Luigino corregge Recalcati

 Luigino corregge Recalcati

Ancora sull’immagine di Dio

Dopo una vigorosa meditazione sul Nome divino e sull’immagine di Dio contro la tentazione dell’idolatria e delle teologie autoreferenziali, nell’Avvenire di sabato 19 settembre, Luigino Bruni, procedendo lungo il tema dell’immagine, nell’articolo Ma Caino non definisce l’uomo, svolge una vigorosa e calibrata difesa della verità biblica, non senza approvare il positivo, contro il libro di Massimo Recalcati, Il gesto di Caino, circa l’origine della malvagità umana, che certamente deriva dal gesto di Caino, come sostiene Recalcati, ma che suppone – osserva Luigino - la creazione di Adamo ed Eva, i capostipiti di tutto il genere umano, creati, come ricorda ripetutamente e giustamente Luigino, ad immagine e somiglianza di Dio, bontà infinita.

Luigino riporta la tesi di Recalcati:

«“Il gesto di Caino è senza pietà. … È da questo gesto che la storia dell’uomo ha inizio. Sappiamo che l’amore per il prossimo è l’ultima parola e la più fondamentale a cui approda il logos biblico. Ma non è stata la prima parola. Essa viene dopo il gesto di Caino”».

E Luigino commenta:

«Una tesi suggestiva, che contiene però il principale equivoco e l’errore più importante del discorso di Recalcati. Lo psicanalista italiano dimentica che il gesto di Caino non è la prima parola dell’umanesimo biblico: prima del fratricidio di Caino il libro della Genesi pone l’Adam e ce lo presenta “creato ad immagine e somiglianza di Elohim (Gen 1,27). Prima dell’uomo-fratricida c’è l’uomo-immagine fatto “poco meno degli dèi” (Salmo 8), culmine della creazione, interlocutore di Dio, suo partner nella custodia della terra, mendicante di reciprocità, che esulta all’arrivo di Eva, finalmente una sua pari, l’ezer-kenegdo, colei con cui poter incrociare gli occhi alla pari (Gen 2)». Alla lettera: colei che gli «sta di fronte o davanti».

L’uomo è di poco inferiore agli angeli

C’è da osservare a Luigino che secondo il Salmo 8,8, stando alla traduzione greca dei Settanta, che è quella ufficiale della Chiesa, l’uomo non è «stato fatto poco meno degli dèi», anche se l’ebraico ha Elohim, ma poco meno degli angeli, essi pure chiamati Elohim o meglio Bene Elohim, «figli di Dio», per distinguerli da Dio, il sommo Elohim. Il plurale Elohim non è quindi da intendersi in riferimento al politeismo, del quale la Scrittura ha orrore, ma è un plurale intensivo: i «Signori», che però non è da attribuire agli angeli ma soltanto alla somma Maestà divina.

È vero che il termine biblico per indicare l’angelo è malàk, che significa «messaggero», e di fatti il termine greco anghelos viene da anghello, che vuol dire «annuncio». Ma ciò non toglie che anche l’angelo abbia una certa signoria su di noi, sia un certo elohim, nel bene come nel male. L’angelo custode ci guida a Dio; il demonio ci spinge alla perdizione.

C’è quindi da dire che quel riferimento dell’uomo agli angeli chiarisce il posto e la dignità dell’uomo nel creato: al di sotto degli angeli, puri spiriti, e al di sopra di tutto il mondo materiale, come spiega il Salmo nei versetti seguenti. Quindi non come dice Luigino, al «culmine della creazione», perché al culmine della creazione ci sono gli angeli.

Ma l’uomo è poco meno di essi ed essi sono poco più di lui, perché lui e loro sono semplici creature di Dio, lui e loro sono entità personali, ma gli angeli sono poco di più, ossia più in alto nella scala degli enti, in quanto è evidente che una creatura puramente spirituale come l’angelo è superiore ad una creatura come noi, che sì possediamo uno spirito, ma non uno spirito puro che sussiste da sé come sostanza completa, alla maniera della res cogitans di Cartesio, ma uno spirito che anima un corpo, tenendo conto della superiorità ontologica dello spirito sulla materia.

Stando così le cose, si comprende che cosa vuol dire Cristo quando, parlando della beatitudine ultraterrena dell’uomo e della donna, dice che saranno come angeli in cielo (cf Mt 22,30). Intende dire che saranno saliti all’ultima perfezione della loro vita spirituale, non però nel senso che diventeranno puri spiriti, alla maniera platonica, ma nel senso che la loro spiritualità sarà salita al vertice del suo sviluppo, così da diventare ancor più simili agli angeli.

