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L’eresia come distruzione dell’unità della Chiesa (Società Tomista Argentina - 2026)

 

L’eresia come distruzione dell’unità della Chiesa

 

Presento ai Lettori il testo di una conferenza, che ho letto in un video per il Convegno Teologico Internazionale, tenutosi dalla Società Tomistica Argentina dal 24 al 31 agosto 2026.

 

https://www.sitaroma.com/it/news-e-contributi/quincuagesima-semana-tomista-della-sta-societa-tomista-argentina-congreso-internacional

 

Video: https://www.youtube.com/watch?v=26qrAJkHicE


 

L’eresia come distruzione dell’unità della Chiesa

 

Occorre recuperare con saggezza l’uso della parola «eresia»

L’uso della parola «eresia»[i][1], se facciamo eccezione per una minoranza agguerrita di passatisti, che ne usano e ne abusano, è divenuto rarissimo nel linguaggio dei pastori della Chiesa. È, questo, un bene? Certo il concetto è espresso con altri termini, perché di esso non si può fare a meno; sarebbe come se ignorassimo l’esistenza delle malattie. Ma perché questa ritrosìa ad usare il termine?

Sembra che alcuni temano che l’uso della parola potrebbe recare disturbo al dialogo ecumenico e a quello interreligioso, mentre metterebbe in difficoltà l’esercizio della libertà religiosa. Ma non è così, anzi è vero l’opposto. Come mostrerò in seguito, un uso sapiente e caritatevole della parola renderebbe il dialogo più sincero, più fruttuoso e più produttivo, mentre la libertà religiosa sarebbe più autentica e genuina.

Alcuni credono che l’astenersi dall’uso della parola eresia possa servire a portar pace nella Chiesa, oggi sofferente per molti conflitti interni. Invece è vero il contrario: come il buon medico non teme di fare una diagnosi severa quando la malattia è grave, così il buon pastore, proprio al fine di portar pace nella comunità, non teme di diagnosticare con realismo, proprio perché è partendo da questo sguardo realistico della situazione, che può disporre delle armi per combattere efficacemente contro le eresie, forze nemiche della pace, e procurare l’unità della comunità compromessa dalla presenza dell’eresia.

Il Concilio Vaticano II non usa mai la parola eresia ed è rarissimamente usata dai Papi e dai Vescovi del postconcilio. Continua ad essere usata dal Diritto canonico (Can.751). Capita negli attuali ambienti modernisti che chiamino eresia una verità cattolica, come per esempio il concetto di Dio «prode in battaglia», il Dio che castiga o non perdona sempre o che esige riparazione. All’estremo opposto abbiamo i filolefevriani e i passatisti che abusano della parola, arrivando ad accusare di eresia il Papa.

Una cosa notevole è che i Concili del passato hanno sempre fatto un elenco di proposizioni obbligatorie e di proposizioni proibite, sanzionate da una pena canonica. Hanno sempre insegnato la verità sotto forma di precetti e di divieti: che cosa si deve dire e che cosa non si deve dire. Si tratta dei cosiddetti canoni dei Concili.  

Il Vaticano II ha chiuso con questa tradizione. Esso ovviamente insegna la verità e condanna l’errore, ma lo fa con uno stile espositivo evangelico, fatto di semplici affermazioni e negazioni («sì, sì, no, no»), sul modello dell’insegnamento dei profeti e di Cristo stesso. Anche il Vaticano II fa capire che cosa è ortodosso e che cosa è eretico, ma lo fa in questo stile biblico, senza usare la forma giuridica ricavata dal diritto romano, il quale resta ad ispirare il codice di diritto canonico, ma non più l’insegnamento dogmatico.

Anche le formule della liturgia nella loro fissità, ci fanno capire con chiarezza quali sono le verità di fede: lex orandi, lex credendi. La riforma liturgica promossa al Concilio ha migliorato il linguaggio, ma è chiaro che i contenuti di fede sono stati conservati.

 Il Vaticano II enuncia la verità di fede con semplicità evangelica, senza fermarsi a definire o a precisare, ma lasciando che sia il fedele stesso, attento alla parola di Dio, a capire, all’occasione, che si tratta di materia di fede.

Questo ritegno nell’uso della parola eresia si può spiegare col ricordo traumatico  dei passati secoli di storia della Chiesa, segnati  dalle azioni di uomini di Chiesa, con la responsabilità degli stessi Pontefici, azioni che agli occhi della Chiesa di oggi, più avanzata nella conoscenza e nella pratica del Vangelo, si sono rivelate oggettivamente contrarie al Vangelo, senza che con ciò oggi la Chiesa  intenda giudicare delle intenzioni di questi uomini, tra i quali se ne annoverano molti che essa ha proclamato santi. 

