La metafisica di Gesù (3)
Prima Parte (1/2)
Ho già presentato ai Lettori lo schema di un libro che pubblicai nel 2014, dedicato a illustrare una cosa alla quale finora non si era mai pensato e cioè presentare quella che si potrebbe chiamare “la metafisica di Gesù”.
Ora presento un ulteriore brano del mio libro, nel quale il Lettore potrà trovare temi e argomenti che interessano l’attività ecumenica, che ricordiamo in modo particolare in questa settimana dedicata alla preghiera per l’Unità dei Cristiani.
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La metafisica di Gesù (1) e (2):
https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu.html
https://padrecavalcoli.blogspot.com/2024/10/la-metafisica-di-gesu.html
https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/la-metafisica-di-gesu-2.html
https://padrecavalcoli.blogspot.com/2025/06/la-metafisica-di-gesu-2.html
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Dal Libro del 2014, pubblicato dalle Edizioni di L’Isola di Patmos, Roma:
GIOVANNI CAVALCOLI: «GESÙ CRISTO FONDAMENTO DEL MONDO: INIZIO, CENTRO E FINE ULTIMO DEL NOSTRO UMANESIMO INTEGRALE»
Il concetto di Cristo fondamento del mondo, racchiude le altezze più sublimi del Santo Padre e Dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona: il Christus totus. Come ripeterà infatti il Sommo Pontefice Benedetto XVI nel corso del suo ministero apostolico: Cristo non è una parte dell’esperienza umana, ma la nostra totalità. Egli è l’inizio, il centro e il fine ultimo del nostro umanesimo integrale. E fu proprio su queste premesse teologiche che l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Joseph Ratzinger, pubblicando su disposizione del Santo Pontefice Giovanni Paolo II la esortazione Dominus Jesus, ribadì questa totalità, in aperta contrapposizione a un male inteso ecumenismo e a un male inteso dialogo inter-religioso, ma soprattutto in contrapposizione al relativismo.
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f. La metafisica e la teologia
Quando allora Gesù dice che “solo Dio è Buono”, è evidente che si riferisce a Dio in quanto infinito e distinto dal mondo. Gesù non intende dire che il mondo non sia buono, ma che solo Dio è infinitamente buono[1]. Dunque per Gesù la finitezza è realtà, non è un nulla. Gesù non è un panteista. Resta però per noi il problema di come intendere l’essere o l’ente in modo che finito e infinto si distinguano tra loro, pur mantenendosi entrambi nel concetto dell’ente. Quale concetto dell’ente occorre? Non l’ente o l’essere come genere, ossia come univoco, ma come analogo.
Che vuol dire? Che la differenza finito-infinto non è al di fuori ma all’interno dello stesso concetto dell’ente o dell’essere. Cioè ente può significare finito o Infinto, può significare mondo o Dio. Quindi non ha un significato per se stesso indipendentemente dal mondo e da Dio, così come l’animale significa da sé, si tratti dell’uomo o della bestia. Ma l’essere significa mondo se è il mondo e significa Dio se è Dio. Muta quindi il significato e questo mutamento di significato è la caratteristica della nozione analogica dell’ente. Dio è ente come il mondo è ente, ma non allo stesso modo, bensì in un modo infinitamente diverso. Il significato stesso della nozione dell’essere muta in Dio e nel mondo.
La nozione di Dio dunque non è la differenza di un genere univoco più ampio, superiore o supremo - l’“essere” - così come il genere supera gli enti specifici o singoli che sono da lui compresi. Nessun genere, per quanto ampio e vasto, può contenere e superare l’Essere Singolare divino[2], perché Egli non ne è una parte logica, ma al contrario è questo Singolare-Tutto, che ontologicamente oltrepassa ogni essere finito possibile o attuale che si trova logicamente nella categoria dell’essere come ens in communi. Dio invece non è ontologicamente nel comune ma al di sopra e al di fuori del comune, anche se è pensato come se fosse all’interno di un comune o di universale, perchè noi non possiamo pensare se non per universali, compreso il concetto dell’essere.
Per non suscitare la meraviglia o l’incredulità del lettore circa questa esposizione della “metafisica” di Gesù, si badi peraltro che con queste mie considerazioni non dico niente di nuovo, ma esprimo in modo diciamo pure insolito una verità in fondo risaputa, fondata sulla fede cattolica e cioè che la verità soprannaturale della rivelazione e della fede sta assieme e in armonia con la verità razionale o naturale e che quindi la divina rivelazione, il Vangelo, gli insegnamenti di Cristo non contengono solo misteri divini e trascendenti, ma anche massime di umana sapienza, che confermano ed innalzano il valore della ragione e costituiscono preamboli naturali e necessari della fede teologale (praeambula fidei).
