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San Tommaso ci parla del male - Prima Parte (1/3)

 

San Tommaso ci parla del male

 

Prima Parte (1/3)

 

Ho pensato di rendere un utile servizio ai Lettori pubblicare una mia introduzione ad un Trattato di San Tommaso sul tema del male.

Il Lettore, che avrà la possibilità di leggere il testo dell’Aquinate, ne potrà trarre grande frutto spirituale.

Io qui mi limito a presentare la mia introduzione, che in qualche modo riassume i temi trattati da San Tommaso.

La traduzione in italiano è opera di P. Roberto Coggi, che è stato mio docente in teologia nello Studio Domenicano di Bologna.

 

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 28 Febbraio 2026 

***

 https://www.edizionistudiodomenicano.it/prodotto/le-questioni-disputate-7/ 

Le Questioni Disputate di Tommaso d’Aquino, ESD, 2002Fine modulo

Il volume 6 corrisponde alle Questioni Disputate De malo 1-6.

Gli argomenti trattati sono:
1 – il male in generale
2 – i peccati
3 – la causa del peccato
4 – il peccato originale
5 – la pena del peccato originale
6 – la scelta umana.

Introduzione di Giovanni Cavalcoli.

Testo latino critico dell’Edizione Leonina.
Traduzione italiana a fronte di Roberto Coggi.

 ***

INTRODUZIONE

 PRIMA PARTE

 Annotazioni sul trattato tomistico 

Una questione sempre attuale

Il problema del male, della sua essenza, delle sue forme e dei suoi rimedi, è un problema di sempre, di tutti i giorni, di tutte le civiltà e di tutti i tempi. Vi potranno essere pareri diversi nello stabilire che cosa è male e che cosa non lo è, si potrà giudicare il male una sempli­ce apparenza, un errore di giudizio, si potranno avere nei suoi con­fronti i più diversi atteggiamenti, ma il problema del male, in se stes­so, è universale e ineludibile. Esiste così una nozione spontanea e universale del male, ma si danno anche concezioni errate e a volte anche fascinosamente seducenti, benché false. Chiarire che cosa è il male è una questione vitale, che interessa tutti, e ancor più importan­te è interrogarsi se esiste il modo per eliminare il male, benché alcuni vi si rassegnino, lo giudichino inevitabile o addirittura logico e necessario. Ma nessuno vuole il male come tale: anche il malvagio, anche chi ha intenzioni cattive, non fa che considerare soggettiva­mente bene ciò che è oggettivamente male; anche in ciò che è male si attacca a un aspetto positivo, magari solo accidentale o apparente.

La questione del male impegna seriamente l’intelligenza umana e la obbliga a sottili indagini metafisiche: chi non giunge a questo livello ha del male una nozione superficiale e insufficiente, che lo renderà particolarmente indifeso di fronte alle sue forme più sottili e perico­lose. Non è tempo sprecato, per chi può o deve, dedicarsi a quelle indagini metafisiche: ciò farà bene a lui e anche a coloro ai quali potrà comunicare il risultato di tali indagini. Purtroppo il pensiero filosofico moderno ci dice poco sulla nozione profonda, metafisica del male; e ciò si spiega bene con l’antipatia che i moderni provano per le indagini metafisiche. Su questo punto abbiamo delle analisi più profonde negli antichi, analisi che pertanto, data la perennità delle nozioni metafisiche, sono utili anche oggi. I moderni, in compenso, esperti nelle scienze empiriche e positive, ci danno un’infinità di in­formazioni sulle forme concrete ciel male, che peraltro sembrano aumentare col passare del tempo: si pensi solo alla patologia medica, ai mali della società, ai mali della politica, dell’economia, della cul­tura, dell’arte, della letteratura, dello sport...

Le religioni ci sono di grande aiuto nel chiarire che cosa è il male e come eliminarlo, e questo discorso vale in particolare per il cristiane­simo. La religione sa che il male l’uomo non può eliminarlo da solo, ma soltanto con l’intervento della divinità: da qui il culto religioso, teso a offrire alla divinità qualcosa - il sacrificio -, perché essa sia benevola verso l’uomo e gli conceda la liberazione dal male. Il cri­stianesimo rientra in questo schema: chi offre il sacrificio a Dio è Cristo, il quale, però - e ciò differenzia il cristianesimo dalle altre religioni - è al contempo la vittima del sacrificio offerto a Dio Padre per la salvezza dell’uomo.

