Uno scritto di P. Tomas Tyn sulla virtù di religione
In occasione della memoria liturgica della presentazione di Gesù al tempio, presento ai Lettori una conferenza di P. Tomas Tyn sulla virtù di religione per capire l’orizzonte spirituale nel quale va inquadrata questa memoria come atto eminente di religione in quanto offerta di sé a Dio per ottenere la sua misericordia.
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 01 Febbraio 2025
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Audio: http://youtu.be/gqiBxO174yw - https://youtu.be/53Vya_wOrC4
http://www.arpato.org/testi/lezioni_villapace/26_Villa_Pace_la_Virtu.pdf
… quelle virtù che rendono presente Dio nell’uomo e che rappresentano l’uomo davanti a Dio. Quindi il tema di questa meditazione è appunto la presenza di Dio. In primo luogo tra quelle virtù che portano l’uomo a Dio e che quindi rendono presente l’uomo davanti a Dio, tra tutte queste virtù la prima e la più fondamentale è quella della religione, la virtù della religione.
Qual è il significato di questa virtù? Ci sono state diverse spiegazioni del significato etimologico, della parola religio, religione. Soprattutto c’è Cicerone che spiega questa virtù della religione come un rileggere le cose di Dio, rileggere quello che è di Dio.
Sant’Agostino invece spiega questa parola in questa maniera. Dice che si tratta di rieleggere le cose di Dio che abbiamo perduto. Quindi rieleggere vuol dire scegliere di nuovo le cose di Dio. Similmente in un altro luogo, nel trattato De vera religione, dice che invece la religione è un ricollegarsi con Dio, un essere legati a Dio.
Quindi tre significati, che tutti si applicano a questa unione tra Dio e l’uomo, perché è a Dio che dobbiamo principalmente essere ricollegati, come al nostro primo principio. Poi è a Dio che devono dirigersi continuamente tutte le nostre scelte. Quindi in ogni momento bisogna rifare questa scelta di Dio, come fine ultimo della nostra vita. E infine è Dio, che noi abbiamo perso con il peccato e che dobbiamo di nuovo ricuperare con la fede viva e operante per mezzo della carità.
Quindi in tutti questi significati, sia come rileggere le cose di Dio, sia come rieleggere, cioè scegliere di nuovo le cose di Dio, sia come ricollegarsi con Dio, sempre questa virtù della religione significa un’unione tra l’uomo e Dio.
Quindi a Dio, che è il nostro Creatore e, nella prospettiva cristiana, anche il nostro Redentore e Santificatore, è dovuto un culto e una sottomissione del tutto particolare. Perciò c’è una specie di debito di giustizia nei confronti di Dio, che non c’è verso nessun’altra realtà.
Vedete come la virtù della religione, dando a Dio il culto dovuto e la sottomissione dovuta, in qualche maniera rientra nell’ambito della virtù della giustizia. Però è una giustizia del tutto particolare, perché nei confronti di Dio si ha un obbligo di giustizia appunto del tutto particolare, che non si verifica nei confronti di nessun’altra realtà. È per questo che la virtù della religione è qualche cosa che appartiene alla virtù della giustizia, però è qualche cosa che è specificamente distinto, è qualche cosa che ha la sua autonomia propria.
Dunque quindi la virtù di religione è una specie di giustizia dell’uomo nei confronti di Dio, per mezzo della quale si dà a Dio ciò che Gli spetta, cioè il dovuto culto e la dovuta sottomissione da parte della creatura umana. Naturalmente in questo di giustizia nei confronti di Dio non c’è una perfetta uguaglianza. E’ quello che caratterizza la virtù di religione.
Mentre negli altri ambiti della giustizia è possibile realizzare una certa uguaglianza nello scambio, nello scambio che c’è tra l’uomo e Dio non è possibile realizzare nessuna uguaglianza, perché nei confronti di Dio rimaniamo sempre in debito.
Quindi quello che è caratteristico della virtù della religione, pur essendo qualche cosa che rientra nella giustizia, è questo fatto, che non c’è mai una uguaglianza perfetta. Nei confronti di Dio avremo sempre ancora qualche cosa che Gli dobbiamo dare. Quindi c’è questo obbligo continuo di riconoscenza nei confronti di Dio.