Ora, la metafisica non è altro che la scienza sorgente spontaneamente e necessariamente dalle percezioni e dai giudizi originari del senso comune, la quale contiene, dimostra e fonda il sapere più universale, più solido, più alto e più profondo della ragione umana; un sapere basilare e supremo, che fonda e giustifica a sua volta tutte le altre discipline teoretiche e pratiche dello spirito, sì da radunarle tutte assieme armoniosamente in un unico sistema fondato su di un unico principio o concetto, che è appunto l’ente o l’esistente come principio della metafisica e concetto universalissimo, che include ed implica ogni altro concetto, al di sopra o al di là o prima del quale non esiste altro concetto.
Dal che si capisce la sua necessità ed utilità per accedere alla conoscenza di fede, la quale non è altro che il vertice supremo della conoscenza infusa nella ragione dalla divina rivelazione, la quale genera nella ragione una partecipazione alla scienza stessa che Dio ha di Se stesso. E questa non è altro che la dottrina di Cristo o, come dice San Paolo, il “pensiero di Cristo” (I Cor 2,16).
Certo Gesù non è un metafisico e neppure un filosofo. È molto di più, infinitamente di più: la stessa divina Sapienza sussistente, il Logos divino della stessa sostanza del Padre. Tuttavia nel più è contenuto il meno. La sapienza divina contiene in sé virtualmente quella della ragione. Per questo non c’è da dubitare che Cristo, oltre ad essere maestro di divina sapienza, fu anche un rabbi (maestro) o un nabi (profeta), un maestro di sapienza umana, così come si usava in Israele in riferimento ai libri sapienziali della Sacra Scrittura.
Occorre però osservare che Israele non aveva speciali attitudini all’indagine, al ragionamento ed alla sistematizzazione metafisica o speculativa come troviamo nella Grecia di Platone, Aristotele, Plotino, Proclo o nell’India. Tutto, dal punto di vista letterario, in Israele, è sempre espresso e parcellizzato nello spazio di un proverbio, di una sentenza, di un apologo, di un breve ragionamento o di fatti o di ricordi autobiografici. Ma ciò non significa che vi sia povertà di contenuti, tutt’altro. Anzi le più alte visioni metafisiche dell’umanità, come quella dell’Essere sussistente, del Logos divino, dello Spirito, della persona, della coscienza, della libertà, della verità assoluta, del monoteismo e della creazione, ci sono insegnate proprio da Israele.
g. La metafisica di Gesù è la sana espressione della ragione naturale
Preciso pertanto, onde evitare ogni equivoco, che quando parlo qui di “metafisica” a proposito di certi detti di Gesù, evidentemente non intendo la metafisica elaborata, scientifica o scolastica, così come si è venuta formando e sviluppando tra i dotti dai tempi di Platone ed Aristotele fino a giungere agli istituti accademici della Chiesa dei nostri giorni, ma intendo quel sapere spontaneo, elementare e naturale di senso comune, la ratio naturalis, della quale parla San Tommaso, che ogni uomo adulto ragionevole possiede in forza della sua stessa natura di animale razionale.
Naturalmente questa ragione, per non fraintendere i detti di Cristo, dev’essere educata e fondata in verità evitando ogni sofisma ed inganno, così come pure Cristo insegna la sua metafisica ovviamente servendosi di una ragione sana, onesta e fondata sulla verità. Non dunque una qualunque metafisica, non una qualunque razionalità troviamo nei detti del Signore, ma solo quella metafisica, solo quella ragione che camminano nella verità, vengono dalla verità e vanno verso la verità, giacchè, come Egli dice, “chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37).
Questo è il senso della metafisica di Gesù. In tal senso si può dire senz’altro che Gesù fa in alcune occasioni metafisica ed è sommo maestro di metafisica. Il mio lavoro pertanto è consistito nell’andare a spulciare tutti quei passi del Signore, che in modo più o meno conveniente, diretto o indiretto, potevano esprimere concetti o insegnamenti o princìpi metafisici, dimostrando appunto tale convenienza ed esplicitando questo valore metafisico, non sempre a tutta prima evidente, ma nascosto sotto detti, immagini o metafore popolari. Questi detti naturalmente sulla bocca del Salvatore non possono non presentarsi come ispirati a una divina sapienza ed essere sommamente utili per la nostra salvezza.
Intendo dunque dimostrare come sia possibile ricavare da alcuni detti significativi del Signore una metafisica di tipo popolare ma non per questo meno valida e rigorosa di quella di Aristotele o Platone o dello stesso San Tommaso.
