Il Dio Trinitario e la fede islamica (Seconda ed ultima Parte)


Il Dio Trinitario e la fede islamica

Seconda ed ultima Parte

 Chiarimenti sulla Santissima Trinità

La questione del mistero trinitario nel dialogo con l’Islam è duplice: come sappiamo della sua esistenza? E, ammesso che esista la Santissima Trinità, come Essa è conciliabile con la ragione? Questo mistero ci è rivelato da Cristo come mistero divino, che solo Dio può conoscere. Per accogliere la rivelazione di questo mistero, occorre allora credere nella divinità di Cristo, perche solo Dio può conoscere ciò che solo Dio può rivelare. Della credibilità umana di Cristo parlerò più avanti. 

Diciamo allora invece qualcosa sulla ragionevolezza del dogma trinitario accennando al rapporto del Padre col Figlio. Possiamo dire che in questo rapporto interpersonale c’è il concetto del generare e dell’essere genitore, certamente; ma se faremo attenzione, non c’è qui nulla di biologico, il che sarebbe assurdo in Dio purissimo Spirito. 

Ma questo esser «Figlio del Padre» o esser «Padre del Figlio», per poter essere compreso e non frainteso, va semplicemente paragonato all’atto col quale la nostra mente genera un concetto e il concetto è concepito e partorito o espresso dalla mente. Un fatto, dunque, spirituale, che si riferisce all’atto del pensare, del sapere, del conoscere e del parlare, e quindi del rivelare. 

Ecco perchè Gesù si presenta come Rivelatore del Padre. Solo che in Dio il Pensiero non è come in noi, un atto della nostra persona, distinto dalla nostra persona. Il pensare in Dio è ad un tempo la stessa essenza divina e una «Persona» divina, il «Figlio».

Ecco perché Gesù è chiamato Verbo di Dio e Parola di Dio. Dio infatti pensa, anzi è per essenza Pensiero sussistente, identico al suo Essere, ma pensando genera un Concetto, un Verbo, che è il Figlio. Il Padre, pensando Sé stesso, genera il Figlio. Il Figlio è l’Autocoscienza del Padre. Abbiamo dunque qui due persone divine: il Pensante, che è il Padre e il Pensato, che è il Figlio, il Quale, come dice la Lettera agli Ebrei, è «l’impronta della sostanza del Padre» (Eb 1,3). Ovvero, come dice San Paolo, «è l’Immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). Ma il Pensato è anche il Pensiero del Padre. Quindi il Figlio è il Pensiero Pensato dal Padre. Lumen de Lumine, Deum verum de Deo vero.

Il mistero trinitario è il fondamento dell’etica cristiana. Infatti il cristiano, come uomo ragionevole, ammette un’etica naturale, fondata in ragione, accettabile da tutti gli uomini ragionevoli, quale che sia la loro religione. Ma al di sopra di questa il cristiano ammette un’etica soprannaturale, rivelata da Cristo e proposta dalla Chiesa. I doveri di questa etica discendono dalla fede trinitaria: essere figli di Dio Padre, ad immagine di Cristo Figlio del Padre, fratelli di Cristo e di coloro che sono in Cristo e quindi nella Chiesa, mossi dallo Spirito Santo, Che li purifica, li illumina, li fortifica, li perfeziona e li guida alla santità.

Il musulmano, invece, non disponendo ovviamente di questo principio soprannaturale, si sente in rapporto soltanto col Dio Uno, che egli conosce mediante la sua ragione, come causa prima delle cose, ma soprattutto dalla rivelazione coranica, che gli fa conoscere, come a Mosè, i comandamenti di Dio. 

Il musulmano trae la certezza di ciò che è bene e di ciò che è male, del doveroso e del proibito, non tanto dalla ragion pratica, che per lui, data la complessità e l’oscurità delle situazioni umane, è incerta ed opinabile, quanto piuttosto dall’obbedienza assoluta alla volontà divina, manifestata nel Corano e interpretata dall’autorità religiosa della Umma, la comunità musulmana dei credenti. 

Il non-credente o infedele, anche se cristiano, quindi, per il musulmano, in quanto peccatore figlio di Adamo, ignaro del vero e perfetto culto di Dio, non è capace di sapere quale è la vera universalità della legge morale, che non è quella che egli deduce dalla sua ragione, né tanto meno la morale trinitaria del Vangelo, ma è quella universalità che dipende dalla legge coranica. 