Comunque, tra tutte le virtù morali e naturali, quelle virtù che non sono solamente infuse da Dio, ma che l’uomo può anche naturalmente acquistare, la virtù di religione ha una certa eccellenza, una certa priorità. Perché, questo? Proprio perché è quella virtù morale naturale, che avvicina maggiormente l’uomo a Dio, che è il sommo oggetto, ed è la somma realtà tra tutte le cose. Perciò la virtù di religione ha per così dire un oggetto del tutto eccellente.
Naturalmente non si tratta di una virtù teologale. Abbiamo infatti visto come la virtù teologali sono definite riguardo a un oggetto, che è Dio stesso. Invece la virtù di religione ha per oggetto Dio, ma non direttamente. La virtù della religione ha per oggetto più propriamente il culto che si dà a Dio, non Dio stesso.
Però la virtù di religione si avvicina molto alle virtù teologali, pur rimanendo sempre soltanto una virtù morale, proprio perché più da vicino riguarda Dio, anche se Lo riguarda attraverso questi atti cultuali, questi atti di sottomissione e di servizio a Dio.
Quindi direi che la prima virtù nell’ambito morale, quella che ci può essere in tutti gli uomini, non solo nei cristiani, ma anche in tutti gli uomini di buona volontà, che riconoscono l’esistenza di Dio, la prima virtù che ricollega l’uomo con Dio e che rende in qualche modo presente Dio nell’uomo - ecco la presenza di Dio nell’uomo -, tra tutte è la virtù della religione, la virtù più fondamentale che regola il rapporto tra l’uomo e Dio.
Questa virtù di religione in qualche maniera coincide con la santità. La parola santità nei suoi significati si avvicina molto alla parola religione, nei suoi significati. Quindi praticamente c’è una specie di identità, si potrebbe dire, tra essere religiosi e essere santi. Essere religiosi, cioè avere la virtù di religione, vuol dire essere santi.
Che cosa significa la santità? Ci sono due etimologie diverse secondo le lingue dalle quali si prende questa parola santità. In greco, santo si dice aghios, che significa senza terra. Ora, questo significato di aghios, di santo, nella etimologia greca, avrebbe il significato semplicemente di purezza, di purezza nel senso di distacco di tutte le cose profane.
Infatti anche in ebraico questa parola qâdash, cioè santificare, significa proprio allontanare dal profano riservando a Dio. Quindi allontanare dal profano, riservando a Dio. Quindi qui abbiamo questo significato della purezza.
Invece in latino possiamo dire che la santità forse deriva da questa etimologia di sanguine ictus, sanctus come sanguine ictus, ossia purificato dal sangue. Nell’antichità si usava questa purificazione nei sacrifici. Le vittime erano purificate in qualche maniera, nel loro sangue versato. Oppure può anche avere un altro significato in latino, cioè santo come sancito, ciò che è inviolabilmente stabilito dalla legge.
In questi due significati, sia di purezza che di fermezza o di stabilità, questi due significati si ritrovano appunto nella religione. Soprattutto perché la virtù di religione esige la purezza della mente, della mente, che si eleva a Dio staccandosi dalle cose di questa terra. È proprio della religione collegare la mente umana con Dio, staccando l’uomo dalle vicende di questa terra.
Similmente, c’è una certa fermezza nella virtù della religione, proprio perché in essa l’uomo aderisce a Dio, primo principio di tutte le cose. E siccome Dio è un principio infallibile, fermissimo, così da questa unione con Dio anche nell’agire umano deriva una certa fermezza. Essa caratterizza appunto la santità, la rettitudine morale.
Ecco dunque come la religione coincide in fondo con la virtù della santità e significa sempre la presenza dell’uomo al suo Dio e di Dio all’uomo.
Adesso bisognerebbe soffermarsi per un poco soltanto e accennare all’atto principale della religione, di questa virtù, che rende l’uomo presente a Dio e Dio presente all’uomo. Si tratta dell’atto dell’orazione, ossia della preghiera diremmo noi. Quindi uno degli atti principali della religione è l’orazione, la preghiera.
Che cosa significa? Soprattutto la preghiera è un atto della ragione umana, della parte razionale spirituale dell’uomo, la quale procede alla preghiera, cioè alla supplica, all’impetrazione, all’adorazione di Dio.
Infatti la nostra ragione, riguardo a quelle cose che sono inferiori rispetto ad essa, può comandare. Invece, riguardo a quelle cose che sono superiori alla nostra ragione, noi possiamo chiedere ed impetrare qualche cosa. E siccome naturalmente Dio è superiore riguardo a noi, la nostra ragione Gli si sottomette, naturalmente non comandando, ma chiedendo con umiltà qualche cosa, quindi impetrando, supplicando qualche cosa da Dio.
