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Predicare oggi - Terza Parte (3/5)

 

Predicare oggi

Terza Parte (3/5)

 

Come nessun Ordine nella Chiesa quanto l’Ordine domenicano ha legato tanto il suo fine, i suoi interessi, le sue competenze, la sua sorte e il suo destino, i suoi trionfi e  le sue sconfitte, le gioie e le sofferenze ai valori suddetti, così nessun Ordine ha tanto legato le sue vicende, i suoi interessi, i suoi dolori e le sue gioie le sue vittorie e le sue sconfitte, la sua competenza e le sue insufficienze, la sua fama e la sua emarginazione,  la sua sorte e il suo destino alla questione, alla tematica, alla problematica, ai drammi e alle tragedie dell’eresia. Non si può pensare all’ideale domenicano senza pensare a due parole: verità ed eresia.

San Domenico, per sua espressa dichiarazione, preferiva ricevere gli insulti degli eretici che ricevere le lodi dai cattolici. Col suo modo di fare socievole, affabile, amabile, col suo buon umore non alieno dalle facezie, si attirava - raccontano i biografi - l’affetto, la stima e la simpatia di tutti, ma ovviamente intendendo questo «tutti», come tutti i buoni e tutti i credenti, mentre comprensibilmente era oggetto di odio da parte degli eretici, anche se in certi casi sapeva attirarsi la stima anche da parte di loro, cosa che poi gli consentiva di avvicinarli a Cristo con la sua instancabile predicazione e straordinaria carità. E così ben si spiegano le parole che Papa Gregorio IX pronunciò ammirato a suo riguardo con felice espressione: «inexplicabile gaudium concipiens de zelo animarum».

Ben si rappresenta la predicazione domenicana col simbolo della luce. Ecco allora la stella sul capo di San Domenico e il sole nel petto di San Tommaso. Nell’inno dedicato a San Domenico da secoli, il Santo Patriarca viene invocato col titolo di Lumen Ecclesiae, Doctor veritatis.

Nulla è più alieno dalla spiritualità domenicana del farisaismo, del raggiro, della doppiezza, dell’ambiguità, dell’astuzia, ma tutta la sua virtù è una lode alla sincerità d’animo, allo sguardo cristallino, alla limpidezza, alla trasparenza morale, alla retta coscienza, alla purezza ed onestà dell’intenzione, alla semplicità di cuore, che evita l’ingenuità e la dabbenaggine, come dice Cristo, con la prudenza del serpente.

Il buon predicatore domenicano deve saper unire, in certe circostanze che lo richiedono, l’umiltà a un’ira moderata animata dalla carità. La pratica della mitezza in ogni situazione non è conveniente. Cristo stesso ci dà l’esempio che bisogna saper alternare la mitezza alla giusta ira. Egli non è solo Agnello, ma anche Leone. Egli non è solo colui che cavalca un’asina (Mt 21,5), ma anche il Cavaliere dell’Apocalisse (19,11).

La predicazione contro l’eresia è essenziale alla predicazione domenicana. Solo che oggi, dopo il Vaticano II, il paradigma del predicatore non è più l’inquisitore, ma il medico. Il paradigma dell’eretico non è più il criminale ma il malato. È successo, però, sfortunatamente, contro le intenzioni del Concilio, che, quando la Chiesa col Concilio Vaticano II ha deciso di promuovere una predicazione orientata all’apprezzamento di valori presenti anche negli eretici, molti Domenicani hanno creduto che ormai l’Ordine avesse perduta la sua ragion d’essere ed hanno lasciato l’Ordine. Così, anziché aprire nuovi conventi, a causa dello scetticismo che li aveva presi, hanno chiuso molti conventi e il numero dei Domenicani, anziché aumentare, come voleva il Concilio, è diminuito.

