La gelosia di Dio come appello alla conversione

La gelosia di Dio come appello alla conversione

Io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso,
che punisce la colpa dei padri nei figli
fino alla terza e alla quarta generazione,
per coloro che mi odiano,
ma che dimostra il suo favore
                                                                         fino a mille generazioni,
per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Es 20, 5

Che cosa la Scrittura intende per “gelosia divina”

La Scrittura, come è noto, ci parla di Dio e del suo agire in termini spesso antropomorfici, materiali e metaforici, come per esempio quando parla di “ira” (passim), di “compassione” (Dt 32, 36 e altri), di “essere offeso” (Ne 9,26 e altri), “essere placato” (I Sam 3,12), di “pentimento” (Gen 6,6), di “redenzione”[1] (passim) e via discorrendo, come se Dio avesse delle passioni[2] o delle imperfezioni come noi.
Per non fraintendere che cosa vogliono dire queste immagini e non cadere in un concetto falso e idolatrico di Dio, questi concetti impropri, anche se rappresentativamente efficaci, devono essere illuminati e nobilitati dai concetti spirituali, metafisici o trascendentali, ai quali fanno riferimento e spiegati alla luce di questi concetti.
Il concetto di “gelosia” è uno di questi. Vediamo innanzitutto che cosa è in generale, la gelosia. Essa è quel moto dell’animo, per il quale il geloso custodisce con premura la persona amata e si oppone a che essa, della quale è geloso, abbia rapporti con altre persone, dalle quali può correre pericolo o con le quali possa comportarsi male. Nel caso dell’amore fra uomo e donna, il geloso considera il partner come sua esclusiva proprietà, per cui non tollera che possa avere con altri dei rapporti d’amore simili o superiori a quelli che intrattiene con lui.
La persona amata dal geloso è preferita ad altre. L’immagine della gelosia si adatta quindi in modo speciale ai rapporti di Dio con Israele, popolo prescelto e prediletto da Dio come popolo profetico, sacerdotale e messianico, incaricato di portare la salvezza a tutti i popoli.
La gelosia spinge il geloso a contrastare ciò che o colui che disturba la sua unione con la persona amata, come osserva S.Tommaso: “La gelosia (zelus) proviene dall’intensità dell’amore. E’ chiaro infatti che quanto più intensamente una virtù tende a qualcosa, con tanta maggior forza respinge tutto ciò che è contrario o contrastante”[3].
La gelosia è giusta, virtuosa e doverosa, se nasce da un vero amore per la persona amata e se ha un motivo legittimo, per esempio la gelosia tra sposi o familiari o amici, e se si esercita nei giusti limiti, ma senza spirito possessivo o interessi egoistici e nel rispetto dell’autonomia della persona amata, concedendole una ragionevole fiducia e approvando le sue relazioni con altre buone persone.
La gelosia, viceversa, è cattiva e peccaminosa, per le ragioni contrarie: se il geloso vuole dominare sulla persona amata, la attira a sé per fini cattivi, la inganna, la seduce, la vuole solo per sé, la limita ingiustamente nella sua libertà, la minaccia, la sfrutta e la strumentalizza, la mette contro gli altri.
La sana gelosia risplende innanzitutto in Dio, il quale vuole che l’uomo sia tutto suo e che non abbia altri dèi. Essa è sommamente benefica per l’uomo, perché è manifestazione del grande amore e zelo di Dio per l’uomo e la sua salvezza, e vuole preservarlo da ogni pericolo e da ogni peccato. Per questo, Dio riversa tutto il suo infinito amore, tutta la sua premura e la sua cura sulla persona amata, le rivela i suoi segreti, le fa sentire tutta la sua tenerezza e la sua misericordia, è indulgente per le sue debolezze, ma la punisce severamente, se essa non è fedele, è sleale, ribelle e lo tradisce.
Certamente la gelosia divina nella Scrittura[4] si mostra a volte con la severità e col castigo, che però sono dettati dall’amore e dalla volontà di Dio di scuotere la coscienza del peccatore, di suscitare in lui un salutare timore e di chiamarlo alla penitenza e alla conversione.

La sana gelosia del buon pastore

La gelosia divina è manifestazione della divina provvidenza verso l’uomo, e in particolare è espressione unitaria e armoniosa della sua bontà, sintesi di giustizia e di misericordia. Per conseguenza, essa dev’essere la virtù del buon pastore nei confronti del suo gregge. In lui è tradizionalmente chiamata “zelo”. In tal modo, a seconda dell’idea che egli si fa della gelosia divina, la sua condotta verso il gregge sarà un riflesso di questa idea.
Se non gli piace l’idea di un Dio geloso, perché gli pare che comporti un Dio opprimente, legalista e possessivo, che non lascia liberi, pronto a colpire chi sgarra, ci terrà a mostrarsi liberale e tollerante, dialogante e aperto a tutti, ma rischierà di perdere di vista la distinzione fra il bene e il male, di mancare di quello zelo, che si prende cura della salute e della sicurezza del gregge, così da incoraggiare le pecore sane e curare la malate, da incrementare la crescita del gregge e da difenderlo dai lupi.
 Mancando di un criterio oggettivo ed universale di giudizio, il buonista rischierà di mancare di equilibrio, di coraggio e di imparzialità, lasciandosi prendere da indebite preferenze, dalla paura dei lupi e dalla voglia di sfruttare le pecore deboli, per far sentire che il pastore è lui e consolarsi di non riuscire a spaventare i lupi: forte con i deboli e debole con i forti.
In tal modo egli starà in mezzo fra la severità verso le pecore e l’accondiscendenza verso i lupi. Un colpo al cerchio e uno alla botte. Apparire un liberale senza avere noie. E’ l’oscillazione tipica dell’opportunismo buonista hegeliano – oggi molto di moda - fra l’affermazione e la negazione,  il sì e il no, che alla fine è il servire a due padroni: Dio e il mondo alla pari. Un fare dolce, suadente e beneducato, politically correct, che però nasconde la doppiezza e la crudeltà. “Veleno d’aspide sotto le labbra” (Sal 140, 4).
Ezechiele descrive bene questo tipo di pastori e la situazione del gregge che ne consegue:
 “vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge: non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse: non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura” (Ez 34, 3-6).

E S.Caterina da Siena così fa eco a queste parole:
 “il prelato o altri signori che hanno sudditi, se essi, vedendo un membro del suddito loro essere infracidato per la puzza del peccato mortale”  - che può essere un’eresia o comunque un grave peccato – “vi pongono subito l’unguento della lusinga” – oggi si parla di “misericordia” o di “pluralismo” – “senza la reprensione, non guarisce mai, ma guasterà l’altre membra che gli sono da torno, legate in uno medesimo corpo, cioè a uno medesimo pastore. Ma  se  egli  sarà  vero  e  buono  medico  di quelle anime, sì  come erano questi gloriosi pastori, egli non darà unguento senza fuoco della reprensione. E se’l membro fusse pure ostinato nel suo male fare, e’l tagliarà dalla congregazione[5], acciò che non gl’imputridisca con la colpa del peccato mortale.
Ma essi non fanno oggi così, anco fanno vista di non vedere. E sai tu perchè? Perché la radice de l’amore proprio vive in loro, unde essi traggono il perverso amore servile; però che per timore di non perdere lo stato e le cose temporali o prelazioni” – non certo per timor di Dio –, “non correggono; ma e’ fanno come acciecati, e però non cognoscono in che modo si conserva lo stato. Chè, se essi vedessero come egli si conserva per la santa giustizia, la manterrebbero, ma perché essi sono privati del lume, non il cognoscono. Ma, credendolo conservare con la ingiustizia, non riprendono i difetti de’ sudditi loro; ma, ingannati sono dalla propria passione sensitiva e da l’appetito della signoria o della prelazione.
E anco non correggono perché egli sono in quegli medesimi difetti o maggiori, sentendosi compresi nella colpa; e però perdono l’ardire e la sicurtà e, legati dal timore servile, fanno vista di non vedere. E se pure veggono, non correggono, anco si lasciano legare con le parole lusinghevoli e con molti presenti; ed essi medesimi truovano le scuse per non punirli” – la “misericordia” -. “In costoro si compie la parola che disse la mia Verità nel santo Evangelo dicendo: ‘costoro sono ciechi e guide di ciechi; e se l’uno cieco guida l’altro, ambedue cadranno nella fossa’ (Mt 15, 14)”[6].