Quindi c’è nella orazione soprattutto questo atto della ragione pratica, che si eleva a Dio. In questo modo l’orazione diventa una vera e propria ascesa dell’intelletto, cioè della mente umana, a Dio. Ecco allora questa definizione di San Giovanni Damasceno: oratio est elevatio mentis ad Deum. E’ una definizione molto nota. L’orazione è una elevazione della mente umana a Dio, elevare la mente a Dio.
Quindi l’orazione è questa ascesa dell’intelletto umano a Dio, nella quale ascesa, la volontà è il motore di questo nostro cammino verso Dio. L’intelletto è invece ciò che si muove, ciò che elicita, ciò che compie questo atto di orazione. Quindi è impegnata sia la volontà, come il motore, sia l’intelletto come ciò che si muove, come il mobile in questo moto, in questo andare verso Dio.
Dunque l’orazione dev’essere soprattutto mossa da una volontà caritatevole, cioè da una volontà rivestita dalla virtù teologale della carità. Questo va inteso naturalmente nella prospettiva soprannaturale. Perché, questo? Perché soprattutto nella preghiera noi dobbiamo chiedere quell’oggetto principale di ogni nostra richiesta a Dio, che è la nostra santificazione.
Quello che dobbiamo chiedere a Dio come prima cosa, è Dio stesso, null’altro che Dio stesso. Tutte le altre cose vengono di seguito. Ma nell’orazione quello che noi dobbiamo chiedere come cosa principale, è Dio e la nostra santificazione per questa unione tra noi e Dio. È quello che dobbiamo chiedere al Signore.
In secondo luogo. Quindi, l’intenzione caritatevole c’è già dalla parte di ciò che noi chiediamo, cioè dalla parte dell’oggetto della nostra richiesta. Noi chiediamo Dio, che è oggetto della carità. Similmente è necessario che questa volontà, che si muove nella preghiera a Dio, sia una volontà caritatevole dalla parte dell’uomo, che si presenta davanti a Dio.
Perché, questo? Perché noi dobbiamo avvicinarci a Dio invocandoLo in maniera tale da renderci presenti a Lui con una mente pura e trasparente. Anche questo è opera della carità, che ci purifica, ci santifica interiormente, e apre ed unisce il nostro cuore a Dio, Ecco dunque come dall’uno e dall’altro lato occorre avere una intenzione fondamentalmente caritatevole.
Ossia quello che dobbiamo chiedere dev’essere il bene della carità, cioè l’unione dell’uomo con il suo Dio, unione che santifica e che salva. E dalla parte di chi chiede qualche cosa a Dio è necessario che il suo cuore sia trasparente, che sia puro, che sia per così dire aperto a Dio, che sia unito spiritualmente a Dio. Ecco dunque come dall’uno e dall’altro lato, nella preghiera si esige la carità.
E qui passiamo all’ultimo punto di questa prima parte, cioè alla carità che rende presente Dio all’uomo nella prospettiva soprannaturale, mentre nella prospettiva puramente naturale, la presenza di Dio si realizza nella semplice virtù della religione, come abbiamo visto. Invece nella prospettiva strettamente cristiana o soprannaturale, questa presenza di Dio nell’uomo si realizza per mezzo della virtù teologale della carità.
Che cos’è la carità? E’ un amore di amicizia tra Dio e l’uomo, e dunque un’amicizia soprannaturale, che è fondata sulla comunione della beatitudine. Questo vale per ogni tipo di amicizia. Ogni amicizia è una certa comunione di felicità, di beatitudine. Però nella carità quella beatitudine, che è comunicata, non è una beatitudine qualsiasi, ma Dio comunica all’uomo quella beatitudine e quella felicità di cui Egli stesso è beato.
E siccome Dio è beato per una beatitudine, che non è distinta da Lui, ma che è Lui stesso, Dio rendendo partecipe l’uomo della sua beatitudine, lo rende implicitamente partecipe di Se Stesso. Vedete allora come Dio, infondendo la carità, si rende presente nell’uomo proprio perché la carità è questa amicizia fondata sulla beatitudine, ma non sulla beatitudine puramente umana, bensì su quella beatitudine di cui Dio stesso è beato,
su quella beatitudine, che non solo rende beato di Dio[1], ma su quella beatitudine, che è Dio per essenza. Dio è la sua stessa beatitudine. Perciò, se Dio comunica all’uomo una parte della sua beatitudine, cioè lo rende partecipe della sua beatitudine, ciò vuol dire che Dio rende partecipe l’uomo di Se Stesso e quindi Si rende presente, con questo nuovo effetto soprannaturale, nell’uomo.
