Che peso morale ha la proposta del Papa fatta ai governi di abolire la pena di morte?

Che peso morale ha la proposta del Papa fatta ai governi

di abolire la pena di morte?

 

Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono,

è meglio per lui che gli si metta

una macina girata da asino al collo

e venga gettato in mare.

Mc 9,42 

Il Quinto Comandamento permette di uccidere?

 

Oggi si è creata una mentalità, per la quale si pensa che la pena di morte sia una contravvenzione al Comandamento Non uccidere. Si è creata una mentalità che condanna il giudice che condanna a morte e scusa sempre e comunque, in nome della «misericordia», il criminale che ha commesso i più gravi delitti non solo contro privati, ma anche contro lo Stato o il bene comune.

Il bello è che chi la pensa a questo modo spesso non tollera di essere contraddetto, ma ha un tono così assolutista, che, per la difesa della «misericordia» e della «tenerezza», è pronto ad aggredire con violenza l’avversario presentandolo come un sorpassato, un mostro di crudeltà e squalificandolo con gli aggettivi più ingiuriosi. Se potesse, lo condannerebbe a morte.

Il bello è che spesso moralisti di questo genere sono gli abortisti, che non hanno nessun problema a che venga ucciso il figlio innocente e indifeso nel grembo della madre. Ci può essere un’ipocrisia più grande di questa?

Con la condanna della condanna a morte ci si è dimenticati di un elementare principio morale, che è appunto applicazione del Quinto Comandamento, noto da sempre alla ragione naturale di tutti i popoli civili, necessario per la conservazione giusta e pacifica della società. E il principio è che la difesa della vita richiede la soppressione di ciò che compromette od uccide la vita. La pena di morte non è altro che una delle tante applicazioni di questo principio, che vale per la vita biologica, quella psicologica e quella spirituale, per il singolo e per la società.

Altre applicazioni di questo principio sono l’autodifesa armata del privato contro un criminale minacciante di morte,  l’uccisione immediata del terrorista da parte del tutore dell’ordine, che lo ha sorpreso in flagrante delitto, il tirannicidio, la liberazione armata da un dittatura sanguinaria o da una classe sfruttatrice, la soppressione del nemico in una guerra giusta, la soppressione di chi attenta a quell’autorità che conserva l’unità, la pace e la tranquillità di una società, o di chi complotta per la dissoluzione di una società democratica e l’instaurazione di una tirannide e cose del genere .

C’è da dire inoltre che la vita fisica del singolo è certo un bene prezioso, ma che non può essere assolutizzata. La dignità inviolabile della persona non sta tanto nella sua esistenza fisica, se questa è dannosa agli altri, quanto piuttosto nel fatto che questa persona abbia una condotta lodevole. Quella esistenza fisica è imparagonabile al bene morale dell’intera società, così come il membro di un corpo non può essere messo alla pari per importanza o addirittura al di sopra del corpo stesso.

È vero che la persona è fatta per Dio al di sopra del corpo sociale. Ma ciò non la scusa nel compiere impunemente qualunque delitto a danno del corpo sociale, perché sarebbe ipocrisia credere di poter servire Dio senza servire i fratelli. Non è giusto che una società tolleri che un singolo usi della propria vita fisica per mettere a repentaglio il bene fisico e morale dell’intera società, anzichè curarsi degli interessi della sua anima.

Il compito della medicina di uccidere i virus, dell’ascetica di mortificare le cattive passioni, della vita religiosa di reprimere gli impulsi sessuali, della vita morale in generale di rinunciare al meno per conquistare il più, sono tutte applicazioni in negativo del dovere di promuovere la vita e di non uccidere.

Il concetto di pena di morte s’inquadra nell’applicazione del principio generale del dovere del vivente sia come singolo che come comunità di difendersi o di liberarsi dall’ingiusto aggressore. Se non esiste altro mezzo per conservare o difendere la propria incolumità, l’aggredito, se ne ha la possibilità, ha la facoltà, anzi il diritto e il dovere di eliminare l’aggressore, sia un virus, sia una bestia, sia un essere umano. Quindi è chiaro che il Comandamento Non uccidere implica l’uccisione di ciò che uccide la vita. Chi pertanto trascura questo dovere è lui stesso un ipocrita assassino che uccide la vita lasciando in vita chi uccide la vita.

