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La metafisica di Gesù (4)

 

La metafisica di Gesù (4)

 

Presento ai Lettori un brano sulla creazione, tratto da un libro che pubblicai nel 2014, dedicato a illustrare una cosa alla quale finora non si era mai pensato e cioè presentare quella che si potrebbe chiamare “la metafisica di Gesù”.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 29 gennaio 2026

 

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La metafisica di Gesù (1) - (2) – (3):

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2024/10/la-metafisica-di-gesu.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-2.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/2025/06/la-metafisica-di-gesu-2.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-3-prima-parte-12.html

https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-3-seconda-parte-22.html

 

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Dal Libro del 2014, pubblicato dalle Edizioni di L’Isola di Patmos, Roma:

GIOVANNI CAVALCOLI: «GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO: INIZIO, CENTRO E FINE ULTIMO DEL NOSTRO UMANESIMO INTEGRALE»

Il concetto di Cristo fondamento del mondo, racchiude le altezze più sublimi del Santo Padre e Dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: il Christus totus. Come ripeterà infatti il Sommo Pontefice Benedetto XVI nel corso del suo ministero apostolico: Cristo non è una parte dell’esperienza umana, ma la nostra totalità. Egli è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro umanesimo integrale. E fu proprio su queste premesse teologiche che l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando su disposizione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II la esortazione Dominus Jesus, ribadì questa totalità, in aperta contrapposizione a un male inteso ecumenismo e a un male inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.

https://isoladipatmos.com/novita-gesu-cristo-fondamento-del-mondo-inizio-centro-e-fine-ultimo-del-nostro-umanesimo-integrale/

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Cap. VII, 3. La creazione

 

a. Il Dio che rende possibile la creazione

 

        Gesù in più occasioni ricorda che il mondo è stato creato da Dio. Ricorda la creazione dell’uomo e della donna: “Dall’inizio della creazione li fece maschio e femmina” (Mc 10,6). Nella preghiera sacerdotale al c.17 di Giovanni, Gesù fa riferimento alla sua preesistenza divina rispetto al mondo, tema del quale ho già parlato (17, 5; 17,24).

        Come è noto, la dottrina secondo la quale un Dio uno ed unico, trascendente, saggio ed onnipotente ha creato tutto dal nulla, è caratteristica esclusiva della Bibbia tra tutte le altre religioni antiche dell’umanità e denota un altissimo senso metafisico, ossia dell’essere e del nulla, dell’essere infinito (Dio) e dell’essere finito (mondo), della materia (l’“abisso” o le “acque”) e dello spirito. Come nota la Bibbia di Gerusalemme a Gn 1,1, “la creazione è espressa dal verbo barà, che nella Bibbia è riservato all’azione creatrice di Dio, diversa dall’azione produttrice dell’uomo”. Essa infatti si esprime col verbo alsà.

        Gesù insegna questa immensa differenza tra il fare umano e il fare divino, tra le possibilità dell’uomo e quelle di Dio con immagini estremamente semplici, come quando per esempio invita a confidare nella divina Provvidenza, ricordando la limitatezza delle nostre possibilità e la sapienza creatrice e provvidente divina: “Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!  Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto? Guardate i gigli, come crescono: non filano, non tessono; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Se dunque Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, quanto più voi, gente di poca fede?” (Lc 12, 24-28; cf Mt 6, 26-30).

        È interessante notare che qui Cristo imbastisce un ragionamento metafisico che applica il principio di causalità secondo l’analogia di proporzionalità: la creatura dipende dal Creatore e quanto più alta essa è (l’uomo), tanto maggiore è la cura che Dio si prende di essa.

        Gesù esclude però che l’uomo possa avere un potere creativo, quando pronuncia queste semplici parole, che a noi oggi possono sembrare un po’ ingenue, ma che in realtà vanno intese in senso metafisico: “Non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello” (Mt 5,36); e “chi può aggiungere anche un’ora sola alla propria vita?” (Mt 6,27; Lc 12, 25-26).

        In altre circostanze Gesù allude, sia pure in forma negativa, al fatto che ciò che l’uomo fa lo può fare solo come causa seconda causata dalla causa prima, essa solo creatrice: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).

        E’ interessante questa somiglianza del produrre umano col creare divino, entrambi effetto di intelligenza e volontà, con la differenza che mentre l’uomo plasma, ordina o trasforma una materia presupposta, Dio crea anche questa materia. La Bibbia per la verità non usa questo termine, ma quello equivalente di “terra”: anche la terra, oltre al cielo, che rappresenta lo spirito, è stata creata.