Per questo, gli Stati islamici si rifiutano, in linea di massima, di riconoscere la carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, in quanto basata sulla semplice ragion pratica e non sulla legge coranica. Infatti, per il musulmano il comportamento morale buono ed onesto non può basarsi sulla semplice ragion pratica, ma è solo quello del fedele islamico, tanto che per lui la stessa coppia primitiva, Adamo ed Eva, era islamica, per cui il musulmano si sente in dovere di far tornare all’Islam tutta l’umanità decaduta col peccato originale. Solo che per lui la liberazione dal peccato e la salvezza non avvengono grazie alla Redenzione di Cristo, ma sono necessarie e sufficienti la preghiera, accompagnata dalle pratiche ascetiche del digiuno, dell’elemosina, del Ramadan e del sacrificio dell’agnello. 

Come credere a Cristo?

Ma a questo punto sorge un altro problema: come fa Gesù, semplice uomo, a presentarsi come Dio Figlio di Dio Padre? Qui il Corano accusa Gesù di intollerabile presunzione e di essere un impostore. Lo stesso Maometto asserisce chiaramente di non considerarsi assolutamente Dio, ma di essere un semplice uomo, al quale però è stata affidata da Dio la Rivelazione divina da comunicare all’umanità per praticare il vero culto di Dio. 

Solo che Maometto ha un concetto di Rivelazione divina che si ferma alla profezia e quindi a un atto umano, per quanto soprannaturale, e non raggiunge l’elevatezza della rivelazione evangelica di Cristo, il Quale non è solo uomo che rivela i misteri del Padre, come potrebbe fare un profeta, ma è egli stesso Rivelazione sussistente, Logos, Parola e Verbo del Padre, la Verità fatta persona. In base a queste considerazioni si comprende che la tesi di Maometto è capovolta: non è Maometto che completa la profezia di Cristo, ma è Cristo, Rivelazione sussistente, la quale, in quanto tale, supera e completa ogni profezia, compresa la profezia di Maometto. 

Maometto, quindi, si presenta sì come possessore della Verità, ma non pretende affatto, come ha preteso Cristo, di essere la Verità, il quale ha inteso se stesso come Verità sussistente, quindi come Dio, perché solo Dio è verità sussistente[1]. Ma che vuol dire anche Verità sussistente? Verità fatta Persona, dunque Persona divina. E siamo daccapo. Per la semplice ragione umana la verità o è una relazione o è una sostanza. Essa è relazione se concepita come adeguazione dell’intelletto e del reale. In Dio invece essa coincide con la Sostanza divina, è Dio stesso in quanto Intelletto o Pensiero sussistenti. 

Ma come fa quella relazione ad essere sussistente? Come fa ad essere persona? Ecco un’altra verità sublime, che alla ragione umana non sarebbe mai venuta in mente, se non le fosse stata rivelata da Gesù, quando disse «Io sono la Verità». Con quelle parole, infatti, Gesù venne a dire non solo di essere Dio, ma anche di essere il Logos, il Verbo divino, il Pensiero del Padre, Figlio del Padre.

Ma ecco un altro mistero divino rivelatoci da Gesù con quelle parole: il mistero dell’incarnazione del Verbo. Gesù implicitamente afferma di non essere solo uomo, ma anche Dio e precisamente il Figlio e il Verbo del Padre. Afferma non solo di essere Dio, di avere una natura divina, ma anche di essere una Persona divina. Quindi afferma di avere due nature: una umana ed una divina in una sola Persona divina, quella del Logos o Verbo del Padre. Anche questa verità che un uomo possa essere Dio non in senso panteistico, ma nella distinzione delle due nature e nell’unità di una sola persona non sarebbe mai venuta in mente all’uomo, se non gli fosse stata rivelata da Gesù. 

La credibilità umana della dottrina di Cristo è data dalle sue altissime virtù umane, dalla perfetta innocenza dei suoi costumi, dalla sua perfetta obbedienza a Dio a costo di salire sulla croce, dall’onestà e lealtà del suo pensare, dalla pazienza con la quale ha sopportato nemici e persecutori, dalla persuasività del suo argomentare, dalla sua straordinaria e sublime sapienza, dal coraggio della sua testimonianza a favore di Dio, fino al martirio, dalla sua dedizione al bene del prossimo, dalla sua giustizia e dalla sua misericordia, dal suo offrirsi al Padre al nostro posto vittima innocente per la remissione dei peccati, dalla sapiente guida delle anime, dal modo saggio col quale ha fondato ed organizzato la Chiesa, dalla sua efficace lotta contro Satana, dai suoi miracoli e dalle sue profezie, dal fatto che ha compiuto le profezie veterotestamentarie sulla venuta del Messia.