Dopo aver spiegato che cosa è la metafisica in generale, il mio assunto è allora quello di mostrare il valore della metafisica che si ricava dalle parole di Cristo, naturalmente la metafisica intesa non come scienza a livello accademico, ma come espressione del senso comune e della ragione naturale, della quale anche i semplici, sani di mente ed onesti sono dotati, al limite anche un bambino.
Non dunque una metafisica critica, della quale i semplici non sono capaci, ma nemmeno una metafisica ingenua o grossolana, che può celare grossi abbagli, bensì la metafisica spontanea e necessaria della ragione umana, come fondamento del pensiero e dell'azione.
Quindi in sostanza si tratterebbe di un nuovo modo di mostrare l'armonia tra ragione e fede senza passare esplicitamente dalla metafisica scolastica, ma ricavandola direttamente dalle parole del Signore. In tal modo verremmo anche a confutare la tesi di Lutero, il quale nega che il Vangelo sia in accordo con la metafisica o contenga una metafisica.
Ma dal Vangelo è possibile altresì ricavare una metafisica critica, che soddisfa le esigenze più rigorose della ragione. San Tommaso, servendosi di Aristotele e in genere dell’antica sapienza greca, ha mostrato che il Vangelo regge al vaglio della metafisica più rigorosa[3], benchè lo scopo del Vangelo non sia affatto quello di essere un trattato di metafisica e di insegnarci la migliore delle metafisiche possibili, bensì di comunicarci la Parola di Dio, che è sapienza infinitamente superiore a quella dell’umana ragione.
E non c’è dubbio che la metafisica critica di San Tommaso, per chi la può comprendere e praticare, è assai utile per penetrare i misteri della fede e il senso delle parole di Cristo. Tuttavia, per comprendere queste parole quanto basta per la salvezza, quella metafisica non è affatto necessaria, - ci mancherebbe! - ma basta, come dice il Concilio Vaticano I, la semplice, pia, umile ed onesta ragione naturale, che tutti possediamo, almeno i sani di mente, e ciò è comprensibile e logico, in quanto gli insegnamenti di Cristo si indirizzano a tutti, anche ai più semplici, fino ai fanciulli, perchè tutti con queste parole e grazie ad esse sono chiamati alla salvezza.
Infatti, se la dottrina di Cristo fosse accessibile solo ai metafisici provetti, come il Vangelo potrebbe essere un messaggio universale di salvezza? Dunque la metafisica del Vangelo non è quella accademica e dotta, che in esso è solo implicita, ma è la metafisica spontanea del senso comune[4] proprio della ragione naturale come tale, che ogni uomo possiede ed esercita, anche se indotto o digiuno in fatto di metafisica scientifica.
È questa metafisica popolare eppur necessaria alla salvezza, che emerge dall’analisi che farò degli insegnamenti del Signore. La metafisica del Vangelo è per così dire la metafisica dei fanciulli, per i quali è fatto il regno dei cieli. Essa è presente nei veri, grandi metafisici, come per esempio San Tommaso, una scienza che non “gonfia” nella superbia, ma “edifica” nella carità (cf I Cor 8,2).
h. Il danno fatto da Lutero e il suo rimedio
1. Il bisogno supremo di Lutero
In un’epoca come la nostra di dialogo ecumenico con i luterani, che è servito ad avvicinare cattolici e luterani, la franchezza di noi cattolici non può indurci a dimenticare, proprio per il bene degli uni e degli altri, quanto danno ha arrecato Lutero al rapporto fra metafisica e Sacra Scrittura, col diffondere il pernicioso errore che la metafisica porti a fraintendere e a falsare la Parola di Dio, quando è esattamente vero il contrario, come spero di aver dimostrato da questa introduzione, come cercherò di dimostrare ulteriormente qui e come dimostrerò per tutto il corso del libro.
In tutta la storia del cristianesimo non c’è personaggio che maggiormente e con maggiore abilità sia riuscito a persuadere moltissimi della estraneità per non dire dell’ostilità della metafisica nei confronti di Cristo e del Vangelo, in ciò opponendosi frontalmente al principe dei teologi San Tommaso d’Aquino, che viceversa mostra esemplarmente l’accordo del sapere della ragione con quello della fede, da cui il disprezzo di Lutero per l’Aquinate.
Ed oggi purtroppo questa mentalità si è infiltrata anche in ambienti cattolici, convinti così di praticare l’ecumenismo e di essere “moderni” secondo le indicazioni del Concilio Vaticano II. Per questo, ho pensato bene ed utile dedicare qui una particolare attenzione a Lutero non nello stile preconciliare dell’atteggiamento meramente polemico, ma anche riconoscendo gli aspetti positivi della sua riforma.