Il Dio della pace è vittorioso sul male

Seguendo gli insegnamenti della Scrittura e della sana ragione, non bisogna dunque considerare Dio, con la scusa della misericordia, come un Dio elastico, ambivalente, cedevole, impotente, permissivo e remissivo, come oggi si sente qua e là, ma non si deve temere di considerarLo un Dio saldo[7], fermo, lineare, fedele a se stesso[8], forte, geloso, zelante e guerriero, il “Dio e Signore degli eserciti”, che combatte per la giustizia, vindice degli oppressi, dolcissimo e tenerissimo verso gli umili e i pentiti, ma terribile per i superbi e per i suoi nemici. 
Proprio perché Dio vuole la pace, Egli muove guerra contro i nemici della pace. Contro di essi Egli “è prode in guerra” (Es 15,3). Egli solo conosce  il segreto della pace e può ottenere la pace al mondo sconvolto dalle guerre.  La sua grande arte consiste nell’intenerire i cuori induriti, facendoli passare dall’odio all’amore, dalla vendetta al perdono.
Egli “stronca le guerre” (Gdt 16,2) e se Egli vuole una guerra (I Cr 5,22), è solo perché essa serve a sconfiggere i nemici della pace. Ma Egli prepara, per chi gli è fedele, un mondo nel quale gli uomini “non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2,4). “Farà cessare le guerre sino ai confini della terra” (Sal 46, 10). “Dalle spade forgeranno vomeri”  (Mi 4, 3-4).
Egli è il grande mediatore e fautore di ogni pacificazione e della composizione di tutti i conflitti, a patto che nei contendenti vi sia buona volontà. Ottenuta la pace, Dio torna a dominare e riafferma la sua autorità sul mondo facendo giustizia - “Fammi giustizia, o Dio, difendi la mia causa contro gente spietata” (Sal 43,1) -.
Castigando i peccatori, sconfiggendo i suoi nemici, e liberando gli umiliati e gli oppressi, Dio fa tornare la pace, mentre con la misericordia perdona i peccatori pentiti e si riappropria in Cristo del mondo che gli è diventato nemico: paradiso per i pentiti e inferno per i ribelli.
Se l’uomo col peccato è stato vinto dalla morte, ed è caduto sotto il dominio di Satana, ecco che il demonio (Lc 1,18; Rm 16,20) e la morte a loro volta sono vinti (I Cor 15,26.55; Ap 20, 9-10.14) e l’uomo è restituito al suo legittimo Signore grazie al sangue di Cristo.
La morte dell’uomo è vinta dalla morte di Cristo. Nella morte di Cristo si nasconde la vita dell’uomo, sub contraria specie[9]. Dio sa trarre il bene dal male. Dalla morte sorge la morte della morte non per un “magico potere del negativo”[10], come dice Hegel, ma perchè la morte è stata assorbita dalla Vita. “O morte, sarò la tua morte”, così, come la Chiesa canta nel triduo pasquale, la morte vince la morte, perché è la morte del Re della Vita, la morte che ha in sè la Vita, la morte di Cristo.
Tra Dio e il mondo non c’è un rapporto dialettico, ma analettico. Cioè, è vero che il concetto di Dio e il concetto del mondo si richiamano a vicenda sul piano della logica; e in ciò Hegel ha visto giusto; ma il fatto è che quello che a noi interessa in primo luogo non è il concetto, ma la realtà di Dio e del mondo.
E sul piano della realtà bisogna dire che Dio può esistere benissimo da solo[11] senza il mondo. E di fatto, prima[12] di creare il mondo, Egli è esistito da solo. E anche adesso, benchè esista una reciprocità tra Dio e mondo, o tra Dio e l’uomo, tanto che si deve parlare di un rapporto interpersonale tra l’uomo e Dio, tuttavia l’uomo con i suoi sacrifici e Cristo stesso non offrono a Dio nulla che Egli non abbia già.
Ovviamente ciò non va inteso nel senso di derogare in alcunchè alla infinita preziosità del sacrificio di Cristo. Solo che va detto che, quando si parla di “riparazione” o “soddisfazione” o “compenso” dato da Cristo al Padre, benchè qui sia in gioco il dogma, si tratta solo di espressioni metaforiche, perché il frutto di questo sacrificio è tutto e solo per noi: satisfecit pro nobis, come dice il Concilio di Trento[13]

Enzo Bianchi tra Dio e il mondo

Al riguardo, riteniamo di dover fare alcune osservazioni a certe parole di Enzo Bianchi. Egli parla del dovere nostro di “discernere coloro per i quali Gesù è venuto nel mondo”. E spiega: “il discernimento nasce sempre dal duplice ascolto dell’evangelo eterno (Apocalisse, 14, 6), del ‘Cristo che è lo stesso ieri, oggi e per sempre’ (Ebrei, 13, 8) e dell’oggi storico, delle contingenze presenti nei vari luoghi in cui gli uomini vivono”[14].
Osserviamo però che questo duplice ascolto non è paritario, ma gerarchizzato: innanzitutto bisogna ascoltare il Vangelo e, alla sua luce, occorre dare un giudizio sul mondo per discernere in esso ciò che è conforme al Vangelo e ciò che gli è difforme. Il mondo, certo, ha una sua verità, dà già un orientamento per discernere la giusta via; ma in esso sono presenti anche il falso e il male, che solo il Vangelo ci consentono di riconoscere e di togliere.
Se non si riconosce questa subordinazione del mondo al Vangelo, c’è il rischio, tipico del modernismo e dell’hegelismo, di invertire il rapporto mondo-Vangelo, come se fosse possibile e doveroso regolare anche il Vangelo sul mondo e come se il mondo completasse in qualche modo il Vangelo, avesse qualcosa che il Vangelo non ha o non contiene in sé almeno virtualmente o implicitamente.
Ma questo è falso e pericoloso, perché creerebbe una doppia morale, sorgente di doppiezza e di oscillazione fra Cristo e il mondo. In questa visuale, infatti, il mondo, sganciato dalla sua dipendenza da Dio, diventa un altro assoluto accanto a Dio e sorge un pericoloso dualismo, dove non ci si ordina più a Dio, ma ci si barcamena tra il mondo e Dio. Si arriva così a servire “due padroni”, cosa che Cristo detesta, perchè vorrebbe dire che Egli non sarebbe più il nostro sommo Bene, ma che dividiamo il nostro cuore tra Lui e il mondo, come se si trattasse di due beni alla pari.
 Ma c’è di peggio. Sarebbe compromessa la stessa concezione del rapporto di Dio col mondo e con l’umanità di Cristo. Il mondo apparirebbe come un completamento di Dio e si giungerebbe alla famosa asserzione di Hegel: “senza il mondo, Dio non è Dio”[15].
Il vero Dio, come del resto ha detto Bianchi in altra occasione[16] al seguito di Hegel, preceduto da Lutero e fino a Marcione, sarebbe solo il Dio incarnato, il Dio che ha assunto l’umanità di Cristo. Per tutti costoro, infatti, non c’è vero Dio prima e fuori dell’umanità di Cristo. Certo, se si considera Cristo in quanto Dio, è chiaro che non esiste Dio al di fuori di Cristo. Ma se si considera l’umanità di Cristo, si deve dire a chiare lettere che l’umanità di Cristo non è affatto necessaria all’essenza e all’esistenza di Dio e non le aggiunge nulla, non la completa in nulla.
Dio infatti sarebbe stato Dio, anche se non avesse creato la santissima umanità di Cristo, anche se non avesse creato il mondo. Ma da questa concezione del contrasto fra il Dio di Cristo e il Dio di Mosè, nasce l’opposizione nefasta fra il Dio bellicoso e il Dio amorevole che arriva fino a Bianchi.
Ma si nota in Bianchi un’altra impronta del Dio di Lutero mediata dalla teologia hegeliana. In una intervista al quotidiano La Stampa di alcuni anni fa Bianchi disse che, anche se fosse all’inferno, egli non cesserebbe di lodare la misericordia di Dio. Ovviamente Bianchi fa una semplice ipotesi in tono enfatico, la quale però resta molto significativa di come egli si sente oggetto della divina misericordia e di come intende questa misericordia.
Da quanto dice si ricava che anche un dannato dell’inferno potrebbe sentirsi oggetto di questa misericordia. Eppure, la pena infernale colpisce l’uomo ribelle. Bianchi sembra dunque creare una sintesi dialettica hegeliana tra misericordia e severità divine. La misericordia è severità; la severità è misericordia[17]. Viene in mente un’espressione di Lutero, il quale afferma che starebbe volentieri anche nell’inferno, se questa fosse volontà di Dio.
Si tratta del Lutero posteriore all’“esperienza della torre” del 1514[18], nella quale si convinse che Cristo gli prometteva che si sarebbe salvato. Il Lutero, invece, che accetta l’inferno corrisponde a una fase successiva del suo rapporto con Dio, per il quale egli non insiste più sulla sua salvezza, ma sull’obbedienza a Dio, sull’accettazione di ciò che Dio vorrà, anche se lo mandasse all’inferno.
La misericordia si confonde  con la severità. Siamo nella concezione dialettica degli opposti, secondo lo schema cusaniano della coincidentia oppositorum, già presente in Ockham: Dio non vuole per me ciò che è bene, ma è bene ciò che Dio vuole, fosse anche l’inferno. E’ il Dio della doppia predestinazione, presente nel pensiero di Lutero. Anche se Dio mi vuole all’inferno, questa sarebbe una manifestazione della sua misericordia.