S. Tommaso non ci ha lasciato una trattazione completa sul problema del male, che egli affronta da acuto metafisico e teologo, quale egli è. La “quaestio disputata” che ci accingiamo a presentare è indubbia­mente ampia, ma, come vedremo, non presenta affatto tutta la dottrina tomistica sul male, ed è di impostazione più metafisica che teologica: ci presenta, sull’argomento, più quanto ci dice la ragione che quanto ci dice la fede cristiana. Ho ritenuto allora opportuno, più avanti, pre­sentare brevemente i punti dottrinali che restano esclusi dalla tratta­zione perché il lettore possa avere, anche se succintamente, una visione completa - con i dovuti rimandi - della dottrina tomistica su questo tema complesso e difficile, ma estremamente importante per la nostra vita. Sbagliare sul tema del male è veramente ... un male.

 

Struttura, occasione, data e luogo della trattazione

S. Tommaso è uno spirito sistematico e molto ordinato. Ma non si può dire che la questione che andiamo presentando abbia pienamente questi caratteri di sistematicità. Per questo alcuni critici hanno pensa­to che l’Aquinate non l’abbia composta “a tavolino”, come se doves­se preparare un corso scolastico ufficiale; quest’opera probabilmente sarebbe invece da annoverarsi nel genere delle cosiddette “quaestio­nes quodlibetales” - delle quali abbiamo una formale raccolta -, le quali, come insinua la parola, erano questioni che venivano poste al docente dagli studenti o dalle circostanze - questioni di attualità -, e che davano all’ insegnante la possibilità di dar prova della sua pre­parazione e del suo aggiornamento culturale e della sua sensibilità per i problemi del proprio tempo.

Così, per esempio, la questione 6 tratta del libero arbitrio, tema che potrebbe sembrare addirittura estraneo all’argomento, benché Tommaso insegni come il libero arbitrio sia quella facoltà che rende possibile alla creatura razionale di compiere il male. Comunque alcu­ni pensano che questa questione sia stata successivamente inserita fra le altre dagli editori per il nesso che poteva avere col problema del male, mentre altri fanno riferimento all’intervento del vescovo di Pa­rigi del 1270, in cui egli condannò una tesi che negava il libero arbi­trio. Essi ritengono possibile che Tommaso abbia elaborato la que­stione in occasione di quell’intervento.

In un prossimo paragrafo presenterò i punti principali trattati da Tommaso non secondo l’ordine materiale del testo, ma secondo quel­lo che mi pare poter essere un ordine sistematico. La trattazione comunque di fatto comprende sedici questioni, delle quali la prima tratta del male in generale. L’articolo 5 di questa questione distingue il male della pena - il dolore, la sofferenza - dal male della colpa ­- il peccato. Ma nel seguito della trattazione Tommaso trascura il male della pena e parla solo del peccato: il peccato in generale (q. 2), la causa del peccato (q. 3), il peccato originale (q. 4) e la sua punizione (q. 5), il peccato veniale e il peccato mortale (q. 7, a. 1). Ma poi per il resto della questione 7 tratta solo del peccato veniale. Nelle questioni dall’ottava alla quindicesima tratta dei vizi capitali senza spiegare prima che nesso ci sia tra il peccato e il vizio, cosa che invece fa nella Somma Teologica (I-Il, q. 71).

Anche per quanto riguarda l’ultima questione, la sedicesima, si pone un problema analogo a quello della sesta: infatti Tommaso tratta dei demoni, che evidentemente esulava­no dal tema del male come tale. Tuttavia, dato che, come spiega Tommaso nella Somma Teologica (I, q. 63 e I-II, q. 80), il peccato del­l’angelo costituisce l’origine prima del male, anche questa questione, sotto questo punto di vista, può avere attinenza con la questione del male. Il demonio tenta l’uomo al male dal di fuori: è un incentivo esterno. Ma per Tommaso esistono anche incentivi interni, quelli che, nell’insieme, chiama “fomes peccati” o “concupiscentia”. Di questi Tommaso tratta nella q. 3, e anche nella Somma Teologica: a) ignoran­za (I-II, q. 76); b) fragilità (I-II, q. 77); c) malizia (I-II, q. 78).

