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Il mio commento alla risposta di Don Pagliarani all’appello del Santo Padre

 

Il mio commento

alla risposta di Don Pagliarani all’appello del Santo Padre

 

Credo di far piacere ai miei lettori presentare un mio commento a questa lettera di Don Pagliarani al Papa, del 30 giugno scorso[1]. Toccherò solamente alcuni punti, riferendomi a singole affermazioni di Don Pagliarani.

 

Dice Don Pagliarani:

“Paradossalmente, ci sembra nostro preciso dovere, nel contesto attuale, fare il possibile per ricucire la tunica di Cristo, lacerata da forze e pressioni incompatibili con uno spirito autenticamente cattolico.”

Rispondo dicendo che nella Chiesa da sessant’anni è risorta una forma di modernismo, che già Maritain nel 1966 denunciava come molto peggiore di quella dell’epoca di San Pio X.

Don Pagliarani certamente fa riferimento a questo poderoso ritorno di modernismo, i cui germi covavano già durante i lavori del Concilio. Un famoso teologo, oggetto a questo riguardo di severa critica da parte dei lefevriani è Karl Rahner.

Mons. Lefebvre si accorse dell’insidia che poteva offrire il pensiero di Rahner. Tuttavia non si accorse che Rahner, insieme con Ratzinger, dette un positivo contributo al Concilio. Ma poi, che cosa successe dopo? Che Rahner, valendosi della grande fama che si era procurato durante i lavori del Concilio, uscì allo scoperto manifestando apertamente il suo modernismo, che egli considerava come dottrina del Concilio. E purtroppo l’autorità ecclesiastica non fu in grado di intervenire nel modo dovuto, così da distinguere in Rahner l’errore dalla verità.

Mons. Lefebvre purtroppo non capì il contributo valido di Rahner e lo interpretò come modernismo. La conseguenza di ciò è che Mons. Lefebvre per un verso denunciò il modernismo di Rahner, ma per l’altro fraintese il contributo che Rahner aveva dato al Concilio, considerandolo modernista, per cui accusò il Concilio di modernismo.

La Fraternità, che egli fondò, è basata su questo gravissimo equivoco e suppone una accusa di eresia al Concilio, per cui tale Fraternità è nata non solo scismatica, ma addirittura mostrando una non piena adesione alla dottrina cattolica, così come era stata sviluppata dal Concilio.

Come tutti sanno, il tema principale circa il quale Mons. Lefebvre accusava il Concilio era il tema della Tradizione. Ma San Paolo VI sin dall’immediato postconcilio rimproverò Mons. Lefebvre di avere un falso concetto di Tradizione.

Potremmo anche osservare che se l’exploit di Rahner fosse stato subito fermato dalla Chiesa, molto probabilmente, non dico che la Fraternità non sarebbe sorta, ma non avrebbe avuto le sue buone ragioni di opporsi a Rahner.

In questo ribadisco che la Fraternità è nata male, perchè basata sul rifiuto delle nuove dottrine del Concili.

È molto interessante ricordare il comportamento di Ratzinger nei confronti di Rahner dopo il Concilio. Ratzinger, acuto teologo tedesco, ben conoscitore dell’idealismo tedesco, si accorse sin dall’immediato postconcilio dell’operazione sleale di Rahner, che pretendeva far passare Hegel sotto apparenti vesti tomistiche. Questa operazione disonesta, che ebbe subito gran successo, fu smascherata a suo tempo dal grande filosofo e teologo Cornelio Fabro.

Per quanto riguarda Ratzinger egli ruppe l’amicizia con Rahner, accusandolo giustamente di essere caduto in un falso cattolicesimo, che in realtà era una forma di idealismo panteista.


Se in tutto ciò Pagliarani ha ragione, con ciò non intendo assolutamente giustificare gli argomenti di questa lettera nei confronti del Papa.

Anzi dobbiamo ricordare il severo avvertimento del Santo Padre:

“l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione”, ed inoltre dobbiamo ricordare anche l’altro avvertimento: “lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”[2].

Naturalmente, pensando alla grande quantità di cattolici che nel mondo seguono la Fraternità, possiamo domandarci se siano tutti in peccato mortale. La risposta evidente che dobbiamo dare è che il Santo Padre, nel suo cuore di Pastore Universale della Chiesa, si limita a denunciare la gravità oggettiva del peccato di scisma, ma si guarda bene dal giudicare le coscienze, similmente a quanto Papa Francesco rispose quando gli chiesero se ogni omossessuale è in peccato mortale, ed egli rispose con la famosa frase, purtroppo non da tutti compresa: “Chi sono io per giudicare?”.