La credibilità divina della dottrina di Cristo è data dal fatto che quanto Egli ci rivela di Dio supera certamente la capacità di comprensione della nostra ragione ed è logico che sia così, perché altrimenti non potrebbero essere verità divine. Ma nel contempo si tratta di proposizioni che sono credibili perché quanto meno sono possibili, non contrastano con la ragione, non sono assurdità o proposizioni contradditorie. Per questo è una stupidaggine la famosa frase di Tertulliano credo quia absurdum. No. Credo quia credibile. L’assurdo è semplicemente da rifiutare. E così il linguaggio della fede è il linguaggio dell’onestà e non della doppiezza; non è sì e no, ma solo il sì (cf II Cor 1,19). Le contraddizioni apparenti si sciolgono per opera della teologia o del Magistero della Chiesa.

Misteriosi e sovrarazionali sono i contenuti della fede cristiana; ma evidentissime ed inconfutabili sono le ragioni di credere in Gesù come Dio, sono le prove della sua divinità. L’atto di fede in Lui non è quindi il semplice credere ad un uomo, non è la semplice conclusione di un ragionamento, non è un arrendersi davanti ad un’evidenza razionale, ma è atto di fede in Dio, è accoglienza di una rivelazione divina. Ora, il musulmano sa cosa vuol dire credere in Dio e ascoltare la sua parola. Occorre che si domandi: ma chi fra Cristo e Maometto è più degno di fede, quando mi assicura di rivelarmi la volontà di Dio?

Per esempio, è senz’altro di per sé giusta l’intimazione severa che il Corano fa a noi cristiani di non dire a proposito dell’essenza di Dio «uno e tre», perché effettivamente una frase del genere, detta così, senza precisare, è certo un’assurdità blasfema. Ma appunto per evitare l’assurdo noi distinguiamo natura e persona e parliamo di unità della natura divina e trinità delle persone.

E così pure di Gesù non diciamo semplicemente e assurdamente che Egli è uno e due, né scegliamo tra l’uno e il due, per cui evitiamo sia il monofisismo docetista, che, per salvare l’uno, assorbe l’umano nel divino, parlando di «una sola natura divina», sia il nestorianesimo, che, per salvare la distinzione fra natura umana e natura divina, divide Gesù in due persone.

Certo, Gesù fu perentorio nell’affermare il suo esser mandato dal Padre e di essere l’unico Salvatore dell’umanità, nell’affermare la sua divinità e la sua autorità assoluta su tutta l’umanità, intimando a tutti di ascoltarlo, di credere in lui, di obbedire ai suoi comandi di vita eterna, pena la dannazione eterna.

Il Corano ha perfettamente ragione quando afferma che è folle presunzione per un uomo fragile e mortale farsi dio ed è intollerabile impostura che egli per aver credito ed ottener gloria presso gli uomini come Salvatore dell’umanità si spacci per una divinità esigendo che tutti credano a lui come a Dio, pena la dannazione eterna. 

Ma il fatto è che Gesù, con le sue parole, la sua condotta e i suoi miracoli dette prove certissime di essere effettivamente Dio, per cui non sbagliò il Concilio di Nicea del 325 a dichiarare che Gesù è «consustanziale» (omoùsios) al Padre, cioè che Gesù è Dio. Per questo, che Gesù sia Dio è al contempo conclusione certa dell’indagine storica e razionale e ad un tempo fondamentale verità della fede cristiana. Io credo a Cristo come a Dio non per partito preso o per convenienza o per vantaggi terreni o per conformismo, ma per libera convinzione interiore. E questa convinzione non è perché ho fede che Egli sia Dio, se no sarebbe un circolo vizioso, ma perchè so per certezza storica e razionale che è Dio.  Scio cui credidi (II Tm 2,12).

Maometto quindi sbagliò nel considerare Gesù un megalomane[2], giacché Gesù aveva tutti i diritti ed anche il dovere, pagato a costo della vita, di presentare la sua grandezza davanti al mondo, proprio perchè il mondo si salvi credendo a Lui come Figlio di Dio. E così pure i titoli divini con i quali successivamente la Chiesa lo adorò e lo adora non sono delle esagerazioni, ma la pura verità sul suo essere Figlio del Padre.

