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Testi di P. Tomas Tyn, OP

Il confronto del bene col male - La volontà umana e la volontà divina - Prima Parte (1/6)

 

Il confronto del bene col male

La volontà umana e la volontà divina

 

Prima Parte (1/6)

 

Quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto

Sal 50, 6

 

Introduzione

Considerazioni generali

Chiarire il rapporto tra il bene e il male[1] è molto importante per la nostra vita. Sbagliare in questa materia comporta conseguenze morali e vitali molto gravi. Proviamo a fermarci su alcune considerazioni che penso possano essere utili.

In linea di massima tutti sappiamo che cosa è il bene e che cosa è il male. Riflettendo però su queste nozioni fondamentali che abbiamo appreso sin da bambini, ci accorgiamo che sorgono diverse difficoltà, esistono degli errori, appaiono dei misteri impenetrabili.

La distinzione fra bene e male, tra il benefico e il nocivo, il vantaggioso e lo svantaggioso è alla base dell’azione vitale dei viventi, la cui inclinazione pratica fondamentale è quella di curare la propria salute ed evitare danni e pericoli, di fruire del bene o fare il bene e di fuggire il male. Anche le piante cercano con le loro radici le sostanze che fanno bene alla pianta e si difendono dagli agenti che tentano di recar loro danno. Questa distinzione fra bene e male è poi alla base dell’agire morale. La questione è quella di sapere che cosa per ognuno è bene o male.

Cominciamo con la nozione del bene. Il bene è fondamentalmente una proprietà dell’ente come tale. Come dice la Scrittura, la creatura, così come esce dalle mani di Dio, è di per sé buona. Ripetutamente il Genesi narra come ad ogni momento della sua attività creatrice, Dio vide che ciò che aveva creato era cosa buona. Ed è logico che da Dio bontà infinita non può che provenire del bene.

Il bene è ciò che di per sé è appetibile e desiderabile. Il bene qualifica ciò che è buono. Il bene può essere un pensiero, un desiderio, una qualità, un accidente. Buona può essere una cosa, un frutto, una persona o anche una qualità, un’azione, una situazione. Ma soprattutto il bene è una sostanza. È l’ente stesso, in quanto oggetto del volere.

Il bene è proprietà del vero; il male dipende dal falso. È dunque la conoscenza che ci permette di distinguere il bene dal male. Tuttavia è impossibile scoprire la verità se non amiamo la verità.  Alcune verità ci si impongono come evidenti e non possiamo non vederle. Altre le scopriamo se le cerchiamo e se quindi c’è in noi il desiderio di conoscere la verità.

Ma anche davanti alle verità evidenti ci è sempre possibile rifiutare di considerarle. Dunque senza la buona volontà è impossibile conoscere il nostro vero bene e il bene in generale.  Come vanno dunque le cose nel funzionamento del nostro spirito? La sua vita comincia con un atto dell’intelletto che spontaneamente coglie le verità più immediate e certe per mezzo dei sensi. Così scopriamo ciò che è bene e ciò che è male. Bene è ciò che corrisponde ai nostri bisogni, alle nostre esigenze, alle nostre tendenze naturali, ai nostri fini. Male è ciò che vi contrasta o lo impedisce o lo corrompe.

Conoscendo questi valori, conoscendo il nostro bene, la volontà è spinta ad amarlo, desiderarlo, cercarlo, praticarlo. Il nostro spirito passa così dal momento speculativo al momento pratico. La verità suscita l’amore. E l’amore spinge a sua volta l’intelletto a conoscere sempre meglio il nostro bene. Ottenuta una conoscenza migliore, alla volontà si offrono beni superiori e così in questo reciproco sostegno che intelletto e volontà si danno l’un l’altra cresce e progredisce la vita dello spirito.

La volontà ha una tendenza naturale verso il bene, non può non volere il bene in generale; ma. trovandosi nella vita presente davanti a beni particolari o a Dio stesso non visto immediatamente, essa è libera di scegliere o rifiutare questo bene. Invece, come insegna San Tommaso[2], la volontà che in cielo è giunta alla visione immediata di Dio e al possesso di Dio sommo bene, non può non aderirvi, per cui supera la facoltà di scelta e si fissa definitivamente e necessariamente nel Bene voluto e scelto.

