Il problema serio non sono i lefevriani, ma è Rahner
Come risolvere le divisioni nella Chiesa?
Quarta Parte (4/5)
A che cosa è dovuto il successo di Rahner?
Il successo di Rahner è dovuto anche alla sua grande capacità che ha di esprimersi in termini filosofici per i ceti intellettuali e in termini popolari per la gran massa dei fedeli. L’ambiguità del suo modo di esprimersi, una via di mezzo tra il realismo e l’idealismo, suscita da una parte l’interesse tanto dei realisti quanto degli idealisti, tanto dei tomisti quanto degli hegeliani, tanto dei teisti quanto dei panteisti, ma dall’altra suscita tra di loro anche discussioni e contrasti su che cosa intende dire e come giudicare tante sue tesi, se sono o non sono eretiche. Le eresie ci sono, ma ciò non deve impedirci di riconoscere tante cose valide.
In ogni caso Rahner è abilissimo nel saper vendere, come si suol dire, la sua merce; ossia nell’ attrarre a sé l’attenzione. Conosce molto bene che cosa è che interessa agli uomini d’oggi, e va incontro ai loro interessi senza curarsi se essi sono legittimi o illegittimi, reali o illusori. L’importante è riscuotere successo, perché nella sua stessa gnoseologia l’essere è l’essere pensato, per cui tu vali in quanto sei riconosciuto e parlano di te. Per ottenere questo, è sufficiente che tu adotti il loro criterio di giudizio, senza curarti se è vero o falso.
Così per esempio la sua concezione dell’uomo come autocoscienza preconcettuale atematica trascendentale dell’autotrascendenza verso Dio si traduce in termini popolari nella famosa tesi dei cristiani anonimi, per cui tutti, anche gli atei e i bestemmiatori, sono in grazia di Dio, perdonati e destinati alla salvezza.
Occorre allora che la Chiesa chiarisca meglio il vero senso della riforma conciliare, escluda le cattive interpretazioni, proponendo veri modelli di teologi, conservando la tradizionale raccomandazione della teologia di San Tommaso, come ha fatto opportunamente Papa Francesco nel 2024, in occasione dell’VIII centenario della morte del Dottore Comune della Chiesa[1].
Ma occorre anche che il Papa escluda le false e strumentali interpretazioni dell’Aquinate, che ne fanno un idealista o panteista confondendolo con Hegel. Inoltre occorre che raccomandino la dottrina tomista secondo le direttive del Concilio, ossia applicata alla problematica e tematica della modernità.
Il senso della riforma liturgica conciliare
Indubbiamente i Padri nel preparare la riforma della liturgia hanno tenuto d’occhio più la liturgia protestante che quella ortodossa. Questa indubbiamente con la sua ricca simbologia ci fa meglio percepire la presenza del Mistero, ma offre uno stimolo scarso all’impegno per il prossimo ed eleva maggiormente lo spirito. Ma suggerisce una spiritualità più platonica che biblica, più un rifiuto della materia che una salvezza della materia, anche se il rimedio non è certo una liturgia materialista alla Teilhard de Chardin o alla teologia della liberazione.
Nel reagire a una liturgia disincarnata nasce allora la tentazione di trovare ragioni per il servizio al prossimo e per l’impegno sociale su base puramente umana, diversa da quella della liturgia, come è successo con la Rivoluzione russa del 1917. I Padri del Vaticano II erano consapevoli di questo rischio e non si può negare che la Messa del preconcilio soffra di questo difetto. Per questo il Concilio ha voluto una riforma del rito della Messa.
I Padri si attendevano dalla riforma liturgica una maggiore convinzione di fede, un maggior senso della sinodalità della Chiesa, un aumento di vocazioni sacerdotali e religiose, una maggior frequenza ai sacramenti, un maggior slancio missionario, nonché un maggior impegno sociale basato sulla liturgia.
Purtroppo ciò non è successo. Non manca oggi una diffusa sensibilità sociale nei cattolici, una maggior conoscenza della Bibbia tra i fedeli, un fiorire di nuove comunità e movimenti. Ma tutti sappiamo dell’impressionante calo della frequenza ai sacramenti e delle vocazioni sacerdotali e religiose, dell’allontanarsi di tanti dalla fede, dell’ostinata conflittualità fra passatisti e modernisti, del silenzio dei Vescovi davanti a fatti o ingiustizie che richiederebbero un loro gesto di correzione o di ammonimento o di orientamento.