Il confronto fra Cristo e Maometto

La figura morale ed intellettuale di Gesù, confrontata con quella di Maometto, pur riconoscendo a questi notevoli doti di pietà religiosa, di devozione a Dio, di saggezza, di intelligenza, capacità di sintesi, di conoscenza della Scrittura, di eccitatore delle folle, di organizzatore, di comunicatore e di parlatore, di stratega, di capo militare e di uomo di governo, emerge immensamente e vorremmo dire quasi incommensurabilmente sulla problematica figura morale ed intellettuale di Maometto, che si macchiò di gravi delitti. 

L’islamismo sciita persiano si è sforzato di vedere in Maometto e nel Corano una manifestazione sensibile del Logos o Spirito di Dio[3], nonché di cercare significati mistici nel Corano al di là del suo significato letterale, che comunque per il musulmano è opera divina, parola per parola, materialmente presa. Su ciò insistono di più i sunniti. Questa considerazione feticistica del testo materialmente preso, induce il fedele a prendere tutto alla lettera, anche le affermazioni più improbabili ed assurde, anche le favole e le falsità storiche, quando invece una sana esegesi storico-critica, che purtroppo è proibita dalle autorità, metterebbe in luce l’oro liberandolo dalla ganga.

Il Corano non consente un approccio mistico-affettivo a Dio, perché, mancando il dogma della figliolanza divina presente nel cristianesimo in forza dell’Incarnazione del Verbo, è impossibile una comunione di grazia con Dio, ma Dio resta il Signore trascendente e temibile, benevolo sì e misericordioso, ma che non dà e non riceve confidenza. 

Tuttavia, sin dagli inizi dell’Islam nacque una corrente di mistici, i cosiddetti sufi, probabilmente per influsso cristiano, i quali per lungo tempo restarono ai margini dell’Islam e furono legalizzati solo nel sec. XI dal grande filosofo e mistico Algazzali. Uno di loro, un certo al-Hallaj, fu giustiziato nel sec. IX, appunto perchè sosteneva la comunione con Dio[4].

E noi che cosa abbiamo fatto e cosa possiamo fare
 per avvicinare i musulmani a Cristo?

Ora ci chiediamo che cosa hanno fatto i cristiani, che iniziative ha preso la Chiesa in questi quattordici secoli per richiamare i cristiani sviati, per impedire che passassero all’Islam, per confutare o convertire gli islamici o per fermare la loro invasione? Hanno sbagliato? E se sì, dove? E come correggere gli errori? Che cosa fare oggi? Che speranze abbiamo? Quali gli ostacoli?

La cosa che oggi per noi moderni è motivo si stupore, abituati come siamo soprattutto dal ‘700 al dialogo e alle discussioni religiose, all’argomentazione e al vaglio critico, o alla convivenza fra religioni diverse, nonché all’arte del persuadere ed alla libertà religiosa, è da una parte l’aggressività e celerità dell’espansione islamica, spesso promossa con la forza delle armi, ma anche da parte cristiana, quella che oggi può apparirci una certa cedevolezza e una certa ritrosia al dialogo, con pronta tendenza alla risposta militare. 

Tutto ciò ci stupisce e ci porta a sospettare che gli stessi cristiani abbiano in qualche modo sottovalutato il fatto che in fin dei conti, si trattava pur sempre, anche per i musulmani, di credenti in Dio, per quanto fanatizzati, aggressivi ed intolleranti essi fossero. 

Indubbiamente non è stato necessario il Concilio Vaticano II perché dalla cristianità sin dall’inizio del sorgere dell’Islam sorgessero vari tentativi di avviare accordi di pace o di portare il Vangelo ai musulmani. Furono avviati traffici commerciali da parte delle Repubbliche marinare. Ma tali interventi sono piuttosto tardi. La prima reazione all’invasione islamica, fu di tipo militare e furono le famose Crociate, la prima delle quali fu sollecitata dallo stesso Papa Urbano II nel 1095. 

Per l’occasione fu fondato nel 1128 da Ugo de Payens l’Ordine religioso-militare dei Templari. Ancora nel tardo ‘300 Santa Caterina da Siena sollecita quello che ella chiama il «santo passaggio». Non le passa nemmeno per la mente, a lei ferventissima predicatrice del Vangelo, di propugnare una missione fra i musulmani.