Eppure, ai fini di un cammino nella verità, liberi dalla menzogna, dall’ambiguità e dall’inganno, è assolutamente necessario separare l’immaginario conturbante che la parola suscita nel nostro mondo emotivo, nella nostra memoria storica e nella coscienza cristiana, dal significato oggettivo del termine «eresia», che designa un ben determinato concetto, che ha la sua base nel Nuovo Testamento, e le sue origini nell’Antico Testamento, per non correre il rischio di accantonare o trascurare o dimenticare questo concetto vitale, questa parola di vita, senza la quale noi, immergendoci nelle tenebre, metteremmo a repentaglio con somma stoltezza la nostra stessa salvezza eterna, che è libertà dall’eresia e dalla falsità, e fruizione della verità.

Il Nuovo Testamento usa pochissimo questa parola, ma il concetto è chiarissimo, e ciò è sufficiente perché noi ci rendiamo conto dell’importanza del concetto stesso che vi corrisponde e quindi possiamo intendere la parola, come sempre è stata usata dalla Chiesa ed è tuttora usata, nel suo vero significato.

Diciamo allora che l’eresia, come dice la parola stessa àiresis, scelta, comporta una scelta di ciò che non si deve fare, una scelta sbagliata, anziché l’accogliere con fiducia tutto quanto il maestro insegna, considerando la sua autorevolezza e credibilità in base ai segni e alle garanzie che egli offre.

Occorre infatti osservare che io sono moralmente autorizzato a scegliere, tra ciò che mi è proposto, quello che io preferisco, solo quando per conto mio posseggo già un criterio di discernimento sufficiente di valutazione, perché io stesso con la mia ragione sono in grado di controllare e verificare la verità di ciò che mi è proposto, come per esempio tra due opposte sentenze filosofiche, tra le quali ho il diritto di scegliere la sentenza che ritengo vera. 

In questo caso la mia azione è ragionevole e moralmente retta perché la mia ragione ha competenza sufficiente per operare il vaglio. Ma se i contenuti che mi vengono proposti sono di tale altezza, per cui io non riesco a vederne o a dimostrarne la ragione, se sono saggio, debbo fidarmi dell’autorità di colui che me li propone.

Chi è l’eretico?

San Tommaso prende la definizione dell’eretico da Sant’Agostino:

«“Coloro che nella Chiesa di Cristo opinano qualcosa di malsano e di perverso (morbidum aliquid pravumque quid sapiunt), resistono in modo caparbio, e non vogliono emendare i loro dogmi pestiferi e mortiferi, ma insistono nel difenderli, costoro sono gli eretici”»[2].

Tuttavia, Tommaso precisa, con Sant’Agostino, che occorre distinguere l’eretico in buona fede dall’eretico ostinato:

«“Se alcuni difendono la loro sentenza, per quanto falsa e perversa, senza alcuna pertinace animosità, ma cercano con cauta sollecitudine la verità e sono pronti a lasciarsi correggere, quando sono trovati tali, non sono affatto da annoverare tra gli eretici”, poiché non hanno scelto di contraddire alla dottrina della Chiesa»[3] .

Questo principio è servito alla Chiesa e allo Stato in passato per giustificare la tolleranza religiosa e, col Concilio Vaticano II, il principio della libertà religiosa.

San Tommaso inoltre mette in evidenza la competenza del Sommo Pontefice nel chiarire e determinare in modo definitivo ed infallibile ciò che è di fede. Da qui si ricava per contraddizione ciò che è eretico. Roma locuta, causa finita. Tommaso osserva come avvenga nella Chiesa che i teologi discutano tra di loro se una data proposizione è o non è di fede. Ma se interviene il Papa a definire la questione, occorre stare con la sentenza del Papa, che ha avuto da Cristo l’incarico di confermare i fratelli nella fede, per cui in tal caso chi la negasse è un eretico[4]. Il Papa, in quanto maestro della fede, non può essere eretico.

I decreti del DDF, in quanto rappresentano, manifestano, trasmettono ed esprimono un giudizio dottrinale del Papa in materia di fede, partecipano della stessa infallibilità dottrinale del Papa.

D’altra parte, come ha spiegato il Concilio Vaticano I, da interpretarsi alla luce della Lettera Apostolica Ad Tuendam fidem di San Giovanni Paolo II del 1998[5], il Papa è infallibile in tre gradi decrescenti di autorità, solo quando insegna a tutta la Chiesa dalla Cattedra di Pietro («ex cathedra Petri»), ossia come Successore di Pietro in materia di fede, non quando parla come dottore privato o su materie profane o esprime opinion personali.