Quel passo dunque del Salmo 8,8, nella traduzione dei Settanta, insieme con altri della Scrittura, è servito alla Chiesa per formulare la dogmatica degli angeli, buoni e cattivi, in relazione alla dottrina sull’uomo, composto di spirito e corpo. Dice infatti il Concilio Lateranense IV del 1215 (Denz. 800):

«Il creatore di tutte le cose visibili ed invisibili, di quelle spirituali e di quelle corporali, con la sua onnipotente virtù simultaneamente dall’inizio del tempo ha costituito (condidit) dal nulla entrambe le creature, quella spirituale e quella corporale, cioè quella angelica e quella mondana, e quindi quella umana, costituita quasi comune di spirito e corpo (quasi commune ex spiritu et corpore constitutam). Il diavolo, infatti, e gli altri demòni sono stati certamente creati buoni per natura; ma essi da sè si sono resi cattivi. L’uomo in verità ha peccato per suggestione del diavolo».

Inoltre Luigino fa notare che il delitto di Caino è stato preceduto dal reciproco amore fra i suoi genitori, avendo Dio creato la donna perché non era bene che Adamo fosse solo, sicché aveva creato dal suo intimo, dalla sua stessa sostanza (la «costola») una compagna simile a lui, «ossa delle sue ossa, carne della sua carne» (Gen 2,23), a lui complementare come lui era complementare a lei, perché unendosi non fossero più due ma una sola carne, ed affinchè dalla loro unione d’amore l’umanità cominciasse a moltiplicarsi.

Luigino fa ben capire a Recalcati che all’origine della storia dell’uomo non c’è l’odio ma l’amore. Non c’è la corruzione, ma l’integrità, non c’è decadenza, ma la pienezza e la perfezione. Dio crea cose buone. Sarebbe una bestemmia manichea ipotizzare un Dio che crei creature malvage. E ciò supporrebbe anche un’idea falsa del male. Il male suppone l’esistenza del bene, perchè è assenza, privazione o carenza o difetto di bene dovuto in un soggetto di per sé buono.

Caino era dunque stato creato buono e inclinato da Dio ad amare suo fratello. Però purtroppo Caino, come del resto suo fratello, erano macchiati dal peccato originale contratto dai genitori. Caino, uccidendo il fratello, aveva frustrato quell’inclinazione ad amare il fratello, che Dio aveva posto nel suo cuore.

Che poi all’odio sia succeduto l’amore, come riconosce Recalcati, questo è vero; ma resta il grave errore di Recalcati di far partire la storia dell’uomo dall’odio. No – dice bene Luigino – l’amore è all’origine, creato da Dio Amore. L’odio è venuto dopo col peccato originale. L’idea di Recalcati si ritorce contro Dio, che ha creato Caino. Ha dunque creato un odiatore? Recalcati vuol rigettare su Dio la colpa dell’assassinio di Abele? È un’idea assurda, come ho dimostrato, oltre che blasfema.

 Se invece è Caino che ha peccato, vuol dire che era stato creato buono, perché il peccato è un atto che distrugge una precedente bontà. È una buona volontà che diventa cattiva. Col peccato originale noi nasciamo, certo, con un’inclinazione a peccare. Nasciamo con la colpa del peccato originale, che viene tolta dal battesimo. E possiamo supporre che anche a Caino ed Abele e ai loro genitori sia giunta la grazia di Cristo, perché Dio vuol salvi tutti gli uomini. Ma Caino, in quanto creato da Dio a sua immagine - e qui Luigino dice bene – è stato creato buono e inclinato al bene. Dice Luigino:

«Caino è la decadenza dell’Adam che si guasta. È la parola seconda non prima: Caino è l’Adam che si guasta, non è la vocazione dell’uomo, ma il suo declino. E ogni volta che i racconti delle radici, che l’archeologia delle parole della civiltà occidentale inizia da Caino dimenticando l’Adamo, finiamo a Hobbes, a Nietzsche, a Schmitt, a Freud». «Nella Bibbia – questo è il punto che sfugge a Recalcati -  ciò che viene prima è anche ciò che è più fondativo. Primitivo, è il destino, è il nome di una realtà. Caino ha ucciso il fratello effimero, Abele, ma non ha ucciso l’Adam, non ha cancellato l’immagine, che resta viva e vivificante sotto il segno di Caino».

