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Il falso concetto di fede di Severino - Terza Parte (3/3)

 

Il falso concetto di fede di Severino

Terza Parte (3/3)

 

6. «Affinchè la ‘storia della salvezza’ divenga problema, il ?Verbo’ deve essere allora innanzitutto pensato come ‘eternamente presso Dio’ ed eternante ‘presso la carne’; e il suo diventar carne deve innanzitutto significare che il Verbo che è eternamente presso la carne è entrato nell’apparire. Solo a questo punto, dinanzi alla verità dell’essere può aprirsi la domanda se la parola di Gesù, riascoltata al di fuori del ‘mondo’, sia il Verbo che parla in verità della nascosta luminosità del Tutto» (p.381).

Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. Dunque secondo lui non occorre credere in Cristo per sapere chi egli è e per conoscere la verità della sua parola e quindi della interpretazione che di questa parola ci viene dalla Chiesa, ma è sufficiente la nostra ragione illuminata dall’essere parmenideo.

Ecco di nuovo la ragione che pretende di conoscere Dio indipendentemente e al di sopra della fede. Qui vediamo quanto è giusto il rimprovero fatto a Severino dalla Congregazione, quando gli ha contestato di porre la ragione e la filosofia al di sopra della fede e del dato della rivelazione cristiana. Questo è puro gnosticismo e il bello è che Severino, come abbiamo visto, osa accusare la Chiesa stessa di gnosticismo perché insegna la superiorità della fede sulla ragione.

La carne di Cristo esiste dall’eternità nella mente di Dio, non nell’effettività della storia, perché Dio l’ha creata dal nulla e Maria l’ha generata 2000 anni fa e prima non esisteva nel mondo, ma solo in mente Dei. Gli enti materiali di questo mondo, compresa la carne di Cristo, a parte il loro essere in Dio, non sono enti eterni a noi nascosti, preesistenti ab aeterno in se stessi al loro apparire empirico fra noi in un certo momento del tempo e luogo dello spazio.

Ed inoltre il loro essere non sta nell’essere un’apparizione di Dio, una teofania, ma nell’essere creati da Dio. Si tratta di sostanze finite realmente distinte dall’infinita e trascendente Sostanza divina e al di fuori di Essa, nello spazio e nel tempo, dove nascono, periscono, si generano, si corrompono, si dissolvono, mutano, si muovono, divengono, si trasformano, si alterano, crescono, diminuiscono, si spostano, si uniscono, si oppongono, si moltiplicano, si dividono. Le teofanie certamente esistono, come lo attesta la stessa Bibbia. Ma essa ha cura di distinguerle dalle creature di questo mondo, che pure sono effetti, immagini e segni della divina potenza e bontà.

7. «La ‘Parola di Dio’ può essere un accadimento che prepara l’accadimento della misura consentita dalla salvezza, solo in quanto riesca a mantenersi come problema dinanzi alla verità dell’essere. Ciò che impedisce al cristianesimo di diventare ‘Parola di Dio’ è, da un lato il suo essere dominato dal ‘mondo’, dall’altro il suo esser divenuto una fede. Ma i due lati si identificano, perché il processo nel quale il cristianesimo è divenuto una fede è lo stesso che lo ha condotto a lasciarsi dominare dall’Occidente. La volontà di sottrarre la terra al destino è il fondamento e l’essenza della fede in quanto tale; il mortale è, in quanto tale, il fedele: aver fede significa essere sicuri di qualcosa che non è destino; volere quel qualcosa come il tutto con cui abbiamo sicuramente a che fare. Il contenuto della fede – di ogni fede - non è l’incontrovertibile, quindi è la terra voluta come il tutto con cui abbiamo sicuramente a che fare (e volerla così significa prestar fiducia a ciò che non è l’incontrovertibile). La fede è volontà di potenza non solo perchè è una prevaricazione sulle altre fedi, che intende sospingere nel niente, ma perchè è la stessa volontà di impadronirsi della terra sottraendola al destino e usandola come riparo dal niente che l’attraversa. Testimoniando l’isolamento della terra, l’Occidente è quindi testimonianza della fede. Il nichilismo è l’autocoscienza della fede» (p.384).