Secondo la Nota Dottrinale aggiunta alla Lettera Apostolica Ad tuendam fidem di San Giovanni Paolo II, l’eresia è il rifiuto delle dottrine di primo grado, ossia dei dogmi solennemente definiti dal Magistero straordinario, mentre il rifiuto del secondo grado (dogma definibile) tocca il campo del Magistero ordinario, ed è chiamato «errore nella fede». Il rifiuto delle dottrine di terzo grado (dottrina della Chiesa) è chiamato «disobbedienza alla dottrina della Chiesa».

Solo il rifiuto del dogma definito è il crimine di eresia previsto e sanzionato dal diritto canonico. In questo caso il tribunale ecclesiastico emette dopo debito esame, una sentenza o di condanna o di assoluzione in base all’accusa precedentemente sporta a lui giunta ed opportunamente vagliata.

Invece il rifiuto delle dottrine di grado inferiore è un atto scismatico o una mancanza di comunione ecclesiale, che il prelato ha il dovere di segnalare per illuminare i fedeli e di prendere in considerazione, onde provvedere a suo prudente giudizio con opportune correzioni o pene medicinali o con l’irrogazione della scomunica. 

Si devono distinguere tre definizioni dell’eresia. La prima è semplicemente il rifiuto di una verità di fede, che può trovarsi anche in un non-cristiano. Per la seconda l’eresia è la frode in materia di fede, ed è peccato mortale. Per la terza l’eresia è un delitto contro l’unità della Chiesa commesso dal battezzato, secondo la forma definita dal diritto canonico. 

Occorre distinguere l’eretico dall’eresia, come distinguiamo il peccato dal peccatore. Mentre in passato la Chiesa, per sopprimere l’eresia, era portata a sopprimere l’eretico, oggi essa si sforza di valorizzare i lati buoni degli eretici, pur sempre condannando le loro eresie. Mentre in passato la Chiesa separava l’eretico dal suo seno, oggi la Chiesa lo utilizza nei suoi lati buoni, e cerca di correggerlo o sopportarlo. Mentre in passato la Chiesa tendeva a combattere severamente gli eretici - da qui le guerre di religione -, oggi la Chiesa si sforza di mettere d’accordo e creare pace e convivenza fra eretici (passatisti e modernisti) e normali fedeli.

L’eresia è una menzogna e un inganno nella fede

La comunione umana, e quindi quella ecclesiale, è basata sulla comunicazione del pensiero tra le singole persone. L’eretico interrompe la comunicazione con i fratelli chiudendosi nelle sue idee, accolte dai suoi seguaci. Egli non vuol vedere la verità cattolica e non vuole ascoltare la Chiesa. Il suo linguaggio ambiguo genera equivoci, fraintendimenti, confusione e litigi. Si potrebbe dire che egli è vittima di un «demonio muto e sordo» (Mc 9,25), mentre nel contempo la sua «lingua è piena di veleno mortale» (Gc 3,8).

Tommaso insegna che l’eresia è una «corruzione della fede cristiana». Questa corruzione avviene

«quando uno ha una falsa opinione circa le cose che riguardano la fede cristiana. Alla fede una cosa riguarda in due modi: direttamente o principalmente, quando si tratta degli articoli di fede; ed indirettamente e secondariamente, come quando si tratta di qualcosa da cui segue la corruzione di un articolo di fede. E riguardo ad entrambe può esistere l’eresia, come può esistere la fede»[6].

Infatti la verità metafisica e la verità di ragione conducono alla verità di fede, per cui la verità di ragione è presupposta alla verità di fede. Se la verità di ragione, filosofica, non esistesse, la fede sarebbe impossibile. La pretesa luterana di attuare la fede in maniera immediata, originaria, sperimentale ed intuitiva, ignorando le esigenze della ragione, costituisce l’eresia del fideismo. Questa eresia è bene espressa dalle parole di Tertulliano: credo quia absurdum. Le verità di fede non sono dimostrabili, ma lo sono i motivi umani del credere. Mentre il motivo formale del credere è l’autorità di Dio rivelante, motivo che è un dono della grazia, motivo umano del credere sono i motivi di credibilità.

Ma sono eresie anche il razionalismo hegeliano, il quale pretende di dimostrare razionalmente i dogmi della fede e il razionalismo kantiano-massonico, il quale pretende in nome della ragione di negare la liceità della fede in verità soprannaturali rivelate da Dio.

