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La setta e la comunità cristiana. Settarismo e comunione - Seconda Parte (2/2)

 

La setta e la comunità cristiana

Settarismo e comunione

Seconda Parte (2/2)

 

La setta e il settario

La setta è cosa diversa dal partito, dalla corrente, dal gruppo, dalla società di amici, dal movimento, dalla scuola filosofica e teologica, dall’associazione, dalla comunità religiosa. Tutte queste realtà sono inserite nel contesto sociale, aperte ai rapporti con le altre componenti della società, dotate del senso dell’universale e dei valori comuni, operanti per il bene comune, consce dei propri limiti, rispettose delle diversità. 

Le sètte invece riducono l’universale al particolare, assumono la parte al posto del tutto, si ritengono l’umanità dei giusti contro l’umanità degli empi, si ritengono proprietarie infallibili di tutta la verità, negando la presenza di alcunché di positivo negli avversari. Sono incapaci di mediare fra gli estremi e tra i nemici, non sanno trovare punti in comune fra di loro. Non sono mosse dall’amore, ma dall’odio, anche se possono essere conservatrici come rivoluzionarie, laiche come religiose, colte come popolari, mondiali come regionali, numerose come esigue.

Ovviamente nessuna setta considera se stessa come setta, considerando l’attuale significato negativo della parola, la quale significa un gruppo che si separa e si isola dalla compagine ecclesiale e dalla maggioranza ortodossa, rompe la comunione, divide i fedeli, attacca la Chiesa con aggressività, faziosità, intolleranza e acrimonia, presumendo e vantandosi di essere la vera Chiesa.

Se è bene per i motivi suddetti rinunciare all’uso del termine setta e del concetto corrispondente,  è bene ed utile pastoralmente usare il termine «settario», perchè il settarismo, strettamente legato all’estremismo, al fondamentalismo, al dogmatismo, alla sicumera, alla parzialità e alla faziosità, è legato allo stesso terrorismo, che ne è l’espressione estrema, più orribile e disumana. 

Il settario usurpa a suo vantaggio le parole del Signore: «chi non è con me, è contro di me e chi non è con me, disperde». Il settarismo, il cui spirito di menzogna e l’odio per Dio e per il prossimo, beni sommi della nostra vita e fonti della nostra pace, è inventore e creatore instancabile di discordia e di conflittualità, magari col pretesto del pluralismo, è la rovina del bene comune e della convivenza civile ed ecclesiale.

Il settarismo, che oggi è una malattia diffusissima, che impedisce la serenità ed oggettività del giudizio e lo rende espressione di interessi privati ed egoistici, sta rovinando la Chiesa e la società, è un principio inestinguibile di guerra fine a se stessa e di odio reciproco tra fratelli.

Il settarismo è il grande vizio dei cattolici di oggi. Esso è la netta negazione del cattolicesimo, che dice universalità. Il settario è un presuntuoso, un saccente, un attaccabrighe, un arrogante, un malizioso, che non scusa, ma colpevolizza, un vendicativo che non perdona, un giudice inesorabile, uno che non sbaglia mai, che non accetta critiche ed obiezioni, un incorreggibile, attaccato ai suoi difetti, un ipocrita che serve a due padroni, un seminatore di discordie, sempre dedito a fare il bastian contrario, che trova sempre da ridire su tutto;  eppure è il più dogmatico di tutti, è una persona crudele alla quale piace fare del male agli altri.

Il settario è quello che San Giovanni chiama «figlio del diavolo». Infatti la parola diavolo viene dal greco diaballo, che si significa «lancio-attraverso», quindi disunisco, divido, contrappongo. Il diavolo è il Divisore. E il settario fa appunto questo: divide ciò che è unito, confonde ciò che è distinto, mette in contraddizione ciò che è coerente, pone in contrasto ciò che va d’accordo, crea l’inimicizia laddove c’è l’amicizia, polemizza laddove basterebbe la pacata discussione, impone ma non propone. È un dialettico raffinato, che tutto mette in discussione, tranne le sue idee, dando per certo che è dubbio e dubitando di ciò che è certo.

