Trump e Papa Leone
Le due anime dell’America
Illi qui iusta bella gerunt, pacem intendunt
San Tommaso, Sum. Theol., II-II, q.40, a.1,3m
Un incontro estremamente importante
Questo confronto fra due americani che dominano la scena del mondo è interessantissimo. È il segno del prestigio che gli Stati Uniti sono riusciti a conquistarsi come Nazione emergente in tutta l’umanità con una relazione con le Nazioni Unite, le quali hanno gli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza e lo Stato della Città del Vaticano come osservatore.
Dal confronto tra questi due uomini, nell’orizzonte politico delle Nazioni Unite e nel rispetto delle sue istituzioni, collaborando con esse ed aiutandole nel loro compito di custode del bene della comunità internazionale, dipende la pace nel mondo. Non esiste nel mondo una potenza che possa competere in universalismo culturale, morale e politico con gli Stati Uniti e la Chiesa, una potenza che tanto influsso e autorevolezza abbia sull’umanità quanto gli Stati Uniti e la Chiesa cattolica.
Non c’è potenza politica mondiale che sia tanto vicina alla Chiesa quanto gli Stati Uniti, che fanno professione di fede in Dio nella loro stessa Costituzione, mentre l’Unione Europea, abbandonando il cristianesimo, si è vergognosamente rifiutata di accogliere l’invito di San Giovanni Paolo II a citare nella Costituzione le radici cristiane dell’Europa.
Con tale stolta decisione, l’UE ha mostrato una grettezza di mente, che l’ha fatta decadere dal perseguimento dell’alto ideale che si erano prefissati De Gasperi, Adenauer e Schuman nel porre le basi giuridiche della costruzione dell’unità politica dell’Europa.
In tal modo oggi l’UE mostra di essere guidata dal razionalismo cartesiano tipico della massoneria, incapace di apprezzare il polmone destro dell’Europa, cosicchè l’UE si trova adesso impantanata nella guerra esasperante con la Russia a causa dell’Ucraina, che sta durando da cinque anni. Ma non c’è dubbio che anche la Russia di Putin, Cirillo e Dugin[1], col loro fanatico insistere sulla Terza Roma, mostrano di essere eredi dell’imperialismo sovietico, e mostrano al mondo un volto sfigurato della santa Russia.
L’ecumenismo promosso dal Concilio fra cattolici ed ortodossi è ancora purtroppo lettera morta in Ucraina, sicchè NATO e Russia ne approfittano per contendersi il dominio sull’Ucraina. L’Ucraina invece avrebbe le carte in regola per costituire il laboratorio privilegiato di dialogo cattolico-ortodosso e con ciò stesso per costituire, anziché il pomo della discordia, il Paese mediatore fra Europa Occidentale ed Europa Orientale, per la formazione della vera Europa, che va dal Portogallo fino agli Urali.
Quanto agli Stati Uniti, essi, a giudizio di Maritain[2], sono il Paese che fra tutti meglio si presta alla realizzazione di quella nuova cristianità, che egli delineò in Humanisme intégral, e che ritroviamo delineata nella Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II.
Le grandi potenze politiche che si trovano oggi ad operare sulla scena internazionale sono, oltre agli Stati Uniti, la Russia[3], la Cina[4], l’India, il sionismo internazionale, che si esprime nello Stato d’Israele[5] e nella grande finanza ebraica, la massoneria, che è alla guida dell’UE, il mondo islamico, diviso fra il sunnismo ragionevole egiziano e lo sciismo fanatico iranico, mentre le forze spirituali cristiane sparse nel mondo, cioè quelle cattoliche, normali, moderniste e passatiste, nonché quelle protestanti, anglicane ed ortodosse, influenzano in vari modi e misure lo scenario politico sia occidentale che orientale, ad esclusione del mondo islamico, dell’India e della Cina, che sono mondi in competizione col cristianesimo, nella convinzione o di esserne superiori (lo gnosticismo indiano, l’ebraismo, la massoneria e l’islamismo) o addirittura di condurlo all’estinzione (comunismo)[6].
Nelle altre potenze, compresi gli Stati Uniti, affiora il sospetto per non dire la certezza che in vari modi, palesi o sottintesi, nel fondo del loro atteggiamento nei confronti della comunità internazionale ci sia una volontà o desiderio di dominio sul mondo, considerata la parzialità della loro proposta e l’incapacità di essere veramente universale e attenta al vero e pieno bene comune.