Ma occorre anche dire che si è scatenato più che mai l’odio degli eretici e dei modernisti contro la missione dottrinale dell’Ordine con una terribile e ingiuriosa campagna denigratoria tesa a presentare il Domenicano come l’aggressivo cacciatore di streghe, l’aborrito inquisitore, l’intollerante e infallibile dottore scolastico, il rigido censore di costumi, l’ostinato e presuntuoso dogmatico, il sorpassato tomista e l’incorreggibile fondamentalista, il crudele profeta dei castighi divini.

Altri Domenicani, come i seguaci di Chenu e di Schillebeeckx, confusi dall’evoluzionismo modernista e dalla critica biblica protestante, hanno creduto che occorresse abbandonare l’idea di una verità immutabile e rinnovare la predicazione assumendo le categorie del pensiero storicista moderno, nel senso già inteso dal passato modernismo, che in tal modo veniva fatto rifiorire sotto colore di «aggiornamento».

Così per Chenu la storia è bensì il luogo della Parola di Dio, una storia umana che è anche storia santa, in quanto visitata dal fatto storico dell’Incarnazione, ma, come gli fece notare il Domenicano Mariano Cordovani, allora teologo personale di Pio XII, la stessa Parola di Dio sembra in Chenu coinvolta nella storicità, il che evidentemente comprometterebbe l’immutabilità del dogma.

Altri, come il Congar,[1] capirono che, sebbene Lutero fosse stato un eretico, tuttavia occorre riconoscere le verità cristiane che egli aveva conservato, e su questa base comune a lui e a noi cattolici, bisognava reimpostare la predicazione domenicana in un senso ecumenico.

Non si trattava di abbandonare la confutazione delle eresie, ma di porre il primo piano, come già aveva ordinato San Giovanni XXIII, «ciò che ci unisce», proprio in vista di affrontare assieme ciò che ci divide, e quindi da assicurare la persuasività necessaria e sufficiente per condurre il fratello separato alla piena comunione con la Chiesa, ciò che non aveva fatto altro di fare lo stesso San Domenico, precorrendo quindi profeticamente i tempi del Vaticano II.

Domenico, Padre e Fondatore della Famiglia domenicana

Cristo ha mandato gli Apostoli ad annunciare la Buona Novella sotto la presidenza e la vigilanza di Pietro, ma prima ancora dell’istituzione dei Dodici, Luca narra (Lc 10,2) che Cristo inviò 72 discepoli a predicare, dando loro precise istruzioni.

Ora, costoro evidentemente non erano Vescovi, ma semplici laici. Ciò vuol dire che l’annuncio cristiano è sì presieduto e controllato dagli Apostoli e dai loro Successori i Vescovi, ma esiste anche una predicazione o un parlare cristiano laicale ispirato direttamente dallo Spirito, benchè necessiti di un’autenticazione da parte dell’autorità.  

Ora ricordiamo che la Famiglia domenicana è formata di diversi ceti di fedeli, non solo sacerdoti, ma anche fratelli cooperatori, suore, monache e laici. Qual è dunque l’elemento o fattore coagulante o unificante di una Famiglia così diversificata? Che cosa è che fa sì che un fedele cattolico appartenga alla Famiglia domenicana? Qual è l’elemento necessario e sufficiente? Non può essere evidentemente la predicazione apostolica riservata al sacerdote. Si tratta però sempre di un parlare di fede, di un dire-davanti o per o prima (pro-feta), la Parola di Dio. È quello che si potrebbe chiamare il parlare cristiano o la grazia della parola, come si esprime San Tommaso (gratia sermonis). 

Per questo gli appelli appassionati di Santa Caterina da Siena, i caldi consigli spirituali di Santa Caterina de’ Ricci, le esortazioni di Santa Rosa da Lima, le testimonianze di San Martin De Porres, i discorsi politici di Giorgio La Pira o Aldo Moro o le ferventi espressioni di San Giorgio Frassati sono sempre il parlare cristiano, sono sempre la grazia della parola che caratterizza il carisma domenicano, senza con ciò toglier nulla a simili grazie presenti in altre Famiglie religiose.