Il fatto è che Lutero, nel suo approccio alla Scrittura, ha sostituito, come chiave di lettura, il suo bisogno personale di salvezza allo sguardo largo, limpido, sereno, onesto, oggettivo, profondo ed aperto, proprio della sapienza metafisica, sguardo che è necessario per cogliere l’universalità della Parola di Dio, la quale è un bene comune; è, direbbe Sant’Agostino, un lumen publicum, che non è al servizio del proprio io, ma di tutti, e quindi deve unire tutta l’umanità nei secoli e nel mondo nella ricerca comune del vero sommo Bene e fine ultimo che è Dio. Uno sguardo che dev’essere espressione non della mia ragione, ma della ragione come tale.
Nella famosa esperienza della torre, Lutero credette di aver trovato la pace per il suo animo angosciato e che “gli si fosse aperto il cielo”. Per questo non volle per nessun motivo ritrattarsi, quando il Papa glie lo impose. Da qui il suo odio per il Papa e di conseguenza per il Magistero pontificio e per tutte le istituzioni della Chiesa alle quali il Papa presiede e che egli approva o governa[5]. In realtà poi Lutero, nel seguito della sua vita, non dà mostra di essere un animo particolarmente pacifico e fautore di pace, per cui si può sospettare che questa “pace” non sia fondata su di un’umile accettazione della verità, ma su di un tragico ed ostinato equivoco della sua coscienza. Più che la pace di uno che ha l’approvazione della sua coscienza, sembra la “pace” forzata di uno che voglia tacitare la coscienza. Comunque, siamo in un campo così misterioso, che lasciamo a Dio il giudizio.
Comunque sia, è evidente che nel cristianesimo luterano la soteriologia, ossia la preoccupazione della propria salvezza, prevale sulla dossologia, ovvero sulla lode divina e sull’orientamento eucaristico-liturgico-contemplativo. Il problema della liberazione dal peccato, frutto della grazia sanante, prevale sulla prospettiva della figliolanza divina, effetto della grazia elevante. La sola fides sembrerebbe a tutta prima un atteggiamento fiacco e quietistico, un abbandonarsi indolente nelle mani di un Dio che fa anche quello che spetterebbe all’uomo.
Ma in realtà il rinnegamento luterano delle “opere”, per chi intende veramente Lutero, si rovescia in un attivismo operosissimo e indefesso, che non lascia spazio alla contemplazione, se non a quel sostituto profano che è la musica, dove i Tedeschi sono maestri insuperabili, e questo attivismo o affarismo è testimoniato dalla storia dei paesi protestanti, soprattutto quelli più ricchi ed intraprendenti, quasi nella convinzione di avere in ciò il segno e la conferma dell’elezione divina (Beruf)[6].
La prospettiva del successo terreno sembra far sbiadire la speranza ultraterrena della visione beatifica, atteso il fatto che a Lutero contemplare l’essenza di Colui Che È, non pare interessarlo più di tanto. E ciò denota naturalmente una carenza dell’interesse metafisico.
Se per Lutero come per noi cattolici le opere salvifiche non possono meritare la grazia, ma sono frutto della grazia, per Lutero esse sono tutte e solo orientate alla propria salvezza e in fin dei conti ai propri interessi.
Da qui l’assenza nella spiritualità protestante di quella dedizione piena, tipica della consacrazione religiosa e monastica, alle opere di misericordia e alle più gravi ed impellenti necessità del prossimo, ossia tutti quegli istituti religiosi ed opere assistenziali dediti alla cura dei più bisognosi ed emarginati, così fiorenti invece nella storia della santità cattolica.
Da qui anche la povertà e lo scarso senso del sacro - a parte i bei corali liturgici[7] - del culto divino protestante, il quale, col pretesto della semplicità e della sobrietà, a mala pena può definirsi “liturgia”, fons et culmen totius vitae christianae, adorazione e sacrificio offerto a Dio in Cristo, mentre il culto nel protestantesimo si riduce ad una semplice pia commemorazione dell’Ultima Cena, quasi a risolvere il rapporto con Cristo nella fruizione della salvezza che Egli ci offre, sia pur sempre per mezzo della Croce.
2. La psicologia di Lutero
Psicologia e metafisica sono strettamente connesse. Una buona metafisica suppone una mente sana, matura ed equilibrata. Affrontiamo pertanto anche questo aspetto. Da un punto di vista psicologico si nota dunque nella personalità di Lutero la presenza di uno spirito eccezionalmente vigoroso, rimasto però bloccato e sviato in una soggettività psichicamente immatura con quella tipica preoccupata autoreferenzialità, che, come sanno bene gli educatori, se è normale nel fanciullo e nell’adolescente, diventa egoismo nell’adulto.