Come spiegare questi fenomeni? La messa in pratica della riforma liturgica è stata in molti casi presa in mano dai modernisti, i quali com’era da aspettarsi, hanno ottenuto esattamente l’opposto di ciò che intendeva essere la riforma promossa dalla Chiesa. I lefevriani hanno reagito in modo inadeguato, credendo che la soluzione sarebbe tornare alla Messa preconciliare. Ma neppure questa è la soluzione. Essa richiede sempre la fedele accettazione del Concilio, almeno dei decreti dottrinali. Di quelli pastorali, ha detto Benedetto XVI, si può discutere.
La prima questione da risolvere
Ora, la questione gravissima oggi nella Chiesa concernente la questione della comunione ecclesiale, e per conseguenza la questione della scomunica, non è tanto quella dei lefevriani, i quali, a causa della loro opposizione al Concilio certamente non sono in piena comunione con la Chiesa.
La questione più seria oggi, che tocca non solo lo scisma ma anche l’eresia, è quale atteggiamento conviene al Papa di assumere nei confronti del rahnerismo, il quale, come ho dimostrato nei miei scritti ed è provato da altri critici, non soltanto nega il dogma del sacrificio di Cristo e per conseguenza falsifica il concetto di sacerdote[2] cattolico come colui che offre il sacrificio di Cristo e nega la Messa come attualizzazione incruenta del sacrificio di Cristo. I lefevriani, almeno, hanno un concetto giusto del sacrificio di Cristo e quindi del sacerdozio e della Messa.
Rahner, invece, riguardo al significato del sacrificio di Cristo è lontano dal cristianesimo ancor più che Lutero. Questi riconosce almeno che Cristo con la sua croce dà soddisfazione al Padre per le offese che Gli abbiamo arrecato ed espiando per le nostre colpe ci ha ottenuta la misericordia del Padre, che ci rimette i nostri debiti e perdona l’offesa del nostro peccato sicchè noi siamo salvi al prezzo del suo sangue.
Quello che Lutero nega, come è noto, è che noi possiamo collaborare con opere e meriti alla nostra redenzione, la quale è puramente gratuita («sola gratia») indipendentemente dal nostro libero arbitrio, estinto a seguito del peccato originale e quindi servo del peccato. Da qui la conclusione che non esiste alcun sacerdozio capace di offrire un sacrificio espiatorio, quindi la negazione della Messa come sacrificio riparatore, perché ciò comporterebbe l’empia pretesa di aggiungere un atto umano all’opera divina di Cristo, già perfetta di per se stessa, senza che occorra aggiungere ad essa alcunché.
Rahner distrugge
il sacrificio di Cristo, il sacerdozio e la Messa
Ma Rahner va oltre e nega lo stesso sacrificio espiatorio di Cristo[3] con la sua soddisfazione vicaria, in aperto contrasto con l’insegnamento del Concilio di Trento:
«Nostro Signore Gesù Cristo con la sua santissima passione sul legno della croce meritò la giustificazione e soddisfece al Padre per noi» (Denz.1529).
È alla luce di questa verità che il Concilio di Trento dichiara l’essenza del sacerdozio e della Messa:
«Dio e Signore nostro Gesù Cristo, benchè stesse per offrirsi a Dio Padre una sola volta sull’altare della croce, intervenendo la morte, al fine di operare lì un’eterna redenzione, poiché tuttavia il suo sacerdozio non si doveva estinguere con la morte (Eb 7,24,27), nell’ultima Cena “nella notte nella quale veniva tradito”(I Cor11,13), al fine di lasciare alla sua diletta sposa la Chiesa (come la natura umana richiede) un sacrificio, col quale fosse rappresentato quello cruento che avrebbe compiuto una sola volta sulla croce, e la sua memoria rimanesse fino alla fine del mondo e fosse applicata la sua salutare virtù per la remissione dei peccati, che da noi si commettono quotidianamente, dichiarandosi “sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec” (Sal 109,4), offrì a Dio Padre il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino e, sotto i simboli di quelle cose, li dette agli Apostoli, (che allora costituiva sacerdoti del Nuovo Testamento), perché le assumessero e ad essi e ai loro successori nel sacerdozio, comandò che le offrissero con queste parole: “fate questo in memoria di me”, etc.(Lc 22,19; I Cor 11,24)» (Denz.1740).