Il settario non capisce il valore dell’unità, della carità, dell’universalità, della comunione, dell’obbedienza, del vero e legittimo pluralismo, della sana diversità. Finge di cercare Dio, ma in realtà cerca se stesso, non crea certezza ma spande il dubbio, non si assoggetta ma vuol comandare, non avvicina a Dio ma allontana da Lui, non attira a Dio ma a se stesso, non corregge ma trascura, confonde la libertà con la ribellione e la verità con le proprie idee, non tollera ma condanna, non riforma ma deforma, non migliora ma peggiora, non conserva ma tradisce, non arricchisce ma indebolisce, non unisce ma divide, non rafforza ma indebolisce, non purifica ma inquina, non persevera ma desiste, non costruisce ma distrugge.

La cosa fondamentale che il settario non capisce è che, affinchè una comunità sia unita, affinchè i molti possano convivere assieme in fraterna comunione e in reciproca carità, affinchè tutti possano servire il bene comune, nella libertà e nella diversità, nella pace e nella concordia, occorre un capo che abbia cura del bene comune, che indichi in una meta comune la via dell’unione, della comunione e della reciproca collaborazione.

Richiamarsi come fanno gli scismatici, gli eretici e i settari, a Cristo, allo Spirito Santo, alla Scrittura o alla Tradizione non è un principio sufficiente di unità e di visione comune della verità, perché per quanto sia vero che Dio ci parla nella nostra coscienza, tuttavia la Chiesa è una comunità visibile, e lo sanno benissimo anche loro, per cui è impossibile in una comunità che non è fatta di puri spiriti ma da persone corporee, quali siamo noi esseri umani, che apprendiamo e comunichiamo la verità nelle proposizioni orali o scritte, che possa esistere una comunione ed un accordo visibile sulle medesime verità di fede senza il servizio infallibile, assicurato dall’assistenza dello Spirito Santo, che ci viene da una persona umana come noi e tra di noi, il Successore di Pietro, incaricato appunto da Cristo di spiegarci, assistito dallo Spirito Santo, con la parola e lo scritto le verità salvifiche che Cristo ci ha insegnato, ed informandoci e notificandoci altresì coloro che in questo campo sono  nel vero e coloro che sono nell’errore.

Nel seguire il Vicario di Cristo, lo stesso Popolo santo di Dio, la stessa Chiesa, lo stesso comune fedele, diventano infallibili nella conoscenza della verità di fede e sanno distinguerla dall’eresia. E in ciò consiste la sinodalità e la santità della Chiesa.

Per questo i settari, gli eretici e gli scismatici sono costretti, se vogliono in qualche modo tenere unita la comunità e conservarla nel tempo, a crearsi dei capi e dei pastori, i quali però ovviamente non potranno avere l’autorevolezza della quale gode il Romano Pontefice, benchè, come è dato nelle Chiese Ortodosse, i Vescovi siano i successori degli Apostoli, ma si tratta di capi sempre precari e discutibili.

Nessuno dice che il Partito Fascista o il Partito Nazista o il Partito Comunista o la Massoneria siano delle sètte, e tuttavia chi può ragionevolmente negare, in base ai fatti del passato e del presente, che siano delle forme feroci di settarismo? Non sono forse porzioni di umanità che hanno per seguito l’idolo della Romanità, dell’Arianesimo, della Materia.

 

Il problema del protestantesimo

Il problema insolubile della comunità scismatica o settaria è quello di come e su quale base assicurare l’unità dottrinale e disciplinare, mancando l’assistenza il carisma di Pietro. Lutero scrisse un Catechismo e nel 1530 i luterani elaborarono la famosa Confessione augustana[1]. Ma è chiaro che gli stessi luterani non si sentono vincolati in modo assoluto a questo simbolo della fede da loro stessi compilato, nella consapevolezza di non possedere alcun mandato da parte di Cristo come lo possiede Pietro.