Ma siamo sempre lì: a differenza di altre Famiglie religiose, il membro della Famiglia domenicana in ogni caso partecipa, in quanto tale, della predicazione apostolica del sacerdote domenicano. Per questo si deve dire molto felice l’idea che Guy Bedouelle nello scrivere una biografia di San Domenico, ha avuto nel mettere come sottotitolo del libro «la grazia della parola»[2].


Il Papa approva il progetto di San Domenico

La Bolla di Onorio III del 21 gennaio 1217

Papa Onorio III, dopo i cenni favorevoli di Innocenzo III, che trovò l’idea di Domenico perfettamente conforme a quanto egli e il Concilio Lateranense volevano, approvò l’Ordine con la Bolla del 22 dicembre 1216. Ma in seguito ne scrisse altre che illustrano quanto il Papa gradisse il progetto di San Domenico Greche quanto si attendeva dai Domenicani.

Do il testo della Bolla del 21 gennaio 1217, dove appare evidente la funzione terapeutica e pugnace della predicazione domenicana. È presente la lotta e la confutazione dell’eresia, ma il predicatore è presentato nella funzione del medico, animato da un’ardente carità, sotto l’immagine della mandragora, che allora era considerata un’erba medicinale:

«Rivolgiamo degne azioni di grazia al Largitore di tutte le grazie, per la grazia di Dio che vi è data, nella quale state saldi e come speriamo lo sarete fino alla fine; poiché interiormente siete ardenti per la fiamma della carità, ed esteriormente fragranti di buon odore, che reca diletto e sollievo alle menti inferme; alle quali, affinchè non rimangano sterili, fornendo come medici zelanti spirituali mandragore, con la vostra salutare facondia le fecondate col seme del Verbo divino; così, come invitti atleti di Cristo, armati dello scudo della fede e della corazza della salvezza, senza temere coloro che possono uccidere il corpo, con magnanimità adoperate contro i nemici della fede; così odiando le vostre anime in questo modo adoperate il Verbo divino, che penetra maggiormente di una spada a doppio taglio, per  custodirle per la vita eterna»[3] .

Si nota un tono meno severo e più caritatevole di quanto Innocenzo III avesse detto sul dovere del predicatore. Queste direttive saranno quelle che ispireranno la predicazione domenicana fino alla riforma del Concilio Vaticano II. Noteremo con questo Concilio un mutamento di accento, che non manca di farci sorgere delle perplessità.

Come toglierle? Occorre che ci rifacciamo direttamente, al di là dell’impostazione data alla predicazione domenicana dagli stessi Papi, all’insegnamento neotestamentario e in particolare quello paolino. Si dice infatti che San Domenico portasse sempre con sé le Lettere di San Paolo insieme col Vangelo di Matteo. Qui troviamo la salda roccia sulla quale l’Ordine è fondato, criterio e guida per determinare il modo odierno della predicazione domenicana.

 

La predicazione domenicana

secondo le Costituzioni dell’Ordine domenicano

Pochi anni dopo la fine del Concilio nel 1968 a River Forest, negli Stati Uniti, si riunì un Capitolo Generale dei Domenicani per varare le Nuove Costituzioni, alla luce delle direttive del Concilio sul rinnovamento della predicazione. Esse risentono dello stile proposto dal Concilio, teso alla valorizzazione degli aspetti positivi del mondo moderno e alla promozione di una predicazione basata sulla conversazione pacata e cordiale, ma, come si poteva immaginare, risente anche di quel buonismo, di quella mancanza di parresia e di atteggiamento terapeutico, che abbiamo notato nel Concilio. Cito gli articoli che si riferiscono alla predicazione.

 

N.68 - Sull’esempio di San Domenico che fu assetatissimo della salvezza di tutti gli uomini e i popoli, sappiano i frati di essere mandati a tutti gli uomini, ceti e popoli, credenti e non credenti e specialmente ai poveri, affinchè tendano l’animo all’evangelizzazione e alla diffusione della Chiesa fra le genti ed alla illustrazione e confermazione della fede nel popolo cristiano.