Non oserei quindi dire, come pensano alcuni, che Lutero non abbia ricevuto la vocazione sacerdotale-religiosa, alla quale seguì una solida formazione teologica. Nulla impedisce a Dio di dare la vocazione a soggetti psichicamente fragili, come dimostra la storia della santità.
Ci sarebbe semmai da chiedersi quanto egli capì del voto d’obbedienza e se forse a un certo punto non lo avvertì come una costrizione della libertà. Si ha l’impressione di una personalità repressa dall’educazione familiare, che a un certo punto scoppia rompendo gli argini, convinta di aver trovato finalmente la libertà.
Ora nasce qui il paradosso della concezione luterana della libertà: da una parte il “servo arbitrio” e dall’altra la liberazione dal peccato e dalla “tirannide romana”. Si può essere liberati senza essere liberi? Basterebbe questa gravissima antinomia per mettere in crisi tutta l’antropologia, la morale e quindi la teologia di Lutero.
Da idee di questo genere non può che venir fuori o una libertà senza legge o una volontà schiava delle passioni. Se sono esistiti ed esistono tanti protestanti pii e di buoni costumi, ciò è certamente perché hanno ascoltato veramente il Vangelo ed hanno lasciato cadere queste insensatezze del Riformatore.
Ad ogni modo, prescindendo un momento da questa contraddizione, e per quanto io mi renda conto della difficoltà della questione, ritengo, ad onore dello stesso Lutero, che egli abbia avuto la vocazione religioso-sacerdotale, ma la tragedia è stata che egli, al di là di ogni sua sensazione di essere “liberato”, in realtà non è riuscito a liberarsi dal suo blocco psicologico per acquisire una vera libertà e maturità psicologiche, che gli avrebbero consentito di far veramente fruttare le eccezionali qualità umane, spirituali e religiose, delle quali Dio lo aveva dotato.
Credendosi già libero, Lutero ha cessato di lottare, di condurre la “buona battaglia” (I Tm 6,12)[8], sotto pretesto di essere oggetto della divina misericordia, come purtroppo oggi molti credono, ingannati da un falso perdonismo e scambiando la bontà divina per dabbenaggine. Ma questo, per usare un’espressione popolare, vuol dire fare i furbi con Dio, e certo non conviene. O meglio, la lotta intemperante e violenta di Lutero si è spostata dal doveroso sforzo ascetico alla guerra contro il papato e contro i difetti veri o presunti della Chiesa.
Tuttavia, anche nei momenti più aberranti della sua rottura con la Chiesa, delle sue irose ed ingiuste invettive ed odio per il Papa, Lutero non perde mai del tutto lo stile, le preoccupazioni, gli interessi propri del pastore e del sacerdote. Per quanto caduto nell’eresia, non hai mai perso del tutto la fede, non è mai caduto come purtroppo è avvenuto per certi sacerdoti apostati, nella totale incredulità. Anzi ha ritenuto di aver ritrovato la figura autentica del pastore evangelico. Ha “tenuto duro”, come diciamo noi romagnoli e per questo lo affidiamo alla divina misericordia.
Tuttavia, studiando la vita di Lutero, si ha l’impressione di essere, come spesso accade negli adolescenti che ancora non hanno chiarito la loro personalità, davanti ad un soggetto inizialmente incerto, intimidito, spaventato, effetto, questo, probabilmente[9], dell’educazione dispotica ricevuta dal padre.
Sembra un soggetto non educato ad un ragionare pacato e ad un esercizio fiducioso seppur umile della propria volontà, ma a vivere in un’alternanza di paure, disperazioni, angosce, ire, entusiasmi ed esaltazioni. Malinconia e gioia spavalda si intrecciano in questa complessa e contradditoria personalità.
In Lutero pertanto avviene quel fenomeno che è ben conosciuto dagli psicologi: per reagire ad un insopportabile stato di scrupolo, di prostrazione e di frustrazione, il soggetto esplode e reagisce violentemente, passando all’estremo opposto dell’arroganza, dell’autoesaltazione, della sicumera e della prepotenza. Dallo scoraggiamento passa alla presunzione.
Ad una mancanza fondamentale di certezza metafisica Lutero non rimedia mettendo in atto una ragione serena, obbiettiva e spassionata, ma con un convincimento emotivo, dirompente, improvviso ed irrazionale, anche se nelle apparenze di un’illuminazione divina, di essere nell’assoluta verità e di essere salvo, convincimento irremovibile, che poi si sente in dovere di comunicare a tutta l’umanità, nell’idea che tutti abbiano bisogno di appropriarsi della sua scoperta.
La certezza fondamentale di Lutero, ancor più del principio di non contraddizione, che del resto non si preoccupa di rispettare, ancor più della divinità di Cristo, che per lui è una cosa ancora astratta, diventa così la certezza della propria salvezza. Non gli basta sperare di salvarsi: deve sentire adesso di essere salvo.