Rispondo dicendo come ancora una volta qui Severino sostiene come la fede (la ‘Parola di Dio’) deve essere soggetta alla ragione: questa ha il diritto e il dovere di giudicarne la verità di fede alla luce della verità dell’essere parmenideo. Quando parla di cristianesimo «dominato dal mondo» intende riferirsi al fatto che il cristianesimo è schiavo del nichilismo perché crede nella realtà del divenire e nel dogma della creazione.

Per Severino, se il cristianesimo si lasciasse illuminare dalla verità dell’essere parmenideo, avrebbe la possibilità di dirci la verità. Gli insegnamenti di Cristo potrebbero apparire dotati di una certa plausibilità, una volta inseriti in un orizzonte o quadro ontologico parmenideo[1], quello che Severino chiama «verità dell’essere».

Quanto alle parole

 «il mortale è, in quanto tale, il fedele: aver fede significa essere sicuri di qualcosa che non è destino; volere quel qualcosa come il tutto con cui abbiamo sicuramente a che fare», si possono collegare con altre secondo cui «è la fede stessa a parlare di sé come controvertibile»[2]; «la fede riconosce la propria controvertibilità»[3]; «la fede è l’atto che di fronte alla notte dice ”tu sei il giorno” e lo dice e lo deve dire senza dubbi»[4]; «la follia estrema è pensare che qualcosa sia altro e che, diventando altro, sia altro ancora. Fede e ragione pensano l’esser altro delle cose»[5].

Qui cadiamo nei termini del semplice insulto, per cui non val la pena neppure di rispondere, ma c’è solo da deplorare che una mente pur elevata come quella di Severino decada a livelli di tale bassezza.

Altra osservazione da fare è che, se in Occidente esiste il nichilismo provocato dagli scettici greci o dal soggettivismo protagoreo o della negazione del principio di contraddizione come in Hegel, del resto non assente neppure in Oriente, è calunnioso, come ho già detto e dimostrato, accusare il cristianesimo di nichilismo.

Pr quanto riguarda la tesi secondo cui «volontà di sottrarre la terra al destino è il fondamento e l’essenza della fede in quanto tale», bisogna vedere che cosa s’intende per «destino». Se intendiamo il destino nel senso severiniano[6], come atto dell’essere di imporre necessità a tutto ciò accade, senza dare alcuno spazio al libero arbitrio, in quanto ente contingente, essere che può non essere, allora certamente la fede ha tutte le ragioni di sottrarre al destino così inteso la dignità del libero volere umano. Ma se invece per destino intendessimo la destinatio nel senso tomistico del volere divino[7] allora non è affatto vero che la fede sottrae la terra, ossia l’uomo, al destino, ossia al volere divino, ma al contrario insegna ad accettarlo e a metterlo in pratica.

Leggendo le opere di Severino si ha l’impressione di leggere un trattato di geometria, non di filosofia. È la stessa impressione che si ha leggendo Spinoza. Ma lui almeno lo dice apertamente: «more geometrico demonstrata». Invece Severino è convinto di far filosofia.

Infatti in Severino tutto è evidente, tutto è dedotto, tutto è fisso, tutto è certissimo, tutto è fermo, tutto è immobile, tutto è schematico, tutto è dimostrato, tutto è logico, ragionato, incontrovertibile, tutto è indiscutibile, tutto è determinato dal destino, o così sembra o vorrebbe farci credere.

Manca l’azione, la vita, il movimento, il concreto, il mutamento, il progresso, il divenire. Da che cosa dipende questa impressione non priva di fondamento? Dal fatto che Severino considera bensì la causa formale, la struttura, l’ordine, l’impianto, l’essenza, le relazioni, l’universale, le idee, i concetti, ma non la causa agente, efficiente e produttiva, proprio come si dà negli enti logici o matematici. Pertanto non considera la realtà esterna, ma un sistema di idee o di concetti o di proposizioni che possono apparire ben connessi e congegnati, ma circa i quali uno, in fin dei conti, quando ci capisce qualcosa, si domanda: a quale realtà si riferisce l’Autore? Di che cosa sta parlando? Che cosa ci vuol mostrare? Infatti non  sono concetti e giudizi che ti fanno capire la realtà, ma semplicemente le idee di Severino.

Che cosa rimane di Severino?