Un’altra domanda che possiamo porci è se i fedeli, che frequentano la Fraternità, sono veramente informati del perché l’atto scismatico di oggi sia peccato.

 

Le parole di avvertimento del Papa non devono sembrare una novità, e quindi Don Pagliarani inutilmente dichiara che la Fraternità non è scismatica. Infatti di fatto la Fraternità è nata e si è mantenuta scismatica fino ad oggi.

Per questo la lettera di Don Pagliarani non ha il tono di un vero figlio della Santa Madre Chiesa, ma quello di un figlio ribelle e orgoglioso, che pretende di aver ragione davanti al Papa, come ha fatto Lutero, in quanto Don Pagliarani si è ribellato alla dottrina della Chiesa espressa nel Concilio Vaticano II.

La differenza da Lutero sta solo nel fatto che, come Lutero ha preso come pretesto la Sacra Scrittura per ribellarsi al Papa, così purtroppo i lefevriani prendono a pretesto la Tradizione per ribellarsi al Papa.

La speranza che tutti noi cattolici esprimiamo è che questi nostri fratelli lefevriani, a cominciare dai Vescovi, sentano l’impulso dello Spirito Santo, che li chiama al pentimento e all’ascolto di “ciò che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,29).

 

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 1° luglio 2026





Da: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2026/6/29/pietro-e-paolo.html



[1] Lettera del Superiore Generale in risposta a Sua Santità Papa Leone XIV - Ecône, 30 giugno 2026

https://fsspx.news/it/news/lettera-del-superiore-generale-risposta-sua-santita-papa-leone-xiv-59914

[2] LETTERA DEL SANTO PADRE LEONE XIV AL SUPERIORE GENERALE DELLA FRATERNITÀ SACERDOTALE SAN PIO X

Dal Vaticano, 29 giugno 2026 - Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/letters/2026/documents/20260629-lettera-fraternita-sanpiox.html

9 commenti:

  1. Stimato padre Giovanni,
    venga anzitutto detto che condivido pienamente le sue osservazioni negli ultimi articoli riguardo alle consacrazioni scismatiche della FSSPX; tuttavia mi permetta di farle due osservazioni non nell’ambito dottrinale, bensì in quello meramente opinabile, cioè nell’ambito che corrisponde al pastorale‑governativo‑disciplinare della Chiesa, soprattutto di competenza del Papa, ma ambito nel quale possiamo rispettosamente dissentire, salva sempre la nostra obbedienza anche in questo campo al Vicario di Cristo.

    1. Non mi sento incline ad approvare la sua ultima osservazione in questo articolo. Lei dice che dovrebbe costituirsi una nuova Commissione Ecclesia Dei, o simile, che affronti il dialogo con gli scismatici lefebvriani. A questo riguardo dissento, perché:

    a) si tratta di cristiani separati, che dovrebbero, a mio avviso, essere trattati nell’ambito dell’Ecumenismo, vale a dire nel dicastero del dialogo con i fratelli separati, cristiani non cattolici (detto in generale, ortodossi e protestanti). A questo proposito lei osserva che i lefebvriani si chiamano cattolici. Ebbene, possono chiamarsi come vogliono, ma non lo sono. In fin dei conti, non vi è difficoltà che anche gli ortodossi orientali o i protestanti si definiscano cattolici, e penso che molti di loro si considerino i veri cattolici. Ma ciò non impedisce quanto affermo: l’eventuale dialogo con la FSSPX deve trattarsi nell’ambito dell’ecumenismo.

    b) se eventualmente il papa Leone decidesse di creare qualcosa di simile alla Commissione Ecclesia Dei per il dialogo con i lefebvriani, in ogni caso non si dovrebbe ripetere la stessa esperienza di quella Commissione, che, in connivenza con alcuni funzionari del dicastero del culto, risultarono essere più lefebvriani degli stessi lefebvriani, o, per dirlo con maggiore cortesia, filo‑lefebvriani. Non abbondo in argomentazioni, ma sono disposto a riferire fatti e azioni, se lei lo ritiene necessario.