S.Tommaso d’Aquino, trattando delle diverse finalità degli Ordini religiosi giustifica il fatto che un Ordine possa far uso delle armi «per la conservazione del culto divino»[5], «per la difesa del culto divino»[6], «per l’ossequio di Dio»[7], e porta l’esempio dei Templari, che in Terra Santa combattevano contro i musulmani[8].

Ma il caso dei Templari è stato un esperimento isolato e nella storia della Chiesa, terminato tragicamente e quando furono soppressi nel 1305 da Clemente V, non è stato mai più ripetuto. In realtà ci si accorse che l’idea di un religioso, che fa uso delle armi, sia pure per una nobilissima causa, quale può essere la difesa dell’onore e del culto divino, come per esempio i Luoghi Santi di Gerusalemme, è una stonatura col Vangelo, e con l’esempio di Cristo. 

Viceversa, come è noto, il Corano prevede la liceità o addirittura l’obbligo per legge divina di una guerra mossa contro gli infedeli per sottometterli all’Islam: il cosiddetto jihàd. L’idea della «guerra santa» (Gl 4,9) o «guerra del Signore» (Nm 21,14) si trova nell’Antico Testamento. Maritain sostiene che si può dare una guerra giusta, ma non una guerra santa. Ha ragione. Certamente sbagliano i buonisti a sostenere che ogni guerra è ingiusta, come se ogni combattente, si guadagnasse pure la medaglia d’oro, fosse una persona violenta, cattiva e crudele. Nella Bibbia invece probabilmente siamo ad uno stadio arcaico della coscienza morale, che ha servito da ispirazione per il jihàd islamico. 

Infatti mentre l’azione santa è un far scendere la grazia sul prossimo, si tratti delle opere di misericordia o della preghiera o dell’amministrazione dei sacramenti, e in tal caso l’agente dev’essere in grazia o conviene che sia in grazia, l’azione giusta, che retribuisce secondo il merito, non necessariamente ha come destinatario una persona in grazia, anche se può non essere in grazia anche colui che compie l’azione.

Nel sec. XIII i Domenicani e i Francescani avvertirono il dovere dell’evangelizzazione degli islamici. Famoso è rimasto l’incontro di San Francesco col Sultano. Anche i Domenicani giunsero prestissimo in Palestina e fondarono un convento a San Giovanni d’Acri, dal quale però purtroppo furono cacciati nel 1291. Lì i Templari combatterono eroicamente contro i musulmani, ma i Domenicani non poterono più tornare. Attualmente essi possono avere contatti con i musulmani grazie alla Scuola Biblica di Gerusalemme, fondata dal Padre Joseph-Marie Lagrange nel 1890. 

Molto importante fu nel sec. XIII-IV l’interesse dei teologi cattolici, come S.Tommaso e il Beato Duns Scoto[9], per i filosofi musulmani, come Averroè, Avicenna, Algazzali, Alfarabi, Alkindi, Avempace. Costoro fecero conoscere ai cattolici le opere di Aristotele, che studiavano perché anche nel Corano Dio appare come sommo ente, sommo bene, fine ultimo, causa prima, motore immobile, creatore e governatore del mondo, e l’uomo appare dotato di un’anima immortale, di intelletto e di libero arbitrio.

San Tommaso d’Aquino, su proposta di San Raimondo di Peñafort, scrisse un voluminoso trattato, il famoso Contra Gentes, dedicato agli evangelizzatori, traboccante di sapienza teologica, ma purtroppo senza mai citare passi del Corano per un esame critico ad hoc. Ora, se c’era allora un teologo che confutava gli avversari citando le loro tesi, per fare un lavoro scientifico, questi era proprio San Tommaso. Figuriamoci che cosa facevano gli altri. 

Ben diverso è il metodo del Concilio Vaticano II, il quale, non solo entra nel merito, ma addirittura rileva aspetti positivi, cosa che i teologi di allora nemmeno si sognavano di fare. La speranza, pertanto, suscitata dal Concilio Vaticano, II è quella che dopo quattordici secoli di confitti sanguinosi lo Spirito Santo voglia toccare i cuori di cristiani e musulmani affinché cessino le reciproche contrapposizioni frontali, incomprensioni, ostilità ed intolleranze e sia finalmente avviato un confronto serio, approfondito e sereno fra le rispettive concezioni religiose, in modo tale che noi cattolici, sotto la guida dei nostri pastori e del Sommo Pontefice, troviamo finalmente il modo per attirare i musulmani a Cristo.