Per quanto riguarda la data della composizione, vi è incertezza fra gli studiosi: il periodo più probabile va dal 1266 al 1272. E siccome in questo periodo Tommaso da Parigi torna in Italia, non si sa con certezza neppure dove l’opera sia stata composta. Più probabilmente, pensa il Weisheipl[1], a Roma nel corso dell’anno accademico 1266-67.

L’ultima questione, all’a. 5, sembra dimostrare che Tommaso si tro­vasse in Italia, poiché fa riferimento, come a cosa del passato, a una certa opinione già scartata dai maestri “tunc Parisiis legentibus”[2].

 

Filosofia o teologia?

Come ho già accennato all’inizio, questo trattato tomistico stabilisce le sue conclusioni più su fondamenti filosofici che sui dati della rivelazio­ne cristiana. La presenza però di questi dati ci fa comprendere che Tommaso non intende fare un’opera di filosofia, ma piuttosto di teolo­gia. Con tutto ciò, restano fuori da questo trattato nozioni importanti relative al male, che vengono fornite dalla fede cristiana, quali la con­cezione della sofferenza in Cristo come espiazione dei peccati e via per giungere alla vita eterna (cf. S. Th., III, qq. 46-50), la pena dell’inferno (Suppl., qq. 97-99) e del purgatorio (se si esclude la q. 7, a. 11; cf. la fine del Suppl.), le sofferenze che precederanno la fine del mondo (Suppl., qq. 73-74) e i mezzi penali che hanno lo scopo della liberazio­ne dal male come la contrizione (S. Th., Suppl., qq. 1-5), la virtù della penitenza (S. Th., III, q. 85), il sacramento della penitenza (Suppl., qq. 6-11) e la soddisfazione sacramentale (S. Th.; Suppl., qq. 12-14).

Ma anche dal punto di vista filosofico la concezione cristiana del male ha dato contributi importanti - e Tommaso non manca di tenerne conto in questo trattato – come l’idea che il male non è una sostanza, ma - come insegna S. Agostino - è un “non-essere” (q. l, a. l), è “priva­tio boni” (q. I, a. 2); che ogni ente per sé è buono (S. Th., I, q. 5, a. l), per cui non esistono enti o sostanze per sé malvagi. Il male esiste, ma come privazione di un bene dovuto o necessario; ogni cosa, ogni realtà per sé è bene e buona e come tale causata e creata da Dio sommo bene (S. Th., Iq. 6, a. 2), il quale pertanto non può essere causa del male (q. 3, a. 1).

Principio primo del male, come abbiamo già accennato, è la volontà libera dell’angelo decaduto, il demonio, che ha a sua volta spinto al male l’uomo e quindi l’intera umanità (peccato originale). Non c’è nulla di buono che non sia da Dio, diret­tamente o indirettamente, perché Dio è creatore di tutte le cose (S. Th., I, qq. 44-45). Non esiste quindi un principio assoluto del male, un “dio del male”, origine di ogni male (S. Th., I, q. 49, a. 3). Il che vuol dire che non può esistere un male assoluto e infinito, come esiste un bene assoluto e infinito: il male è causato dal bene (S. Th., I, q. 49, a. l) ed esiste solo nel bene: il bene è il soggetto del male (q. l, a. 2).

Il male non corrompe totalmente il suo soggetto (S. Th., I, q. 48, a. 4); se dovesse farlo, scomparirebbe come male, per­ché non avrebbe più il soggetto nel quale sussistere. Infatti il male non sussiste per conto proprio, come il bene, ma esiste solo nel bene, pri­vandolo di qualcosa che gli occorre per la sua perfezione. Il bene, quindi, può esistere senza il male - il bene perfetto -; ma il male non può esistere senza il bene. Il male è per sé accidentale, non sostanziale. Non esiste un male “perfetto” come può invece esistere un bene per­fetto, perché la perfezione richiede una quantità determinata di com­ponenti o di ingredienti; mentre perché esista il male, basta una carenza qualunque, senza una precisa quantità. Da qui il motto scola­stico: “bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu”.