Bisogna dire che il successo di Severino, al di là del suo panteismo e delle sue bestemmie, è in parte meritato. L’istanza di fondo che egli avanza, quella dell’eternità e della verità dell’essere, e quella della totalità, dell’unità, della gloria e della gioia infinite, sono in se stesse urgentissime ed importantissime, e di importanza vitale per la sussistenza dello stesso cristianesimo e quindi del Chiesa, in un contesto storico e culturale come quello attuale, caratterizzato da una diffusa mentalità storicistica, evoluzionista, dove lo sguardo non supera l’orizzonte del finito, del mortale, del terreno e del contingente, dove il falso e  il male sembrano trionfare, schiava dell’opinabile, della parvenza, dell’effimero, della corruzione, dell’animalità, della precarietà, della vanità, nella quale il non-essere coincide con l’essere, l’essere oscilla tra l’essere e il non-essere, non si dà il terzo escluso ma il terzo incluso[8], dove il dubbio accompagna la fede, dove è indifferente essere o non essere, dove ognuno si considera l’assoluto, dove nulla è ovvio, certo e definitivo, ma tutto è discutibile e rimesso in discussione, dove non esiste una verità prima, originaria, salda, universale, innegabile, certa e necessaria.

È quindi paradossale in Severino la compresenza di un odio contro la fede, la Chiesa e il cristianesimo che arriva fino alla bestemmia, con l’avanzare istanze sacrosante dello spirito, che solo il cristianesimo può soddisfare in pienezza. Si capisce che un Barzaghi abbia voluto accostarlo a San Tommaso.

Tuttavia, chi lo ha capito veramente, a mio giudizio, con un’adeguata critica, non è stato Barzaghi, il quale compromette San Tommaso per seguire Severino, ma è stato il Padre Fabro tanto che lo stesso Severino gli ha detto di averlo capito[9], e il Padre Fabro non gliele manda a dire, avendo espresso su di lui un severissimo giudizio. Mentre non mi risulta Severino abbia mai lodato il Padre Barzaghi per l’accostamento che egli fa di San Tommaso al suo pensiero.

Desidero pertanto qui elencare alcuni punti che possono attirare il nostro interesse per Severino. In primo luogo c’è da osservare che in uno squallido  clima di torpore intellettuale, come quello attuale, relativismo gnoseologico e pastoralismo agnostico, Severino con chiarezza, decisione e coraggio, sbarazzandosi col soffio delle sue labbra di tutti i «pensieri deboli», pone in primo piano vigorosamente la questione vitale della distinzione tra il vero e il falso circa  in significato della verità, della metafisica, dell’essere e del destino eterno dell’uomo, nonché della possibilità e necessità in questo campo di possedere certezze fondate in ragione, assolute, perenni ed universali.

In secondo luogo che cosa può significare l’eternità di tutti gli enti? Il fatto che effettivamente ciò avviene nell’essenza stessa di Dio, come lo stesso San Tommaso riconosce[10]. In tal senso il Concilio di Firenze del 1439 insegna che in Dio tutto è uno, dove questo tutto non sono solo gli attributi divini, ma anche tutti gli enti reali e possibili. Occorre precisare però che il Concilio non dice sic et simpliciter che uno è tutto, come fa Severino, perché questo sarebbe panteismo; ma che tutto è uno in Dio: in Deo omnia sunt unum.

Occorre però ammettere che gli enti reali creati, in quanto creati, si trovano fuori di Dio (opus ad extra), mentre in Dio esistono come da Lui ideati – e questo è l’aspetto di verità dell’idealismo - e come essenze identiche all’essenza divina. Qui abbiamo l’aspetto di verità del panteismo.

Terzo punto interessante del pensiero severiniano è conseguenza del primo e cioè che, come si esprime Barzaghi, «tutto è adesso», non però nel senso panteistico severiniano, ma nel senso tomistico, che da Severino, che non crede in Dio, si può ricavare, ossia che per Dio il futuro e il passato è presente.

Ora, ci suggerisce Barzaghi, proviamo anche noi a metterci dal punto di vista di Dio, sia pur nel nostro piccolo. Ci accorgeremo, per mezzo dell’esercizio della memoria, che tutto il nostro passato diventa presente e, mediante un atto di speranza, il futuro pure diventa presente. Nulla va perduto. Tutto è eterno. Tutto è salvo. Tutto è presente. E questa non è già la vita eterna? Certo, qui siamo solo sul piano intenzionale; ma noi che sappiamo con i realisti che il divenire, la corruzione e la morte esistono realmente, sappiamo anche che ci sarà la resurrezione. Tutto ritornerà. Nulla va perduto.