 

99 - §1 – Il ministero della parola è la partecipazione all’ufficio profetico[4] del Corpo episcopale, e pertanto occorre anzitutto che i predicatori accolgano in pienezza il Vangelo e ricerchino una viva intelligenza del mistero della salvezza così come è trasmesso e spiegato dalla Chiesa. La predicazione domenicana sia sempre segnata da questo spirito evangelico e da solida dottrina.

 

 §2 – Ma affinchè la sua azione salvifica raggiunga tutti è necessario badare non solo alle situazioni e alle aspirazioni degli uomini ai quali parliamo, ma anche avviare con loro un vivo commercio, affinchè un’adatta predicazione della parola rivelata permanga la legge di ogni evangelizzazione soprattutto per coloro che sono lontani dalla fede.

 

Per questo i frati sappiano riconoscere lo Spirito operante in mezzo al popolo di Dio e discernere i tesori nascosti nelle varie culture, per mezzo dei quali si manifesta meglio la natura dell’uomo stesso e vengono aperte nuove vie alla verità».

Possiamo notare che si tace completamente sull’aspetto confutativo, ammonitore, terapeutico e correttivo della predicazione, che pure, come abbiamo visto, occupa un posto importante ed essenziale negli insegnamenti neotestamentari, soprattutto San Paolo, concernenti la predicazione in generale e quella episcopale in particolare. Pare che tutto il compito della predicazione sia quello di apprezzare e promuovere valori, accontentare e assecondare aspirazioni e desideri, rispondere a quesiti, perfezionare virtù già esistenti.  

Del modo di affrontare e risolvere contrasti, correggere i costumi, disingannare i fedeli sviati dalle eresie, sul modo di combatterle, sul come avvertirli delle loro insidie, non una parola. Si sente un’eco del Decreto Christus Dominus del Concilio Vaticano II sull’ufficio dei Vescovi, altrettanto inerte su questo punto.

 

Caratteri della predicazione domenicana

Confrontati con altre forme di predicazione

La predicazione domenicana ha tutti quei caratteri che derivano o fanno da corredo al suo sostanziale orientamento dottrinale. È specializzata nell’insegnare ed interpretare la dottrina della Chiesa. È teologica, quindi competente nel dimostrare l’esistenza di Dio, nel definirne l’essenza, gli attributi, le prerogative del Dio Uno e Trino, la sua distinzione dal mondo e dall’uomo, le sue attività nel mondo e nella storia, il rapporto dell’uomo con Dio.

È una predicazione apologetica, che prepara e introduce all’atto di fede, mediante la produzione di opportuni segni e prove di credibilità, togliendo gli ostacoli che impediscono l’accesso alla fede. È una predicazione anagogica, che ci conduce e ci eleva al punto di vista di Dio, a vedere il mondo come Egli lo vede, con l’occhio della fede e il possesso del pensiero di Cristo. È una predicazione mistagogica, che ci conduce alla contemplazione mistica. È una predicazione didattica ossia ha un aspetto catechetico.

Il predicatore è un istruttore, un maestro di scuola, un insegnante, un dottore. Il teologo domenicano, nella persona di San Tommaso, è il fondatore della teologia scolastica, aborrita dai protestanti e dai modernisti, ma raccomandata dai Papi della riforma tridentina e soprattutto dai Papi che vanno dal Beato Pio IX a Pio XII.

San Tommaso definisce la contemplazione domenicana, che poi è il fine dell’Ordine, con la famosa espressione «contemplata aliis tradere»: comunicare agli altri il frutto della contemplazione. La predicazione carmelitana è simile; contemplationem aliis tradere: insegnare agli altri a contemplare. La predicazione francescana è di tipo morale; predicare le virtù morali, in particolare modo l’umiltà e la fratellanza, e condannare i vizi, in particolare la superbia e l’egoismo. La predicazione ignaziana è iniziatica e progressista: ad maiorem Dei gloriam. La predicazione benedettina è costruttrice della pace e della concordia: il suo motto è Pax. La predicazione agostiniana è ecclesiologica: l’unità della Chiesa.