Per questo nella storia del protestantesimo abbiamo un succedersi interminabile e irresolubile di divisioni e contrasti interni circa il numero e la qualità delle verità di fede. Gli stessi dogmi dei primi Concili, ai quali pure Lutero aderiva, non sono oggi accettati da tutti. Non parliamo poi dell’infinità di controversie circa l’interpretazione dei testi biblici.

Possiamo dire che esista un minimo dottrinale, un nucleo essenziale dottrinale luterano che accomuni tutti i luterani in quanto tali, un minimo che ci permetta di riconoscere il luterano come tale e che quindi giustifichi la denominazione di luterano? Certamente, se no gli storici non parlerebbero da cinque secoli di luteranesimo, né un luterano potrebbe esser qualificato come tale. E tuttavia, anche andando ad esaminare questi punti fondamentali, non mancano le incertezze tra gli stessi luterani e a maggior ragione per noi cattolici, che desideriamo far luce tra contraddizioni e ambiguità.

È interessante come in clima luterano, con Kant, sia nata la teoria della «dialettica trascendentale», ripresa poi e perfezionata da Hegel, secondo la quale la ragione è naturalmente in contrasto con se stessa, senza che sia possibile raggiungere una quiete definitiva nella verità. Lutero credeva con la sua dottrina di aver assicurato la pace della coscienza, ma in realtà non ha tolto il tormento, lo ha solo coperto con la vana illusione di essere perdonati, giacchè non può esserci perdono senza pentimento e di pentimento pare che Lutero non voglia sentir parlare.

Lo Spirito Santo, invece, per un miracolo della sua misericordia, conserva nelle Chiese ortodosse la successione apostolica episcopale, nonostante che manchi il rispetto della successione apostolica petrina. Ma è ovvio che si tratta di una situazione anormale, contraria alla volontà di Cristo, alla quale occorre rimediare.

Dobbiamo infatti ricordare come il vero capo, pastore e guida nella Chiesa, per volontà di Cristo, è Pietro. Dunque che senso può avere riformare la Chiesa o conservare la tradizione senza e contro Pietro, come hanno voluto fare Lutero e Michele Cerulario? Hanno potuto organizzare una comunità cristiana senza il capo? Evidentemente no. E allora chi hanno messo a capo? Se stessi e i loro successori. Come hanno potuto conservarsi queste comunità nei secoli fino ad oggi senza dissolversi? È un puro dono della misericordia di Dio, perché separandosi dal Romano Pontefice, che è come Vicario di Cristo il principio e il garante dell’unità della Chiesa, avrebbero dovuto a quest’oggi dissolversi in una quantità di sètte o in un totale individualismo.

Certo già il Bossuet, nel sec. XVII, notava come il luteranesimo si era diviso in una molteplicità di sètte. E difatti ancora oggi non esiste un luteranesimo unitario, sia perché lo stesso Lutero cadde in contraddizioni con se stesso, sia perché gli stessi luterani, imitando lo spirito scismatico di Lutero, si prendono la libertà di prendere da Lutero quello che piace a loro.

E così vediamo tra i luterani degli enormi contrasti, che loro chiamano eufemisticamente «differenze» o «diversità». E così si passa tra di loro da teologi ammiratori di San Tommaso come Kierkegaard e Pannenberg ai teologi che sconfinano nell’idealismo come Kant o nell’egologia come Fichte o nella mitologia come Schelling o nel panteismo come Hegel o nell’esistenzialismo come Bultmann.

 

I due settarismi di oggi

Ci sono due modi per separarsi dalla Chiesa: o quello di lasciarla perché giudicata corrotta, modernista e irrecuperabile per formare la vera Chiesa della tradizione, oppure quello di ritenersi appartenenti alla Chiesa voluta dal Concilio Vaticano II, ma interpretata secondo un modello di Chiesa modernista, quindi separato dalla vera Chiesa voluto da Cristo.