È evidente che qui siamo di fronte a una visione sostanzialmente otti­mistica delle cose, che però non ignora la gravità e la potenza del male, che si rivela soprattutto nel peccato e nella morte, e nella potenza di Satana. Alcuni hanno visto nella concezione del male come “non-essere” o come “privazione” un qualcosa di insufficiente a designare la “realtà” del male.

Eppure Tommaso è giustamente fermo su questo punto capitale, poiché, considerando il male come essere o come realtà antologica, lo trasformeremmo automaticamente in bene: quindi sono proprio questi critici che finiscono col sottovalutare il male, trasformandolo addirittura in un bene. Minimizzano il male, come vedremo, coloro che lo considerano solo una ‘‘apparenza’’ o una ‘‘illusione’’, come i panteisti e i monisti, Ma non è certo questa la posizione dell’Aquinate: il male esiste e fa danni incalcolabili; ma fa danno proprio in forza di questo suo essere carenza, difetto, priva­zione, mancanza di un bene che dovrebbe esserci e non c’è.

 

Temi fondamentali

Come ho detto in precedenza, Tommaso in quest’opera non è piena­mente sistematico, perché probabilmente essa, più che essere il frutto di un piano precedentemente stabilito e organizzato, nasce soprattutto dalle circostanze o da istanze che di volta 1in volta gli si presentavano; e come Tommaso, in quanto docente o ricercatore, amava organizza­re logicamente i suoi trattati prima di esporli, così, da santo qual era, era sempre a disposizione di chiunque gli proponesse la trattazione di qualche argomento, o gli chiedesse la risposta a qualche quesito, o lo stimolasse a intervenire per diffondere e difendere la verità.

Volendo dunque proporre una successione logica degli argomenti di questo trattato, credo che potrebbe essere così sintetizzata.

 

Troviamo innanzitutto tre parti:

A. l’essenza del male;

B. le cause del male;

C. gli incentivi al male.

 

La prima parte tocca seguenti punti:

1. Nozione metafisica del male: q. I, aa. 1-3. Passi paralleli: I Sent., d. 46, q. 3; II Sent., d. 34, qq. 1-2; S. Th., I, q. 48, aa. 1-4; Contra Gentes, III, capp. 4-15; Comp, di Teol., c. 115.   

2. Male della pena - che possiamo chiamare anche male passivo, pati­to, subìto -: dolore (dolor) e tristezza (tristitia): il primo è la sofferenza fisica: la seconda è la sofferenza psicospirituale, detta anche “morale” (S. Th., I-II, qq. 35-38; 87). Sotto la categoria di tristitia potremmo collocare altre forme di sofferenza studiate a fondo dai moderni, quali: la paura, l’ira, il rimorso, la noia, l’angoscia, la disperazione e simili. Male della colpa - che possiamo chiamare anche male attivo, fatto, compiuto - il peccato (S. Th., I-II, qq. 71-74; 24; 34; 39). Male della pena e male della colpa sono trattati nella q. 1, aa. 4-5. .

3. Peccato veniale e peccato mortale: q. 2, a. 8; q. 7, a. I. Passi paral­leli: S. Th., I-II, qq. 88-89.

 

La seconda parte tratta seguenti temi:

1. Dio non è causa del male: q. 3, aa. 1-2. Passi paralleli: S. Th., I, q. 19, a. 9; q. 22, a. 2, ad 2; q. 23, a. 3; q. 49, a. 2; q. 104, a. 3; I-II, q. 79; I Sent., d. 40, q. 4; Contra Gentes, III, c. 162; Comp. di Teol., cc. 141-142.

2. L’origine prima del male è il peccato dell’angelo: q. 3, aa. 3-5. Passi parall.: S. Th., I, qq. 63-66. 

3. La condizione dell’esistenza del male nell’uomo: ti libero arbitrio: q.6. Passi paralleli: De Ver., q. 22, a. 6; q. 15; q. 24; S. Th., I, q. 83; I-II, q. 13, a. 6.

4. La causa propria del peccato: la volontà: q. 2, aa. 1-3. Passi paralleli: S. Th., I-II, q. 74, aa. 1-2; q. 75, a. 2; q. 78.