La falsa concezione della pace in Enrico Peyretti

Davanti a questa posizione di Bianchi contro l’Antico Testamento si capisce la reazione sdegnata contro di lui del rabbino Laras, che la vede offensiva non solo del popolo di Israele, ma anche della vera concezione di Dio, dato che il Dio di Cristo è in realtà lo stesso Dio di Mosè, anche se in Cristo Dio rivela il mistero trinitario.
Apprezziamo allora il servizio di Sandro Magister, che, nell’articolo Antiebraismo cattolico e papale. L'allarme del rabbino Laras, del suo blog Settimo Cielo del 13 marzo del 2017, dette notizia di un convegno programmato dall’Associazione Biblica Italiana a Venezia per l’11-16 settembre successivo, dal titolo "Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria".
  “Ma – commenta Magister - se si va a leggere il testo originale della presentazione del convegno, si trova anche di peggio: ‘Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione’. Da cui ‘intolleranze’, ‘fondamentalismi’, ‘assolutismi’ non solo verso gli altri popoli, ma anche autodistruttivi, poiché ‘ci sarà da chiedersi in che misura la gelosia divina incenerisca o meno la libertà di scelta dell’eletto’”.
Notiamo peraltro che la posizione di Bianchi richiama da vicino l’eresia di Marcione[19]. Infatti, cliccando online la parola “marcionismo” nel medesimo articolo, troviamo un servizio di grande attualità de "L´espresso" n. 5 del 23-30 gennaio 2003, dal titolo "Addio Bibbia crudele", dedicato ad Enrico Peyretti, un cosiddetto “pacifista” noto da molto tempo. La grande attualità dell’articolo è data dalla tematica sollevata dal Peyretti 16 anni fa, concernente l’idea oggi diffusa di origine marcionita, ma presente anche in Lutero, giustamente denunciata dal Rabbino Laras con le seguenti parole: “un ‘marcionismo’ più o meno latente, ora presentato in forma pseudo-scientifica, insistente oggi sull'etica e sulla politica”.
Secondo Marcione, eretico del sec.II, il Dio dell’Antico Testamento, bellicoso e severo punitore, non sarebbe il vero Dio, che invece è il Dio di Gesù Cristo, tutto e solo tenerezza e misericordia, ma sarebbe ancora un dio pagano. Ebbene, Peyretti, che invece è consapevole del fatto che anche il Dio di Gesù Cristo castiga e benedice la giusta guerra, ha raggiunto ormai la posizione di Marcione, nella convinzione che la promozione della pace comporti la negazione che Dio punisca i malfattori e suppone un Dio, che escluda l’uso delle armi e l’irrogazione di sanzioni penali.  
 Magister descrive in Peyretti le idee emblematiche del buonista di oggi, anche se sono passati molti anni:
 “A farlo arrabbiare è stata la Bibbia, sia dell´Antico Testamento che del Nuovo, con tutte le sue pagine grondanti violenza. ‘Basta’, ha concluso Peyretti, ‘queste pagine non sono parola di Dio’. ‘Ma più leggo i libri della conquista, delle guerre, e più li detesto, li rifiuto. Il peggio è che la Bibbia mi presenta questi orrori non come fatti umani, ma come azioni di Dio. Quando invece sono bestemmia’.
           E così ha deciso di gettare gran parte dell´Antico Testamento. Via il patriarca Abramo che anche lui impugnò le armi, via Mosé, via Davide. ‘Se leggerò ancora certi libri biblici di teologia guerriera, finirò per disprezzare l´ebraismo che li ha prodotti e trasmessi, e questo non lo voglio. Terrò cari i libri della sapienza, dell´amore universale. Gli altri li chiuderò’.
          L´Antico Testamento è quello che cade di più sotto la scure dei censori. Ma Peyretti rigetta anche pezzi dei Vangeli e degli altri libri della Bibbia posteriori a Gesù. Via le parabole con i re che si fanno guerra, via le minacce di pianto e stridor di denti, via i fuochi della geenna. Sull´inferno la mette così: ‘L´inferno è questo mondo governato dai potenti criminali, gli unici veri diavoli, ogni giorno in tv a terrorizzarci e chiedere adorazione. Se le religioni non maledicono questo inferno, ne sono parte esse stesse, come diavoli’.
Pacificamente dinamitardo, Peyretti fa deflagrare la Bibbia e il Credo cattolico in nome, spiega, di una superiore ‘etica dell´unità umana’. Perché solo chi - come lui - possiede ‘l´etica originaria della pace può giudicare tutte le religioni’ e condannare fin da oggi ciò che non vi si conforma, ‘grazie alla irresistibile coscienza che Dio ci dà del bene e del male’”.

Difficile immaginare dove Peyretti abbia trovato l’“etica dell’unità umana” superiore a quella della Bibbia. O forse, non è poi tanto difficile, perché basta considerare la concezione massonica dell’etica, che è appunto di questo tipo. Essa assicura di poter procurare all’umanità la pace e la concordia fra le nazioni e le religioni grazie al progresso della scienza e della virtù, mediante trattative pacifiche e diplomatiche, senza bisogno di ricorrere alla guerra o ai soccorsi che dovrebbero venire da religioni rivelate, che invece nella storia si sono mostrate sorgenti di fondamentalismi e di irresolubili conflitti.
Bisogna invece constatare, se non vogliamo sognare ad occhi aperti, che, stanti le conseguenze del peccato originale, che spingono gli uomini alla violenza e alla sopraffazione reciproche, la storia millenaria della civiltà cristiana e mondiale dimostra, con le sue conquiste, che l’affermazione e la difesa della giustizia, della libertà e della dignità umana, richiedono periodicamente un moderato, autorizzato, disciplinato ed organizzato uso della forza, senza mai accantonare l’uso dei mezzi pacifici ed il ricorso alle risorse spirituali della religione, soprattutto del cristianesimo. La Scrittura insegna che una società pacifica, nella quale non occorrerà più l’uso della forza, potrà essere solo la nuova umanità della risurrezione escatologica.
Su questa terra i pacifismi utopistici di ispirazione massonica, liberale, permissivista o russoiana alla Marco Pannella, sono proprio quegli orientamenti morali, sociali, politici e religiosi, i quali, sotto la facciata di un’incondizionata mitezza, magari fatta passare per evangelica, nascondono i tratti della crudeltà, che si rivela quando queste formazioni dispongono del potere politico o religioso, oppure, col loro rammollire la forza del carattere, diffondere lo scetticismo e corrompere l’onestà dei costumi, preparano un popolo smarrito e disintegrato ad essere sopraffatto e dominato da un altro fanaticamente sicuro di sé e delle proprie prospettive umane. E’ il rischio che sta correndo oggi l’Europa davanti all’invasione islamica.
Chi è un pusillanime e troppo indulgente verso i peccatori, se acquista una posizione di potere, o raggiunge un ruolo importante nella società o nella Chiesa, diventa intollerante e prepotente. Queste persone passano da un eccesso all’altro, perché nella loro condotta non si rifanno ad una misura ferma, sicura e oggettiva, equidistante dagli eccessi, in base alla quale stabilire il difetto o l’eccesso.
Esse, invece, che affettano mitezza all’accesso scusando ogni prevaricazione, se hanno poi modo di essere o devono essere severe, diventano crudeli, mostrandosi più severe di quelle persone che dichiarano apertamente la necessità della severità, ma sanno praticarla con misura, clemenza, equilibrio e al momento giusto, perché hanno un chiaro e certo punto di riferimento, che le altre non hanno.
Il pastore zelante imita la gelosia divina, che è basata su di una perfetta lealtà nei confronti della verità, fedeltà alle promesse, coraggio nell’esercizio della sua missione, coerenza di condotta, sintesi di giustizia e di misericordia, incurante dell’ostilità che le viene dal modo e dalle forze del male. Tutta la sua condotta si basa sull’affermazione del sì contro il no, dalla quale discende il principio fondamentale dell’agire virtuoso, che è il perseguimento coerente del bene e il rifiuto netto del male.