C’è infatti da considerare che nel deposito rivelato sono contenute anche verità di ragione, di per sé dimostrabili dalla metafisica o dalla filosofia, come l’esistenza della verità, l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima, la legge morale naturale o il libero arbitrio. Per questo motivo la Chiesa condanna, proprio in nome della fede, quelle false dottrine filosofiche che rendono impossibile o biasimevole o ripugnante la fede, come il materialismo, l’evoluzionismo, l’ateismo, il panteismo, l’esistenzialismo, il fenomenismo, l’ontologismo, lo scetticismo, l’idealismo, lo gnosticismo, il panteismo, il nichilismo[7].

È chiaro che l’eresia involontaria non è punibile[8], mentre lo è quella volontaria, soprattutto se contumace ed ostinata. In quanto peccato mortale è punita da Dio con l’inferno; è punita con pene canoniche, se si tratta del crimine di eresia così come è configurato dal diritto canonico.

La Scrittura non usa quasi mai la parola eresia o eretico, e tuttavia il concetto è chiarissimo quando essa inveisce contro l’inganno e la menzogna nella fede o parla di dottrine diaboliche o di lingue velenose, e Cristo tuona contro i lupi travestiti da agnelli, i falsi profeti, i falsi cristi, i «ciechi guide di ciechi», gli ipocriti, menzogneri e ingannatori.

 

Santa Caterina da Siena chiama «bugia» l’eresia. L’eretico, predicando un falso Cristo, allontana i fedeli dal vero Cristo e li mette contro di Lui. Li rende figli del diavolo anziché figli di Dio. L’eretico pecca contro la fede, è un presuntuoso che non tollera che la propria ragione sia trascesa da contenuti misteriosi, è un superbo che non vuole assoggettarsi all’autorità di chi ne sa più di lui, è uno stolto, che per la sua pretesa che il vero esca solo da lui, non approfitta della verità che gli viene dal di fuori di lui, è un maligno che prova gusto  nel dividere i fratelli e nel suscitare guerre e contese, è un falsario che corrompe la verità, è un vanitoso che ha voglia di primeggiare, è un violento che vuole imporre agli altri la propria volontà, è un impostore che fa apparire vero il falso e bene il male, è un seduttore, che ammalia e trascina gli altri nella propria via perversa, è un ipocrita che finge di essere credente e non lo è.

L’eretico suscita discordie, malintesi, invidie, rivalità, divisioni, contrapposizioni e fazioni. Estremizza le posizioni, cosicchè non è possibile trovare una intesa, una mediazione o un punto di sintesi o di equilibrio. Accende le passioni e suscita contese, litigi e conflitti. Proponendo una falsa libertà, che è licenza, provoca anarchia e disobbedienza, individualismo ed egoismo, fa perdere il senso dell’universale e del bene comune. Fomenta un falso pluralismo dimentico dell’unità. La sua menzogna oscura la verità, sorgente della carità, della comunione e della pace.

La libertà di scelta è cosa onesta nella società come nella Chiesa. Ma questa libertà è sorgente di salvezza e santità solo se riguarda quei beni o quei fini che si trovano all’interno di quella scelta di fondo che è la scelta per Dio. E questa scelta comporta l’obbligo morale di accogliere la verità di fede, perché, se ne mancasse anche solo una, se il soggetto si permettesse di scegliere questa e rifiutare quella, la sua vita spirituale sarebbe impedita, similmente a colui che pretendesse di vivere solo con alcuni organi vitali e tralasciando gli altri.

Diversi concetti di eresia

Bisogna distinguere il concetto gnoseologico, morale e giuridico di eresia. Dal punto di vista gnoseologico l’eresia è una proposizione falsa in materia di fede. Dal punto di vista morale è un peccato di ingiustizia contro la verità di fede e precisamente è l’impugnazione cosciente e volontaria della verità di fede conosciuta ed inoltre è un peccato contro l’amore del prossimo. Secondo il diritto canonico (can.751) è un delitto o crimine, un atto umano di foro esterno, in quanto opposizione cosciente e volontaria, ostinata e diffusibile e quindi dannosa alla Chiesa, ad una verità di fede definita, cioè a un dogma definito, atto meritevole di punizione.

È giusto che l’eresia volontaria, cosciente, ostinata, contagiosa e pericolosa per la Chiesa sia punita. Tuttora il diritto canonico prevede che l’eretico colpevole sia punito. Si tratta però di una pena medicinale, che comporta la speranza del ravvedimento e della conversione. E qui l’atteggiamento della Chiesa oggi è più misericordioso, più paziente, più portato alla speranza e più rispettoso della dignità della persona e della coscienza, che quello del passato.