5. L’origine prima umana del male: il peccato originale: q. 4. Passi paralleli: S. Th., I-II, qq. 81-83.

 

La terza parte tratta degli incentivi al peccato.

Gli incentivi al peccato possono essere attuali o abituali. Quelli attuali possono essere interni o esterni. 1 principali incentivi interni li abbiano già visti: l’ignoranza, la fragilità e la malizia. Gli incentivi esterni sono di due tipi: la tentazione diabolica e le seduzioni del mondo.

Il primo argomento è trattato nella q. 16, ma in modo piuttosto indiretto. In que­sta questione Tommaso si sofferma piuttosto a parlare del peccato del­l’angelo e dei poteri e delle attività del demonio. Il tema è invece tratta­to espressamente nella S. Th.: I, q. 114 e I-II, q. 80. Tommaso invece in questa questione non tratta del secondo tema; ne parla invece nella S. Th., II-II, q. 43 (“de scandalo”).

Quanto agli incentivi abituali, essi sono costituiti dai vizi, e per questo Tommaso, nelle qq. 8-15 parla dei vizi capitali: la vanagloria, l’invidia, l’accidia, l’ira, l’avarizia, la gola, la lussuria. l passi paralleli sono facilmente reperibili nella Somma Teologica, che aggiunge a questi anche altri vizi, benché attorno ai vizi capitali si raccolgano tutti gli altri, e per questo appun­to sono detti “capitali”. Rinunciamo a presentare una giustificazione sistematica di tale loro primato - anche se sarebbe interessante - per­ché ci porterebbe troppo lontano, e questa Presentazione, invece di essere un’Introduzione, diventerebbe un altro trattato.

 

Integrazioni al trattato 

Come ho già detto, questo trattato tomistico non espone tutta la dot­trina di Tommaso sull’ampio e complesso problema del male. Per chi volesse avere, almeno indicativamente o sinteticamente, una veduta di insieme del pensiero dell’Aquinate sull’argomento, ho pensato di presentare allora qui brevemente gli elementi mancanti, che ovvia­mente non possono essere che dei semplici rimandi. Tirando le fila di quanto ho già parzialmente detto, possiamo così sintetizzare gli ele­menti mancanti:

Il male passivo. Nel male passivo il soggetto subisce l’azione di un agente contrario all’inclinazione o alla volontà del soggetto. Questa azione può avere un fondamento o nelle forze della natura o nelle disposizioni del diritto. Nel primo caso abbiamo la pena che si potrebbe chiamare “disintegrativa”, in quanto il male è causato da agenti interni o esterni al soggetto, che tendono a disgregarlo e, al limite, a distruggerlo. Se il male colpisce un soggetto inorganico, abbiamo la corruzione. Di questa Tommaso tratta nel commento all’opera aristotelica De generatione et corruptione. Se il soggetto è un vivente, il male consiste nella malattia e, al limite, nella morte. Della morte Tommaso parla soprattutto nei seguenti luoghi: q. 5, a. 5; S. Th., I, q. 97, a. I; I-II, q. 85, a. 6; II-II, q. 164, a. 1III, q. 5O.

A proposito della morte, Tommaso distingue la morte dei viventi infraumani (animali e piante) e la morte dell’uomo. A giudizio del­l’Aquinate, la prima morte non solo è del tutto naturale, ma, conside­rata in rapporto all’ordine dell’universo, è addirittura un bene in forza della “legge di natura” “mors tua, vita mea”. Ci si potrebbe chiedere, al riguardo, se qui la visuale di Tommaso non sia un po’ troppo terrena e non tenga sufficientemente conto delle pro­fezie di Isaia (cf. 11, 6 e 65, 25) e di Paolo (cf. Ef, 1, 10 e Rm 8, 22) concernenti l’immortalità del mondo escatologico, anche se ovvia­mente nella vita presente non possiamo immaginare come saranno le due forme di vita.