C’è questa differenza fra i due settarismi, che nel primo, il cattolico, che potremmo definire «passatista», è ben consapevole di separarsi da una Chiesa guidata da pastori, che a suo giudizio l’hanno corrotta per aver messo in pratica le direttive moderniste del Concilio, mentre nel secondo caso il settario non si avverte affatto tale, ma al contrario, si sente membro a pieno titolo della Chiesa ed anzi di quella Chiesa progressista che è nata dal Concilio. Ma in realtà anche lui, sebbene non se ne renda conto, è separato dalla vera Chiesa che è quella che veramente realizza la riforma conciliare.

Questa separazione non è così visibile come quella dei passatisti, perché i modernisti hanno raggiunto una tale posizione di potere, da sentirsi loro il movimento di avanguardia della Chiesa, mentre i cattolici normali, che accolgono il Concilio senza le falsificazioni moderniste, sono loro la vera Chiesa, dalla quale i modernisti di fatto si sono separati, anche se essi si contrappongono al resto della  Chiesa, dove mettono assieme sia i cattolici normali che i passatisti sotto la comune denominazione di «tradizionalisti», quando invece sarebbe bene distinguere una sano tradizionalismo, che si sposa col progresso promosso dal Concilio, da un falso tradizionalismo, che si oppone al progresso, e che ruota attorno ai lefevriani. Così similmente sarebbe bene distinguere un sano progressismo, rispetto della tradizione e vera realizzazione del Concilio, come ad esempio quello dei maritainiani, da un falso progressismo, quello dei modernisti, tra i quali i più significativi sono i rahneriani.

Quanto ai passatisti, anche loro, similmente ai modernisti, dividono la Chiesa in due partiti: loro e i loro nemici, che risultano dall’assemblaggio dei cattolici normali e dei modernisti. Alla fine occorre dire che la Chiesa, formata dai cattolici normali dediti alla riforma conciliare sanamente intesa, hanno oggi e da sessant’anni il grave problema di richiamare nel seno della Chiesa o, diciamo meglio, alla piena comunione con la Chiesa, i due partiti scismatici e settari dei modernisti e dei passatisti.

I rahneriani intendono la Chiesa alla maniera hegeliana come autocoscienza trascendentale divinizzata dell’umanità (i «cristiani anonimi») o come popolo di Dio nella prassi di liberazione mondana di ispirazione marxista («Chiesa dal basso» o iglesia popular). I passatisti invece sono fermi alla Chiesa di Pio XII e rifiutano la Chiesa del postconcilio come modernista.

Sia l’uno che l’altro settarismo ignorano l’importanza essenziale, ai fini della definizione della Chiesa e del cattolicesimo, dell’area dei cattolici normali, in piena comunione col Romano Pontefice e invece di far capo a loro per l’edificazione della Chiesa, si perdono in una sterile, incessante e rovinosa polemica tra di loro, come se fossero solo loro i protagonisti della Chiesa, riconducendo i cattolici normali al partito opposto.

Come fare? Agli uni e agli altri occorre riconoscere i valori che posseggono: la sensibilità alla modernità nei modernisti, il rispetto della tradizione nei passatisti. Nei modernisti occorre correggere gli errori legati alla modernità; nei passatisti occorre correggere gli errori dipendenti dal fatto che essi non accettano il magistero pontificio a partire da San Giovanni XXIII.

Agli occhi dei due settarismi il cattolico normale appare come una persona scialba, insignificante, insipida, pavida, spregevole, una figura di compromesso che pretende di mettersi in mezzo fra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bene e il male.

Le categorie dell’amico e del nemico, del giusto e dell’empio, del santo e del peccatore, del colpevole e dell’innocente, del beato e del dannato, della buona e della cattiva fede, sono indubbiamente categorie bibliche fondamentali irrinunciabili, non solo dal punto di vista della fede, ma anche della sana ragione ed onestà naturali. Per questo il discorso buonista del tutti salvi, tutti buoni e tutti perdonati non è conforme al linguaggio della Bibbia, anche poi in pratica chi non dà loro ragione è disprezzato ed emarginato.