Quarto punto è il tema bellissimo della solitudine, non quella malinconica delle persone che si sentono sole, ma quella dell’interiorità dello spirito e dell’autocoscienza. Nel cristianesimo abbiamo la solitudine del monaco e dell’eremita. Forse così si spiegano le amicizie che Severino racconta di avere avuto con monache di clausura. Certo, dobbiamo liberare da questo concetto l’impostazione panteistica e considerarlo nella sua purezza metafisica, che pure si può ricavare dalla teoresi severiniana.

Dall’essere assoluto uno e unico severiniano si deduce un solipsismo assoluto, un io unico e solo, un io che sono tutto, unico ente «in un’immensa solitudine», come dice Barzaghi. Occorre però, come ho detto, liberare questo io dal panteismo e otterremo un io abitato dalla Eternità, abitato dagli «eterni», come dice Severino, consolazione e conforto per le persone emarginate e disprezzate, che invece fruiscono della gioia ineffabile dell’esperienza dell’Eterno, che per il credente è Dio stesso.

Aggiungiamo per finire che un metafisico che affronta la questione dell’essere, non può non affrontare anche la questione del nulla.  E Severino certamente non si è sottratto a questa grave responsabilità, ma l’ha affrontata con grande impegno e profondità di pensiero.

È molto interessante, per esempio, il suo studio sul nichilismo di Leopardi, per il quale ha avuto il merito di affrontare con grande serietà la sconcertante questione del nulla e del non-essere, dove la nostra ragione sembra impigliarsi in contraddizioni concettuali e terminologiche dalle quali dura molta fatica ad uscire. Egli però, nonostante i suoi sforzi e le sue distinzioni, non riesce ad uscire dalla contraddizione. In tal modo Severino, per una mancata concezione del divenire dell’ente contingente, e un’errata concezione dell stesso principio di non-contraddizione[11], ha visto la contraddizione dove non c’è e non ha capito il dogma cristiano della creazione.

Infatti, da una parte sa che cosa è il nulla e lo si vede quando condanna il nichilismo, anche se prende erroneamente per nichilista la concezione cristiana dell’essere, ma dall’altra entifica il nulla quando indentifica il pensiero con l’essere, e considera eterni anche il falso, male, il peccato, la sofferenza, la corruzione e la morte. Così tutto è essere, ma per ciò stesso tutto è nulla. D’altra parte, riducendo tutto a pensiero, che non appartiene al reale ma al non-reale, cade nel nichilismo. Sbaglia inoltre nel rifiutare l’ex nihilo della creazione negando l’esistenza del nulla. Non tiene conto del fatto che il nulla esiste in quanto ente di ragione.

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 24 luglio 2026

 

Severino pretende di giudicare «alla luce della verità dell’essere», ossia alla luce della visione parmenidea dell’essere la parola di Cristo. … Ecco di nuovo la ragione che pretende di conoscere Dio indipendentemente e al di sopra della fede. Qui vediamo quanto è giusto il rimprovero fatto a Severino dalla Congregazione, quando gli ha contestato di porre la ragione e la filosofia al di sopra della fede e del dato della rivelazione cristiana. Questo è puro gnosticismo e il bello è che Severino, come abbiamo visto, osa accusare la Chiesa stessa di gnosticismo perché insegna la superiorità della fede sulla ragione.

La carne di Cristo esiste dall’eternità nella mente di Dio, non nell’effettività della storia, perché Dio l’ha creata dal nulla e Maria l’ha generata 2000 anni fa e prima non esisteva nel mondo, ma solo in mente Dei. Gli enti materiali di questo mondo, compresa la carne di Cristo, a parte il loro essere in Dio, non sono enti eterni a noi nascosti, preesistenti ab aeterno in se stessi al loro apparire empirico fra noi in un certo momento del tempo e luogo dello spazio.

Leggendo le opere di Severino si ha l’impressione di leggere un trattato di geometria, non di filosofia. È la stessa impressione che si ha leggendo Spinoza. Ma lui almeno lo dice apertamente: «more geometrico demonstrata». Invece Severino è convinto di far filosofia. Infatti in Severino tutto è evidente, tutto è dedotto, tutto è fisso, tutto è certissimo, tutto è fermo, tutto è immobile, tutto è schematico, tutto è dimostrato, tutto è logico, ragionato, incontrovertibile, tutto è indiscutibile, tutto è determinato dal destino, o così sembra o vorrebbe farci credere. 