Qualcosa del genere si nota anche nel processo psicologico che condusse Cartesio al suo cogito. Si tratta di crisi adolescenziali mal risolte. Il soggetto, disorientato, umiliato ed esasperato, desideroso di fondare il proprio io, pensa di venirne fuori non con un occhio limpido ed oggettivo sulla realtà dell’essere, di se stesso e del mondo circostante, atteggiamento, questo, che porta alla metafisica, e quindi alla fede, ma con una caparbia ed irrazionale affermazione assoluta del proprio io su tutto e su tutti.
Il successo ottenuto da personaggi come Lutero e Cartesio dipende dal fatto che molti di noi vengono a trovarsi, solitamente nel corso iniziale della vita, ma eventualmente anche più tardi, nelle loro condizioni psicologiche di partenza; e invece di ascoltare un buon educatore, si lasciano sedurre dalla falsa soluzione di quei personaggi immeritatamente famosi e considerati i maestri della modernità, quando invece, senza escludere il loro genio, dobbiamo dire che essi non fanno avanzare ma retrocedere il pensiero ad un livello che, ben lungi dall’essere in grado di interpretare il cristianesimo, alla fine ne è la distruzione.
3. Un teologo contro il Magistero della Chiesa
Viceversa, dobbiamo ricordare che la missione evangelica salvifica universale, altissima e sovrumana, della quale Lutero si sentì investito contro lo stesso Magistero della Chiesa, Cristo l’ha affidata proprio agli apostoli sotto la guida di Pietro, assistiti dallo Spirito Santo, per cui Lutero è stato estremamente presuntuoso nel volersi sostituire ad essi, per il suo semplice vantato titolo di “dottore in teologia” ed in base ad un pretesa illuminazione soprannaturale (“l’esperienza della torre”) in un contatto diretto con la Scrittura, ispirato dallo Spirito Santo, tale che potesse consentirgli di convincere di falso la dottrina della Chiesa.
Lutero inaugura un modo di far teologia, che avrà un enorme successo nel modernismo[10], per il quale non si tratta di approfondire e spiegare le nozioni di fede insegnate dalla Chiesa[11], ma di partire e di essere guidati, al di là di quelle stesse nozioni e magari contro di esse, da una originaria “esperienza atematica preconcettuale”, nella quale il soggetto intuisce la totalità della Verità.
Ora, per la verità, il Vangelo non è altro che la messa per iscritto della predicazione o tradizione degli apostoli, tradizione che continua nel Magistero della Chiesa di oggi. E’ il Magistero, per incarico di Cristo, l’interprete ufficiale ed infallibile del messaggio della salvezza. Anche il teologo, certo, svolge una funzione ermeneutica della Scrittura e dello stesso Magistero, funzione però fallibile, in relazione a quei passi della Bibbia che non sono stati già chiariti dal Magistero o a punti controversi nell’interpretazione delle dottrine della Chiesa.
Lutero, col pretesto che ogni cristiano ha lo Spirito Santo, ha soppresso la distinzione fra Magistero e fedeli (“ogni cristiano è Papa”), in modo tale che tutti sono maestri di tutti e nessuno è discepolo di nessuno, se non direttamente della Bibbia e dello Spirito Santo. La sua dottrina sul sacerdozio comune dei fedeli è giusta, tanto che è stata approvata dal Concilio Vaticano II, il quale però ha ribadito anche la realtà del sacerdozio ministeriale, “differente essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium, 10).
Per Lutero non occorre una formazione o educazione ecclesiastica soprattutto dei futuri pastori, che preveda come introduzione alla Bibbia l’insegnamento della metafisica, come invece stabilirà la Chiesa nei secoli seguenti, nè si dà più un Magistero infallibile che propone una dottrina della fede che utilizza concetti metafisici, come quelli di persona, natura, materia, forma, sostanza, ecc.
Lutero però, dopo il primo entusiasmo utopistico di una Chiesa formata da credenti di pari dignità tutti parimenti in comunicazione con lo Spirito Santo, senza capo e senza gerarchia, si accorse a sue spese che qualunque società, e la Chiesa è una società, non può reggersi senza un principio di unità e senza una classe dirigente. Fu così che dovette ricostituire l’elemento dirigente della Chiesa, con lo svantaggio che se quello precedente era stato istituito da Cristo, il nuovo lo istituiva lui con i suoi collaboratori, benchè vantasse di essere ispirato dallo Spirito Santo e di applicare la pura Parola di Dio.