Il recente accordo di Abu Dhabi fra il Papa e il Grande Imam del Cairo è certamente un fatto che rafforza questa speranza, in modo particolare per il fatto che in detto accordo il Papa ha ottenuto dal Grande Imam il riconoscimento del valore della fratellanza universale degli uomini, tutti figli di un Dio Padre, tema che sta molto a cuore al Pontefice, e che sembra essere stata accettato dalla controparte, superando la visione coranica del fratello in senso religioso, che non viene inteso come semplice esponente della specie umana, ma come fratello di fede, che condivide la medesima fede coranica.

C’è però al riguardo un grave equivoco da chiarire: quando il Papa a questo proposito ha detto che le religioni, nelle loro diversità, sono volute da Dio, non ha inteso evidentemente far professione di relativismo o indifferentismo religioso o asserire che tutte le religioni sono alla pari come vie di salvezza o negare il primato del cristianesimo sulle altre religioni o negare l’universalità della verità religiosa abbassandola al livello della semplice opinione; non ha inteso asserire che le religioni non-cristiane non contengano errori, come alcuni hanno male interpretato, allarmandosi a sproposito, ma ha inteso riferirsi al fatto innegabile che effettivamente ogni religione monoteista, anche non cristiana, che non sia idolatria o superstizione o magia, possiede peculiarità umane, storiche e concrete, nonchè vari modi d’essere apprezzabili, doni quindi di Dio, affiancabili a quelli che Dio ha elargito alla religione cristiana non per perfezionarla o completarla, cosa impossibile, data la sua divinità, ma  come umane, contingenti e particolari modalità di essere dipendenti dalla varietà delle iniziative umane.

Per esempio è innegabile la bellezza delle chiese ortodosse, delle sinagoghe, o delle moschee o dei templi buddisti, complementare alla bellezza dei templi cattolici. Come negare la maggiore ricchezza e sacralità o quanto meno affascinante e suggestiva diversità della liturgia bizantina a confronto con quella cattolica? Come non vedere la complementarità alla preghiera cattolica della preghiera esicastica del Monte Athos o della meditazione yogica o dei Gospel singers protestanti afroamericani o la danza indiana o l’ondeggiante preghiera salmica dei pii Ebrei al Muro del Pianto o la prostrazione con la faccia a terra dei musulmani? Non vengono forse da Dio tutte queste bellezze, senza che ciò comporti affatto la negazione dei difetti o insufficienze dottrinali e morali delle religioni non-cattoliche e il primato del cattolicesimo su di esse?

P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 12 giugno2020


[1] LA VERITA’ ETERNA IN Sant’AGOSTINO, I, Sacra Doctrina, 5, 1987, pp.590-611; LA VERITA’ ETERNA IN S.AGOSTINO, II, Sacra Doctrina, 6, 1987, pp.665-687.
[2] Un’interpretazione simile la troviamo nella cristologia di Edward Schillebeeckx, per il quale Gesù non è Dio, ma semplicemente un uomo, una «persona umana», «profeta escatologico», nel quale era attivo il Verbo di Dio. La morte di Cristo non è stata secondo lui un sacrificio espiatorio e redentore voluto dal Padre per la salvezza dell’umanità, ma semplicemente la testimonianza del martire della verità e della giustizia. Quindi Schillebeeckx non dice: «Gesù è Dio», perché secondo lui sarebbe panteismo, sarebbe confondere le due nature, ma: «Dio è in Gesù». Una tesi che sa di nestorianesimo. E difatti sembra che Maometto abbia elaborato il suo concetto di Gesù a contatto con monaci nestoriani. Cf di Schillebeeckx: Gesù. La storia di un vivente, Queriniana, Brescia 1980.
[3] Cf Henry Corbin, Storia della filosofia islamica, Adelphi Edizioni, Milano 2000, pp.79. 339, 343, 359.
[4] Cf Louis Gardet, Esperienze mistiche in paesi non cristiani, Edizioni Paoline, 1960.
[5] Sum.Theol.,II-II. q.188, a.3.
[6] Ibid.
[7] Ad 2m.
[8] Ad 3m.
[9] E.Gilson, Avicenne et lo point de départ de Duns Scot, Vrin-reprise, Paris 1986.

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