Il principio di non-contraddizione è la base dell’onestà intellettuale

La chiara coscienza dell’opposizione assoluta tra il bene e il male è quanto di più opposto si possa immaginare a un pacifismo imbelle, sgusciante e ipocrita, e al suo presupposto, ossia la viscida e doppiogiochista relativizzazione ovvero approvazione buonista tanto del bene quanto del male, giudicati come “diversi” e reciprocamente complementari. A ciò segue la pretesa di affermare una mediazione e una reciprocità alla pari, che vorrebbe trovare un accordo fra Cristo e Beliar.
La medicina contro questa aberrazione intellettuale e disonestà morale è il far sempre capo nel nostro pensare e nel nostro parlare al principio di identità e di non-contraddizione. Occorre infatti fare alcune osservazioni preliminari, che ci introducono alla comprensione della verità originaria, assoluta, certissima, insopprimibile, inconfutabile ed irrinunciabile di questo famoso principio teoretico e morale, fissato da Aristotele[20] e perfettamente conforme al Vangelo, che sta alla base della realtà e di tutta la vita dello spirito. Dio stesso, come ipsum Esse[21], e Verità sussistente e sommo Bene, con la sua inconfondibile Identità divina, non è che l’affermazione somma e radicale di questo principio implicito nella stessa Essenza e Ragione divina.
 Osserviamo dunque che empiricamente ogni ente può essere o individuale, ed è l’ente concreto e reale; oppure può essere specifico o generico, ed è l’ente logico astratto; ogni ente reale o ideale ha una sua precisa identità o determinatezza, è uno e indiviso, è quello che è, quel tale ente, è un qualcosa di distinto, differente o diverso da ogni altro. E’ inconfondibile con un altro ente. E’ riconoscibile, identificabile e discernibile da ogni altro ente. La molteplicità o la pluralità nasce dalla divisione dell’uno, inteso come intellegibile; e dalla moltiplicazione dell’uno inteso come questo ente reale uno.
Nessun ente reale e concreto è identico ad un altro, se non sotto l’aspetto specifico o generico: Tizio è identico o uguale a Caio in quanto sono uomini. Ma Tizio in quanto Tizio e Caio in quanto Caio sono diversi. L’universale reale è la medesima essenza presente in tutti gli individui (unum in multis) e identificato con ciascuno, al di là dei suoi caratteri individuali. Invece l’essere di ogni ente reale è diverso dall’essere di ogni altro ente reale.
L’ente confuso, vago o indeterminato della nostra immaginazione o quello astratto matematico o logico, va ben distinto dall’ente reale. Il principio di indeterminazione di Heisenberg non significa la possibilità di enti indeterminati, ma l’impossibilità sperimentale di misurare simultaneamente il moto e la posizione di una particella elementare, il che  non riguarda la metafisica, ma la fisica.
Il principio di non-cotraddizione si enuncia così: “E’ impossibile che qualcosa sia e non sia simultaneamente sotto il medesimo rapporto”[22]. Ma è possibile purtroppo negare l’evidenza[23] o contraddirsi o giocare tra il sì e il no, benchè ciò sia peccato o di stoltezza o di ipocrisia o di astuzia. Per questo è un preciso dovere morale di non contraddire al vero, non negarlo[24], ma riconoscerlo francamente e umilmente.
Come già osserva Aristotele, un contenuto assurdo o il contradditorio – per esempio un cerchio quadrato o una montagna senza valli - non può neppure essere oggetto del pensiero, perché è un pensiero che si autodistrugge.
Chi si contraddice, si confuta da solo, anche se può essere dovere del critico mostrare la contraddizione[25]. Ma l’errante superbo non cede. Cogliamo e riconosciamo il vero, infatti, solo se ci adeguiamo – adaequatio -, “obbediamo” umilmente[26] al reale, senza la pretesa di “porlo” (setzen), come credeva Fichte. Ma il ribelle, il superbo, l’impostore e il mentitore è un suicida del pensiero, un “punitore di se stesso”, un eautontimorùmenos, secondo il titolo di una commedia di Terenzio.
Del resto ogni castigo, anche il cosiddetto “castigo divino”, compreso l’inferno, è un danno che il peccatore fa a se stesso. L’errore nasconde la contraddizione, ma essa non appare immediatamente, altrimenti il suo contenuto ripugnerebbe immediatamente alla ragione, a meno che l’errante non sia un demente o non voglia scherzare.
Dal principio di non-contraddizione discende immediatamente il principio del terzo escluso: ogni ente o è tale ente o non è tale. Non c’è una terza possibilità.  Dunque ogni proposizione o è vera o è falsa. Ogni fine o è buono o è cattivo.
Nessuno può sottrarsi alla scelta tra il bene e il male. L’unica possibilità è che giudichi male il bene e bene il male. E’ appunto quello che succede ai buonisti, per i quali, essendo “buona”, ossia buona-cattiva, ogni azione umana, considerano bene anche il male e quindi per loro sono buone anche quelle azioni che sono cattive. Naturalmente, gli unici ad essere assolutamente buoni e regola del bene e del male, sono loro.
Dunque anche il buonista è obbligato ad accettare il principio di non-contraddizione e ciò che ne consegue. Solo che egli finisce da una parte per far coesistere i contradditori (il male è bene), e dall’altra trova contraddizione dove non c’è (rifiutando l’opposizione tra bene e male).
Eppure, è impossibile non scontrarsi col male. Il problema è quello di sapere qual è il vero male e di opporsi a questo. Vuol dire allora che o noi vinciamo il male o lui vince noi. E’ impossibile non opporsi al male; tutto sta nel vedere che cosa per noi è male. Chi nella vita si rifiuta di lottare e soffrire per la verità e la giustizia non è un amante della pace, ma un vile e un opportunista, che finirà col contrastare i veri pacifici e con lo stare dalla parte dei prepotenti; sarà vinto dal demonio e trascinato da lui all’inferno[27].