Notiamo invece che l’Organizzazione delle Nazioni Unite è l’unica istituzione internazionale legittimamente abilitata a dirigere la comunità internazionale nel perseguimento del bene della medesima comunità, anche se purtroppo non dispone di adeguate forze d’ordine per far rispettare le risoluzioni prese dal Consiglio di Sicurezza.
Gli Stati Uniti sono la potenza politica
che offre la maggiore affidabilità
L’esempio di ordinamento politico che offrono gli Stati Uniti al mondo è quello di un regime democratico sorto in forza di un patto sociale, esemplarmente funzionante, di eccezionale stabilità, essendo tuttora in efficienza a partire dalla famosa dichiarazione di indipendenza dall’Inghilterra nel 1776. Nessuno Stato democratico al mondo può vantare da quella data una serie così numerosa di presidenti democraticamente eletti e un succedersi così regolare, sempre su base costituzionale, di eventi politici.
Il popolo americano ha una origine del tutto unica, molto interessante e molto apprezzabile. Esso non risulta da una base naturale etnica unitaria nata e residente in dato territorio, ma trae origine da una decisione della volontà, da un desiderio di felicità e da un bisogno di libertà, che a sua volta ha avviato un fenomeno migratorio di genti risultanti da coloni inglesi e da altre genti successivamente aggiuntesi, attirate dal programma di convivenza civile ideato da questi coloni al fine di organizzare nel nuovo territorio di residenza una nuova società, indipendente da quella inglese, dalla quale avevano patito ingiustizia, e basata su princìpi di libertà, fraternità ed uguaglianza e di rispetto dei diritti universali dell’uomo, anche se esiste un nucleo originario inglese, che però successivamente si è arricchito con l’apporto di altri gruppi etnici provenienti dall’Europa e successivamente da ogni parte del mondo, desiderosi di condividere il programma di vita americano, nel rispetto delle leggi che si era dato, constatando i buoni risultati della messa in pratica del suo programma di convivenza umana e civile.
Ci sono alcune cose interessanti di questa iniziativa collettiva e concorde di fondare una nuova società in una nuova organizzazione statale. Quella che appare anzitutto, sorprendente nel mondo di oggi così pervaso dall’ateismo o dall’agnosticismo, fu la volontà di tutti di fondare una società politica e statale, la cui costituzione dichiarasse pubblicamente la propria fiducia in Dio - in God we trust -.
In secondo luogo è da notare l’impostazione pluralistica e liberalistica della nuova organizzazione statale, senza favorire l’individualismo e l’anarchia: non un unico Stato ma una federazione di Stati sotto un’unica direzione federale; non una religione di Stato ma la libertà religiosa, con l’obbligo di tutti di rispettare la religione naturale; non il primato del bene comune sulla persona, ma il primato della persona sul bene comune.
Questo sistema politico rispetta la concezione aristotelica basata sul principio di analogia: e pluribus unum, come leggiamo nello stesso stemma degli Stati Uniti. Mentre univocità dell’essere conduce al monismo, all’assolutismo e al totalitarismo, il sistema basato sul concetto analogico dell’essere unisce l’uno con i molti, assicura l’unità di bene privato e bene pubblico, e quindi garantisce la giustizia sociale nella libertà dei singoli, unisce la gerarchia con la parità, l’opinione al sapere, la libera scelta con l’obbligo morale, la coercizione con la persuasione, la dolcezza con la forza, la misericordia con la giustizia.
Questo sistema, come già indicò Aristotele, unisce la monarchia, (l’unità), con l’aristocrazia (il merito, la virtù, la pluralità) e con la democrazia (l’uguaglianza, la libertà, la totalità). Per il rispetto di questi ideali la Costituzione americana deve considerarsi un modello per tutti quegli Stati che vogliono vivere a lungo, nella giustizia, nella libertà e nella pace. E la cosa da notare è che questa stabilità non dipende da nessun conservatorismo, perché, al contrario, la società americana è estremamente dinamica e sempre in movimento, sempre alla ricerca del progresso, del rinnovamento, del miglioramento.
Nel contempo la famosa dichiarazione dei diritti dell’uomo è un punto fermo e fà da coagulante sacro, indiscutibile e irrinunciabile per l’intera società. Spontanea nel cittadino americano è la percezione dei valori pratici di fondo essenziali, che non devono e non possono mutare, senza che vengano meno le basi della civile convivenza.
Tutti d’altra parte conosciamo i difetti della società americana: la ricerca del successo personale e del possesso personale delle ricchezze, trascurando le necessità dei poveri, la diffusa licenziosità sessuale, le armi da fuoco nelle mani di privati, la debolezza dell’assistenza pubblica e dell’istituto familiare, un eccessivo attaccamento alle scienze sperimentali e scarsa attitudine alla sapienza metafisica, la libertà a prescindere dalla verità.