Inoltre occorre osservare che i due settarismi sono troppo facili ad applicare a se stessi questa contrapposizione che nella vita presente, benchè sia reale, rimane per lo più nascosta, mentre apparirà in perfetta chiarezza solo alla battaglia escatologica finale apocalittica (cc.19-20) e al Giudizio universale (Mt 25).

La modestia e la prudenza vogliono che nella vita presente teniamo presente che non c’è peccatore che non si possa convertire e non c’è santo che non possa tralignare. In ogni uomo, per quanto malvagio, c’è del bene e in ogni santo, per quanto perfetto, in questa vita ci sono dei difetti. Nessuno possiede quaggiù tutte le virtù o è nella piena luce e nessuno è solo immerso nei vizi o nelle tenebre.

Quindi noi siamo liberi sì di seguire qualcuno che ci sembra un maestro, una guida o un profeta, una scuola, un movimento, una spiritualità, ma sempre con l’occhio attento a che ciò ci serva per migliorare la nostra comunione con Dio, con la Chiesa e con i fratelli.

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 3 settembre 2026


 

Il problema insolubile della comunità scismatica o settaria è quello di come e su quale base assicurare l’unità dottrinale e disciplinare, mancando l’assistenza il carisma di Pietro. È interessante come in clima luterano, con Kant, sia nata la teoria della «dialettica trascendentale», ripresa poi e perfezionata da Hegel, secondo la quale la ragione è naturalmente in contrasto con se stessa, senza che sia possibile raggiungere una quiete definitiva nella verità.

Dobbiamo infatti ricordare come il vero capo, pastore e guida nella Chiesa, per volontà di Cristo, è Pietro. Dunque che senso può avere riformare la Chiesa o conservare la tradizione senza e contro Pietro? Hanno potuto organizzare una comunità cristiana senza il capo? Evidentemente no. E allora chi hanno messo a capo? Se stessi e i loro successori. Come hanno potuto conservarsi queste comunità nei secoli fino ad oggi senza dissolversi? È un puro dono della misericordia di Dio, perché separandosi dal Romano Pontefice, che è come Vicario di Cristo il principio e il garante dell’unità della Chiesa, avrebbero dovuto a quest’oggi dissolversi in una quantità di sètte o in un totale individualismo. … E così vediamo tra i luterani degli enormi contrasti, che loro chiamano eufemisticamente «differenze» o «diversità». E così si passa tra di loro da teologi ammiratori di San Tommaso come Kierkegaard e Pannenberg ai teologi che sconfinano nell’idealismo come Kant o nell’egologia come Fichte o nella mitologia come Schelling o nel panteismo come Hegel o nell’esistenzialismo come Bultmann. 

Ci sono due modi per separarsi dalla Chiesa: o quello di lasciarla perché giudicata corrotta, modernista e irrecuperabile per formare la vera Chiesa della tradizione, oppure quello di ritenersi appartenenti alla Chiesa voluta dal Concilio Vaticano II, ma interpretata secondo un modello di Chiesa modernista, quindi separato dalla vera Chiesa voluto da Cristo.

La modestia e la prudenza vogliono che nella vita presente teniamo presente che non c’è peccatore che non si possa convertire e non c’è santo che non possa tralignare. In ogni uomo, per quanto malvagio, c’è del bene e in ogni santo, per quanto perfetto, in questa vita ci sono dei difetti. Nessuno possiede quaggiù tutte le virtù o è nella piena luce e nessuno è solo immerso nei vizi o nelle tenebre. Quindi noi siamo liberi sì di seguire qualcuno che ci sembra un maestro, una guida o un profeta, una scuola, un movimento, una spiritualità, ma sempre con l’occhio attento a che ciò ci serva per migliorare la nostra comunione con Dio, con la Chiesa e con i fratelli.

Immagini da Internet: Sibilla Libica e Sibilla Cumana, Michelangelo, Roma


[1] Vedi la pubblicazione a cura dell’Editore Marzorati, Como 1943. 

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