Così, per opera di Lutero, come sostituti della dirigenza ecclesiale cattolica, nasceranno le comunità e federazioni luterane, le parrocchie e le Facoltà Universitarie protestanti di Teologia con la loro abbondante e proverbiale produzione, oggi ancora intensissima, viste da molti come i templi o il non plus ultra del sapere[12], ma ogni teologo di rilievo, grazie al “libero esame”, sentendosi sempre in contatto diretto con la Parola di Dio, ha una sua scuola per conto proprio e si sente sempre in dovere di stabilire lui autonomamente e in base alla sua autorità, qual è la verità di fede utilizzando le filosofie “secondo gli elementi del mondo”, direbbe San Paolo (Col 2,8), nate da Plotino o da Scoto Eriugena o da Eckhart o da Nicolò Cusano o da Giordano Bruno o da Böhme o da Cartesio o dall’empirismo inglese o da Spinoza o da Kant o da Hegel o da Schelling o da Heidegger e guardandosi bene dal seguire San Tommaso, i Padri e i Dottori della Chiesa e la tradizione cattolica.
La Riforma luterana, è vero, è nata dal desiderio in sé giusto di liberare la vita cristiana da contaminazioni, leggende, usi, riti, superstizioni ed incrostazioni meramente umani fuorvianti accumulatisi nei secoli, e di ritrovare la pura originaria Parola di Dio.
Senonchè però Lutero confuse disgraziatamente la Sacra Tradizione con queste tradizioni paganeggianti, caduche e dannose, mentre la vera Tradizione, insieme con la Scrittura, è fonte della divina Rivelazione, sicchè, come si sa, egli, limitandosi al famoso principio della sola Scriptura, finì col rifiutare come dati di fede quelle credenze tradizionali che non risultavano chiaramente o esplicitamente dalla Scrittura, come per esempio il purgatorio, le indulgenze, il culto dei santi, alcuni sacramenti e certe verità della mariologia.
Inoltre, Lutero credette che il metodo per l’interpretazione della Scrittura si dovesse ricavare solo dallo stesso testo biblico, facendo a meno sia del Magistero che del ricorso alla filosofia e quindi ad una metafisica elaborata dal di fuori, come per esempio quella di Aristotele modificata da San Tommaso d’Aquino.
In realtà poi di fatto la teologia protestante moderna coltiverà con cura e con la erudizione tipicamente tedesca molte scienze bibliche positive[13], ma resterà sempre e resta ancor oggi il disprezzo per la metafisica o l’elaborazione di visioni gnostiche od esistenzialiste, che ben poco hanno a che vedere con la vera teologia[14].
Ora, non c’è dubbio che la Scrittura contiene già in sé almeno implicitamente un’altissima metafisica: è proprio questo l’assunto del mio libro per quanto riguarda gli insegnamenti di Gesù. E’ chiaro che il Verbo incarnato si è espresso in concetti umani utilizzando i frutti più alti della ragione.
Ma questo vuol dire anche che, per comprendere bene tali insegnamenti, è necessario o sommamente conveniente soprattutto per i maestri e i pastori accostarsi a quegli insegnamenti con una previa preparazione metafisica o quanto meno con una sana ragione naturale fondata sul senso comune[15].
4. Il disprezzo per la metafisica
E nulla impedisce che tale preparazione introduttiva ed ermeneutica venga ricavata da altri Autori o da indagini e riflessioni personali, proprio perché la Bibbia non contiene solo misteri rivelati, ma anche massime sapienziali naturali del più alto valore, le quali riflettono il sapere razionale come tale, valido per ogni tempo e per ogni cultura.
Ora, la metafisica corrisponde alla più alta educazione della ragione speculativa, per cui appare evidente l’utilità di affrontare il testo sacro, contenente verità divine che superano infinitamente la ragione, con quanto di meglio essa può offrire alla suprema Verità, similmente a come desideriamo lodare ed onorare Dio nella liturgia valendoci di quanto di più bello e dignitoso possiamo escogitare ed usare nei sacri riti.
Del resto è impossibile accostarsi alla Scrittura senza una precomprensione filosofica, per quanto semplice, elementare e spontanea, nata dal senso comune, proprio perchè le nozioni della fede sono accolte nella ragione ed espresse mediante la ragione. Tanto vale allora aver cura che questa precomprensione sia giusta e valida.
Invece purtroppo Lutero in ciò preferì Ockham a San Tommaso, e ciò fu il motivo che lo portò a cadere nell’eresia. Infatti una ragione malsana conduce all’errore. Ma il dogma della fede è verità. E dunque l’errore non serve a capire la verità, ma fa deviare anche questa nell’errore.