Il male invece per noi nasce dal falso, ossia da ciò che non corrisponde a verità o alla realtà, ciò che non è conforme alle vere esigenze e ai veri fini della nostra natura e della nostra esistenza. Il male si configura allora come il subìre le conseguenze dei nostri errori, delle nostre illusioni, delle nostre vane speranze, delle nostre imprudenze ed ingiustizie.

Il male per noi, ossia il male morale è il patire o il fare il male o perché ci inganniamo o perché siamo ingannati, qualcosa che non corrisponde ai veri fini, ai veri valori, alle vere leggi, ai veri beni della nostra esistenza. Il male è l’agire volontario e cosciente contro il nostro vero bene, contro le leggi e i veri fini della nostra vita. Questo male è il peccato.

Bene e male in Platone ed Aristotele

Come è noto, per Platone il bene è epèkeina tes usìas, ossia al di sopra dell’essenza; col che, si badi bene, non vuol dire, come male hanno inteso alcuni, «al di sopra dell’essere» (einai) o dell’ente (on).  Infatti Platone sapeva bene che al di sopra dell’ente non c’è niente. Platone quindi non è in contrasto con Aristotele quando questi sostiene che il bene è proprietà dell’ente, sia materiale che spirituale. Platone invece equivoca e fatica a capire che cosa è il male.

Platone capisce che è un non-essere, ma d’altra parte fatica anche a capire la bontà della materia e della corporeità. Il divenire materiale lo sconcerta e gli pare un essere-che-non-è, quindi imparentato col male. Nel contempo, avvertendo la violenza delle passioni, tende a vedere il corpo come nemico dell’anima e quindi a concepire il male come soggetto maligno.

Platone tende a vedere la materia da una parte come non-essere, come vuoto o spazio (cora). Occorrerà Aristotele per dare uno statuto ontologico alla materia intesa come dynamis, potenza passiva, e quindi per vederla buona, dato che l’ente è buono. Nel contempo Aristotele capisce che la malignità non può provenire dalla materia, ma può provenire solo dallo spirito, perchè presuppone il libero arbitrio.

San Tommaso, dal canto suo, spiega il principio platonico col dire che Platone, parlando del primato del bene, si riferisce alla preminenza del fine rispetto alla forma o all’essenza.  Infatti è chiaro che l’agente in atto è al di sopra dell’agente in potenza. Per questo il bene raggiunto è evidentemente al di sopra della semplice essenza dell’agente in potenza di agire. In parole semplici: la vera bontà morale non sta nel semplice conoscere il bene, cosa per la quale è sufficiente l’essenza del conoscente, ma sta nell’essere effettivamente buoni, il che supera il piano della semplice essenza e vi aggiunge l’attuazione della potenza pratica.

La differenza tra il bene e il male

L’opposizione bene-male fa parte di una collezione di dualità o diadi, insieme con quella essere-non-essere e vero-falso, che stanno alla base della realtà creata, mentre sono assenti solo in Dio, dove c’è solo l‘essere, il vero e il bene. Infatti quelle diadi hanno come presupposto e dipendono dal libero arbitrio della creatura spirituale, angelo e uomo.

Dio tuttavia, in quanto creatore, ordinatore e legislatore dell’universo, si riserva il privilegio di supremo giudice e legislatore di ciò che è bene e ciò che è male. Per questo, secondo il racconto biblico della creazione, Egli pose al centro del giardino dell’Eden, l’albero del bene e del male, perché Adamo ed Eva tenessero presente che i suoi frutti appartenevano solo a Dio e quindi non potevano  mangiarli loro, come a dire che Dio proibiva all’uomo di sostituirsi a Lui nello stabilire le leggi di ciò che è bene e ciò che è male, anche se ovviamente dotò la coppia di una capacità di giudizio morale e della facoltà di far leggi, ma solo entro l’orizzonte consentito dalla legge divina, senza trasgredirne i confini.

Tale capacità doveva dunque far riferimento, come a criterio di giudizio, a ciò che Dio stesso aveva stabilito come bene e come male. E del resto era una cosa logica, dato che Dio era il loro creatore, per cui spetta a Lui stabilire le leggi dell’azione e della felicità umana.

D’altra parte, il bisogno che lo spirito sente di unità è un’istanza giusta, ma noi non dobbiamo forzare le cose con la pretesa che sia uno ciò che è due. Il tentativo di ridurre il due all’uno e di togliere ogni dualità porta solo, come è successo ad Hegel, a confondere l’essere col non-essere, il vero col falso, il bene col male.