    2. Desidero segnalare un errore pastorale che sta alla base del “dialogo” con la FSSPX da più di cinquant’anni. A mio avviso (e lo dico con la serenità di coscienza che mi deriva dall’essermi informato sugli avvenimenti accaduti già prima delle consacrazioni episcopali scismatiche del 1988) vi è stato un errore pastorale nell’atteggiamento di san Giovanni Paolo II e del suo allora prefetto al Dicastero della Fede, cardinale Ratzinger. In quell’occasione, quando mons. Lefebvre chiese vescovi per la sua Fraternità, credo che la risposta corretta del Papa e dei suoi collaboratori dovesse essere: No, senza ulteriori spiegazioni.In fin dei conti, hanno forse chiesto per sé, ordini venerabili come i Francescani, i Domenicani o i Gesuiti, ecc., vescovi particolari? Una “fraternità sacerdotale” può nascere, ed è nata e nasce molte volte, dall’iniziativa di semplici presbiteri.
    La particolarità della FSSPX è che è nata dalla volontà eretica e scismatica di mons. Lefebvre, il quale argomentava nel 1987‑1988 di aver bisogno, a causa della sua età, malattia ed eventuale prossima morte, di consacrare nuovi vescovi affinché la sua missione continuasse.E l’errore pastorale di papa san Giovanni Paolo fu accettare tale argomentazione. Quando invece avrebbe dovuto semplicemente dirgli che no, che nessuna Fraternità Sacerdotale ha bisogno di vescovi propri (per esempio con la pretesa di diventare una “prelatura personale”, come è stato il caso dell’Opus Dei, e credo che ormai non lo sia più).Così semplice.

    La ringrazio per l’attenzione a queste brevi riflessioni.

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    1. Caro Julio,
      sono d’accordo con lei nel ritenere che l’eventuale ricostituzione di una Commissione pontificia di dialogo con i lefevriani potrebbe essere regolamentata secondo le procedure già in uso nel dialogo con i cristiani non cattolici.
      Le notizie che lei mi dà circa il fatto che in quella Commissioni ci siano stati cedimenti ai lefevriani mi addolora. Ma certo, questo, secondo me, non è un motivo che debba trattenere Papa Leone dal ricostituire una Commissione con elementi veramente qualificati ed equilibrati.
      Per quanto riguarda quello che lei mi racconta circa il fatto che San Giovanni Paolo II avrebbe concesso a Mons. Lefebvre qualche vescovo per la sua Fraternità, non mi risulta assolutamente. Addirittura nel 1988 i vescovi lefevriani furono scomunicati. Tenga presente che in quegli anni io lavoravo in Segreteria di Stato. La cosa mi sembra quindi molto poco credibile.

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    2. Caro Padre Giovanni,
      riguardo alla sua risposta al mio punto 2, vedo che mi sono spiegato male. Non ho detto che san Giovanni Paolo II abbia ceduto alla richiesta di concedere a Mons. Lefebvre un Vescovo per la sua Fraternità. Ciò che ho detto è che san Giovanni Paolo II, attraverso il suo Prefetto della Fede, cardinale Ratzinger, accolse la richiesta di Lefebvre, rispondendogli che glielo avrebbe concesso. Questo è narrato dal defunto vescovo Tissier de Mallerais nella sua biografia di Lefebvre, ed è attestato da altri fatti e dati. Proprio per questo, Lefebvre non ritenne di dover aspettare che Roma gli concedesse quel Vescovo, perché non aveva fiducia in quella concessione e inoltre non gli bastava consacrare un solo Vescovo. Da qui la decisione di consacrarne quattro di sua iniziativa nel 1988.

      Ciò che ripeto e sottolineo è che – sempre a mio modesto parere – il papa san Giovanni Paolo II accettò l’argomentazione di Lefebvre circa la "necessità" di soddisfare la sua “necessità” di consacrare un Vescovo. A mio avviso, il Papa avrebbe dovuto negare fin dall’inizio e in modo netto di concedere un tale Vescovo a una qualsiasi “Fraternità Sacerdotale”. Né i Domenicani, né i Francescani, né i Gesuiti, né i Benedettini, eccetera, eccetera… hanno simili pretese di Vescovi per le loro Congregazioni.

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    3. Caro Padre Giovanni,
      per quanto riguarda la sua risposta al mio punto 1, sono d'accordo anch'io, e in parte l'ho già detto, anticipando la sua risposta. Nulla impedisce al papa Leone di costituire una commissione di dialogo ecumenico con la FSSPX. Il problema della precedente Commissione Ecclesia Dei era che sotto il suo governo c'era la regolamentazione dell'applicazione del motu proprio Summorum Pontificum, con le estreme libertà concesse (ai singoli sacerdoti, al di fuori del governo dei propri vescovi!) la possibilità di celebrare la Messa del 1962. Ma con l'entrata in vigore del motu proprio Traditionis custodes ciò non sarebbe accaduto.