Naturalmente non mancano in Lutero profonde intuizioni sulla realtà, su Dio, sulla natura umana e sulla morale, cose che consentono un fruttuoso dialogo ecumenico. Ma dispiace che nel contempo tutto ciò sia inquinato da gravi errori, che, come noi cattolici facciamo da cinque secoli, non dobbiamo cessare di ricordare con carità ai fratelli luterani, senza per questo temere di tradire l’ecumenismo, chè anzi è la più nobile maniera di portarlo avanti.
Così il desiderio di Lutero di avere Dio con sé non è regolato da quell’accoglienza umile e coraggiosa della verità e della Parola di Dio, che, oltre che dalla Bibbia, viene anche dalla sana ragione e dal Magistero della Chiesa. Invece tale suo desiderio si fonda su di una soggettiva convinzione che Dio sia sempre e comunque con lui, come principio invincibile di una irrefrenabile vulcanica energia vitale, che lo porterà, nella convinzione di operare una riforma della Chiesa, ad esercitare un influsso nel suo ambiente e nelle generazioni future in molti paesi del mondo fino ai nostri giorni.
Questa evidente impostazione psicoemotiva, che sfocia nell’estrinsecazione di una fortissima personalità, spiega la ripugnanza di Lutero per la metafisica e quindi per San Tommaso, Doctor Communis Ecclesiae, che seppe utilizzare esemplarmente Aristotele per l’interpretazione del dogma e della Sacra Scrittura. Ciò spiega la famosa sfida di Martin Butzer, ex-domenicano che passò al seguito di Lutero. “Tolle Thomam, et dissipabo Ecclesiam!”.
Fine Prima Parte (1/2)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 gennaio 2026
Naturalmente non mancano in Lutero profonde intuizioni sulla realtà, su Dio, sulla natura umana e sulla morale, cose che consentono un fruttuoso dialogo ecumenico. Ma dispiace che nel contempo tutto ciò sia inquinato da gravi errori, che, come noi cattolici facciamo da cinque secoli, non dobbiamo cessare di ricordare con carità ai fratelli luterani, senza per questo temere di tradire l’ecumenismo, chè anzi è la più nobile maniera di portarlo avanti.
Immagine da Internet:
[1] Non sogniamoci di pensare che Cristo voglia smentire la rivelazione del Genesi dove è detto che Dio creando il mondo, “vide che era cosa buona”.
[2] Questo concetto della trascendenza e dell’incomprensibilità divine è espresso in maniera corposa ma efficace dalla domanda che Salomone si pone nell’accingersi a costruire il Tempio: “chi avrà la capacità di costruirgli un tempio, quando i cieli e i cieli dei cieli non bastano a contenerlo?” (II Cr 5,2)
[3] È stolto definire “ingenuo” il realismo tomista, come fanno altezzosamente gli idealisti. In realtà sono loro, col loro arrogante gnosticismo, a cadere vittime dei più gravi controsensi ed assurdità di una ragione accecata dalla superbia e dalla presunzione.
[4] Vedi al riguardo gli studi del Garrigou-Lagrange e di Mons. Antonio Livi.
[5] Questa è la tesi del Padre Charles Boyer, SJ, che condivido pienamente, nel suo libro Luther. Sa doctrine, Presses de l’Université Grégorienne, Rome 1970, pp.79-81.
[6] Cf la classica opera di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904-1905.
[7] Basterebbe citare tra tutti la musica sublime di Giovanni Sebastiano Bach.
[8] Cadde, come osserva acutamente il Maritain, in una “perversa rassegnazione”.
[9] Come è stato notato dai biografi.
[10] C’è chi ha la sfacciataggine di sostenere da 50 anni che questo sarebbe il nuovo modo di far teologia promosso dal Concilio Vaticano II.
[11] Alcuni modernisti, ironizzando su questo modo di far teologia, la chiamano “teologia del Denzinger”. Lutero crede fermamente all’immutabilità dei concetti di fede, ed è intransigente nella loro difesa, in ciò fedele alla tradizione cattolica. Ma col protestantesimo liberale ottocentesco si comincerà a relativizzarli o storicizzarli in nome della suddetta ineffabile esperienza assoluta e ad un tempo soggettiva, vedi per esempio Schleiermacher. E da ciò partiranno i modernisti di oggi.
[12] Così poi avviene in molti casi che in realtà non sia abolita la metafisica, ma che una cattiva metafisica sia sostituita a quella buona.
[13] Vedi per es. il famoso “metodo storico-critico”, che poi per “critico” non si intende la metafisica realista, ma il criticismo kantiano.
[14] Cf A.Livi, Vera e falsa teologia. Come distinguere l’autentica “scienza della fede” da un’equivoca “filosofia religiosa, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2012.
[15] Cf al riguardo gli studi di Antonio Livi, che riprende quelli del Garrigou-Lagrange.

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