La vera edificazione della pace

La gelosia divina, dunque, ben lungi dal mostrare un Dio opprimente possessivo, aggressivo e bellicoso, è l’espressione di una perfetta lealtà e di  immenso zelo ed amore per l’uomo e, come risulta chiaramente dalla Scrittura e della sana ragione teologica, indica le vie per la liberazione dal male, per la soluzione dei conflitti e per il conseguimento della vera pace.
Infatti, il vero pacifico e costruttore di pace, come insegnano la Scrittura e il naturale senso di giustizia, sa benissimo che la pace e la guerra non si oppongono in senso assoluto o radicalmente come il bene e il male. Ma ci può essere una giusta guerra[28], che serve per difendere o conquistare la pace. In questo senso vale il motto romano “si vis pacem, para bellum”. Donde l’imperativo di Virgilio “debellare superbos”. Per questo, Maria canta: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1, 51-52).
 D’altra parte, una pace che sia semplicemente un ordine esteriore imposto dal tiranno, che intimidisce il popolo soffocando ogni opposizione e narcotizzandolo con l’illusione che tutto vada bene, mentre le ingiustizie rimangono impunite, i prepotenti ne approfittano, lo scontento turba interiormente gli spiriti e le coscienze, non può essere una vera pace, ma un tormentoso conflitto più amaro e nefasto di una conflittualità esterna e visibile.
Cristo chiede una forte energia, che è lo sforzo ascetico (Mt 11,12), per la conquista del regno dei cieli, e ammette l’uso della forza per le necessità del mondo presente (Gv 18,36). Tuttavia, la forza che occorre per la conquista del regno dei cieli non è tanto la forza delle armi, quanto piuttosto quella interiore, che occorre per dominare le passioni, portare la croce (ibid.) e per vincere “i principati e le potestà, i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti” (Ef 6 ,12).
La pace terrena è frutto della lotta umana; ma è certo sempre imperfetta e precaria; invece la pace del regno dei cieli è dono di Dio (Gv 14, 27), in special modo dello Spirito Santo[29], frutto del sacrificio di Cristo, e colma in modo sovrabbondante il desiderio umano di pace. La pace è anzi uno dei grandi doni messianici e dei principali fini del cristianesimo[30].
Cristo è il Principe della pace. Davanti a Lui, però, gli uomini devono scegliere: o per Lui o contro di Lui (cf Mt 12,30). O amarlo o odiarlo. Non si può dire sì e no: far così vuol dire servire due padroni (cf Mt 6,24). Occorre dunque combattere con Lui i suoi nemici. Per questo dice: “Non sono venuto a portare la pace, ma una spada” (Mt 10, 34).
L’azione bellica, però, per essere legittima e virtuosa, anche quando entrano in gioco le passioni, dev’essere sempre guidata dalla ragione. Il combattere irrazionalmente o per odio, può assicurare una vittoria da barbari o da criminali, ma non certo con onore e gloria, oppure è il modo migliore per perdere la guerra, come accadde ai nazisti, dopo strepitose quanto vane vittorie, giustamente condannati a Norimberga, a parte la follia della loro causa.
E’ chiaro che occorre lealtà nel combattere[31] e che non si deve esser spinti dall’odio. Non si deve infatti confondere una giusta e moderata ira con l’odio. La prima si può chiamare giusta vendetta, quella che S.Tommaso chiama vindicatio[32]. Egli peraltro è ben consapevole del rischio che essa sfoci nell’odio o nel rancore, che è volontà di nuocere[33], cosa contraria alla giustizia e alla carità.
E tuttavia egli ammette che essa possa essere giustificata in certi casi, ossia quando “l’uomo respinge ciò che gli è nocivo per il fatto che si difende contro le ingiurie, affinchè non gli vengano inferte, oppure si vendica delle ingiurie già ricevute non con l’intenzione di nuocere, ma con l’intento di rimuovere ciò che gli nuoce”[34]. E’ chiaro che qui S.Tommaso parla dell’offensore impenitente e che il pentito dev’essere perdonato. Soltanto Dio, per la Scrittura, è sempre giusto nella vendetta[35]. A Lui, sull’esempio di Cristo (I Pt 2,23), dobbiamo affidare la nostra causa, quando non ci vien resa giustizia dagli uomini.
Dobbiamo pregare e offrire sacrifici per la conversione dei nostri nemici, ed esser pronti a perdonarli; ma è chiaro che, se non si convertono, per loro c’è la dannazione eterna, perché in fondo sono nemici di Dio. Chi è nemico dell’uomo, è nemico di Dio.
Quando quindi Cristo comanda di amare il nemico, non intende escludere che esso, quando è giusto farlo, non debba essere punito o combattuto e vinto. L’amore per il nemico, peraltro, non può essere assolutamente amore per le sue cattive azioni, che invece vanno riprovate o respinte, ma è apprezzamento dei suoi lati buoni, è il saperlo sopportare pazientemente, è la disponibilità a perdonarlo, pregando per lui.
Gesù è osteggiato dai nemici della pace, è “pietra d’inciampo” (Rm 9,32), “segno di contraddizione” (Lc 2,34); propriamente: antilegòmenon, ossia “contraddetto”. I malvagi non vanno d’accordo con Cristo, lo «contraddicono» e Gli fanno guerra; ed Egli, dal canto suo, che è Principe della pace, tuttavia per questa occasione, estrae la spada della Parola e con essa li colpisce.
Gesù dunque non può andare d’accordo con i malvagi, ma solo perchè sono loro ad opporsi all’accordo, non accettandone la base posta da Lui, che è la giustizia. Se infatti l’uomo non si accorda con Dio, Dio non può accordarsi con l’uomo. Se l’uomo ama il peccato, per forza entra in disaccordo con Dio. E Dio per amor di pace, non può approvare il peccato.
Cristo, infatti, di per sè, vuole la pace con tutti. Tuttavia, come sappiamo, è giustamente polemico contro chi la pace non la vuole, perché non accetta quell’amore per la verità, che è condizione della vera pace. Per questo Egli inveisce contro gli ipocriti, che apostrofa con titoli severi: “serpenti, razza di vipere!” (Mt 23,33), “sepolcri imbiancati” (Mt 23,27). E non si può dire che qui Gesù mancasse di carità; solo che la carità, quando occorre, sa anche essere severa.
Invece, per il pacifista alla Pannella, prospettato da Peyretti, diventa male opporsi al male. Egli, badando a salvare la pelle in ogni modo, finirà pertanto con l’arrendersi alla minima contrarietà e con lo spaventarsi al colpo di tosse del tiranno, pronto ad adularlo il più possibile. Oppure fa l’eroe contestando le autorità deboli, miti e pacifiche. Oppure si accoda ai pecoroni del pastore modernista.
Allora, diciamocela schietta, vuol dire che il pacifista buonista scambia il bene col male e il male col bene, perché invece, se si hanno le forze, ci si deve opporre al male. Altrimenti bisogna sopportarlo con tenacia e perseveranza, con la speranza nella vittoria del bene. Anzi, come osserva S.Tommaso, la pazienza è la forma più perfetta di fortezza[36], la quale, nella forma dell’aggressione o della lotta, sempre secondo l’Aquinate, moderata da una giusta ira[37], sopporta la forza avversa.
Il pacifismo inteso come rifiuto assoluto dell’uso della forza, della lotta armata, delle sanzioni penali, e quindi dei castighi divini, non è amore per la pace, ma viltà e cedimento al male, quindi in fin dei conti si ritorce in un approvare la violenza, le ingiustizie e l’oppressione. Finisce per essere connivenza col male e complicità col peccato. L’autorità non può non punire i delitti; vuol dire allora che, se non punisce giustamente, punirà ingiustamente. Per liberare gli oppressi e i sofferenti può essere necessario l’uso della forza. E non è questo un lavorare per la pace?