 

Il martirio domenicano    

Come sappiamo, la formula canonica del motivo formale del martirio, e quindi ciò che il Postulatore nelle cause di beatificazione per martirio deve dimostrare è che il soggetto è stato ucciso «in odium fidei». Ora, abbiamo visto che tutta la vita del Domenicano gira attorno alla virtù teologale della fede come verità divina conosciuta, indagata, approfondita, amata, praticata, vissuta, sperimentata, condivisa, spiegata, insegnata, predicata con la parola e con l’esempio, fino all’effusione del sangue, se Dio lo vuole.

La testimonianza domenicana, pertanto, è eminentemente simile a quella del divino Maestro, che è morto per «rendere testimonianza alla verità» (Gv 18,37). È nella linea dei grandi Santi testimoni della verità, uccisi perché avevano testimoniato il Verbo della verità, come San Giovanni Battista e Santo Stefano.

Indubbiamente tanti possono essere proclamasti martiri per testimonianze relative ad altre virtù, come Santa Maria Goretti per la castità o San Massimiliano Kolbe per l’amore del prossimo o San Giovanni Nepomuceno per il sigillo della Confessione o Santa Teresa Benedetta della Croce per non aver voluto tradire il suo Popolo.  In questo caso la testimonianza può essere ricondotta all’odium fidei. Ma nel caso del Domenicano, di norma, il motivo del martirio splende in tutta la sua luce e la sua purezza, perchè il martire ha dato la vita per la verità.

Voglio notare inoltre che quando lo spirito è fortemente avvinto a una sua concezione che ritiene importante, sia vera o sia falsa, non vi rinuncia neppure sotto la minaccia della morte. Ecco perchè, per quanto ciò possa sorprendere o apparire inopportuno, ho posto Giordano Bruno nel mio già citato libro Teologi in bianco e nero alla nota 3.

La vicenda di Giordano Bruno è la vicenda di uno spirito dalla forza straordinaria, che ben si comprende che a 15 anni abbia voluto farsi Domenicano. Ma poi che cosa gli è successo? Si è lasciato sedurre dalla superbia? Da una malsana coscienza della propria genialità? Ha frequentato cattive amicizie? Dispiace che sappiamo così poco degli anni decisivi della sua formazione di Religioso, ma pare che si sia dato a disordinate e pericolose letture senza il permesso del Superiore nella grande biblioteca del convento di Napoli. Forse ha avuto contatti con qualche cabalista o qualche mago.

È infatti in lui presente anche il tipico amore domenicano per lo studio indefesso dei grandi pensatori che ci gettano nell’infinito, ci aprono le porte dell’eroico furore, dell’assoluto come origine e fine delle cose, ci fanno spiccare il volo nel puro pensiero e nella totalità dell’essere. Bruno ha fatto sua, sia pure in modo deforme, la grande questione domenicana della verità e della predicazione della verità a costo della vita.

Siamo in un periodo effervescente ed esaltato, nel quale si diffondono in Europa dottrine dell’antichità pagana, che allettano con la prospettiva dell’autoaffermazione, del panteismo e della magia. Così Bruno divenne un fervente predicatore, non però del Vangelo ma di dottrine antropocentriche. Scambiò il Dio dei cieli col dio di questo mondo. È stato un martire del demonio. Tuttavia quanto danno ha fatto alla Chiesa quella pena del rogo! Bruno è diventato una bandiera della massoneria e dell’idealismo tedesco.