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    4. Caro Julio,
      anche dopo il ridimensionamento della notizia che mi ha dato circa la richiesta fatta da Mons. Lefebvre a San Giovanni Paolo II, le confesso che rimango ancora perplesso. Se la cosa l’ha saputa da Mons. Tissier de Mallerais, mi confermo nella perplessità dal momento che questo Vescovo era un lefevriano.

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    5. Caro Julio,
      io comunque ritengo che l’eventuale reistituzione della Commissione non dovrebbe essere vista come una specie di ostacolo al Traditionis Custodes.
      Questo decreto, benchè abbastanza restrittivo, potrebbe comunque rimanere un punto di riferimento per il dialogo, per cui credo e spero che con Papa Leone ci sia una maggiore comprensione reciproca.

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    6. Caro padre Giovanni,
      riguardo al suo secondo commento, sono molto d’accordo con lei. Anch’io comprendo che l’eventuale commissione ecumenica di dialogo con i lefebvriani non dovrebbe essere vista come un’opposizione o come un ostacolo alle disposizioni di Traditionis Custodes. Soprattutto perché sia lei che io abbiamo constatato quanto fosse giusto papa Francesco nel sottolineare l’unicità della lex orandi del rito romano nel Novus Ordo Missae, avendo lei ed io rilevato, sulla base di uno studio più approfondito della Sacrosanctum Concilium, che vi sono dottrine nuove nel Concilio riguardo alla liturgia, le quali comportano che il novus ordo non sia oggi da celebrarsi necessariamente per motivi di mera obbedienza disciplinare, ma per motivi di fede.
      Pertanto, condivido con lei la sua affermazione secondo cui Traditionis Custodes deve essere un documento di riferimento fondamentale per il dialogo con i cismatici lefebvriani, i quali non sono ora cismatici (come dicono alcuni in questi giorni), ma lo erano già da molto tempo.

      Riguardo al suo primo commento, anch’io sono perplesso, precisamente a causa di quello che a mio giudizio fu un errore pastorale commesso da san Giovanni Paolo II nel dialogo con i lefebvriani prima delle consacrazioni del 1988, avendo loro promesso la consacrazione di un Vescovo (cosa che Lefebvre non accettò né volle attendere la decisione del Papa, per diffidenza verso “la Roma modernista e apostata”, come diceva quel vescovo). La mia perplessità cresce perché in quelle settimane precedenti alle recenti consacrazioni non furono pochi i tradizionalisti nella Chiesa (meglio dire filolefebvriani), anche Vescovi, che suggerivano che il papa Leone dovesse autorizzare consacrazioni di Vescovi per la FSSPX.
      Mi occuperò di questo tema e le apporterò dati che attestano i fatti che le ho menzionato.

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    7. Caro Padre Giovanni,
      ho appurato, e sì, ci fu una promessa esplicita da parte di Roma: nel maggio del 1988, dopo le trattative con il cardinale Ratzinger, fu firmato un protocollo (e questo si trova nella biografia scritta dal vescovo lefebvriano Tissier) nel quale si riconosceva la Fraternità San Pio X e si garantiva la consacrazione di un vescovo con mandato pontificio. Lefebvre, tuttavia, diffidando che si compisse nei tempi e nei modi, decise di procedere per conto suo il 30 giugno 1988.
      Pertanto: io rimango più perplesso di Lei.
      A che serviva quella promessa? Che cosa sarebbe accaduto se Roma l’avesse mantenuta? Che cosa avrebbero detto i Domenicani, i Francescani, i Gesuiti, ecc., ecc.? Com’è che il Papa aveva promesso una tale cosa? E a Lefebvre????

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    8. Caro Julio,
      ho capito con quale spirito San Giovanni Paolo II, per mezzo del Card. Ratzinger, stese quel protocollo nel 1988, nel quale il Papa prometteva di concedere un Vescovo preso dalla Fraternità.
      Ciò che ci fa capire come mai Mons. Lefebvre non è stato ai patti è il fatto che in quel protocollo c’era una condizione ben precisa, che Mons. Lefebvre accettasse la nozione di Tradizione così com’era definita dal Concilio Vaticano II. Infatti dal gesto del Vescovo comprendiamo con chiarezza che egli non corresse il suo concetto sbagliato di Tradizione, così come già San Paolo VI gli aveva contestato.
      Il fatto che lei riferisce, che alcuni Vescovi tradizionalisti avessero auspicato che il Papa concedesse il permesso di ciò che Don Pagliarani chiedeva, non depone a favore della loro saggezza e della loro integrità nella dottrina cattolica.

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