Infatti San Tommaso, domandandosi se gli eretici devono essere tollerati, così risponde:

«Dalla parte della Chiesa c’è la misericordia che si propone la conversione degli erranti (ad errantium conversionem). E quindi non condanna subito, ma se «dopo una prima ed una seconda correzione», come dice l’Apostolo (Tt 3,10), successivamente è trovato ancora pertinace, la Chiesa, non avendo speranza nella sua conversione, provvede alla salvezza degli altri, separandolo in forza di una sentenza di scomunica ed inoltre lo abbandona al giudizio secolare eliminandolo dal mondo con la morte»[9].

Il testo di Paolo è il seguente: «dopo una prima e una seconda correzione, evita l’eretico (airertikòn), sapendo che un tale uomo è perverso (vulg. subversus, gr. exèstraptai), e che s’inganna (vulg. delinquit, delinque, gr. amartanei, s’inganna), condannandosi da se stesso (vulg. cum sit proprio iudicio condemnatus, gr. autokaàkritos).

È interessante vedere la differenza tra come la Chiesa puniva l’eretico ai tempi di San Tommaso e come invece lo punisce oggi. Il peccato di eresia è per San Tommaso talmente grave che l’eretico merita la pena di morte. Dice egli infatti:

«Da parte degli eretici si tratta di un peccato per il quale essi hanno meritato non solo di essere separati dalla Chiesa per mezzo della scomunica, ma anche di essere esclusi dal mondo mediante la morte. Infatti è molto più grave corrompere la fede grazie alla quale c’è la vita dell’anima che falsare la moneta per la quale si sovviene alla vita temporale. Per questo, se i fabbricanti di monete false o altri malfattori giustamente vengono messi a morte dai sovrani temporali, gli eretici possono non solo essere scomunicati, ma anche essere giustamente uccisi»[10].

Tuttavia, come è noto, dal tempo di San Tommaso ad oggi, la Chiesa ha percorso un lungo e travagliato cammino di migliore comprensione di come dev’essere affrontato il problema dell’eresia. È stato un cammino nel quale la svolta decisiva è avvenuta ai primi dell’800, con Pio VI, al quale va il merito di aver compiuto lo storico gesto, peraltro non emanando un apposito decreto, ma semplicemente con un atto di governo, deponendo dall’ufficio il Padre Vincenzo Pani, Commissario del Sant’Offizio, che ancora nel 1789 aveva pubblicato in due volumi una serie di argomenti a sostegno della pena di morte per gli eretici.

In tal modo si chiudeva un lungo periodo durante il quale, soprattutto a partire dal sec. XII la Chiesa si sentì in dovere di punire gli eretici ricorrendo ad un apparato giudiziario sul modello dei tribunali civili, la famosa Inquisizione[11], affidata soprattutto ai Domenicani[12] per il loro attaccamento alla verità di fede e la loro prudenza giuridica.

Per mezzo di questo istituto la Chiesa credeva di fare un’opera di giustizia e di poter porre un freno al diffondersi dell’eresia. Essa si proponeva di intimorire gli eretici o di insegnare che la fede è una cosa seria oppure di distogliere i fedeli dall’abbracciare l’eresia. La pena di morte invece, a parte alcuni risultati positivi in Italia, in Francia e in Spagna, favorì in molti casi la finzione e una condotta puramente esteriore, onde evitare i rigori dell’Inquisizione. La Chiesa non si accorse che purtroppo fu questa un’idea infelice, perché in realtà non si poteva ricavare dall’esempio di Cristo e degli Apostoli un metodo di questo genere, usando mezzi coercitivi che, se nelle cose temporali potevano essere efficaci, nelle cose dello spirito finivano per essere controproducenti.   

 Il Concilio Vaticano II, benchè non parli di eresia, non ne ignora affatto l’esistenza e la pericolosità, e ci insegna il modo giusto di affrontarla e vincerla, né ci proibisce affatto di reintrodurre l’uso della parola, lasciando capire e mostrando che il suo uso saggio, ben lungi dal rinfocolare vecchie polemiche, o dal creare problemi per l’unità della Chiesa, li risolve edificando la pace, la carità e la concordia in un sano pluralismo di scelte legittime e costruttive.

La trasformazione storica inaugurata da Pio VI ha avuto il suo pieno compimento col Concilio Vaticano II. Oggi il problema è semmai quello di riuscire a vincere le eresie con la persuasione, l’offerta di una testimonianza credibile e l’uso di mezzi giuridici moderati e rieducativi. Ed è anche quello di comprendere il danno che l’eresia fa alla comunione ecclesiale ed alla sinodalità della Chiesa.