La buona battaglia

Bisogna distinguere una giusta lotta da una lotta ingiusta; una giusta guerra da una guerra ingiusta; un giusto uso della forza o della coercizione da un uso ingiusto. La prima cosa è giustizia, la seconda è violenza. La prima è virtù, la seconda è peccato. Chi non distingue la prima dalla seconda, cade nella violenza, perché viene ad aggredire il bene anzichè il male.
Il peccato non può essere sempre scusato ed è cancellato solo se il peccatore si ravvede. Non il peccato in se stesso, ma il peccatore può essere scusato, perdonato o tollerato. Il peccato dev’essere odiato, condannato, rifiutato, combattuto, tolto o cancellato. Perdonare o permettere infatti vuol dire approvare, giudicar buono o quanto meno permesso; ma il peccato non può mai diventare un bene o esser permesso o tollerato in se stesso.
In questa vita non ci si può esimere dal combattere o dalla lotta, magari con la scusa del dialogo, della pazienza, della mitezza o della misericordia. Tutto sta a vedere su quali valori fondiamo o motiviamo la lotta, in nome di chi o di che cosa lottiamo e soffriamo.
Un conto infatti, è combattere per Mussolini o per Hitler o per Stalin, e un conto è combattere nel nome di Cristo o della giustizia o della libertà. Il cristiano sa di “combattere con la forza che viene da Cristo” (Col 1,29), per poter dire a Dio: “Per te abbiamo vinto i nostri avversari, nel tuo nome abbiamo annientato i nostri aggressori” (Sal 43, 6).
Un conto è lottare contro il peccato, contro la sofferenza, contro la carne, contro la morte, contro il mondo e contro Satana; e un conto è lottare por affermare se stessi sugli altri con l’astuzia e con la prepotenza. La prima cosa è obbedienza a Dio, è saggezza, è carità, è generosità, è coraggio. La seconda è stoltezza, è superbia, egoismo, prepotenza, perfidia.
Inoltre, nella lotta, ci sono delle regole che vanno rispettate, per sapersi disciplinare, per essere nemici leali, per aver probabilità di vincere o, male che vada, per cedere le armi con onore. Tali regole vanno rispettate (II Tm 2,5), per combattere la “buona battaglia” (I Tm 6,12; II Tm 4,6), per “combattere come il Signore ci ha comandato” (Dt 1,41), per non “battere l’aria” (I Cor 9,26), menando colpi a casaccio con ira furiosa. Anche la lotta, come insegna S.Tommaso[38], va condotta con ira moderata dalla ragione, il che è espressione di coraggio, che nella virtù militare può giungere fino all’eroismo.
Atto nobilissimo di coraggio proprio dell’agonismo cristiano è il martirio[39], per il quale il martire, restando saldo nella fede, a prezzo della vita, per amore di Dio e dei fratelli, con la forza di Cristo, vince la potenza di Satana e la tentazione al peccato, ad imitazione della carità di Cristo.
La lealtà dell’agone richiede che non si aggredisca l’avversario con mezzi o argomenti rancorosi, sleali, ingiuriosi, falsi o sofistici, per vincere con l’inganno o difendere il falso, anzichè il vero. Bisogna evitare di colpire gli innocenti anzichè i colpevoli; non ci si deve mettere contro nemici troppo potenti. Rinunciare a separare il grano dal loglio, se, colpendo questo, si rischia di colpire anche quello. Non ci si deve lasciar prendere dall’odio o dalla crudeltà.
La pace, all’occorrenza, va difesa con la forza contro i nemici della pace. Dio certo non vuole che in suo nome si commetta l’assassinio e l’omicidio, non vuole l’odio e la violenza. Vuole però che chiunque ne ha le forze, liberi il povero e l’oppresso dalle mani dell’oppressore. E per ciò non sempre il dialogo è sufficiente. E per tal fine può essere utile invece anche la guerra. Se non bastano le “buone”, si può ricorrere alle “cattive”.
Le conseguenze del peccato originale hanno causato nell’uomo una tendenza all’ingiustizia, alla violenza e all’odio, che in questa vita, anche tra i migliori di noi, non è mai del tutto vinta, nonostante il lavoro della grazia. Credere pertanto, nella linea di Rousseau, della massoneria e di un falso evangelismo, che tutti i contrasti e le ingiustizie possano esser risolte solo con la buona volontà attraverso pacifiche trattative, senza ricorrere alle forze della grazia, è un’illusione, che porta come risultato l’acquiescenza e il cedimento davanti ai prepotenti e ai criminali.

L’illusione di Origene

In Dio, come dice S.Paolo, c’è solo il sì (II Cor 1,19). Certo Dio si oppone a Satana e all’inferno, respinge il peccato. Ma nell’essenza di Dio è assente l’opposizione tra l’affermazione e la negazione, tra il sì e il no, che invece sono presenti nel mondo e nella creatura. In Dio non ci sono contrasti interni e non odia nessuno, salvo il peccato. Dio, certo, in Cristo compie la “ricapitolazione (anakefalàiosis) di tutte le cose” (Ef 1,10). Ma essa non è la apokacatàstasis di Origene[40], cioè non si tratta di tornare al punto di partenza, per ricominciare eventualmente daccapo, ma di attuare un compimento supremo, eterno e definitivo.
Se Satana e il dannato dell’inferno, pur creati per Dio, hanno detto liberamente e responsabilmente di no a Dio, se cioè il male, pur non voluto da Dio, è entrato nel mondo e resta per sempre nell’inferno, anche se solo male di pena, questo non intacca, come credette erroneamente Origene e come credono i buonisti dei nostri giorni, la sapienza, la bontà, la giustizia, l’unità, l’armonia e la potenza del piano divino attuato da Cristo ed espresso nella parola di S.Paolo, ma al contrario mostra tutte queste qualità, in quanto mostra la vittoria di Dio sul male e come Egli,  restando innocente del peccato, che non ha voluto, mostra la sua giustizia appunto castigando il peccato.
Inoltre, c’è da considerare che sia i beati che i dannati conseguono un duplice bene: uno, che riguarda il loro libero arbitrio, e un altro, che riguarda i loro meriti. Il primo consiste nel fatto che ognuno ottiene ciò che ha voluto: i beati, la loro unione con Dio; i dannati, l’assolutizzazione del loro io; mentre, per quanto riguarda i meriti, i beati sono premiati e i malvagi sono castigati.
Il fatto è che Origene, certamente senza accorgersene, è rimasto debitore della concezione pagana ciclica della storia e della realtà, concezione che ritorna nella dialettica hegeliana. La grandiosa visione origeniana e quella hegeliana, benchè molto diverse tra di loro, affascinano con la prospettiva della ricostituzione della perfezione, dell’unità e della pace iniziali, dopo la rottura, la disarmonia e la discordia provocate dalla disobbedienza e dal peccato, mentre la ricapitolazione paolina, che lascia sussistere l’inferno, presenta un quadro cosmico, morale e metafisico, il quale, per il permanere, con l’inferno, del conflitto del mondo con Dio, dà l’impressione di una situazione irrisolta e, in fin dei conti genera un senso di frustrazione per un Dio che sembra impotente o non abbastanza buono.
Eppure, in Origene e in Hegel si nasconde una sottile e pericolosa insidia, che consiste proprio in questa coincidenza dell’inizio con la fine del cammino della storia. In Origene, certamente, Dio è immutabile e al di sopra della storia. Il circolo che si chiude è solo la storia del mondo, dell’uomo e degli angeli.
In Hegel, invece, Dio diviene, è storia e, proprio come Dio, è immanente al mondo e alla coscienza dell’uomo. Dio stesso è un processo dialettico, un “sillogismo”, dove l’inizio coincide con la fine, un circolo perfetto. Dio pone Sé (affermazione, tesi); si aliena da Sé nel mondo (negazione, antitesi); torna in Sé come Dio-mondo (negazione della negazione, sintesi).

