per quanto sia quella suprema, credendo di dialogare con lei pensando che possa rivelarci verità soprannaturali, promettendole obbedienza, chiedendole grazie e benefìci, rendendole culto e invocando misericordia e perdono come se si trattasse di un nostro sommo Benefattore potente e benevolo nei nostri confronti. Kant ci direbbe: la ragione non è creata da un’idea, ma è lei che pone l’idea di se stessa per essere se stessa. Questo è il discorso che sarà ripreso da Fichte e da Schelling e portato a termine da Hegel.

In conclusione, per Kant, come espliciterà successivamente Hegel, quella ragione che è inguaiata fino alle radici, prigioniera della dialettica, immersa in contraddizioni insolubili, in perenne conflitto con se stessa, è quella stessa ragione autolegislatrice che è la totalità della realtà, l’unità ideale sintetica e suprema di tutte le cose possibili ed attuali, fondata su se stessa, prodotto di se stessa,  e fondamento di ogni scienza, autocoscienza immediata ed originaria, che torna su se stessa come spirito assoluto. Pascal, a proposito dell’uomo, parlava di grandezza e miseria. Ma qui si tratta di empietà e deiezione.

In questo articolo mi propongo di dimostrare la falsità dei ragionamenti di Kant, con i quali egli tenta di dimostrare l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio.

 

Prima parte

Confutazione delle premesse kantiane

Nell’esporre la mia critica seguirò l’ordine espositivo seguìto dallo stesso Kant.

Il punto di partenza è la tesi dell’inconoscibilità della cosa in sé.  Egli comincia la sua esposizione con l’estetica trascendentale, dove  concepisce lo spazio e il tempo non come accidenti delle cose materiali, ma come effetto nella realtà esterna dell’attività con la quale la ragione darebbe forma ai fenomeni sensibili secondo la categoria della durata e  del prima e del poi nel divenire (il tempo), e quella dell’estensione e delle parti fuori delle parti (lo spazio), categorie non ricavate dall’esperienza delle cose, ma giacenti a priori nell’intelletto prima dell’esperienza  e come condizione di possibilità dell’esperienza. Per Kant noi vediamo i corpi estesi e in divenire, non perché siano tali precedentemente al nostro conoscerli, ma perché diamo forma al materiale dell’esperienza con la forma a priori dell’estensione e della successione.

Presupponendo queste cose, delle quali ho già trattato nel mio precedente articolo dedicato alla conoscenza della realtà esterne, mi fermerò qui brevemente sui passi successivi che Kant fa nel suo cammino di assolutizzazione della ragione e nel contempo di umiliazione, in modo tale che alla fine il risultato è lo stesso: impedire la dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Ottiene ciò la divinizzazione della ragione fatta da Kant, la quale ragione, essendo già essa stessa divina, non ha bisogno di Dio. Ottiene lo stesso scopo l’umiliazione della ragione, la quale, ridotta come l’istinto delle formiche a percepire il fenomeno e non la cosa in sé, evidentemente non si domanda chi ha creato la cosa in sé.

Siccome dunque il punto di partenza per dimostrare che Dio esiste è la possibilità di conoscere le cose materiali così come sono, Kant con la sua teoria della cosa in sé cerca di impedisce alla ragione questo primo passo iniziale che la pone sulla via al termine della quale essa trova Dio.

Negato il contatto con le cose come principio di verità nella conoscenza della realtà, Kant tenta di sostituire il fatto che noi possiamo conoscere le cose come sono mediante la rappresentazione concettuale e il giudizio, col principio cartesiano, che egli interpreta come coscienza di pensare («io penso») e di esistere come pensante, principio per il quale io colgo il vero non perché mi adeguo all’oggetto esterno, ma perché l’oggetto esterno si conforma alla forma a priori dell’oggetto che io già posseggo nel mio intelletto. È la famosa rivoluzione copernicana, per la quale Kant capovolge l’ordine del conoscere: non più l’adaequatio intellectus ad rem, ma l’adaequatio rei ad intellectum.

 

La rivoluzione copernicana

Kant ritiene che fino ai suoi tempi non si era riusciti a fondare la metafisica come scienza per il fatto che si riteneva che «ogni nostra conoscenza dovesse regolarsi sugli oggetti. Ma tutti i tentativi per stabilire attorno ad essi qualche cosa a priori, per mezzo di concetti» (ossia con certezza e scientificamente) «non riuscirono a nulla»[2].

Egli allora propone, al fine di essere «più fortunati nei problemi della metafisica», un «cambiamento di metodo», ad imitazione di quanto aveva fatto Copernico, il quale, «vedendo che non poteva spiegare i movimenti celesti ammettendo che tutto l’esercito degli astri rotasse attorno allo spettatore, cercò se non potesse riuscir meglio facendo girare l’osservatore e lasciando invece in riposo gli astri»[3].

Secondo Kant

«in metafisica si può veder di fare un tentativo simile per ciò che riguarda l’intuizione degli oggetti. Se l’intuizione degli oggetti si deve regolare sulla natura degli oggetti, non vedo punto come si potrebbe saperne qualcosa a priori»[4]. 