È chiaro d’altra parte che gli Stati Uniti, appoggiati dall’ONU ed appoggiando l’ONU, hanno la possibilità od opportunità di avvertire o fermare con la minaccia dell’uso della forza quelle potenze che volessero disturbare il bene comune della comunità internazionale, senza tralasciare nel contempo ogni sforzo diplomatico per trovare vie pacifiche alla soluzione delle controversie e dei problemi della giustizia.
Quali sono i termini della questione?
Il recente scontro verbale tra il Papa e Trump è estremamente significativo ed ha un valore storico. L’immediata reazione di sdegno di molti, anche non cattolici, contro Trump e l’appoggio dato alle parole del Papa non è solo comprensibile, ma anche giusta. Tuttavia occorre saper trovare l’aspetto di verità nelle parole di Trump, così come non possiamo non avere qualche perplessità circa qualcuna delle parole del Papa.
La questione che essi hanno toccato è molto seria e ci coinvolge tutti dal punto di vista della nostra stessa sopravvivenza fisica. Il Papa insiste nel condannare ogni guerra. È chiaro che egli con questo termine intende «odio reciproco» o «violenza omicida». Per forza allora bisogna condannare ogni guerra e non possiamo parlare di «guerra giusta», perché sarebbe come dire un peccato giusto.
Ma resta sempre il problema dell’uso giusto delle forze militari. A mio modesto avviso, il Papa dovrebbe toccare questo argomento, tanto importante e tanto discusso, perché è anche con il giusto impiego delle forze armate che si raggiunge la pace, quando le trattative si rivelano impossibili.
Una condanna indiscriminata delle operazioni militari scoraggia gli stessi militari dal compimento del loro dovere, demotiva la loro scelta e li fa quasi sentire in colpa[7]. Inoltre può avere l’effetto di dissuadere i giovani dal prestare il servizio militare o di demotivare le forze armate. L’antico motto romano Si vis pacem, para bellum, per quanto possa apparire paradossale ha un aspetto di verità. Sappiamo infatti come anche in medicina, quando i farmaci non bastano, occorre l’intervento chirurgico.
Se si dovesse mettere in pratica alla lettera la condanna di ogni guerra, occorrerebbe sciogliere tutte le forze armate ed abolire tutte le armi. Ma ha senso tutto ciò? Noi non siamo ancora nella terra dei risorti, dove ci sarà l’amore universale. Per adesso risentiamo delle conseguenze del peccato originale, per l,e quali è impossibile che tutti riescano con la semplice ragione a fermare tutte le spinte all’odio e alla violenza. E per questo, in questi frangenti, l’unico modo per fermarle occorre l’uso moderato della forza. La rinuncia a questo mezzo, quando si ha la possibilità di usarlo, non risolve le ingiustizie né porta alla pace, perchè i prepotenti ne approfittano per continuare le loro angherie.
Il famoso «schiaffo nella guancia», di evangelica memoria, stupidamente deriso da Nietzsche, nulla ha a che vedere con la giustificazione del violento o con la proibizione della guerra giusta, ma significa semplicemente il dovere della mitezza, della disponibilità, della pazienza e della tolleranza, apprezzando i lati buoni presenti anche nei nemici.
Ritengo che quanto San Tommaso, riprendendo il pensiero di Sant’Agostino[8], insegna sulla questione della giusta guerra (bellum iustum)[9], punto che è stato oggetto in passato di molti dotti commenti, conservi intatto il suo valore, sicchè proprio al fine di preparare l’avvento della pace, occorrerebbe a mio modesto avviso che il Papa riprendesse questa saggia dottrina dell’Aquinate. Certo l’Aquinate non conosceva le armi atomiche, ma appunto il suo insegnamento è tuttora valido in riferimento alle armi tradizionali.
Nella visione cristiana, che poi è qui profondamente umana, guerra e pace non di oppongono così nettamente come a tutta prima potrebbe sembrare. Esiste infatti una giusta guerra che porta alla pace e una falsa pace che porta alla guerra. Certo, pace e guerra non possono coesistere simultaneamente, come non può esistere il simultaneo uso e il non uso delle armi. Il semplice non uso delle armi in clima di ingiustizia è già una guerra, e l’uso delle armi per ottenere giustizia è già una pace. La guerra scomparirà del tutto in paradiso, laddove ogni giustizia sarà compiuta, mentre rimarrà nell’inferno a tormento dei dannati fautori di ingiustizia.
