mercoledì 28 agosto 2019

La metafisica materialista di Guglielmo di Ockham

La metafisica materialista di Guglielmo di Ockham
 
Dalla grandezza e bellezza della creature
                                                          per analogia si conosce l’Autore
Sap 13,5

To on pollachòs legòmenon
Aristotele

                                                                                                           Disce elevare ingenium, 
                                                                                                     aliumque rerum ordinem ingredi
Card.Gaetano

Una metafisica paradossale

L’espressione «metafisica materialista» può sembrare una contraddizione in termini, giacchè è difficile capire come possa esistere una metafisica, che etimologicamente significa «oltre la fisica», la quale si riduca alla fisica, ossia alla scienza delle cose materiali. Eppure, se consideriamo la concezione occamista della metafisica, ci accorgiamo che le cose stanno proprio così.

Naturalmente qui dobbiamo prendere la parola metafisica nel senso ampio di«visione complessiva del reale», cosa della quale nessuno di noi può fare a meno, perché tutto quello che pensa, lo pensa all’interno della concezione che si è fatto della realtà, non importa se di tipo materialista o spiritualista.

In questo senso possiamo dire che tutti hanno una metafisica. Così Ockham ha, per sua stessa dichiarazione, una metafisica, e quindi una filosofia dell’ente; solo che qui non si tratta dell’ente un quanto ente, dell’ente in senso universale, ma di questo particolare ente, dell’ente singolo materiale, determinato e concreto, esistente qui ed ora, oggetto della mia esperienza sensibile, uno di tutti gli enti di tal fatta.

Oggetto della metafisica, dunque, per Ockham, è l’ente singolo attualmente esistente. Degna di apprezzamento certamente è questa considerazione, che suppone implicitamente la percezione dell’atto d’essere. Ma tale attenzione riguarda più l’incontro interpersonale, la narrativa, la storia o la cronaca che la metafisica.

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venerdì 23 agosto 2019

Il miracolo della moltiplicazione dei pani

Il miracolo della moltiplicazione dei pani
Nell’omelia per il Corpus Domini del 23 giugno scorso il Papa ha espressamente parlato  della «moltiplicazione dei pani» operata da Gesù. Però ne ha dato questa spiegazione:
 «sorprendentemente, nel racconto della moltiplicazione dei pani non si parla mai di moltiplicare. Al contrario, i verbi utilizzati sono “spezzare, dare, distribuire” (cfr Lc 9,16). Insomma, non si sottolinea la moltiplicazione, ma la con-divisione. È importante: Gesù non fa una magia, non trasforma i cinque pani in cinquemila per poi dire: “Adesso distribuiteli”. No. Gesù prega, benedice quei cinque pani e comincia a spezzarli, fidandosi del Padre. E quei cinque pani non finiscono più. Questa non è magia, è fiducia in Dio e nella sua provvidenza».
Che intende dire il Santo Padre? Non nega evidentemente il famosissimo miracolo. Non nega che Gesù da cinque pani ne ha ottenuti 5000, ossia almeno uno per ciascuno dei 5000 uomini (Mc 6,44), quindi ha creato, se così possiamo dire, 4995 pani. Se i pani «non finiscono più», vuol dire che aumentano di numero. Gesù li ha fatti aumentare di numero. Dunque Gesù li ha moltiplicati. 
Tutti sappiamo infatti  che quell’operazione aritmetica per la quale scriviamo 5x1000=5000 si chiama moltiplicazione. Ora Gesù non ha moltiplicato nel concetto o nell’immaginazione, come si fa in aritmetica, operazione che sa fare anche un bambino delle elementari, ma ha moltiplicato nella realtà, operazione che solo Dio creatore può fare, creando il 4995 pani dal nulla, giacchè si sono aggiunti ai cinque che c’erano all’inizio. E ovviamente non è stata una moltiplicazione naturale, così come avviene nella riproduzione della specie. Se i conigli aumentano di numero, in ciò non vi è nulla di miracoloso; ma si tratta dell’effetto naturale dell’attività procreatrice dei conigli.
Facciamo dunque attenzione, se qualcuno dovesse restare perplesso alle parole del Papa, che egli non nega il fatto palmare della moltiplicazione, che cadde sotto gli occhi stupiti di tutti e che consentì a ciascuno dei 5000 di mangiare almeno un pane intero, sì da essere saziato. 