Che cosa intende Kant per conoscenza a priori? L’a priori è ciò che è prima. È ciò che è primo nell’importanza, perché è l’intellegibile, ma non necessariamente primo dal punto di vista della genesi del conoscere, perché da questo punto di vista viene dopo («a posteriori») l’esperienza sensibile. Invece qui Kant confonde tra di loro i due significati dell’a priori. Per il fatto che esso è primo nell’importanza conoscitiva o è un contenuto superiore a quello del senso, crede che sia conosciuto prima dell’esperienza degli oggetti sensibili.

Kant non chiarisce mai che cosa intende con l’espressione «a priori»: se è un primo assiologico o un primo temporale, sicchè giocando perpetuamente sull’equivoco, riesce a dare una parvenza di plausibilità alla sua concezione della conoscenza come adeguazione dell’oggetto al soggetto e non come adeguazione del soggetto all’oggetto. Il conoscente, per lui, non prende atto dell’oggetto composto di materia e forma, ma concorre alla formazione dello stesso oggetto.

Secondo lui l’intelletto possiede già a priori la regola della formazione dell’oggetto e la stessa forma dell’oggetto, per cui il conoscente dà forma alla materia proveniente dall’oggetto, cioè dalla cosa in sé. Non passerà molto tempo e arriverà Fichte, il quale dirà che il soggetto (l’io) non solo dà forma all’oggetto, ma lo costituisce totalmente, materia e forma. Ma allora si capisce che se siamo noi a dar forma all’oggetto o addirittura a costituirlo totalmente, togliamo a Dio la parte che Gli spetta e ci sostituiamo a Lui nella costituzione del reale, oggetto della conoscenza.

E allora si capisce come mai sostiene che il conoscere deve regolarsi sul soggetto e non sull’oggetto, perché è effettivamente vero che noi nel conoscere dobbiamo regolarci sull’intellegibile – ciò che assiologicamente è primo – al di là del sensibile. Se ci fermiamo al sensibile non possiamo pretendere di ottenere quel sapere spirituale che ci è garantito dalla metafisica.

 Fine Prima Parte (1/8)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 30 agosto 2026

 


Ad alcuni potrebbe sembrare che non ne valga la pena di seguire Kant nei guai in cui egli stesso si è cacciato. Il suo cavillare ci può sembrare irritante. E invece è meglio prenderlo in esame, in sé nasconde dei valori da liberare. Può sembrare una perdita di tempo lasciarci aggrovigliare da lacci e contorsionismi dai quali poi non riusciamo a liberarci. Invece è un’opera di carità scendere in questi inferi, perché vi troviamo dei grandi valori da mettere in luce. Alla luce della verità, della dottrina di San Tommaso, della Scrittura e del Magistero della Chiesa possiamo recuperare quei valori e portarli alla luce.

Kant non è un pensatore frivolo, ma una mente che fa sul serio e considera seriamente il senso della nostra vita. È un dovere apprezzare l’aspetto di nobiltà della sua mente, anche se non bisogna lasciarsi sedurre dalla sua autosufficienza. Non credo che egli ci voglia confondere, ma è lui che si è impelagato con le sue stesse mani. Egli stesso è dispiaciuto delle conclusioni alle quali arriva. È una magra consolazione credere che la ragione sia essenzialmente dialettica e non raggiunga mai la certezza sulle cose che maggiormente ci interessano.

 

In realtà, come risulta dalla divina Rivelazione, tutti gli uomini, giunti all’età di ragione, sanno con assoluta certezza per ragionamento, implicitamente o esplicitamente (Sap 13,5; Rm 1,20) che Dio esiste e devono render conto a Lui del loro operato per ricevere il premio o il castigo a seconda della scelta da loro fatta o per Dio o contro Dio (Mt 25, 31-46). I minori sono dispensati dalla scelta per mancanza della base cerebrale, per cui non devono render conto di nulla, ma sono salvati gratuitamente dalla misericordia di Dio che vuol tutti salvi.

Dunque il dichiararsi incerto se Dio esiste o non esiste, l’equivocare sul concetto di Dio, l’idolatria,  la magia, il politeismo, il credere di poter dimostrare che Dio non esiste, il negare comunque  l’esistenza di Dio, il dichiarare che il problema di Dio non interessa, il trascurare o l’evitare di chiedersi se Dio esiste, il sostenere che Dio è una finzione dell’immaginazione, sono tutte posizioni che certamente troviamo tra gli uomini e nella storia della filosofia, ma che non nascono dal ragionamento, bensì  da una decisione della volontà.

In questo articolo mi propongo di dimostrare la falsità dei ragionamenti di Kant, con i quali egli tenta di dimostrare l’impossibilità di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio.

Immagini da Internet: Canestra di frutta e Natura morta con frutta, Caravaggio
 

[1] Cf di Maritain, Il significato dell’ateismo contemporaneo. Editrice Morcelliana, Brescia 1954.

[2] Critica della ragion pura, Edizioni Laterza, Bari 1965, p.20.

[3] Ibid., p.21.

[4] Ibid., pp.20-21.

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti che mancano del dovuto rispetto verso la Chiesa e le persone, saranno rimossi.