Ecco come la carità è connessa con l’inabitazione della Santissima Trinità nell’anima dei giusti e come è connessa con quelle famose missioni delle Persone divine, cioè la missione invisibile del Verbo e quella dello Spirito Santo. Comunque tutte e tre le Persone divine, Padre e Figlio e Spirito Santo, tutta la Santissima Trinità, prendono dimora nell’uomo, che ha la carità nel suo cuore.
Ecco come dice Gesù nel Vangelo di San Giovanni: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Ecco la dimora di Dio nell’uomo. Ecco la presenza di Dio nell’uomo. È la virtù della carità, che realizza la presenza di Dio nell’uomo.
E questa presenza naturalmente ha sempre diverse modalità, che implicano sia un andare di Dio verso l’uomo che un andare dell’uomo verso Dio. Per esempio, Dio viene a noi quando ci riempie dei suoi effetti soprannaturali e noi andiamo verso Dio accogliendo quel dono, che ci viene da Dio. Similmente, Dio viene a noi quando ci illumina, noi andiamo verso di lui quando contempliamo la sua grandezza.
Dio viene a noi quando ci aiuta, noi andiamo verso di Lui quando Gli obbediamo, quando ci sottomettiamo a Lui, quando Lo serviamo con umiltà e obbedienza. Dunque queste virtù fondamentali, della presenza di Dio, sono religione e carità sul piano soprannaturale.
Secondo punto. L’esempio di Gesù. In primo luogo il mistero del Verbo Incarnato. Mi soffermo molto poco, perché la cosa è molto evidente. La presenza somma della divinità nell’uomo si è realizzata nel Verbo. Quell’uomo, che ha avuto Dio più presente a sè, era Gesù Cristo Nostro Signore, secondo la sua natura umana. Non c’è mai stata una natura umana tanto piena di Dio, quanto quella di Cristo.
Quindi, in tutta la umanità redenta, tra tutti gli uomini che hanno Dio in sé, il sommo analogato che ci può essere in tutto questo ordine di umanità redenta, è il Cristo Nostro Signore, secondo la sua natura umana, si capisce. Perché questo? Perché la natura umana di Cristo non solo è partecipe di Dio, ma sussiste nella Persona divina.
Consideriamo l’unione ipostatica tra la natura umana di Cristo e la natura divina nella Persona del Verbo. La Persona di Cristo è Persona divina. Quindi la sua natura[2] è terminata da una Persona divina. Non c’è un’unione tra l’uomo e Dio più piena possibile, di questa. Cristo ha realizzato l’unione più piena, più perfetta tra l’uomo e Dio.
Dice infatti San Paolo nella Lettera ai Colossesi, nel secondo capitolo: “E’ in Cristo che abita corporalmente - vedete, corporalmente - tutta la pienezza della divinità”, per unione ipostatica. Ecco dunque come il Cristo veramente realizza la pienezza della presenza di Dio nell’uomo.
Oltre naturalmente a questa grazia di unione ipostatica, c’è in Cristo la grazia santificante, la grazia abituale, che in Lui è piena, cioè somma, ed è anche una grazia capitale, cioè una grazia che si riversa non solo su Cristo stesso per santificarlo, ma si riversa anche su tutti gli altri uomini, che Cristo redime.
In secondo luogo, ecco il mistero pasquale di Cristo, il mistero della sua passione. Qual è l’intenzione di Cristo nel sottomettersi alla passione e a tutto questo insieme della morte e della risurrezione, che costituisce il mistero pasquale? La sua intenzione è semplicemente quella di ricondurre l’uomo a Dio, cioè di rendere di nuovo presente l’uomo a Dio e rendere di nuovo presente Dio nell’uomo. Vedete quindi come anche nella passione in Cristo c’è questa intenzione di unire l’umanità con Dio.
Dice San Paolo nella Lettera ai Romani, nel capitolo quinto: “Siamo riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo”. Quindi la riconciliazione con Dio avviene attraverso la morte di suo Figlio. Cristo ci riconcilia, in quanto ci toglie il peccato, che ci rendeva nemici di Dio, e in quanto offre a Dio il sacrificio perfetto, che placa l’ira di Dio. E quindi Dio è riconciliato con l’uomo.