Bisogna sopprimere i dualismi, ossia le false opposizioni, ma non quelle naturali e metafisiche. Non si può conciliare l’inconciliabile. L’unità assoluta esiste e questa è l’unità divina. Il Concilio di Firenze del 1442 dice: «in Deo omnia sunt unum». Ma solo in Dio! È assurdo voler costruire un’unità o un «intero» dall’identificazione di Dio col mondo, come fanno i panteisti. Pretendere che tutto sia uno in modo assoluto, col pretesto che l’essere è uno, come avrebbe voluto Parmenide, confondere ogni cosa con ogni cosa è somma stoltezza, a suo tempo condannata da Aristotele, e principio di ogni male.

Come il bene è l’attraente, così il male è il ripugnante. Come il bene è amabile, così il male è odioso. Su ciò siamo tutti d’accordo. I dissensi nascono, quando si tratta di determinare che cosa è bene e che cosa è male.

Il bene esiste di diritto, mentre il male esiste solo di fatto. Mentre il bene esiste necessariamente, non è affatto necessario che esista il male, ma la sua esistenza è accidentale e contingente. Per questo, come il bene non può sparire, può invece scomparire il male. Prima di creare il mondo Dio esisteva benissimo da solo nella sua infinita bontà senza avere alcun bisogno del male.

Il criterio per giudicare del bene e del male è la legge morale stabilita da Dio e nota alla ragione umana, in modo tale che il giudizio umano onesto viene a coincidere col giudizio divino: l’omicidio è male sia per l’uomo che per Dio. L’adulterio è male sia per l’uomo che per Dio.

Questa coincidenza è alla base del patto di alleanza biblico, assimilato ad una specie di contratto di lavoro, fra l’uomo e Dio, per cui Dio s’impegna ad essere giudice e remuneratore giusto delle nostre opere e noi siamo tenuti al rispetto della sua legge, se vogliamo conseguire il premio pattuito od ottenere il compenso promesso. Questo patto fra Dio e l’uomo, gli consente, alla resa dei conti di verificare la giustizia e lealtà di Dio nel premiare e castigare.

Tuttavia Dio possiede anche un criterio superiore di giudizio del bene e del male, legato al piano della salvezza, per il quale la sofferenza in unione con Cristo si presenta come un bene salvifico. Questa verità chiaramente non è data dalla semplice ragione, ed anzi a tutta prima appare ripugnante, ma, accolta nella fede, si rivela consolantissima sorgente di beatitudine.

Dio non ha inventato il male. Nella sua mente non ci sono intenzioni cattive. Egli non sa neanche che cosa sono. Il che non vuol dire che non sappia infinitamente meglio di noi che cosa è il male. Ma lo sa solo intellettualmente, senza commetterlo Egli stesso e anche senza patirlo.  È errata l’idea di alcuni i quali sostengono che un Dio impassibile non potrebbe compatire le nostre sofferenze[3]. Al contrario, Egli, pur senza soffrire, le conosce molto meglio di noi ed è proprio questo conoscerle che Gli consente di toglierle con la sua onnipotenza sanatrice. Potremmo fare un paragone con quanto avviene nelle nostre vicende umane: il medico che cura un tumore, lo cura benissimo senza essere egli stesso afflitto dal tumore.

Dio conosce il male in quanto, come nostro creatore, ha avuto pieno diritto di stabilire la legge morale, ossia che cosa è bene e che cosa è male per noi. E proprio perchè Egli conosce ciò, ha diritto come Giudice di giudicare il nostro operato premiando i buoni e castigando i cattivi.

L’idea del bene dice naturalmente completezza, perfezione, ordine, integrità, corrispondenza, proporzione, armonia, unione, comunione, unità, totalità, bellezza, piacevolezza, utilità. La morte, castigo del peccato, come insegna la Scrittura, è entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2,24).

Non esiste nulla di naturalmente cattivo, difettoso o maligno. Come dice il Concilio Lateranense IV, Dio ha creato gli angeli in uno stato di bontà. Se alcuni sono malvagi, come i demòni, è perché da sé stessi si sono fatti malvagi. Siccome Dio è il creatore dei demòni, è sbagliato scaricare su Dio la responsabilità di aver dato origine al male.