Luigino si ferma poi a commentare il fatto che Dio preferisca le offerte di Abele, in secondogenito, rispetto a Caino, il primogenito. Il racconto biblico non precisa per quale motivo Dio fa questa preferenza ed avanza l’opinione, che a me pare plausibile, secondo la quale la violenza di Caino è scatenata dall’invidia nei confronti di Abele, preferito da Dio certamente perché più pio, benché Caino godesse del privilegio assicurato dalla legge ebraica della primogenitura, cosa che a suo giudizio richiedeva che Dio avesse preferenza per lui. Ma – osserva Luigino - «con Abele inizia quella predilezione del Dio biblico per i minori, per gli scartati, fa la sua comparsa l’anima profetica che sfida l’anima della Legge».

Luigino sembra poi avanzare l’ipotesi che il dono fatto da Caino a Dio non sia stato gradito da Dio perché non fatto con vera generosità, quasi a donare il superfluo per non dire l’inutile, ed in più con una logica retributiva, che guasta «con rappresentazioni romantiche» il carattere di dono del vero sacrificio.

Devo dire però che non mi pare che Luigino si sia liberato del tutto da un certo disprezzo per il sacrificio, che gli ho contestato in un mio articolo precedente, laddove egli se la prende con l’immagine economico-contrattuale del sacrificio, rappresentato dal pagamento di un debito. Il principio del do ut des, pur presente nell’antica religione romana, di per sé non è sbagliato, se lo si intende, come lo si deve intendere, un dare a Dio affinchè anche Dio dia a noi. Non c’è niente di male in questo contratto, a patto però che ciò che chiediamo a Dio non sia finalizzato a noi come fine ultimo, ma a sua volta serva per arrivare a Dio.

Per la Bibbia il sacrificio (sacrum-facio) è un’azione sacra, ossia dedicata a Dio, è il compenso o riscatto per l’offesa arrecataGli dal peccato, comportante l’offerta a Dio di un bene prezioso – la vittima – alla quale, con cuore contrito, l’uomo dolorosamente rinuncia, offerta fatta dal sacerdote a nome del popolo, allo scopo di ottenere il perdono divino, ovvero la remissione del debito, oppure per pagare il debito del peccato e riparare così al peccato commesso. Il sacrificio veramente gradito a Dio e soddisfattorio è quello che compensa l’offesa compiutamente.

I sacrifici dell’Antica Alleanza, pur voluti da Dio, sono simbolici e prefigurativi, come tali inefficaci, perché non compensano Dio a sufficienza, non pagano tutto il debito, al contrario del sacrificio della Nuova Alleanza, per il quale, essendo il sacrificio del Figlio di Dio, Cristo ci redime (re-d-emptio), ossia ci acquista per il Padre a prezzo del suo sangue, sacrificando Sé stesso sulla croce, e compensando il Padre sovrabbondantemente per l’offesa del peccato.

Cristo muta la volontà dell’uomo dalla malizia alla giustizia col sacrificio della croce, fatto per intenerire i cuori più induriti, giacché come è possibile non commuoversi davanti al gesto dell’innocentissimo Figlio di Dio, che si è caricato del peso delle nostre colpe, si è offerto al nostro posto al Padre come vittima di espiazione , ha sopportato per amor nostro tante amare sofferenze per liberarci dalla tirannide del demonio, ha pagato col suo sangue un debito altissimo per noi debitori insolventi, ottenendoci non solo la remissione di peccati, ma anche la figliolanza divina ed una gloria eterna?

Luigino non dovrebbe aversene del linguaggio economico, ma dovrebbe sentirsi onorato, come economista, che Dio si è degnato di usare un linguaggio così materiale e facile da comprendere per esprimere il mistero della sua giustizia e della sua misericordia.

Un’interpretazione abominevole

Giustamente poi Luigino, dopo aver approvato l’idea di Recalcati che Caino aspirava ad essere l’unico amato della madre, si dissocia dall’interpretazione calunniosa che Recalcati dà poi di questo desiderio, che, secondo Recalcati, sarebbe all’origine dell’assassinio di Abele, in quanto questi sarebbe stato «“l’intruso che si colloca tra lui e sua madre, frantumando il carattere incestuoso di questa coppia”» e quindi «Caino uccide Abele per restare presso Eva, per continuare ad essere il suo unico uomo” (pp.50-51)».