Per Rahner Cristo non è morto in obbedienza al Padre che ha voluto una riparazione dell’offesa arrecatagli dal peccato, non ci ha rimesso i nostri debiti perché li ha pagati Cristo al nostro posto, non ha voluto che Cristo pagasse col suo sangue il prezzo del nostro riscatto, non ha voluto incaricati speciali per offrirgli sacrifici espiatori e propiziatori, né ha voluto che noi ci unissimo alla sua passione offrendo sacrifici per collaborare con Lui alla nostra salvezza.
Niente di tutto questo per Rahner. Semplicemente secondo lui Cristo è morto come martire di giustizia, di verità e di libertà, testimone della misericordia del Padre, che tutti perdona e tutti salva. Cristo non è altro che il sommo modello dell’uomo, colui che meglio di ogni altro ha realizzato l’essenza umana, che è quella di essere quell’ente il cui orizzonte di trascendenza è Dio, mentre Dio per sua essenza è autocomunicazione di Sé all’uomo. Rahner non ha difficoltà a sostenere la divinità di Cristo, ma appunto perché sostiene la divinità dell’uomo. Dice Rahner:
«Sotto il profilo storico, non è ineccepibilmente stabilito se il Gesù prepasquale abbia già lui stesso interpretato la sua morte… come sacrificio espiatorio»[4]. «L’evento della croce non promana dalla giustizia di Dio adirata ed esigente una soddisfazione, bensì dal suo amore immotivatamente perdonante»[5]. «Con tutta prudenza si può dire che i concetti paolini di “sacrificio”, di “riscatto”, “sangue di riconciliazione”, ecc., non rispecchiano la comprensione originaria della portata salvifica universale della croce di Gesù»[6]. «Se diciamo che questo “sacrificio” va inteso come libero atto di obbedienza da parte di Gesù; … che Dio … dà al mondo la possibilità di soddisfare alla giusta santità divina, … abbiamo non solo chiarito, bensì anche criticato l’idea della vittima espiatrice»[7].
Queste affermazioni sono chiaramente menzognere ed eretiche. Le conseguenze morali sono gravissime e distruggono la natura del sacerdozio e della Messa. Sotto questo punto di vista i lefevriani hanno ragione di opporsi a Rahner. Il loro errore è il credere che il Concilio e la riforma della Messa siano influenzati dagli errori di Rahner. E sbagliano a misconoscere i lati buoni della teologia rahneriana, che hanno influito sulle dottrine del Concilio.
È evidente in Rahner la mancanza o il fraintendimento del concetto religioso di sacrifico espiatorio, atto fondamentale della virtù di religione, ben noto e precisato dagli stessi antichi pagani. Tanto è vero che i termini stessi di ex-piatio ed ilasmòs, che significano appunto espiazione, sono già presenti rispettivamente nell’antica Roma e nell’antica Grecia.
Sacrificio, sacrum-facio non significa altro che compiere un’azione sacra. Azione sacra vuol dire azione che riguarda il rapporto dell’uomo con Dio, soprattutto il culto divino. Essa si distingue dall’azione profana, che riguarda invece l’ambito dell’umano. Grave delitto, quindi, è quello o di profanare il sacro o di sacralizzare il profano, mondanizzare la Chiesa e sacralizzare lo Stato. Ma questo purtroppo è proprio quello che fa Rahner, per il quale il sacro non è altro che la «profondità» del profano e il profano è la manifestazione del sacro».
La lingua ebraica è ricca di vocaboli per quanto riguarda il sacrificio, a testimoniare la vivissima sensibilità per il culto divino. In generale, abbiamo la minhàh, che significa sia il sacrificio cruento che quello incruento. Cruenti sono il sacrificio di riparazione per una trasgressione (ashàm), il sacrificio di espiazione per il peccato (hattàt) e l’olocausto (olàh). Incruento è il sacrificio pacifico (selamim).
Cristo ha scelto un sacrificio cruento perché ha voluto che noi utilizzassimo uniti alla sua croce le stesse conseguenze penali del peccato per liberarci dal peccato e dalla sofferenza ed ottenere la vita eterna.