L’astuzia di Hegel

Mentre la circolarità origeniana è basata biblicamente sulla triade giustizia -peccato - grazia, quella hegeliana è basata sulla contraddizione logica di affermazione - negazione - negazione della negazione, come abbiamo visto. Non si tratta, tuttavia, come alcuni hanno creduto, di una vera e propria negazione del principio di non-contraddizione fissato da Aristotele, benchè Hegel[41] non sia sempre chiaro su questo punto.
Infatti Hegel sa bene che non è possibile affermare e negare ad un tempo della medesima cosa il medesimo attributo sotto il medesimo aspetto. Egli non è così sprovveduto da non sapere questo. Così egli spiega che il principio secondo cui «l’essere e il nulla sono il medesimo» non và inteso nel senso assurdo che «è tutt’uno che le cose siano o non siano», ma vuol significare la «filosofia, per la quale è indifferente che le cose siano o non siano»[42].
Senonchè però nel vero divenire le fasi non sono simultanee, ma si succedono le une alle altre. Invece Hegel – come è noto - interpreta questo succedersi non come passaggio dalla potenza all’atto, ma come “unità dell’essere e del nulla”.
Si capisce allora come una simile spiegazione del divenire e dell’essere stesso, compreso l’Assoluto, non può fugare tutte le perplessità circa il reale rispetto, in Hegel, del principio di non-contraddizione, benché egli escluda una semplice identità Dio-mondo, ma parli di  “passaggio” (Durchgang) o “trapasso” (Übergang) avanti-indietro da un polo all’altro della contraddizione.
Non è l’identificazione del sì e del no, è vero, cosa che del resto sarebbe assurda, ma è qualcosa di più sottile e, vorremmo dire, di sleale, ossia l’oscillazione tra l’uno e l’altro, il che porta in realtà ad un ragionare disonesto e ad un’etica della doppiezza. Non è un contraddirsi, ma un contraddire, il che però resta sempre un’offesa alla verità e alla coerenza del pensare.
Il guaio è che per Hegel è l’essere come tale che diviene e non solo l’essere mondano; per cui anche Dio è coinvolto nelle contraddizioni e nei conflitti della storia. Ma d’altra parte, Hegel concepisce l’essere come pensiero, cosa che in realtà conviene solo a Dio ed era già nota ad Aristotele nella famosa nozione del Pensiero del Pensiero (nòesis noèseos).
La dialettica hegeliana oppone sì in partenza il bene al male, ma  promuove, a conclusione del circolo dialettico, una sintesi tra bene e male. Ciò provoca sul piano etico un grave fenomeno di doppiezza morale. Si deve dire invece con forza che il vero bene è la sintesi del bene col bene e si deve altresì affermare con totale fermezza e certezza l’opposizione assoluta del bene al male.
Questa opposizione ha una base metafisica relativa all’essere. Infatti, come abbiamo già visto per il principio di identità, l’essere è inconciliabile col non-essere, il vero col falso, il sì col no, il bene col male, il peccato con la grazia, il paradiso con l’inferno, Cristo con Beliar.
Si deve conciliare solo ciò che è conciliabile – per esempio il rapporto tra Dio e l’uomo - e separare tra loro i termini inconciliabili, il vero dal falso, il bene dal male, il grano dal loglio. Questa è onestà e lealtà. Confondere, oscillare o tentare la conciliazione è doppiezza e ipocrisia, è il metodo della dialettica hegeliana.
Ad Hegel infatti sfugge che la vita può essere senza la morte, come la vita umana nella beatitudine celeste e soprattutto la Vita divina. E questo errore dipende dal fatto della suddetta identificazione hegeliana del reale con l’ideale, dell’essere col pensiero, della metafisica con la logica.
La dialettica hegeliana è anche legge della prassi o della volontà. Hegel prende questa concezione dall’idealismo etico di Fichte e la più importante e famosa applicazione di questa concezione è data dalla prassi marxista della lotta di classe e della rivoluzione.
La dialettica è dunque una potenza attiva. Potremmo farla rientrare nella definizione aristotelica della potenza attiva ripresa da S.Tommaso: “principio del moto o del mutamento nell’altro in quanto è altro”[43]. Tuttavia c’è la differenza che mentre Aristotele fonda il divenire sul passaggio dalla potenza all’atto, quindi sulla continuità e il perfezionamento analettici dell’essere, senza per questo escludere la conflittualità, Hegel usa esclusivamente il fattore conflittuale dialettico, risolvendo il conflitto nella sintesi degli opposti.
 Infatti, come è noto, il sistema di Hegel è fondato sull’identità dell’essere col pensiero: l’essere è il pensiero. Nulla fuori del pensiero, tutto nel pensiero. E quando Hegel dice “pensiero”, intende anche molte altre cose: il razionale, l’idea, lo spirito, il soggetto, la coscienza, l’io, il  concetto. Da qui viene il suo panteismo, giacchè, in realtà solo in Dio l’essere si identifica col pensiero: Egli è Essere sussistente e Pensiero sussistente. In Hegel invece il mondo è assorbito in Dio. E il panteismo emerge anche dalla concezione dialettica dell’essere, che abbassa Dio nel divenire del mondo.
 L’essere puro e semplice, infatti, per Hegel, non esiste, ma l’essere è sintesi di essere e del non-essere, l’oscillazione fra l’essere e il non-essere. Il puro essere è solo il primo passo della dialettica, l’essere semplice, vuoto ed astratto, che negando se stesso posto davanti a sè, ecco il “potere del negativo”, innalza se stesso all’Assoluto, tornando a sé come primo semplice e il circolo si chiude.
Osserviamo che la pace si costruisce con un’opera di mediazione tra le due parti in conflitto. Affinchè però l’opera riesca, occorre che le due parti siano accordabili, e per questo bisogna che abbiano qualche valore in comune, al di là degli elementi contrari o in contrasto. Occorre allora osservare che c’è mediazione tra i contrari, ma non fra i contradditori.
L’opera di conciliazione va fatta sulla base di valori comunemente accettati, tra due contendenti o due partiti, che possano essere conciliabili grazie al possesso da parte di entrambi di lati buoni di diversa qualità, che possano integrarsi a vicenda. Tra due eccessi contrari è possibile e doveroso trovare un equilibrio o un punto medio. Per condurre all’accordo e farsi stimare da ambo le parti, il mediatore deve essere giudice giusto e leale giudice, di ampie vedute e sani princìpi, ma anche capace di discernimento e di leggere nel concreto.
 La dialettica giusta, corretta e costruttiva confronta le tesi od opinioni opposte, trova una mediazione onesta e giunge ad una soluzione o conclusione vera e coerente, fondata e scientifica, non contradditoria, e scioglie apparenti contraddizioni; e se la verità non si trova, resta la legittima reciproca opposizione delle opinioni.

Il mediatore

La gelosia divina ci richiama al nostro dovere di rispettare con coerenza e lealtà l’Alleanza con Dio e, se ci fa sperimentare l’ira divina per le nostre infedeltà e doppiezze, ancor più testimonia della premura del Padre per la nostra salvezza col dono di un Mediatore divino, suo Figlio, che toglie al Padre ogni ragione di essere geloso, perché la sposa non cerca più altri amanti, ma torna ad essere fedele all’unico Sposo.
Il giusto ed efficace mediatore deve essere dotato di autocontrollo e imparziale, eliminare equivoci e malintesi, calmare le passioni e le faziosità, senza propendere né da una parte né dall’altra, ma deve saper riconoscere qualità e i difetti di ambo le parti, per congiungere tra di loro le prime e togliere i secondi, onde rendere possibile l’accordo.
Deve trovare per ambo le parti il medium virtutis, per esempio tra conservatorismo e modernismo, tra la rigidezza e l’opportunismo, tra l’eccessiva indulgenza e l’eccesso di severità, tra la timidezza e la temerità, tra l’avarizia e la prodigalità e così via.
Invece non c’è mediazione fra i contradditori, tra il sì e il no, tra il vero e il falso, tra il bene e il male, tra Dio e Satana. Occorre dunque non confondere l’altro o il diverso col contrario e il contradditorio. Il difetto della dialettica hegeliana è la pretesa di poter giungere ad un’impossibile e disonesta mediazione, che è l’apologia dell’opportunismo e della doppiezza. Da questo tipo di mediazione sorgono una totalità ed un’universalità, che sono false e deleterie, sorge un falsa pace, che copre l’odio e il rancore ed esalta l’ipocrisia e la menzogna.
Cristo è il modello del Mediatore. La mediazione infatti deve avere qualcosa di entrambi i termini e qualcosa di comune ad entrambi. Ora Cristo assolve ad entrambe queste condizioni. Possiede sia la natura umana che la natura divina, ed inoltre può collegare l’uomo a Dio, perchè l’uomo è creato ad immagine di Dio, in modo tale che Dio e l’uomo possono pensare e volere le stesse cose.
Cristo media dunque tra Dio e l’uomo, ma non tra Dio e Satana, perché qui i due termini sono due volontà inconciliabili: quella divina e quella della creatura diabolica. Perché la conciliazione possa avvenire, occorre che la volontà della creatura si adegui a quella divina. Ora, ciò che per l’uomo è possibile, non è possibile per Satana. Dunque Cristo può conciliare Dio con l’uomo, ma non con Satana. Mentre due contrari possono essere conciliati, questo non è possibile per due contradditori. Per questo S.Paolo dice che non ci può essere intesa fra Cristo e Beliar (II Cor 6,15).
Eppure il Padre celeste ha voluto che tutte le cose, celesti, terrene e infernali[44] si raccogliessero attorno a Cristo e sotto Cristo (Col 1,20), non secondo il monismo circolare buonista di Origene, né secondo quello dialettico di Hegel, ma secondo quello analettico, partecipativo e pluralista del sommo Analogato Cristo, Alfa e Omega degli analogati inferiori, gli enti diversificati e gerarchizzati dell’universo. “Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome, perchè nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sottoterra, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Fil 2, 9-11).
In tal modo la mediazione di Cristo soddisfa alle esigenze della gelosia divina rendendoci fedeli al patto col Padre e difendendoci dalla seduzione di quelle pericolose attrattive del mondo, che vorrebbero allontanarci dallo Sposo divino.