È chiaro che occorre assolutamente abolire subito le armi atomiche; ma non avrebbe senso abolire quelle da fuoco. Trump ha accusato il Papa di debolezza e di sbagliare in politica estera, lasciando che l’Iran costruisca l’atomica e di recar danno ai cattolici. Il Papa lo ha rimbeccato accusandolo velatamente di essere un prepotente guerrafondaio, mentre egli non fa che predicare il Vangelo. Ora, è chiaro che non si può escludere in Trump una tendenza in questo senso, per cui il Papa gli fà un giusto richiamo. Ma d’altra parte non ci è forse lecito chiederci con franchezza come mai il Papa non cita quelle parole del Vangelo dove Cristo dice di essere venuto a portare una spada?
Secondo me Trump ha inteso dire, sebbene con un tono arrogante del tutto sconveniente, che se il Papa non approva la politica militare americana di intimidazione nei confronti dell’Iran, indirizzata a dissuaderlo dal costruire l’atomica, l’Iran realizzerà il suo progetto con grave pericolo per tutti, compresi i cattolici.
Se proprio Trump ha inteso dire questo, tali parole sono da prendere in considerazione. Infatti, se è giusto e doveroso abolire gli armamenti atomici, non è giusto ed è dannoso per la pace rinunciare all’impiego delle forze armate. Trump è fortemente preoccupato per l’odio dell’Iran sciita nei confronti di Israele, anche perchè probabilmente sollecitato dalla potente componente ebraica americana.
Effettivamente l’Iran sciita, erede dell’antico dualismo manicheo, sembra orientato a far funzionare insieme con l’India, la Cina e la Russia, quel Partito eurasiatico che è stato progettato dal filosofo russo Alexandr Dugin come forza apocalittica destinata a sconfiggere l’Occidente corrotto ed eretico.
Il retroterra teologico della geopolitica totalitaria e guerrafondaia di oggi è dato dalle due grandi correnti della teologia modernista di oggi, che sono il monismo parmenideo di origine indiana, e il dualismo dialettico hegeliano, di origine manichea persiana. Cristo ci insegna che dobbiamo evitare tanto il monismo panteista del buonismo escatologico alla maniera di Origene, quanto la doppiezza e l’ipocrita parità e reciprocità del bene e del male alla maniera del Dio dialettico di Hegel.
Come sappiamo, l’antica religione iranica rivive nel Zarathustra di Nietzsche. Il male è divino quanto il bene. Questo dualismo riappare nella dialettica hegeliana. Heidegger nel suo Nietzsche[10], interpreta la nicciana volontà di potenza come la concezione nicciana dell’essere. Gustave Thibon[11] vede invece in Nietzsche un nemico dello spirito e un apologeta del materialismo ateo. L’attualità di Nietzsche appare nel suo delirio di onnipotenza[12] e nel suo odio feroce contro il cristianesimo. Nietzsche suo malgrado ci dissuade dal buonismo origenista e ci ricorda che il destino dell’uomo sta nella lotta fra Cristo e l’anticristo[13].
Infatti la prospettiva escatologica che ci viene offerta dall’Apocalisse non prevede la scomparsa dei nemici e neppure la conversione dei nemici in amici, ma è la vittoria dei giusti sui loro nemici, gli empi. Dunque è evidente l’aspetto agonistico della vita cristiana. Per questo la Chiesa ha condannato il buonismo origeniano come eresia.
Se dobbiamo, come dobbiamo, predicare il Vangelo nella sua integralità, dobbiamo recuperare l’aspetto apocalittico, che è sempre stato oggetto della predicazione cristiana e non si capisce per quale motivo oggi viene tralasciato, col rischio che se ne approprino certe sètte di esaltati, con grave danno per la serenità e serietà della vita cristiana. Dall’umanità futura scomparirà quindi ogni male di colpa, ogni peccato, ma non il male di pena, al quale saranno soggetti coloro che non hanno voluto accogliere il regno di Dio.
La prospettiva finale dell’umanità
Non ci vuol molto per capire che stiamo vivendo dei tempi che sprigionano dei sinistri bagliori escatologici, in quanto l’eventualità di un conflitto nucleare ci prospetta la minaccia di uno scenario terrificante: la fine sconvolgente di questo mondo. Ed effettivamente San Pietro (II Pt 3, 1-13) prospetta questa fine in termini che fanno pensare ad un conflitto nucleare, benchè ovviamente l’Apostolo non poteva immaginare nulla del genere.