        La terra appare dunque all’inizio come “informe”. Dio le dà forma similmente a come, secondo Aristotele, lo spirito (nus) dà forma (morfè) alla materia (yle). La terra è “deserta”, appunto perchè ancor priva di forma. Si introduce poi il concetto dell’“abisso” (eb. tehòm), anch’esso in fondo riconducile alla materia o allo spazio, concetto che ricorrerà molte volte in vari significati, anche spirituali, nella Scrittura, fino ad essere usato da Gesù stesso (Mt 18,6; Mc 9,42; Lc 16,26; 17,2).

        L’abisso, sempre secondo il racconto della creazione, è di per sé “ricoperto dalle tenebre”, appunto come la materia, la quale è resa intellegibile dalla forma, qui espressa dall’immagine della “luce”. Anche le “acque” sono il simbolo della materia primordiale, sulla quale “aleggia lo spirito”: chiaro segno del primato dello spirito sulla materia.

        Nulla, quindi, nella Bibbia, dell’idea di un caos primitivo, al quale la divinità si limita di imporre ordine. Nella Bibbia, anzi, non c’è assolutamente, come nelle antiche cosmogonie e teogonie pagane, il concetto di un Caos assoluto, originario, sconfinato, tenebroso ed irrazionale, dal quale trarrebbero origine gli dèi, gli uomini e il mondo. Eventualmente il caos può essere paragonato all’abisso biblico; tuttavia anche questo è stato creato da Dio (Sal 96,4 e Pro 8,24).

        Gesù non si ferma a spiegare che cosa è la creazione. Suppone ben nota e pacifica la nozione, né mai capitano discussioni di lui con altri su questo argomento, tanto la cosa era chiara per tutti. Su questa dottrina di capitale importanza, Gesù non fa che riconfermare l’insegnamento veterotestamentario, salvo a presentare la sua opera redentrice come “nuova creazione”, del resto sulla scorta della dottrina dei profeti. In riferimento al futuro mondo nuovo dei risorti Gesù, rivolgendosi agli apostoli, promette loro: “Nella nuova creazione siederete su dodici troni a giudicare le dodici tribù di Israele” (Mt 19,28; Mc 10,29; Lc 18,29; 22,30).

        Vedremo invece adesso a proposito della creazione, che se da una parte è stata successivamente approfondita dai teologi, dall’altra non sono mancati errori e fraintendimenti.

        La metafisica, dal canto suo, nel cercare col metodo dell’analogia l’ente più ente o massimamente ente o, come diceva Platone, to pantelòs on, l’ente che sia ente totalmente ente o ente sotto ogni aspetto, si solleva dall’ente all’essere, dall’ente in atto d’essere allo stesso atto d’essere sussistente, ossia dall’ente la cui essenza limita il suo essere all’Ente la cui essenza è il suo essere.

        Il primo ha l’essere per partecipazione; il secondo non ha l’essere, ma è l’Essere, non però nel senso dell’essere comune o universale, logico o metafisico, ma nel senso che è l’essere per essenza, per cui in questo Ente specialissimo, solo ed unico tra tutti gli altri, la sua essenza è quella di essere. Per questo Egli ha detto di Sé a Mosè: “Io Sono Colui Che E’” (Es 3,14). Per questo San Tommaso lo chiama Ipsum Esse per se subsistens.

        Il metafisico comincia col considerare l’ente che partecipa dell’essere per essenza, ossia quell’ente il cui atto d’essere è limitato della sua essenza, la quale pertanto è un poter-esser-tale, per cui il suo essere è quel dato esser-tale. Se io sono Giovanni, è perchè la mia essenza è di poter- essere-Giovanni. Così il mio essere attua la mia essenza.

        L’essenza dell’ente reale è una potenza limitata di essere, attuata da questo suo essere, in modo che l’ente è ciò che ha un’essenza che restringe a sé l’essere, che di per sé dice infinità. Se l’essenza fosse infinita, l’essere sarebbe infinito; ma allora quell’ente avrebbe come essenza l’essere infinito: questo coinciderebbe con quell’essenza di quell’ente. Ma questo è Dio.

        Da notare che essenza come tale non dice necessariamente l’essenza di un ente reale, ma dice semplicemente un qualcosa di pensabile, anche se non ha riscontro nella realtà, come tutti gli enti di ragione. Perchè essa si trovi nella realtà, occorre che l’ente che ha quell’essenza abbia l’atto d’essere.

        Ma l’infinità della ratio essendi è reale solo nell’Essere infinito, ossia in quell’Ente nel quale la ratio infinitatis dell’essere si realizza effettivamente, perchè è in atto tutto ciò che l’essere può essere. Tutto il possibile e il pensabile, in Dio è in atto, è Dio. Il che non esclude in Dio un possibile creabile non attuato o attuato fuori di Dio; e questo è il mondo. Importantissimo pertanto è non confondere ciò che dice il concetto di essere con la realtà dell’Essere infinito.