P.Giovanni Cavalcoli
Varazze, 19 marzo 2017 (Fontanellato, 30 agosto 2019)


[1] Da notare che in ebraico colui che noi chiamiamo “redentore”, si dice goèl, che vuol dire “vendicatore”.
[2] Summa Theologiae, I, q.21, a.1; q.20, a.1, 1m; similmente, si può parlare anche di sofferenza in Dio in senso metaforico: cf il mio articolo Il mistero dell’impassibilità divina, in Divinitas, fasc,II, apr.1995, pp.111-167, in particolare pp.154-159.
[3] Sum.Theol.,I-II, q.28,a.4.
[4] Cf Es 20,5; 34,14; Dt 4,24; 5,9; 6,15; 32,21; Gs 24,19; Sal 78,58; Ez 39,25; Gl 2,18; Na 1,2; I Cor 10,22; IICor 11,2.
[5] Naturalmente oggi vi sono tanti modi, migliori dei metodi medievali, per proteggere la comunità dal danno che può venire da eretici o malfattori; ma il problema accennato da Caterina resta sempre ed anzi si è aggravato.
[6] Dialogo ovvero Libro della divina Provvidenza, a cura di G.Cavallini, Edizioni Cateriniane, Roma 1968, pp.291-292.
[7] Cf Dt 32,4; II Sam 22,2; Sal 31,4; Sal 62,3; Sal 89,27; Sal 92,16; Sal 95,1; Sal 144,1; Is 26,4;
[8] Cf Dt 7,9; Sal 31,6; Sal 86,11; 143,1;; 146,6; Sap 15,1; Is 49,7; Os 12,1; I Cor 1,9; 10,3; I Ts 5,24; II Ts 3,3; II Tm 2,13; Eb 10,23; 11,23; I Pt 4,19; I Gv 1,9.
[9] Si tratta di una famosa espressione di Lutero,riferita al fatto che in Croce Cristo sembra perdere il suo aspetto divino.
[10] Fenomenologia dello Spirito, Editrice La Nuova Italia, Firenze 1988, vol.I, p.26.
[11] Cf S.Tommaso, Summa contra Gentes, l.I,c.83.
[12] Si tratta di un “prima” trascendentale, non temporale, giacchè, dato che il tempo ha avuto inizio con la creazione, è evidente che non ha potuto esistere un prima del tempo. Tuttavia questa espressione è stata usata da Cristo: “prima che il mondo fosse” (Gv 17,5), per esprimere appunto l’esistenza di Dio prima della creazione.
[13] Denz.1529.
[14] Da  Per una lettura della storia. Con occhio cristiano, discorso tenuto all’Università Urbaniana di Roma, pubblicato su L’Osservatore Romano del 14-15 marzo 2017.
[15] Philosophie der Religion, XV, vol. 1, p. 125.
[16] «E noi crediamo che l’unica narrazione di Dio la ha fatta un Gesù di Nazareth. Per cui noi dobbiamo credere di Dio solo quello che ci è narrato da Gesù. Quello che non ha narrato Gesù, io come cattolico cristiano non sono tenuto a crederlo di Dio». Da: “Mutazioni – ogni cosa ha la sua stagione˝, You Tube video 01:34:25, posted by “Alzo gli Occhi”, 19 febbraio 2014. Web, 3 Settembre 2018, [45:16 – 49:38]. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=V0M7qyXkx1s.
[17] E’, in fondo, la famosa interpretazione di Lutero di Rm 3,21: la “manifestazione della giustizia di Dio” coincide con la sua misericordia.  Adesso Lutero è certo di salvarsi. Ma successivamente, nella convinzione di approfondire il mistero di Dio ed essere più disponibile alla sua volontà, che è ancora e sempre “misericordia”, ma anche pare crudeltà, ritornerà il Dio fatalista di Ockham, che può aver deciso la propria dannazione. Le opere non contano nulla. Allora l’unica soluzione apparirà la resignatio ad infernum, che è sempre “misericordia”.
[18] Cf J.Lortz-E.Iserloh, Storia della Riforma, Società Editrice Il Mulino, Bologna 1990, p.41.
[20] Cf il famoso Commento di S.Tommaso al libro IV della Metafisica di Aristotele, dal lectio XV alla XVII, a cura di Raimondo Spiazzi nell’Edizione Marietti, Torino-Roma 1964.
[21] Secondo la famosa definizione tomistica di Dio come Ipsum esse per Se Subsistens, Summa Theologiae, I, q.3,a.4.
[22] Cf la nota 20. La dialettica hegeliana passa per essere una “riforma” del principio aristotelico di  identità. Ma in realtà non si tratta altro che dell’inclusione del terzo escluso, che produce una “sintesi” tra il sì e il no. Hegel poi pretese di giustificare questa trovata in base al principio di non-contraddizione da lui “reinterpretato”. Quanto a Cartesio, egli giudicò sprezzantemente questo principio come “tautologia”. In realtà, esso è utile per confutare il suo sistema. Cf., su questo principio, J.Maritain, Sept leçons sur l’ȇtre et les premiers principes de la raison spéculative, Téqui, Paris 1934, 5ème Leçon; T.Alvira – L.Clavell – T.Melendo, Metafisica, Le Monnier, Firenze 1987, c.III; J.Villagrasa, Metafisica, II, Ateneo Pontificio Regna Apostolorum , Roma 2009, cap.9.
[23] Il Catechismo di S.Pio X annovera questo peccato tra i “Sei peccati contro lo Spirito Santo”: “impugnazione della verità conosciuta”. Non è in buona fede e pecca di superbia chi nega la verità evidente o pretende che sia dimostrata o nega una verità che, per la sua competenza – per esempio un teologo -,  dovrebbe riconoscere e che è tenuto a sapere, o chi, convinto di errore, non si arrende, per esempio i farisei nei confronti di Cristo.
[24] La ribellione originaria alla verità, secondo il racconto biblico, viene dal demonio (Gen 3,4). Per questo, Cristo lo chiama “padre della menzogna”.
[25] Può capitare che un filosofo voglia mostrare una contraddizione dove non c’è, come per esempio ha tentato di fare Kant, negando valore alle prove razionali dell’esistenza di Dio. E allora è lui che si contraddice e confuta se stesso. Ma anche ciò deve essere dimostrato dal filosofo sapiente. Cf per es. A.Zacchi, Dio. La negazione, vol.I, Editore Francesco Ferrari, Roma 1946.
[26] E’ sul piano gnoseologico che vale anzitutto il detto di Cristo: “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11).
[27] Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.
[28] Per S.Tommaso essa è espressione della virtù della fortezza: Sum.Theol.,II-II, q.123, a.5.
[29] Rm 8,6; 14,17; Gal 5,22; Ef 4,3.
[30] Cf Gv 14,27; Gv 16,33; Ef 2,14; 2,17; Col 3,15; II Ts 3,16.
[31] Cf II Tm 4,7; I Cor 9,26. Gli antichi Ordini cavallereschi erano molto esigenti nel prescrivere la lealtà nel combattimento, oltre, si capisce, ad esigere la giusta causa. Tanto che, come è noto, esistevano addirittura Ordini religiosi militari. Tale fu il caso dei Templari. E S.Tommaso, tra le varie forme di vita religiosa, cita appunto anche questa: Sum.Theol.,II-II, q.188, a.3.
[32] Vedi per esempio le parole di Gesù alla guardia che lo ha schiaffeggiato: “se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23).
[33] Quello che la Scrittura chiama “ripagare il male col male” (Rm 12,17). Ma la giusta vendetta è un bene.
[34] Sum.Theol.,  II-II, q.108, a.2.
[35] Dt 32,41; Is 34, 8; 61,2; Mi 5,14; Lc 21,22; Rm 12,19; II Ts 1,8.
[36] Sum.Theol.,II-II, q.123, a.6.
[37] Ibid., a.10.
[38] Sum.Theol., II-II, q.123, a.10.
[39] Sum.Theol., II-II, q.124.
[40] Cf H.Crouzel, Origene, Edizioni Borla, Roma 1985.
[41] Cf il mio articolo  La contraddizione in Tommaso d’Aquino e in Hegel. Riflessioni su di un libro di Giovanni Ventimiglia, In Dialettica positiva. Dal realismo del senso comune al realismo metafisico, a cura di Fabrizio Renzi, Casa Editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014, pp.65-75. Il libro di Ventimiglia è il seguente: Differenza e contraddizione. Il problema dell’essere in Tommaso d’Aquino. Esse, diversum, contradictio, Vita e Pensiero, Milano 1997.
[42] Cf Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Editori Laterza, Bari 1963, p.94.
[43] Comm. alla Metafisica di Aristotele, l.V, c.12, lect.XIV, n.955, Marietti, Torino 1964, p.256.
[44] La divina provvidenza agisce anche a favore dei dannati, “sotto terra”, benchè puniti eternamente, i quali pure piegano il ginocchio, benchè per forza, davanti alla Signoria di Cristo. Non c’è bisogno di ricorrere ad Origene, Von Balthasar o Rahner, anzi è meglio non farlo, per risolvere le difficoltà offerte dalle parole di Cristo sull’inferno. Cf il mio libro L’inferno esiste. La verità negata, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2010.

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