La Chiesa nel sec. XII ha creduto di dover avviare una persecuzione del crimine di eresia sul modello della persecuzione dei crimini civili. Come abbiamo visto, San Tommaso giustifica questa prassi della Chiesa con una considerazione morale che tiene conto dell’oggettività dell’atto criminale, ma non appare ancora, come apparirà nella modernità, la considerazione della dignità e della libertà della coscienza del criminale.

Questa omologazione del delitto di eresia col delitto civile condusse la Chiesa ad un accordo con i sovrani temporali, allora tutti cattolici, per il quale il sovrano si impegnava ad eseguire la pena capitale per gli eretici, in base alla consapevolezza che egli aveva che l’eresia danneggiava non solo la Chiesa, ma anche il bene comune temporale.

Alla fine del sec. XVIII la Chiesa, in un clima di libertà religiosa, umiliata dalla Rivoluzione francese, comprese che la persecuzione dell’eresia non poteva esser fatta con gli stessi metodi con i quali si perseguono i delitti civili, ma occorreva un metodo più rispettoso della libertà di coscienza e della natura stessa dell’atto di fede, che si fonda sul timor di Dio e non sulla paura degli uomini.

Una pastorale antieretica che edifica la Chiesa

 Oggi la Chiesa, rinnovata dalla riforma conciliare, ha compreso in maniera più evangelica il modo di far fronte al diffondersi delle eresie, ricorrendo alla correzione fraterna mediante predicazione e il buon esempio, alla preghiera, all’offerta di sacrifici, all’avvertimento profetico, all’esortazione. Essa mantiene il ricorso al castigo, ma lo intende come opera di rieducazione, onde dar modo all’eretico di pentirsi e di convertirsi.

Oggi la Chiesa è più consapevole della dignità della persona, che ha rapporto diretto con Dio al di là del bene comune, fosse quello stesso ecclesiale. Essa non abbandona la speranza nella conversione dell’eretico, conoscendo meglio la potenza dello Spirito Santo e la grandezza della divina misericordia.

Il fatto che la Chiesa oggi dialoghi e collabori con i fedeli delle altre confessioni cristiane non va inteso come segno di indifferentismo religioso, non significa che essa abbia concesso ad esse qualche statuto giuridico o qualche forma di ufficialità intraecclesiale, quasi si trattasse di istituzioni canonicamente riconosciute, ma si tratta di un semplice riconoscimento di fatto, sia pur nell’ambito ufficiale delle attività ecumeniche, nella speranza che i fratelli separati si congiungano un giorno alla Madre comune.

La Chiesa sa sempre che il male e il conflitto hanno origine dal falso e che solo dalla verità sorgono la libertà, la carità e l’unità. Il bene ha origine dalla verità. L’unità della Chiesa nasce dall’unità della fede, da una fede condivisa da tutti. Le verità ontologiche sono molte, ma la verità gnoseologica è una sola. Una fides. È questa che rende possibile ed edifica l’unità della Chiesa.

Nella Chiesa ci possono essere più opinioni, più gusti differenti, più scelte concrete, ma non più fedi, perché la fede non è un’opinione precaria e variabile, ma una verità sacra, oggettiva, immutabile, certa ed universale, ossia «cattolica». La fede, e quindi l’esclusione dell’eresia, è la garanzia della comunione, della carità e della libertà dei singoli fedeli, dei gruppi e delle comunità locali all’interno della Chiesa.

Bisogna che Papa e Vescovi riprendano con la loro prudenza pastorale a far uso della parola «eresia». Occorre che la parola torni ad essere sotto il loro controllo. Oggi invece è oggetto di un abuso distruttivo ad opera di correnti o gruppi di passatisti. Quanto più si aggrava l’attuale situazione di conflittualità interna nella Chiesa e si diffondono impunemente le eresie senza che funzioni un’adeguata opera di difesa o di contenimento o di correzione, tanto più si rende necessario il ritorno all’uso saggio e misurato di questa parola.

Oggi l’eresia esiste ed imperversa. È inutile nascondercelo, anche se dobbiamo evitare il catastrofismo dei passatisti. Dobbiamo evitare il facile sospetto, il pregiudizio e la prevenzione. Dobbiamo fare, per quanto è possibile, uno sforzo di interpretare in bene. Dobbiamo saper scoprire la buona intenzione al di là di certe espressioni scorrette.