        Altrimenti Dio, invece di esistere in Sé fuori di noi come realtà oggettiva, davanti a noi come un Tu, in noi come Causa, al di sopra di noi come Signore e indipendentemente da noi come Assoluto, diventa un ente di ragione, un idolo della nostra mente, un dio, per esprimerci con la Scrittura, “fatto dalla mano dell’uomo” (cf Is 10,10).

        Così il metafisico passa dall’accidente alla sostanza, dalla sostanza materiale a quella spirituale finita e da questa alla Sostanza spirituale infinita, che è appunto questo Ipsum Esse, Dio.

        L’Ipsum Esse non è un essere neutro, vago, indeterminato o impersonale, non è, come dice la filosofia indiana, “nirguna”, ossia privo di attributi, perché questa sarebbe la maniera migliore per confonderlo col mondo.

        Al contrario Dio, l’Ipsum Esse è purissimo Spirito e quindi Persona, anzi Tre Persone[1]. Se già è spirito l’angelo e l’anima dell’uomo, la cui comprensione dell’essere è limitata, a ben maggior ragione sarà Spirito l’Ente che conosce e comprende tutta la sterminata estensione dell’essere ed ogni singolo essere.

        Dio inoltre non è astrattamente l’“essere”, ma in quanto Esse subsistens, è un Ente, un Soggetto ben preciso, è un Essere singolarissimo, determinatissimo, inconfondibile, riconoscibile fra ogni altro essere, benchè sia sommamente misterioso (Is 45, 15) ed ami nascondersi. Egli è uno e identico a se stesso, immutabile, fedele, unico, nessuno come Lui, c’è solo Lui così e non ce n’è altri. Quante volte lo ripete la Scrittura! E questo è il monoteismo, come dice Gesù a Satana: “Adora il Signore tuo Dio e a Lui solo rendi culto” (Mt 4,10).

        Che l’infinita essenza degli attributi divini, a cominciare dall’essere, come abbiamo visto, superi infinitamente la nostra finita capacità di comprensione, questo nessuno lo negherà, tanto che Dio in certo modo ci appare come uno Sconosciuto[2]. Ma ciò non impedisce alla metafisica, alla teologia e alla stessa fede di stabilire i detti attributi con modestia ma con certezza, come pegno della nostra salvezza.

        L’intelletto umano è aperto alla conoscenza dell’Infinito e in certo modo, benchè molto imperfettamente, lo diviene grazie al concetto di Dio, ma è chiaro che il modo del conoscere non può che riflettere, come del resto anche nell’angelo, la finitezza dell’essere creaturale.

        Gesù sa bene come nel campo del contatto con Dio l’uomo può avanzare delle richieste eccessive, senza sapere neanche lui che cosa chiede, come infatti Gesù dice ai figli di Zebedeo: “Voi non sapete quello che chiedete” (Mt 20,22).

        E’ chiaro che solo un Dio trascendente può essere origine e causa, e governa le cose e l’uomo non semplicemente come un dio pagano o anche come il Motore immobile di Aristotele, tutto sommato una Causa prima e un Fine ultimo dei moti della natura, ma che non pare interessarsi dell’uomo e tanto meno dell’uomo peccatore.

        Invece, solo il Dio che ci è proposto dalla Bibbia come Ipsum Esse è in grado, per così dire, di sopportare il peso dell’essere, dando origine all’essere stesso delle cose, ossia creandole dal nulla. Solo un Dio che domina tutto l’essere può, con la sua onnipotenza, trarre dal nulla o far essere tutto quello che vuole.

P. Giovanni Cavalcoli, OP (2014)

  

E’ chiaro che solo un Dio trascendente può essere origine e causa, e governa le cose e l’uomo non semplicemente come un dio pagano o anche come il Motore immobile di Aristotele, tutto sommato una Causa prima e un Fine ultimo dei moti della natura, ma che non pare interessarsi dell’uomo e tanto meno dell’uomo peccatore.

Invece, solo il Dio che ci è proposto dalla Bibbia come Ipsum Esse è in grado, per così dire, di sopportare il peso dell’essere, dando origine all’essere stesso delle cose, ossia creandole dal nulla. Solo un Dio che domina tutto l’essere può, con la sua onnipotenza, trarre dal nulla o far essere tutto quello che vuole.

Immagine da Internet:

- La Creazione, dall'Haggadah di Sarajevo


[1] Attenzione a non confondere la personalità divina come Dio Uno dotato di intelletto e volontà, con la Persona nel senso trinitario. La persona divina nel primo senso è dimostrata dalla metafisica e dalla teologia naturale; invece nel secondo senso è oggetto della Rivelazione.

[2] Vedi l’ottima opera del Padre Jean-Hervé Nicolas,OP, Dieu connu comme inconnu. Essai d'une critique de la connaissance théologique , Desclée de Brouwer, Paris 1966.

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