 
 
 
 
 
 
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giovedì 22 agosto 2019

Il valore del martirio cristiano

 Il valore del martirio cristiano

“Venne tra i suoi e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11).

Spesso oggi sentiamo parlare di martiri, in particolare di cristiani in paesi islamici. E spesso il Papa ne parla. Che cosa evoca in noi la parola «martire»? Ripugnanza ed attrazione ad un tempo. Ripugnanza, per non dire orrore, per la violenza subìta. Attrattiva per l’eroismo e la fortezza.
Come fanno i martiri – a volte anche fanciulli –  ad affrontare e sopportare simili prove? Come essi giungono a quel punto? E come possono i carnefici giungere a tal punto di crudeltà? Come, in quali circostanze, in base a quali considerazioni  il martire giunge alla decisione di morire per Cristo? Come sa di morire per Cristo?

Sono domande alle quali è difficile rispondere, perché dovremmo interrogare lo Spirito Santo, che ispira il martire, gli fa capire che è giunto il momento, lo illumina nel prendere la decisione, gli comanda l’atto eroico, lo spinge all’azione, anzi alla passione. Ma quello Spirito che soffia dove vuole, credo che non ci risponderebbe.

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domenica 18 agosto 2019

La fine del modernismo


La fine del modernismo
Una pietra si staccò dal monte, ma non per mano d’uomo,
e andò a battere contro i piedi della statua
Dn 2,34
Soffiasti con il tuo alito; il mare li ricoprì,
sprofondarono come piombo in acque profonde.
Es 15,10
Vidi un nuovo cielo e una nuova terra,
perchè il cielo e la terra di prima erano scomparsi
e il mare non c’era più
Ap 21,1
Un esercito invasore
         Il modernismo si può paragonare all’esercito di occupazione nazista, che nel corso della Seconda Guerra Mondiale invase l’Italia con la pretesa che essa restasse fedele alla Germania hitleriana, dopo che gli Italiani, avendo aperto gli occhi sull’inganno del fascismo, non ne volevano più sapere.
I nazisti, convinti invece di avere Dio con loro (Gott mit uns) e di essere i profeti e i fautori del nuovo ordine europeo basato sullo statalismo panteista hegeliano di origine luterana, cercarono di ottenere con la forza quello che ormai gli Italiani non potevano più accettare.   
Il progetto di rinnovamento ed avanzamento della Chiesa, ritenuto dai modernisti uno sviluppo del Concilio Vaticano II, e quindi del cristianesimo, è ben riassunto nelle idee di Rahner e di Schillebeeckx: è quello di creare un sincretismo religioso internazionale e di sopprimere la pretesa cristiana di avere il primato sulle altre religioni e di essere obbligatoria per tutta l’umanità.
Quindi non più il dovere del cristianesimo di guidare le altre religioni (“voi siete la luce del mondo”) e di correggerne gli errori (“chi non è con me è contro di me”), ma quello della convivenza e della complementarità reciproca tra le varie religioni, perché non si tratta più di opporre una verità cristiana a una falsità non-cristiana, ma di rispetto reciproco delle diversità. Tutte le religioni sono vere e amanti della pace; sono solamente diverse le une dalle altre. E il diverso deve poter convivere col diverso.
 
 S. Pio X
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venerdì 16 agosto 2019

Gesù nel pane o Gesù sotto le apparenze del pane?

Gesù nel pane o Gesù sotto le apparenze del pane?
 
Papa Francesco, nell’omelia del 23 giugno 2019 per il Corpus Domini ha pronunciato, fra l’altro, le seguenti parole: 

«Davanti all’Eucaristia, a Gesù fattosi Pane, a questo Pane umile che racchiude il tutto della Chiesa, impariamo a benedire ciò che abbiamo, a lodare Dio, a benedire e a non maledire il nostro passato, a donare parole buone agli altri. [...] lì c’è Dio racchiuso in un pezzetto di pane».