Ma una cosa che dobbiamo notare è che la vera prospettiva escatologica non è, come molti oggi credono, quella buonistica di stampo origenista della riconciliazione finale di tutti gli uomini fra di loro, della salvezza universale e della scomparsa di ogni male. Non è questa la vera visione cristiana.
La prospettiva finale dei giusti è la vittoria con Cristo contro i suoi nemici. La conciliazione è operabile solo tra gli uomini di buona volontà, i fedeli di Cristo. Ma esistono nemici di Cristo, i seguaci dell’anticristo, nemici implacabili, con i quali la conciliazione è impossibile, per cui essi dovranno assoggettarsi a Cristo non per amore ma per forza.
Una predicazione integrale del Vangelo non può nascondere questo aspetto, che fa capire esattamente qual è la prospettiva di pace per la quale il cristiano lavora, soffre e combatte. È una pace che non nasce solo da una conciliazione, ma anche da una vittoria. È sì unificazione dei giusti fra di loro, ma è anche separazione dai malvagi. È sì conquista della libertà fra i liberi, ma è anche liberazione dai tiranni. È frutto certamente del dialogo e della persuasione, ma anche del sacrificio del soldato del Cavaliere apocalittico, che «combatte con giustizia» (Ap 19,11) e che muore combattendo per la conquista del Regno (Mt 11,12).
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 9 maggio 2026
Quanto agli Stati Uniti, essi, a giudizio di Maritain, sono il Paese che fra tutti meglio si presta alla realizzazione di quella nuova cristianità, che egli delineò in Humanisme intégral, e che ritroviamo delineata nella Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II.
Credo che il leader spirituale sul quale oggi in tutta l’umanità maggiormente sono puntati gli occhi, che appare il più affidabile, il più disinteressato e che gode del maggior prestigio e credibilità, sia il Papa. Papa Francesco ha contributo a creare questa figura. Ciò che del suo insegnamento ha maggiormente impressionato il mondo è stato il messaggio della fratellanza universale e del dovere della misericordia.
Ritengo che quanto San Tommaso, riprendendo il pensiero di Sant’Agostino, insegna sulla questione della giusta guerra (bellum iustum), punto che è stato oggetto in passato di molti dotti commenti, conservi intatto il suo valore, sicchè proprio al fine di preparare l’avvento della pace, occorrerebbe a mio modesto avviso che il Papa riprendesse questa saggia dottrina dell’Aquinate. Certo l’Aquinate non conosceva le armi atomiche, ma appunto il suo insegnamento è tuttora valido in riferimento alle armi tradizionali.
Ma una cosa che dobbiamo notare è che la vera prospettiva escatologica non è, come molti oggi credono, quella buonistica di stampo origenista della riconciliazione finale di tutti gli uomini fra di loro, della salvezza universale e della scomparsa di ogni male. Non è questa la vera visione cristiana. ... La prospettiva finale dei giusti è la vittoria con Cristo contro i suoi nemici. … Una predicazione integrale del Vangelo non può nascondere questo aspetto, che fa capire esattamente qual è la prospettiva di pace per la quale il cristiano lavora, soffre e combatte. È una pace che non nasce solo da una conciliazione, ma anche da una vittoria.
Immagine da Internet
[1] La Quarta teoria politica, Edizioni ASPIS, Milano 2022.
[2] Réflexions l’Amérique, Librairie Arthème Fayard, Paris 1958.
[3] Giovanni Codevilla, Da Lenin a Putin. Politica e religione, Jaca Book, Milano 2024.
[4] Una breve storia della Repubblica Popolare Cinese, cura di Zhang Xingxing, Anteo Edizioni, Cavriago (RE) 2024.
[5] Claudio Vercelli, Israele. Storia dello Stato, Editrice Giuntina, Firenze 2023,
[6] Ci è però di consolazione il fatto che in Cina vi sono dei teologi cattolici tomisti. Il teologo domenicano di Bologna, Antonio Olmi, è in contatto con loro.
[7] Infatti, come si sa, agli inizi del cristianesimo certi militari che si facevano cristiani si sentivano in dovere di abbandonare l’esercito, pagando anche con la vita questa scelta.
[8] Il Papa, che è un Agostiniano, potrebbe riflettere sulle parole del grande Maestro.
[9] Sum. Theol., II-II, q.40.
[10] Adelphi Edizioni, Milano 2013.
[11] Nietzsche o il declino dello spirito, Edizioni Paoline, Alba 194.
[12] Che è stato il principio ispiratore del nazismo.
[13] L’Anticristo di Nietzsche e l’Anticristo della Bibbia, in Sacra Doctrina, 2, 1998, pp.77-134.
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