Nella Lettera gli Ebrei, nel capitolo dieci, si dice così: “Abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù”, che ci apre la strada verso il santuario celeste. Cioè noi possiamo renderci presenti a Dio ed avere Dio in noi solo in virtù del sangue della redenzione, che Cristo ha versato per noi.
Adesso arriviamo, al terzo punto di questo esempio che Gesù ci dà della presenza di Dio nell’uomo ed è appunto la presenza eucaristica. Qui la cosa è estremamente evidente. L’eucaristia è addirittura il sacramento della presenza di Dio. Noi sappiamo bene che in ogni sacramento c’è il puro sacramento, il quale non è altro che il segno esterno, che nell’eucaristia è semplicemente il pane e il vino, più le parole della consacrazione, che sono quasi la forma del sacramento.
Ebbene, abbiamo visto come il pane e il vino significano l’unità di una cosa che all’origine è molteplice. Quindi significa un radunare, un mettere insieme diverse cose. Vedete quindi come la materia stessa dell’eucaristia, cioè il pane e il vino, significa l’unità ecclesiastica.
Ora, l’unità della Chiesa da dove deriva? Naturalmente la Chiesa è vivificata dalla presenza di Dio, dalla presenza in particolare della Terza Persona della Santissima Trinità, cioè dalla presenza dello Spirito Santo, che è quasi l’anima della Santa Chiesa di Dio.
Vedete dunque come l’eucaristia, che è segno dell’unità ecclesiastica, significa l’inserimento dell’uomo nella Chiesa e quindi il suo inserimento nella Chiesa vivificata precisamente dallo Spirito Santo, nella Chiesa che ha presente Dio in sè. Quindi già dal lato del puro sacramento, cioè del segno sacramentale, noi vediamo come l’eucaristia è segno di questo rendere presente l’uomo a Dio, inserirlo nel mistero soprannaturale divino della Chiesa.
In secondo luogo sappiamo che c’è anche in ogni sacramento ciò che può essere considerato come una specie di effetto intermedio, ciò che si chiama la realtà e il sacramento insieme. Ed è nell’eucaristia appunto la presenza reale di Gesù Cristo Nostro Signore. Gesù si rende presente nell’eucaristia. E sappiamo bene che Gesù è presente sotto le sacre specie, è presente tutto. È presente sia secondo la sua umanità che secondo la sua divinità. E la sua divinità è presente per mezzo della sua umanità, che fa da mediatrice tra Dio e l’uomo.
Quindi, vediamo come nell’eucaristia abbiamo questa presenza piena di Dio in mezzo agli uomini. E Gesù si rende presente in questa maniera in mezzo a noi per farci dono di Se stesso. La presenza eucaristica è una presenza viva, perché Cristo nell’eucarestia vive la sua vita divina e anche umana. Naturalmente la vita umana di una umanità che sussiste nella Persona divina.
Comunque, Cristo nell’eucaristia è il Cristo vivente nella sua vita gloriosa. E’ il Cristo che agisce, ed opera ancora adesso in mezzo a noi. È il Cristo che ancora adesso ci attira a Sé, che ci vuole attirare a Sé e per mezzo di Sé al Padre. Che si vuole rendere presente in noi, sia come uomo che come Dio.
Ed ecco il terzo aspetto dell’eucaristia, che è la res tantum, cioè la realtà soltanto, quello che è l’ultimo effetto del sacramento, che nell’eucaristia è questo nutrire la grazia santificante, è questo inserire sempre più pienamente l’uomo in Dio, inserendolo appunto nel mistero intrinseco della Santa Chiesa di Dio. E’ il nutrimento celeste che significa il sacramento dell’aumento della nostra vita divina partecipata.
Si tratta quindi di avere già Dio presente in noi, però di approfondire sempre più quel legame soprannaturale, che c’è tra Dio e noi. L’eucaristia nutre questa nostra amicizia soprannaturale con Dio, aumenta la grazia santificante e quindi anche la inabilitazione di Dio è in noi, intensifica per così dire questo legame che c’è tra noi e Dio. Quindi vedete come l’eucaristia sotto tutti questi aspetti rende presente Dio all’uomo e inserisce l’uomo in Dio. Presenza di Dio nell’uomo.
Infine, come noi possiamo e dobbiamo imitare Gesù? Gesù soprattutto ci insegna la necessità della preghiera. Di nuovo ci ricolleghiamo con quello che abbiamo visto a proposito della virtù della religione. È impossibile avere delle virtù, se non si esercita il loro atto. Certamente ci sono delle virtù infuse da Dio, oltre alle virtù acquisite.