Per quanto invece riguarda la morte dell’uomo, Tommaso ritiene che essa per un verso sia naturale e per un altro contro natura. È naturale in rapporto ai componenti chimici del corpo umano: essi, di per sé, non sono fatti per comporre un tutto, ma anzi vi è in essi una tenden­za a respingersi reciprocamente. In rapporto invece all’anima, per sua natura immortale, si deve dire che l’anima desidera naturalmente che il composto (di anima e corpo) non muoia; per questo, se la dissolu­zione della materia corporale, secondo il precedente punto di vista, è naturale e quindi non è un male, l’uomo sente naturalmente la pro­spettiva della morte come qualcosa contro natura, e anzi come sommo male (di pena). Per questo l’uomo normale prova nei con­fronti della morte un’istintiva, radicale e incoercibile ripugnanza, che può essere certo attenuata dalla speranza cristiana, ma non del tutto estinta, come dimostra l’esempio stesso di Cristo.

Per quanto riguarda il dolore (cf. i rimandi già fatti[3]), Tommaso lo vede come una passione, e quindi un moto dell’animo che suppone la percezione del male. II dolore, quindi, si trova solo nei viventi cono­scenti (animali e uomo). La causa del dolore è un fattore fisico. Invece la tristezza è esclusiva dell’uomo, perché suppone la percezio­ne di un male intelligibile e di una causa psicospirituale del male (cf. anche qui i rimandi già fatti[4]).

La pena che ha fondamento nel diritto è la punizione o castigo, con­seguenza del peccato o del delitto[5]. Essa può riguardare o la vita pre­sente o la vita dell’oltretomba. Nella vita presente vi sono le pene afflittive, che vengono o dalla sfortuna o dagli uomini o che ci procu­riamo da soli con le nostre cattive azioni. Di queste Tommaso parla occasionalmente o di proposito in molti luoghi delle sue opere, che non è possibile qui citare. Oppure vi sono anche le pene giudiziarie, fondate sul codice di diritto penale, destinate a punire i malfattori. Anche di queste pene vi sono accenni sparsi nelle opere dell’Aquinate. Per quanto poi riguarda le pene della vita futura, esse possono essere o l’inferno (Suppl., q. 69, a. 2) o il purgatorio (IV Sent., d. 21, q. I, a. l, q.la 1).

Una materia strettamente legata a quella del male è evidentemente quella dei rimedi al male, anche se si tratta di un tema diverso e non strettamente attinente. Ma ha senso parlare del male senza parlare dei rimedi? Dopotutto, che cosa è il male lo sappiamo già da soli e per inevitabile e frequente esperienza personale, si tratti del male della pena o del male della colpa. Quello che invece c’interessa soprattutto, in questo argomento, e che più ardentemente desideriamo conoscere, sono i rimedi al male. Ovviamente Tommaso, da metafisico, moralista e teologo, anche per quanto riguarda i rimedi al male, si mantiene solo sul piano dei principi, senza scendere nei dettagli, che sono infiniti, e che sono l’oggetto delle varie scienze pratiche dedite alla cura dei diversi mali, dalla medicina, alla morale, alle scienze dell’educazione, della pastorale, della guida delle anime, alle scienze psichiatriche.

Se il cristianesimo getta una potente luce sull’essenza del male, sulla natura delle sue forme principali e delle sue cause profonde, soprat­tutto in rapporto a Dio, senza per questo eliminare il mistero, che tocca la libertà della creatura e la libertà di Dio (e già con questo la sapienza cristiana rende un preziosissimo servizio all’uomo, dato che già la sola conoscenza della verità su questa oscura materia ci è di consolazione, e comunque è indispensabile per affrontare il problema della cura o della liberazione), tuttavia di ben maggior e decisivo conforto per l’uomo oppresso da tanti mali e consapevole della sua impotenza è la conoscenza che Cristo ci dà dei mezzi - e sono nume­rosi e potenti - per sopportare prima e per vincere poi per sempre ogni forma di male e giungere così a una vita eterna e beata per sem­pre libera da ogni forma di male di pena o di colpa, nostra o altrui.

Ed è nel trattare questa sublime e non facile materia che Tommaso mostra il meglio della sua sapienza e, vorrei dire, anche della sua santità: perché che cosa è in fondo la santità cristiana se non la profonda e sperimentata conoscenza e pratica di quei mezzi sopran­naturali che Cristo ci offre per vincere ogni male, e soprattutto quello del peccato e della morte?