Il rimandare alla causa prima ciò che produce la causa seconda vale solo nella linea del bene, non del male. Nella linea del male la causa prima è la creatura. L’origine del male è solo nella creatura, proprio in quanto per sua colpa si è opposta alla volontà di Dio. Dio è essere infinito: da Lui non può che provenire l’essere. La creatura confina col nulla: Per questo può essere produttrice della privazione di essere.

Osserviamo inoltre che se le creature intelligenti fossero rimaste nello stato d’innocenza nel quale Dio le aveva costituite, non ci sarebbe stata l’infinita storia di peccati e di disgrazie dei quali è costellata la storia. Tutto il mondo sarebbe stato un paradiso. Si può pensare che il Verbo si sarebbe incarnato ugualmente, come credeva il Beato Duns Scoto e l’inferno non ci sarebbe stato.

Concezioni errate del male

Riconoscere dov’è il male, sapere che cosa è male, scoprire l’errore, il falso, l’inganno, evitare di ingannare gli altri, guardarsi da chi ci vuole ingannare, sono le premesse per poter fare il bene e liberarsi dal male. La disgrazia più grande che ci possa capitare è quella di confondere il bene col male, di non vederne la differenza. È quella di sbagliare nella determinazione del sommo bene o del fine ultimo. E in questo campo purtroppo gli errori filosofici non mancano.

Abbiamo per esempio Origene, che è convinto che in futuro scomparirà ogni male. L’origenismo riapparirà nel sec. XIX con Schleiermacher iniziatore del «tutti buoni e salvi» dei nostri giorni. Abbiamo i manichei i quali fantasticavano di un dio del male.

La Kabbala mette in Dio il principio del male (l’«ira» o la «mano sinistra»), nel sec. IX il monaco tedesco Godescalco sostenne che Dio predestina all’inferno, tesi che sarà ripresa da Lutero e Calvino. Per Spinoza il male corrisponde solo al punto di vista del particolare, ma se consideriamo le cose dal punto di vista della sostanza assoluta («sub specie aeternitatis») diremo che tutto è bene. Leibniz confonde il male col non-essere, per cui secondo lui la limitatezza è un «male metafisico». Ciò ha per conseguenza il bisogno di oltrepassare ogni limite credendo così di raggiungere l’infinito o di farsi infinito.

Se Lutero esagera le conseguenze del peccato originale, per cui il libero arbitrio si è estinto e la ragione si è accecata, così che tutti gli atti che compiamo sono peccati mortali, per Rousseau e per Teilhard de Chardin il peccato originale non ha corrotto la natura, sì che essa abbia necessità di essere sanata dal sacrificio di Cristo, il quale fu solo il tragico episodio col quale egli concluse la sua vita terrena, ma il male secondo Rousseau dipende solo dalla conflittualità sociale, mentre per Teilhard si riduce ad essere un incidente di percorso nel corso sostanzialmente buono e positivo dell’evoluzione cosmica, che è il Punto Omega, che per Teilhard sarebbe Cristo.

Il superuomo di Nietzsche è «al di là del bene e del male» perché vuole essere svincolato da queste categorie per dar libero sfogo alla volontà di potenza. Eppure il distinguere il bene dal male è inevitabile alla volontà umana: tutto quello che l’uomo può fare è lo scambiare il male col bene e il bene col male, che è esattamente quello che ha fatto Nietzsche.

Famosa è la teoria di Von Balthasar, per la quale non esiste l’inferno fuori di Dio, ma in Dio, in quanto Cristo per salvarci avrebbe fatto l’esperienza dell’inferno, sicchè la beatitudine comporta la presenza dell’inferno. Von Balthasar confonde l’inferno con gl’inferi. Qui sembra di trovare una confusione fra male di colpa e male di pena. Come è noto, per Von Balthasar[4] tutti gli uomini alla parusia sono beati in Dio, dove c’è però il bene e il male. Quindi la stessa beatitudine è associata alla pena infernale che ha patito Cristo per salvarci. Una tesi simile si trova in Giuseppe Barzaghi, il quale sostiene che la consolazione è associata alla sofferenza. È la solita inscindibilità di bene-male, presente nella Kabbala, in Böhme, Schelling, Hegel e Severino.