Luigino riferisce che Recalcati, per sostenere la sua orrenda interpretazione, si basa sulle parole di Eva, quando le nasce il figlio Caino: «Ho acquistato un uomo dal Signore» (Gen 4,1). Il termine ebraico per indicare il figlio è ish, che effettivamente vuol dire «uomo». Recalcati, nella sua fantasia morbosa, pensa all’uomo maturo. Invece uomo qui significa un individuo della specie umana e quindi nella mente di Eva si tratta semplicemente dell’uomo che essa, per bontà di Dio, ha concepito, che può essere anche l’embrione o il feto.

Quindi lì, come appare evidente dal testo, si tratta semplicemente delle parole che Eva pronuncia per aver partorito Caino, e sono parole di una donna di fede, che capisce che il figlio è un dono di Dio. Ci vuole una mente corrotta da immagini oscene, per andare a leggere in quelle innocenti parole di Eva l’allusione all’obbrobrio di un amore incestuoso.

La disapprovazione di Luigino è troppo blanda: «Lasciamo a Recalcati la libertà di aggiungere nuove interpretazioni al testo, sebbene non ci convincano». Evidentemente a Luigino la buona fama di Eva, la capostipite dell’umanità, la Madre dei Viventi, colei che i Padri hanno messo in collegamento con la Madonna, non interessa più di tanto. A nessuno verrà in mente di promuovere la causa di beatificazione di Eva, ma anche farle fare una simile figura è una trovata di pessimo gusto, degna di uno che della Bibbia capisce quanto io capisco della lingua cinese.

Si potrebbe osservare inoltre che per quanto riguarda l’origine della malizia umana, occorre risalire più indietro di Caino ed arrivare, come ci indica il racconto genesiaco, agli stessi Adamo ed Eva. Resta comunque vero quanto dice Luigino che antecedentemente al peccato di Caino, dobbiamo considerare la bontà e perfezione morale di Adamo uscito dalle mani creatrici di Dio. Non sarebbe stato male, però, che Luigino avesse ricordato che, sempre stando al racconto biblico, la coppia primitiva pecca sotto l’istigazione del serpente, cioè del demonio.

La fratellanza richiede la paternità

C’è da osservare inoltre che Luigino, giustamente attratto dall’attenzione di Recalcati per il valore della fratellanza umana, trascura però di rilevare la falsità dell’affermazione di Recalcati, secondo il quale «l’amore per il prossimo è l’ultima parola e la più fondamentale a cui approda il logos biblico». Non è affatto vero. La Bibbia non si esaurisce ad essere un trattato di etica sociale, benché la Chiesa tragga dalla Bibbia la sua dottrina sociale, più intelligente, saggia e efficace di quella di qualunque altra religione o filosofia umana.

Ma la sostanza del messaggio biblico, la divina rivelazione che essa ci dona, la sapienza nella quale ci istruisce, la sua impareggiabile utilità, la sua insuperabile sublimità, la sua mira ultima, l’istanza umana fondamentale che essa soddisfa, lo stimolo al bene che da essa si sprigiona, l’inesauribile forza morale che da essa si trae non fanno riferimento all’uomo ma a Dio. La Bibbia ama l’uomo per amore di Dio, per condurlo a Dio, perché vede Dio in lui. Non ama l’uomo come fosse l’assoluto, come un idolo, come fa Marx. O perché gli fa comodo come ad Hume, Bentham o a Bertrand Russell.

Nella Bibbia l’uomo non è schiavo dell’uomo, ma non è neppure oppressore dell’uomo. L’uomo è fratello dell’uomo. In ciò Recalcati ha ragione e Luigino lo riconosce. Ma poi tutto si ferma lì. Se gli uomini sono fratelli, chi è il oro padre? È qui che casca l’asino del falso egualitarismo illuminista di Recalcati. E purtroppo Luigino non smaschera questa ipocrisia.

Gli uomini non hanno padre, dice Freud a Recalcati, perché lo hanno ucciso! Perché vogliosi di un amore incestuoso con la madre, sono stati gelosi del padre! E qui di nuovo siamo immersi nell’oscenità. Se Recalcati avesse letto meglio la Bibbia, si sarebbe accorto che sì, noi «uccidiamo» - si fa per dire - il nostro Padre, ma perchè ci siamo ribellati a Lui con la superbia, l’empietà e l’ateismo, perché, sedotti dal demonio, abbiamo disobbedito alla sua legge e vogliamo metterci al suo posto.