Il discorso allora qui si farebbe amplissimo, ma basterà, in questa Introduzione, elencare succintamente una serie di temi con le loro referenze tomistiche, per dare al lettore che lo desideri la possibilità di allargare lo sguardo anche a questi temi luminosi che dissipano le tenebre del male, a questi argomenti amabili e consolanti che ci danno la forza di combattere e vincere ogni male.

 

E i temi sono questi: i rimedi al male secondo la dottrina cristiana spiegata da Tommaso:

 

1.    l’istruzione: la prima cosa da fare è sapere che cosa è il male e come lo si vince (De Ver., q. 21);

2.    la correzione (S. Th., II-II, q. 33);

3.    il culto divino (S. Th., II-II, qq. 81 -91);

4.    la contrizione (Suppl., qq. 1-5);

5.    la virtù della penitenza (S. Th., III, q. 85);

6.    la giustificazione (De Ver., q. 28);

7.    il sacramento della penitenza (S. Th., III, qq. 84-90);

8.    la soddisfazione (Suppl., qq. 12-l5);

9.    la redenzione (S. Th., III, q. 48);

10.  la S. Messa (S. Th., III, a. 83);

11.  la risurrezione di Cristo (S. Th., III, q. 53);

12.  i sacramenti (S. Th., IIIa parte);

13.  la parusia di Cristo (Suppl., qq. 88-90);

14.  la risurrezione dei morti (Suppl., qq. 76-87).

Fine Prima Parte (1/3)

P. Giovanni Cavalcoli 

Fontanellato, 28 Febbraio 2026

 

Il problema del male, della sua essenza, delle sue forme e dei suoi rimedi, è un problema di sempre, di tutti i giorni, di tutte le civiltà e di tutti i tempi.

 


Immagine da Internet:
- "Tommaso d'Aquino", miniatura tratta dal manoscritto "Summa theologiae", inizio del XIV secolo, Bibliothèque municipale, Troyes.
 
 
 
 
 

[1] J. A. WEISIIEIPL, Tommaso d'Aquino - Vita, pensiero, opere, Ed. Jaka Book, Milano 1987, pp. 216, 259, 362.

[2] Il testo critico della quaestio si trova nell'Edizione Leonina curata dai PP. Domenicani, t. 23. Tale testo è stato preparato da P.-M. Gils, mentre L.-J. Bataillon tratta dell'autenticità e della data di composizione. Un testo critico si può trovare anche nell'Edizione Marietti (Torino-Roma 1965) delle Quaestiones Disputatae, vol. II, a cura di P. Bazzi, M. Pession e A. Guarienti. Cf. inoltre: P. Mandonnet, Chronologie. Questions disputées de saint Thomas d'Aquin, in "Revue Tho­miste", 23 (1928), pp. 267 ss.; O. Lottin, La date de la question disputée "De Malo" de saint Thomas d'Aquin, in "Revue néo-scolastique", 34 (1932), pp. 353-372. Esistono, inoltre, edizioni recenti del De malo, con ampie introduzio­ni: Saint Thpmas D'Aquin, Questions disputée sur le Mal, a cura di L. Elders, Nouvelles Editions Latines, Paris 1992; Tommaso D'Aquino, Il male e la libertà (dalle questioni disputate sul male), a cura di U. Galeazzi, B.U.R., Milano 1996. Nell'introduzione il Galeazzi difende persuasivamente il pensiero di Tommaso contro le critiche mosse da A. Poma in Dall'antologia all’etica: Leibniz contro Eckhart, in AA. Vv., Philosophie de la religion entre étique et antologie, CEDAM, Padova 1996, e da D. Sacchi, in Libertà del volere o libertà della persona?, in La libertà del bene, a cura di C. Vigna, Ed. Vita e Pensiero, Milano 1998. Cf. inoltre: Tommaso D'Aquino, I vizi capitali, a cura di U. Galeazzi, B.U.R., Mi­lano 1996; ID., Il Male, con testo latino a fronte, a cura di F. Fiorentino, Ed. Ru­sconi, Milano 1999.

[3] Cf. S. Th., I-II, qq. 35-39.

[4] Ibid.

[5] Cf. q. 7, a. 10; S. Th., I-Il, q. 87; Contra Gentes, III, c. 140; II Sent., d. 32, q. I, a.l.

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