La concezione hegeliana

Per Hegel il bene è addirittura la stessa cosa del male, nel senso che dalla loro reciprocità dialettica sorge la realtà così come l’essere coincide col non-essere. Bene e male si sostengono a vicenda, come l’essere non può stare senza il non-essere. Il bene causa il male e il male causa il bene. Per questo egli parla dell’«enorme potere del negativo».

Hegel non si rende conto che il male di per sé è un potere distruttivo, e se Dio nel mistero della Redenzione (o felix culpa!) rende il male (la croce e lo stesso peccato) produttivo di salvezza è solo perchè è onnipotente creatore e sa ricavare il bene dal male. Ma vale sempre l’antico detto ex nihilo nihil fit, il nulla non produce nulla.

Ora è vero che col dire no a una negazione si recupera il sì, ma perchè c’è l’affermazione iniziale presupposta. La negazione non può essere il primo atto dell’essere, perché suppone un soggetto positivo e un positivo che essa nega.

La potenza del male è la potenza del togliere e del negare, del sopprimere, dell’uccidere o del disobbedire. Lo sbaglio di Hegel è stato quello di conferire un potere positivo a questo potere negativo, come se il male potesse produrre il bene. Osserviamo che se Dio ha preso occasione dalla croce di Cristo per salvare l’uomo, non è che il soffrire come tale sia produttivo o il peccare sia fonte di salvezza, ma se Dio ha ricavato il bene dal male ciò è stato possibile perchè il Crocifisso era Dio, capace di far sorgere la vita dalla morte.

Il difetto della concezione hegeliana del male è l’identificazione del male col negativo, che appartiene alla logica e non alla realtà, cosicchè il male diventa un fattore logico e necessario, quindi lecito e doveroso di positività, ossia di bontà, così come è doveroso costruire un sillogismo vero e corretto. La liberazione dal male allora per Hegel non dipende dal sacrificio di Cristo, ma dalla stessa dialettica del male che sopprime sé stesso. Ed anzi lo stesso sacrificio di Cristo non è visto come effetto della libera volontà di Cristo, ma come un processo dialettico.

In linea con questa confusione della logica con l’ontologia Hegel confonde l’antitetico, che è una proposizione contraria, opposta o negativa (antithesis), con l’avversario, una forza avversa concreta o col nemico (antikèimenos). La confutazione di una proposizione falsa vien così messa alla stregua dell’omicidio. Il discorso contradditorio o la condotta morale incoerente non sono più oggetto di biasimo, ma diventano un normale procedimento dialettico.

Per Pareyson il male, seppur superato dal bene, è anche in Dio[5]. Egli resta ingannato dalla considerazione pur verissima, che il male esiste e si fa ben sentire. Dunque, egli conclude, è una realtà. Ma dobbiamo dire che il fatto che il male sia un ente di ragione riguarda semplicemente il nostro modo di pensare, ma non toglie nulla al danno reale che il male fa per cui Pareyson finisce per trasformare il male in un soggetto maligno.

Il vedere il male come come semplice ente di ragione sembra a Pareyson far svanire la potenza terribile e la tragicità del male, che tanto ha potere nella nostra esistenza. Nessuno lo nega. Stoltezza sarebbe se dicessimo che il male non esiste. Ma d’altra parte l’essere è connesso col bene. Se mettiamo il male nell’ordine dell’essere reale, finiremo col confonderlo col bene.

L’opzione fondamentale di Karl Rahner

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor del 1993 (n.69) condanna quella concezione della morale cristiana, di origine luterana, e presente oggi nell’etica di Rahner, per la quale, col pretesto che nell’agire la cosa essenziale per la salvezza è quella di permanere orientati a Dio, la salvezza dipende da un’«opzione fondamentale trascendentale, atematica» e preconcettuale, mentre gli atti categoriali, compiuti nella quotidianità ossia gli atti esterni o interni, rimessi alle nostre decisioni concrete, non sarebbero che l’espressione concettualizzata di quell’orientamento di fondo originario. Per cui se questo orientamento è quello giusto, ossia indirizzato a Dio, l’uomo sarebbe comunque in cammino verso la salvezza, anche se certi atti non fossero conformi all’espressione concettuale della volontà divina.