 

Manca l’azione, la vita, il movimento, il concreto, il mutamento, il progresso, il divenire. Da che cosa dipende questa impressione non priva di fondamento? Dal fatto che Severino considera bensì la causa formale, la struttura, l’ordine, l’impianto, l’essenza, le relazioni, l’universale, le idee, i concetti, ma non la causa agente, efficiente e produttiva, proprio come si dà negli enti logici o matematici. Pertanto non considera la realtà esterna, ma un sistema di idee o di concetti o di proposizioni che possono apparire ben connessi e congegnati, ma circa i quali uno, in fin dei conti, quando ci capisce qualcosa, si domanda: a quale realtà si riferisce l’Autore? Di che cosa sta parlando? Che cosa ci vuol mostrare? Infatti non sono concetti e giudizi che ti fanno capire la realtà, ma semplicemente le idee di Severino.

È quindi paradossale in Severino la compresenza di un odio contro la fede, la Chiesa e il cristianesimo che arriva fino alla bestemmia, con l’avanzare istanze sacrosante dello spirito, che solo il cristianesimo può soddisfare in pienezza. Si capisce che un Barzaghi abbia voluto accostarlo a San Tommaso. Tuttavia, chi lo ha capito veramente, a mio giudizio, con un’adeguata critica, non è stato Barzaghi, il quale compromette San Tommaso per seguire Severino, ma è stato il Padre Fabro tanto che lo stesso Severino gli ha detto di averlo capito, e il Padre Fabro non gliele manda a dire, avendo espresso su di lui un severissimo giudizio. Mentre non mi risulta Severino abbia mai lodato il Padre Barzaghi per l’accostamento che egli fa di San Tommaso al suo pensiero.

Immagini da Internet:
- Madonna della seggiola, Raffaello
- Santa Sede, Roma 


[1] È quello che ha tentato di fare il Padre Giuseppe Barzaghi, ma l’operazione non è riuscita perché, come ho dimostrato nei miei studi critici su di lui, il risultato è il panteismo.

[2] La ragione, la fede, Edizioni Albo Versorio, Milano 2008, p.27.

[3] Ibid., p.32.

[4]Ibid., p.33.

[5] Ibid., p.36.

[6] Vedi Il destino della necessità, Adelphi Edizioni Milano 1980.

[7] Vedi Sum. Theol., I, q.23.

[8] Chiara Giaccardi-Mauro Magatti, La scommessa cattolica, Il Muino, Bologna 2019,p.21.

[9] Lettera di Severino a Fabro pubblicata da Fabro nel suo libro.

[10] Sum. Theol., I, q.15, a.3; q.18, a,4.

[11] Dal quale vuol escludere il tempo, ossia il simul: impossibile ens et non ens esse simul. Si risponde che è impossibile che l’essere sia il non-essere, ma non è impossibile il passaggio dal non-essere all’essere e viceversa.

1 commento:

  1. Molto interessanti questi Suoi articoli su Severino, che mostrano bene le falle del suo (fumoso, ma per certi versi semplicissimo) sistema.

    Parlare con un severiniano fa un effetto stranissimo, perché qualsiasi cosa la rigira secondo il suo sistema, cambia i termini, sposta le definizioni... è un groviglio gordiano, e sono un elettrotecnico eppure ne ho esperienza diretta.

    C'è su internet un video esilarante del dialogo fra Michele Boldrin e un filosofo severiniano https://www.youtube.com/watch?v=zNccK_qsJcg , che ben trasmette le sensazioni che ho provato io dinanzi ad amenità come
    -"il divenire non esiste" -"ma io mi sto muovendo" -"il movimento non esiste" -"No ma vedi, c'è l'atto e la potenza" -"E' falso" -"La tua posizione è ardua da capire" -"Non è -una posizione-, ma qualcosa che trascende ogni banalissima "posizione filosofica"" "Mah, se lo dici tu..."
    C'è un che di messianico in Severino, come in certi orientalismi.

    Padre Fabro sembra un filosofo molto citato quando si parla di questi temi, se la sente di consigliare dei suoi testi per conoscerlo meglio?

    Un caro saluto e una preghiera.

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