Fine Terza Parte (3/5)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 2 ottobre 2026

Ben si rappresenta la predicazione domenicana col simbolo della luce. Ecco allora la stella sul capo di San Domenico e il sole nel petto di San Tommaso. Nell’inno dedicato a San Domenico da secoli, il Santo Patriarca viene invocato col titolo di Lumen Ecclesiae, Doctor veritatis. Il buon predicatore domenicano deve saper unire, in certe circostanze che lo richiedono, l’umiltà a un’ira moderata animata dalla carità. La pratica della mitezza in ogni situazione non è conveniente. Cristo stesso ci dà l’esempio che bisogna saper alternare la mitezza alla giusta ira. Egli non è solo Agnello, ma anche Leone. Egli non è solo colui che cavalca un’asina (Mt 21,5), ma anche il Cavaliere dell’Apocalisse (19,11). 

La predicazione contro l’eresia è essenziale alla predicazione domenicana. Solo che oggi, dopo il Vaticano II, il paradigma del predicatore non è più l’inquisitore, ma il medico. Il paradigma dell’eretico non è più il criminale ma il malato.

Papa Onorio III, dopo i cenni favorevoli di Innocenzo III, che trovò l’idea di Domenico perfettamente conforme a quanto egli e il Concilio Lateranense volevano, approvò l’Ordine con la Bolla del 22 dicembre 1216. Ma in seguito ne scrisse altre che illustrano quanto il Papa gradisse il progetto di San Domenico e quanto si attendeva dai Domenicani. Do il testo della Bolla del 21 gennaio 1217, dove appare evidente la funzione terapeutica e pugnace della predicazione domenicana. È presente la lotta e la confutazione dell’eresia, ma il predicatore è presentato nella funzione del medico, animato da un’ardente carità, sotto l’immagine della mandragora, che allora era considerata un’erba medicinale.

La vicenda di Giordano Bruno è la vicenda di uno spirito dalla forza straordinaria, che ben si comprende che a 15 anni abbia voluto farsi Domenicano. … È infatti in lui presente anche il tipico amore domenicano per lo studio indefesso dei grandi pensatori che ci gettano nell’infinito, ci aprono le porte dell’eroico furore, dell’assoluto come origine e fine delle cose, ci fanno spiccare il volo nel puro pensiero e nella totalità dell’essere. Bruno ha fatto sua, sia pure in modo deforme, la grande questione domenicana della verità e della predicazione della verità a costo della vita.

Siamo in un periodo effervescente ed esaltato, nel quale si diffondono in Europa dottrine dell’antichità pagana, che allettano con la prospettiva dell’autoaffermazione, del panteismo e della magia. Così Bruno divenne un fervente predicatore, non però del Vangelo ma di dottrine antropocentriche. Scambiò il Dio dei cieli col dio di questo mondo. È stato un martire del demonio. Tuttavia quanto danno ha fatto alla Chiesa quella pena del rogo! Bruno è diventato una bandiera della massoneria e dell’idealismo tedesco.



Immagini da Internet:
- San Tommaso d'Aquino, Musei Civici di Como, Palazzo Volpi
- Giordano Bruno, Ettore Ferrari, Roma 
 
 

[1] Il Maritain era sulla stessa linea. Egli, come è noto, non volle mai entrare ufficialmente a far parte della Famiglia domenicana, neppure nel Laicato domenicano. Tuttavia, grazie alla ottima formazione teologica ricevuta da dotti Domenicani, e grazie alla sua zelante iniziativa, il Maritain fu domenicano nello spirito, se non giuridicamente. Per questo ne ho parlato nel mio libro Teologi in bianco e nero. Il contributo della scuola domenicana alla storia della teologia, Edizioni Piemme, Asti 2000.

[2] Edizioni Borla, Roma 1994.

[3] Vedi Humbert Vicaire, Storia di San Domenico, Edizioni Paoline, Alba 1960, p.332.

[4] È strana questa assimilazione della predicazione episcopale alla profezia. Si sarebbe dovuto dire: ufficio apostolico. 

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