Possiamo porci alcune domande: Gesù si trasforma in pane ? Gesù diventa pane? Che cosa intende dire il Papa? Di quale pane si tratta? Evidentemente non può trattarsi di ciò che noi comunemente chiamiamo «pane», del pane del fornaio e del pane delle nostre tavole, che mangiamo tutti i giorni. Nella celebrazione della S.Messa il pane è già sull’altare. Alle parole della consacrazione Gesù non diventa ciò che c’è già sull’altare. Ma è questo pane che diventa il Corpo di Cristo, si transustanzia in questo Corpo; ossia, come dice il Concilio di Trento, tutta la sostanza del pane si converte nella sostanza del Corpo di Cristo. 


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lunedì 5 agosto 2019

Arte e prudenza

Arte e prudenza
Importanza della questione
La questione del rapporto dell’arte con la morale è sempre di attualità. L’arte, infatti, tende ad assumere pretese eccessive sino a sconfinare nella magia o nella convinzione che l’uomo possa lecitamente plasmare tecnicamente la propria natura. C’è la tendenza a perder di vista l’essenza creaturale della natura, con la conseguenza di violarne le leggi in nome di un falso ideale estetico di dominio sulla natura.  
Oppure l’arte viene prostituita ed impiegata per favorire ogni genere di vizio e corruzione morale, sotto pretesto dell’amore per il bello o della libertà di espressione. Per converso, c’è sempre la possibilità, grazie a Dio, che l’arte, proprio dando il meglio di se stessa, favorisca la virtù, la cultura, la scienza, il progresso morale e civile, la giustizia e la pace, la vita spirituale e religiosa. È possibile salvare il mondo dell’arte solo nel clima costruttivo di quella virtù che deve governare gli atti umani: la prudenza. Ma per il cristiano ciò non basta: l’arte dev’essere espressione della carità.
La carità infatti propone alla prudenza un fine superiore, che non è quello della semplice perfezione umana, ma è la figliolanza divina, con la prospettiva della visione beatifica di Dio nella vita eterna. Secondo tale prospettiva, l’arte non è ordinata solo alla prudenza, ma, al di là di essa, alla carità, e quindi alla santità. Per questo dall’artista cristiano si chiede non solo che sia prudente, ma che sia santo. E quanto al fruitore dell’opera d’arte, anch’egli, per poterla gustare e trarne profitto spirituale, dev’essere santo o quanto meno disponibile a farsi santo. Per questo, il Beato Angelico diceva che «per dipingere le cose sante, occorre essere santi». Ed egli stesso ne è un esempio.
  
Roma: mostra di un disegnatore ancora bambino, Gianni Cavalcoli.  

Roma, 17.6.1948

sabato 3 agosto 2019

Il Diario del Concilio di Padre Congar

Il Diario del Concilio di Padre Congar
Un testo autorevole di attualità sul Concilio 


Nel 2005 le Edizioni San Paolo pubblicarono in due volumi il Diario del Concilio del Padre Yves Congar, il quale prese nota quasi giorno per giorno, dal 1963 al 1966, degli avvenimenti e dei lavori o episodi attinenti, ai quali egli partecipò soprattutto personalmente. 
Anche se esprime ovviamente un punto di vista particolare, senza alcuna pretesa di esaustività, si tratta di un documento estremamente interessante e ricco di informazioni dettagliate, data l’eccezionale competenza dell’Autore, perito del Concilio, per sapere quale contributo ha dato, per capire che cosa è successo al Concilio, le reazioni nella Chiesa e nella società, quali erano i suoi intenti, quali erano i protagonisti principali dei lavori conciliari, quali i problemi che nascevano, quali le visioni nuove che sorgevano, in che termini si poneva lo scontro fra coloro che avrebbero voluto che si individuassero meglio gli errori e si fosse più severi nel condannarli  e che si ribadissero le posizioni tradizionali in pericolo, e coloro invece che, fedeli all’ispirazione di Papa Giovanni, volevano una Chiesa meno giuridista, meno trionfalista, più libera, più aperta alla misericordia e alla voce dello Spirito Santo, e una nuova evangelizzazione, che utilizzasse un linguaggio moderno e praticasse un dialogo col mondo moderno fondato sull’apprezzamento dei suoi valori.