Tuttavia bisogna dire che a nulla servono le attenuazioni, le coperture, i sottintesi, le mitigazioni, le allusioni, i discorsi vaghi, il far finta di non vedere. Bisogna guardare alla realtà in faccia, prenderne atto senza agitazione, con dolore, certo, ma anche con serenità e denunciarla profeticamente, con franchezza e parresìa, tanto i rimedi ci sono. Occorre acquistare la serenità del medico competente ed esperto, che parla tranquillamente di malattia, sapendo come curarla.

È meglio dire le cose come stanno, tanto, per quanto grave sia il male, esiste la cura. L’eresia è una malattia dello spirito. E Cristo non è forse un medico? Occorre saper descrivere un’eresia così come si fa una diagnosi medica, senza leggerezza, ma con serietà, senza lasciarsi prendere dall’emotività o dallo sdegno. Occorre giudicare senza fretta ed animosità, ma con benevolenza, clemenza e prudenza, con l’imparzialità del giudice e sulla base della conoscenza certa della verità, senza clamori o irritazioni, ma con obbiettività e spirito di servizio. 

Finchè si continua a girare attorno, a tergiversare, a cercare sinonimi che non disturbano, al male non si rimedia. Minimizzando il male, lo si aggrava. Chi sa lottare contro l’eresia è un costruttore di pace. La parola eresia, se ben chiarita e spiegata, se usata con prudenza e carità, dopo un attento e rigoroso esame, a tempo e a luogo, con sincera volontà di verità e di pace, non solo non favorisce il conflitto, non accende gli animi all’odio, ma chiarisce i termini delle questioni, distingue ragioni e torti, precisa le responsabilità e i doveri, mitiga le passioni, suggerisce i rimedi, opera per la pace e la riconciliazione.

D’altra parte è impossibile ottenere nella Chiesa la pace, la concordia l’assopimento delle contese, la cessazione degli insulti reciproci, senza l’esercizio della buona battaglia contro la carne, il mondo e il demonio. La vittoria della verità nelle anime si raggiunge solo lottando e sconfiggendo l’eresia, e chiamandola col suo nome. Non serve a nulla evitare di parlare di eresie, perché così non faranno che aumentare, e comunque esse oggi esistono, sono numerose, aggressive, insidiose e ben propagandate. Si potrebbe dire che non esiste una verità di fede che non sia ignorata, messa in dubbio, derisa, contestata o falsificata da qualche teologo di grido o da qualche Vescovo.

I pastori dovrebbero invece chiarirci che cosa è esattamente l’eresia, come la si scopre, quali danni arreca, quanto grave sia il peccato di eresia, come ad essa si rimedia. Essa, ben delineata nei suoi tratti essenziali, definita nella sua pura essenza, nelle sue cause e nei suoi rimedi, non ha di per sé nulla che debba suscitare in noi ricordi traumatici o agitazione d’animo.                                                                                                                     

L’ecclesiologia uscita dal Concilio Vaticano II ci propone un’ecclesiologia nella quale, anziché applicare il principio preconciliare secondo il quale occorre asportare un membro infetto, affinchè non corra pericolo tutto il corpo, propone la convivenza pacifica dell’eretico con il fedele, per cui preferisce applicare il principio evangelico di lasciar crescere assieme il grano e il loglio, affinchè nel togliere il loglio, non riceva danno il grano, lasciando a Cristo giudice il compito finale di separare i giusti dagli empi.

D’altra parte, oggi è più che mai chiaro che, essendo tutti chiamati alla salvezza ed avendo tutti in mano i mezzi per salvarsi, questo vuol dire che tutti conoscono le verità indispensabili per raggiungere la salvezza, nonostante le affermazioni in contrario degli eretici e degli increduli, e cioè tutti sanno che Dio esiste e a Lui devono render conto delle loro opere. Per questo tutti hanno rapporti col demonio e sanno che cosa li attende se disobbediscono a Dio.

Tutti sanno distinguere le ispirazioni divine da quelle diaboliche. Tutti sanno di poter scegliere tra Dio e il diavolo. Tutti sanno di essere padroni e responsabili delle proprie scelte. Tutti sanno che c’è una verità universale valida per tutti. Tutti sanno che cosa significa essere in peccato mortale. Tutti sanno di dover chiedere aiuto a Dio, quando non ce la fanno a compiere in pienezza il loro dovere. Con tutto ciò certamente anche oggi è necessario confutare errori ed eresie, ma occorre farlo con questa consapevolezza che comunque tutti, seppure nelle forme più imperfette, meno consapevoli ed indefinite, conoscono quelle verità, per cui non possono ignorarle in buona fede e senza colpa, ma se le respingono, lo fanno per una scelta volontaria, della quale renderanno conto a Dio.