Nella religione cristiana c‘è sì un sacrificio cruento efficace per la remissione dei peccati, gradito a Dio, ma è solo quello di Cristo. La morte dei martiri o i voti religiosi o il sacrificio di sé per salvezza della patria sono soltanto partecipazioni all’unico Sacrificio di Cristo. La celebrazione della Messa ne è certo la sua attualizzazione, ma, come tutti sanno, incruenta.
Gli uomini carnali, egoisti, attaccati al piacere e gli scansafatiche comprensibilmente provano disgusto od orrore per la prospettiva del sacrificio, e fanno il possibile per render odiosa la parola sacrificio[8], senza comprendere che non c’è vero amore senza sacrificio e che esso diventa dolce quando è fatto o accettato per amore, prima di essere la soluzione di un debito.
Però bisogna dire che esistono anche forme autolesionistiche di religiosità, che nulla hanno a che vedere con la vera religione. Il Concilio è venuto anche a rimediare a questa mentalità doloristica e vittimistica che serpeggiava ancora all’epoca di Pio XII. Ma la reazione modernista è stata talmente estremista, che ha finito col gettare il disprezzo sulla stessa religione e sulla pratica del sacerdozio.
Così pure il termine ex-piatio, da cui espiazione, è connesso con la virtù della pietas, la virtù di religione, da cui l’aggettivo «pio», e non ha niente a che vedere con non so quale irrazionale autopunizione, ma al contrario, già dalla religione romana, ha il significato di azione penosa purificatrice mediante un atto di culto che espia per le proprie colpe rendendo propizia la divinità e ottenendo da lei misericordia.
Non è essenziale al sacrificio cultuale l’uccisione della vittima o l’aspetto penoso. La vecchietta che accende una candela davanti alla statua di Sant’Antonio compie un sacrificio. L’essenziale del sacrificio è lo offrire a Dio qualcosa di prezioso per ringraziarlo, onorarLo e chiedere grazie e perdono dei peccati. Certo, il sacrificio diventa costoso quando comporta lo sforzo o la rinuncia a qualche bene o alla propria stessa vita.
Rahner risente del concetto freudiano del sacrificio come autolesionismo. Non sapere che cosa è il sacrificio vuol dire non sapere che cosa è la religione e non sapere che cosa è la religione vuol dire non sapere che cosa è il culto cristiano. La diffusione delle idee di Rahner è la causa dell’impressionante calo di frequenze alla Messa e di vocazioni sacerdotali. Vogliamo continuare a difendere le sue idee?
Il sacro e il santo
Occorre distinguere il sacro (sacrum) dal santo (sanctum). Il primo è ciò che occorre per il culto divino: tempio, altare, liturgia, riti, sacerdozio, stato religioso, sacramenti, oggetti, segni, luoghi, suppellettili e vesti sacri. Il santo, invece è la proprietà del divino, quindi la vita soprannaturale, l’imitazione di Cristo, i doni dello Spirito Santo, la grazia, le virtù teologali, la vita mistica, la perfezione della carità.
Il sacro media fra il profano e il santo, così come la teologia naturale media fra la semplice ragione e la teologia cristiana, così come la giustizia media tra la volontà e la carità. La pretesa di saltare direttamente dal profano al santo, percepito originariamente e immediatamente, è un’illusione del protestantesimo, che vorrebbe raggiungere Dio senza la mediazione umana.
Il sacro è funzionale al santo, ma può esser praticato in modo falso ed ipocrita, così da non condurre al santo, ma da chiudersi nel peccato. Viceversa, la santità è soprattutto richiesta al sacerdote e al religioso, ma anche il profano e il laico possono essere santi. In ogni caso anche per il laico l’uso del sacro è necessario per accedere al santo. Il sacro è la mediazione del santo. Il programma della santità laicale è uno dei grandi messaggi del Concilio[9]. Il messaggio sociale del Concilio è la nuova «cristianità profano-cristiana» profetizzata da Maritain fin dal 1932 in Umanesimo integrale, superamento della cristianità sacrale-cristiana del Medioevo.
È falso e dannoso asserire, come fa qualcuno, che dopo il Concilio la cristianità è finita. Questa è la falsità sostenuta da chi non vuole la presenza dei cattolici nella politica e rifiuta il cristianesimo come principio di umanesimo, di cultura e di civiltà.