Per esempio, la virtù della religione, uno può acquistarla. Anche un uomo naturalmente onesto, senza la grazia di Dio, può acquistarla. Però può acquistarla solo se ripete continuamente gli atti buoni di religione, per esempio pregando, facendo dei voti, sacrificando delle cose al Signore, eccetera. Quindi con questi atti moltiplicati della religione, si acquista una disposizione virtuosa abituale.
Dio certamente infonde anche delle virtù. Quindi c’è anche una religione infusa da Dio. Tuttavia, anche nella virtù infusa, la virtù ci è data non perché rimanga oziosa dentro di noi, ma ci è data sempre come un abito operativo, cioè come una disposizione data all’uomo da Dio proprio per agire in maniera soprannaturale.
Perciò, se l’uomo riceve il dono di Dio senza farlo fruttificare, certamente questo dono nell’uomo non rimane a lungo. Perciò, se noi abbiamo le virtù infuse da Dio e tanto più se abbiamo delle virtù acquisite, è necessario coltivarle continuamente con degli atti che si susseguono. Quindi è necessario avere sia lo spirito della preghiera, quella che potremmo chiamare la preghiera abituale, che è estremamente necessaria.
Nella vita di preghiera, lo sapete bene, è estremamente necessario non solo pregare di tanto in tanto, cioè attualmente raccogliersi in preghiera, ma è necessario creare lo spirito, cioè la disposizione abituale alla preghiera. È solo così che noi possiamo realizzare in qualche maniera quel precetto del Signore, che ci dice che dobbiamo pregare sempre.
Come possiamo pregare sempre? La nostra mente umana certamente non ce la fa a pregare sempre attualmente. Però quello che possiamo fare è essere sempre abitualmente presenti a Dio e avere sempre abitualmente presente Dio a noi. Quindi lo spirito di preghiera. Però, al di là dello spirito di preghiera occorre anche naturalmente la ripetizione frequente, devota, perseverante di questi atti di preghiera, proprio per collegarci sempre più intensamente con il Signore.
In secondo luogo, i sacramenti, i quali rappresentano in qualche maniera delle realtà sacre, della realtà divina. E tutti i sacramenti sono destinati a santificarci e quindi a far sì che Dio sia sempre più intensamente in noi e a riportarci sempre più perfettamente a Dio.
Perciò, è necessario che noialtri, che abbiamo avuto la grazia di conoscere l’economia sacramentale istituita dal Nostro Salvatore, ci serviamo nei sacramenti. Perché essi sono come dei prolungamenti, operativi dell’umanità del Nostro Salvatore. E’ ancora Gesù che agisce attraverso i sacramenti.
Perciò, non si può andare a Dio se non attraverso l’umanità del Verbo. E noi abbiamo addirittura quegli strumenti dell’umanità del Verbo, che sono i sacramenti. Perciò andare a Dio vuol dire servirsi dei sacramenti, soprattutto dei due sacramenti fondamentali, che vanno assunti costantemente e che sono destinati uno alla nostra purificazione, ed è il sacramento della penitenza, e l’altro ad aumentare la nostra comunione con Dio, che è il nostro cibo spirituale, appunto il cibo eucaristico, il pane di vita.
Infine anche le opere buone ci avvicinano a Dio e rendono Dio più presente in noi, soprattutto le opere buone esprimono la carità, perché chi ama Dio, ama necessariamente …
Interruzione della registrazione.
P. Tomas Tyn, OP
Conferenza / Lezione Presso Villa Pace – Bologna, 1981
Registrazione e custodia degli audio a cura delle Suore Domenicane della B. Imelda
Trascrizione da registrazione di Suor Matilde Nicoletti, OP – Bologna, 5/10/2015
Testo con note rivisto da Padre Giovanni Cavalcoli, OP – Varazze, 17/12/2017
La prima virtù nell’ambito morale, quella che ci può essere in tutti gli uomini, non solo nei cristiani, ma anche in tutti gli uomini di buona volontà, che riconoscono l’esistenza di Dio, la prima virtù che ricollega l’uomo con Dio e che rende in qualche modo presente Dio nell’uomo - ecco la presenza di Dio nell’uomo -, tra tutte è la virtù della religione, la virtù più fondamentale che regola il rapporto tra l’uomo e Dio.

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