Tomas Tyn, in un saggio dedicato all’etica rahneriana[6], chiarisce il giudizio del Papa mostrando il rapporto di questa dottrina con quella secondo la quale Rahner, prendendo a pretesto la formulazione astratta della legge e il fatto che invece l’azione è nel concreto esistenziale, intende l’applicazione della legge non come un semplice calare l’universale nel particolare, o l’astratto nel concreto, ma nel senso che il soggetto agente ha la libertà di completare il dettato astratto della legge con l’aggiunta di una «legge personale» di suo conio adatta al suo caso concreto.

Ma è chiaro che questo discorso viene a dire che ciò che conta in ultima analisi nell’agire non è la legge astratta, che poi sarebbe la legge morale, ma la legge personale, ma a guardar bene la cosa, non c’è chi non veda che qui siamo davanti ad un espediente per far finta di obbedire alla legge, ma in pratica per evaderla, sostituendo la legge universale con la legge personale inventata per proprio comodo secondo la propria personale creatività.

Traspare al fondo di questo discorso il principio luterano che per salvarsi basta la fede («sola fides») ossia credere di essere salvati, anche se la coscienza ci rimprovera, non importa se pecchiamo, dato che peccare è inevitabile e Dio fa finta di niente.

Fine Prima Parte (1/6)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 20 gennaio 2026 


Non esiste nulla di naturalmente cattivo, difettoso o maligno. Come dice il Concilio Lateranense IV, Dio ha creato gli angeli in uno stato di bontà. Se alcuni sono malvagi, come i demòni, è perché da sé stessi si sono fatti malvagi. Siccome Dio è il creatore dei demòni, è sbagliato scaricare su Dio la responsabilità di aver dato origine al male. 

Il rimandare alla causa prima ciò che produce la causa seconda vale solo nella linea del bene, non del male. Nella linea del male la causa prima è la creatura. L’origine del male è solo nella creatura, proprio in quanto per sua colpa si è opposta alla volontà di Dio. Dio è essere infinito: da Lui non può che provenire l’essere. La creatura confina col nulla: Per questo può essere produttrice della privazione di essere.

Per Hegel il bene è addirittura la stessa cosa del male, nel senso che dalla loro reciprocità dialettica sorge la realtà così come l’essere coincide col non-essere. ... Per questo egli parla dell’«enorme potere del negativo». ... Lo sbaglio di Hegel è stato quello di conferire un potere positivo a questo potere negativo, come se il male potesse produrre il bene. Osserviamo che se Dio ha preso occasione dalla croce di Cristo per salvare l’uomo, non è che il soffrire come tale sia produttivo o il peccare sia fonte di salvezza, ma se Dio ha ricavato il bene dal male ciò è stato possibile perchè il Crocifisso era Dio, capace di far sorgere la vita dalla morte.

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor del 1993 (n.69) condanna quella concezione della morale cristiana, di origine luterana, e presente oggi nell’etica di Rahner … 

Tomas Tyn, in un saggio dedicato all’etica rahneriana, chiarisce il giudizio del Papa mostrando il rapporto di questa dottrina con quella secondo la quale Rahner, prendendo a pretesto la formulazione astratta della legge e il fatto che invece l’azione è nel concreto esistenziale, intende l’applicazione della legge non come un semplice calare l’universale nel particolare, o l’astratto nel concreto, ma nel senso che il soggetto agente ha la libertà di completare il dettato astratto della legge con l’aggiunta di una «legge personale» di suo conio adatta al suo caso concreto.



Immagini da Internet: 
- La caduta di Lucifero e degli angeli ribelli, Miniatura, Libro delle Ore, 1415, Fratelli Limbourg

[1] Vedi Charles Journet, Il male, Edizioni Borla, Torino 1963; San Tommaso, Il male, in Le questioni disputate, Edizioni ESD, Bologna 2002, vol. VI.

[2] Quaestio disputata D e Veritate, q.22, a.5; Sum. Theol., I-II, q.3, a.8.

[3] IL MISTERO DELL’IMPASSIBILITA’ DIVINA, Divinitas, 2, 1995, pp.111-167.

[4] Per questa teoria di Von Balthasar, vedi il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011, pp.54-70.

[5] Luigi Pareyson, Ontologia della libertà. ll male e la sofferenza, Edizioni Einaudi, Torino 2000.

[6] Saggio sull’etica esistenziale formale di Karl Rahner,Edizioni Fede&Cultura, Verona 2012.

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