Finita è la cristianità medioevale e non avrebbe senso volerla risuscitare[10]; ma non è finita la cristianità come tale, non può, non deve finire, perché è assolutamente necessaria alla vita della Chiesa, che non vive per aria, ma nel mondo come luce e salvezza del mondo. La cristianità non è altro che realizzazione storica particolare, a seconda dei tempi, della vita della Chiesa. Una Chiesa senza cristianità è come un’anima senza corpo.
Il difetto di Lutero è stato quello di pretendere, in nome di un falso interiorismo, il raggiungimento immediato del santo (sola gratia, sola fides, sola Scriptura) senza e addirittura contro l’uso del sacro (abolizione dei sacramenti e della Messa).
Fine Quarta Parte (1/4)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 14-18 marzo 2026
Indubbiamente i Padri nel preparare la riforma della liturgia hanno tenuto d’occhio più la liturgia protestante che quella ortodossa. Questa indubbiamente con la sua ricca simbologia ci fa meglio percepire la presenza del Mistero, ma offre uno stimolo scarso all’impegno per il prossimo ed eleva maggiormente lo spirito. Ma suggerisce una spiritualità più platonica che biblica, più un rifiuto della materia che una salvezza della materia, anche se il rimedio non è certo una liturgia materialista alla Teilhard de Chardin o alla teologia della liberazione.
Nel reagire a una liturgia disincarnata nasce allora la tentazione di trovare ragioni per il servizio al prossimo e per l’impegno sociale su base puramente umana, diversa da quella della liturgia, come è successo con la Rivoluzione russa del 1917. I Padri del Vaticano II erano consapevoli di questo rischio e non si può negare che la Messa del preconcilio soffra di questo difetto. Per questo il Concilio ha voluto una riforma del rito della Messa.
[1] Il quadro encomiastico che Mons. Ignazio Sanna fa della teologia rahneriana non corrisponde a ciò che essa è veramente. Egli la presenta come se fosse una proposta teologica moderna in linea col Concilio. Secondo Sanna «l’intento della teologia rahneriana è quello di ridare Dio all’uomo e l’uomo a Dio». Egli avrebbe «purificato concettualmente l’archetipo divino, e dato un forte impulso per la purificazione del concetto cristiano di Dio». In realtà Rahner con la sua identificazione del pensiero con l’essere, propone un cristianesimo panteista di matrice hegeliana, sulle orme del panteismo già condannato dalla Chiesa. Vedi, di Sanna: La visione antropologica di Karl Rahner in L’eredità teologica di Karl Rahner, Edizioni della Pontificia Università Lateranense, Roma 2005, pp.11-12.
[2] Come ho dimostrato nella mia relazione Il concetto del sacerdozio in Rahner ne Il sacerdozio ministeriale: «L’amore del Cuore di Gesù», a cura di S. Lanzetta e S. Manelli, Casa Mariana Editrice Frigento (AV), 2010, pp.183-230.
[3] Un trattato importante sul sacerdozio di Cristo di C.V.Héris, Il mistero di Cristo, Edizioni Morcelliana, Brescia 1938.
[4] Corso fondamentale sulla fede, Edizioni Paoline 1978, p.365.
[5] Teologia dell’esperienza dello Spirito, Edizioni Paoline 1978, p.321.
[6] Ibid., p.326.
[7] Corso fondamentale sulla fede, op.cit., pp364-365.
[8] Vedi per esempio il libro di Massimo Recalcati, il cui titolo che è tutto un programma: Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2017. Egli arriva al punto di esprimere invidia per gli animali, che non sono tormentati dal sacrificio.
[9] Il Congar ha precorso questo insegnamento del Concilio con la sua opera Jalons pour une théologie du laîcat, Les Éditions du Cerf, Paris 1961.
[10] Non mi riferisco ovviamente alla fede esemplare dei Medioevali: essa deve vivere anche oggi, e in questo senso occorre tornare a questa fede. Il Gilson è stato un grandissimo narratore della fede vissuta medioevale. Si pensi solo all’arte sacra medioevale: chi oggi si sobbarca le fatiche che essi facevano per costruire le chiese e il dispendio di mezzi da essi usati ben più arretrati dei nostri? Che cosa non avrebbero fatto, se avessero potuto usare i mezzi dei quali disponiamo oggi? Vedi per esempio il suo libro Lo spirito della filosofia medioevale, Edizioni Morcelliana, Brescia 1964.

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