Recalcati ha ragione – e Luigino glie ne dà atto – che la Bibbia ci dice che l’uomo può passare dalla malizia alla bontà. Ma Recalcati trascura un dato determinante in questa gravissima questione: che per la Bibbia gli uomini diventano fratelli grazie al Padre e al sacrificio del Figlio.

Invece per Recalcati i fratelli devono arrangiarsi da soli, perché non hanno in cielo un Padre amorevole che li soccorra, li corregga, li conforti e li metta in pace fra di loro. Il freudiano Recalcati su questa questione di Dio Padre evidentemente non può seguire la Bibbia, ma si pone sul solco della fraternité senza paternité dell’illuminismo, della massoneria, ed anche di Kant, i quali[1] ci assicurano di saper guidare l’umanità dalla malizia alla bontà con le forze della sola ragione e della sola buona volontà, senza bisogno di rivelazioni divine, grazie e sacrifici espiatori, sorgenti di sensi di colpa, di neurosi, di fanatismo e di superstizione.

La fratellanza universale, fondata sulla ragione, legame di ogni uomo con qualunque altro uomo in quanto uomo, comprensibile ed accettabile da ogni uomo ragionevole non schiavo dell’odio o della faziosità, l’uomo che sa riconoscere l’uomo in ogni uomo, al di là della semplice fratellanza di sangue, è un valore importante riconosciuto da Recalcati, che trova eco in Luigino ed è promosso oggi con vigore dallo stesso Papa Francesco.

Occorre però ricordare, accanto e al di sopra del valore della fratellanza universale, fondato sulla semplice ragione, anche e soprattutto il valore della fratellanza cristiana, fondato sulla fede cristiana, la quale vede nel fratello un figlio di Dio in atto o in potenza. È, questa, quella fratellanza, della quale parla Cristo: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi, stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre”» (Mt12, 48-50).

È evidente che l’intimità fraterna che può esistere tra fratelli di fede, è ben superiore alla fratellanza meramente umana, che possiamo realizzare con un individuo della nostra stessa specie, fosse anche un nostro familiare, ma non credente, per quanta affinità naturale possa esistere tra noi e lui. E per converso è molto triste che capiti che tra fratelli di fede si verifichino contrasti e conflitti, per invidie o gelosie o altri vizi, che non ci capitano con uomini non credenti, ma onesti e virtuosi.

Ad ogni modo, voglio riportare anch’io le parole di Recalcati, che Luigino cita a conclusione del suo articolo circa il valore della fratellanza:

«La fratellanza è l’indice del carattere insuperabile e vincolante della relazione con l’Altro, non tanto con il fratello di sangue, con il più prossimo, ma innanzitutto con lo sconosciuto, con il fratello che ancora non ha nome»

E Luigino commenta:

«Una fraternità diversa, nuova, quella che ha nella parabola del buon Samaritano un’icona insuperata: il “fratello” non è il vicino (di sangue, di etnia, di popolo…), ma chi si china su colui che si è “imbattuto nei briganti”. Siamo tutti capaci di chinarci sulle vittime, di non uccidere ancora Abele, ma di salvarlo, perché prima di essere eredi di Caino, siamo eredi di Adam, di quella cosa “molto bella e molto buona”, fatta “poco meno di Elohim”. Ogni umanesimo che lo ha dimenticato, che ha posto l’alfa nella natura di Caino, ha continuato a generare i suoi stessi fratricidi. Siamo capaci del gesto di Caino, certo, e lo vediamo mille volte al giorno; ma prima e di più siamo capaci del gesto dell’Adam che, diversamente da suo figlio, fu capace di custodia (Gen 2,15). E siamo capaci del gesto di Elohim, che non smette di sentire l’odore del sangue di Abele, che la terra non ha mai assorbito e che non smette di porre su Caino il suo segno di vita».

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 21 settembre

Sacrifici di Abele, Abramo, Melchisedec - Secolo: sec. VII (673 - 679) - S. Apollinare in Classe

L’offerta di Abele e Caino, mosaico del XII secolo, Cappella Palatina, Palermo

Caino uccide Abele - Mosaici del XII secolo - Duomo di Monreale


[1] Cf La religione entro i limiti della sola ragione, Editori Laterza, Bari 1985.

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