C’è inoltre da notare che stando al decreto conciliare Unitatis redintegratio, il dialogo ecumenico prescrive che nel rapporto con gli eretici noi cattolici dobbiamo mettere in luce insieme con loro anzitutto i punti di dottrina e le verità di fede che abbiamo in comune e che su questa base aiutiamo questi fratelli separati ad avvicinarsi alla piena comunione con noi togliendo gli «ostacoli» che tuttora si frappongono alla piena unità e colmando le «lacune», che tuttora sussistono, nella loro visione cristiana con l’aggiunta integrante di quelle verità che colmano quelle lacune.

Questo vuol dire, per esempio, che la Chiesa tuttora chiede ai luterani di correggere le eresie di Lutero, segnalate a suo tempo dal Concilio di Trento e tuttora da loro non corrette[13]. I luterani non devono credere che con l’ecumenismo la Chiesa li abbia esonerati dal dovere di correggere quegli errori, che furono a suo tempo segnalati dal Concilio di Trento, quasicchè il Concilio si sia sbagliato nel riconoscerli e condannarli.

Nell’individuazione o riconoscimento dell’eresia bisogna distinguere il ruolo dell’autorità, come per esempio quello del DDF, dal compito e dalla facoltà del comune fedele, specialmente se è teologo. Il comune fedele ben preparato, avveduto e intelligente può individuare un’eresia presente in un teologo o anche in un prelato. Può accorgersi di ciò con certezza, dopo maturo esame, per cui in linea di principio ha il dovere di segnalarlo all’autorità o al DDF e quanto meno di prender le misure opportune per difendersi personalmente nei confronti dell’eresia.

La prerogativa del DDF è quella di avocare ufficialmente a sé, a nome del Papa, la diagnosi e il giudizio ufficiale di eresia; tuttavia questa diagnosi, in linea di principio, può essere fatta anche da un comune laico. Una funzione del DDF è quella di raccogliere denunce o segnalazioni di eresie e di provvedere opportunamente. Inoltre il DDF può pronunciare una sentenza definitiva quando non è chiarito se una proposizione è o non è eretica. 

Il DDF partecipa del discernimento proprio del Papa nella individuazione delle eresie, per cui può avvenire che il DDF segnali di sua iniziativa la presenza di qualche eresia, della quale i fedeli non erano consapevoli o circa la quale era in discussione il suo essere o non essere eresia.

È possibile cadere in una eresia in buona fede, senza accorgersi che si tratta di un’eresia. Il diritto alla libertà religiosa del quale tratta il decreto Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II riguarda questo argomento. C’è in gioco qui il ruolo della coscienza nella conoscenza della verità.

La coscienza può sbagliare, ma occorre sempre seguirla, anche se bisogna tenerla sempre informata e correggerla quando ci si accorge di avere sbagliato. Infatti anche la coscienza non è il principio della verità, ma essa è ordinata alla verità. La coscienza ha un primato all’ambito delle nostre convinzioni, ma non riguardo la verità, perché è la verità ad avere il primato sulla coscienza.   

Padre Giovanni Cavalcoli, OP

Fontanellato, 23 aprile 2026



[1] Ho trattato dell’argomento nel mio libro La questione dell’eresia oggi, Edizioni VivereIn, Monopoli (BA), 2008.

[2] Sum.Theol., II-II, q.11, a.2.

[3] Ibid., ad 3m.

[4] Ibid.

[6] Ibid., respondeo.

[7] Lo hanno fatto sia Papa Francesco che Papa Leone.

[8] Vedi per esempio le parole di Cristo in croce rivolte ai suoi uccisori: «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno».

[9] Sum.Theol., II-II, q.11,a.3.

[10] Ibid.

[11] Un interessante e documentata storia del rapporto del Tribunale dell’Inquisizione con la pratica del sacramento della penitenza si trova nel libro di Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Edizioni Einaudi, Torino 2009. Per un giudizio complessivo sull’Inquisizione, vedi J. Maritain, De l’Église du Christ. La personne de l’Église et son personnel, Desclée de Brouwer,Bruges1970, pp.303-343; C.Journet, L’Église du Verbe Incarné, vcol.I, Desclée de Brouwer, Bruges 1962, pp.344-388.

[12] Vedi Praedicatores Inquisitores, Raccolta di studi a cura dell’Istituto Storico Domenicano, Roma 2004.

[13] Certamente la Dichiarazione congiunta sulla dottrina nella giustificazione del 1999 costituisce un passo avanti, ma restano ancora altre eresie da correggere, che tuttora fanno parte della teologia dei luterani. 



 

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