Sulla base di ciò affermiamo allora che vi sono molti casi di difesa della vita privata o comune, che non richiedono la sentenza del giudice che irroga la pena di morte, ma per i quali è sufficiente per giustificare l’uccisione del malvagio, la decisione del singolo, come per esempio quella del gioielliere, che, vedendosi puntare addosso una pistola, spara per primo o il carabiniere, che, individuato il terrorista che ha appena compiuto una strage di trenta persone, lo uccide all’istante o il popolo, che, non sopportando oltre un feroce tiranno, lo uccide. 

Chi sostiene in modo assoluto l’abolizione della pena di morte non tiene conto di quelli che sono i gradi della vita e che il Comandamento Non uccidere implica proprio che in difesa di un grado superiore della vita, si sopprima un grado inferiore, che lo disturba o gli nuoce.

Invece, se ci riflettiamo e consideriamo gli argomenti tradizionali con i quali la morale cattolica sostiene la legittimità della pena di morte[1], ci accorgeremo della saggezza tradizionale della Chiesa, che sempre, nelle dovute condizioni, ha ammesso la pena di morte. Con ciò non neghiamo assolutamente che la Chiesa stessa, in quanto composta di uomini, benché depositaria di un codice morale immutabile rivelato da Dio stesso, progredisca nella storia sia migliorando nella conoscenza di questo codice sia nella sua applicazione col progresso della santità dei suoi membri.

L’insegnamento del Catechismo

Sulla questione della pena di morte, il Catechismo della Chiesa cattolica si esprime in questi termini:

«L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.

Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti" [San Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 56]».

Qui il Catechismo sostiene due cose:

1. afferma l’esistenza di «possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso». Si tratta evidentemente di una possibilità di principio, che non intende affermare che oggi tutti gli Stati del mondo di fatto dispongano di tale possibilità. Quello infatti che qui dice è forse il risultato di un’inchiesta fatta in tutti gli Stati del Mondo? Dunque si tratta di una semplice enunciazione di principio. Ma poi occorre vedere se di fatto è realizzabile in tutti gli Stati. E lo Stato che non disponesse di quella possibilità, che fa?

2. Secondo San Giovanni Paolo II «i casi di assoluta necessità di soppressione del reo sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti». Anche qui potremmo domandarci da cosa il Papa trae questa affermazione? La Santa Sede ha fatto un’inchiesta in tutti gli Stati del mondo? Si tratta forse della valutazione di una situazione di fatto storico-morale attinente la Comunità internazionale? Non necessariamente.

Lo Stato al quale il Papa si riferisce, Stato capace di sanzionare adeguatamente il criminale senza che occorra la pena di morte non è lo Stato così come, in via generale, di fatto esiste oggi nel mondo, ma è un modello di Stato ben governato, ispirato al Vangelo, che suppone criminali correggibili e controllabili, insomma una situazione sociale e politica, che suppone un'umanità maggiormente liberata dalle conseguenze del peccato originale e maggiormente sanata dalla grazia del Vangelo.

Questa è la situazione che rende la proposta del Papa, in sé nobilissima, profetica ed evangelica, non di immediata attuazione, ma solo di graduale attuazione mano a mano che l'umanità si libera, grazie a Cristo, dalle conseguenze del peccato originale.

Ma finché non si daranno queste condizioni, che però stanno maturando, un'abolizione immediata totale e assoluta della pena di morte, stante l'attuale situazione generale di corruzione morale e di decadenza dei costumi cristiani e civili, sarebbe del tutto irragionevole ed imprudente e causerebbe solo una maggiore arroganza nei malvagi, maggiori sofferenze nei buoni e persecuzioni contro di loro, soprattutto fra i cristiani, e la dissoluzione totale della pacifica ed ordinata convivenza civile.

Uno però potrebbe insistere ed obiettare: la Chiesa ha abolito per sempre la condanna a morte degli eretici: chi ci dice che non sia giunto il momento in cui essa respinge la pena di morte anche per i delitti contro le persone, la vita civile e lo Stato?

Se si è abolita la pena di morte per gli eretici,

perché non abolirla per tutti?

Segno cospicuo di questo progresso è stata senza dubbio l’abolizione della pena di morte per gli eretici, benché affidata allo Stato e non codificata dalla Chiesa; ma, come vedremo, ben altra cosa è la questione della pena di morte per chi sovverte le basi della convivenza civile. Qui non si tratta di salvaguardare esteriormente la fede di una comunità religiosa, per quanto voluta da Dio, come è la Chiesa, ma l’ordinata esistenza stessa della comunità umana.

Queste condizioni antropologiche che giustificano la pena di morte nello stato presente di natura decaduta non possono per adesso venir meno, data la permanente tendenza dell’uomo alla malvagità, conseguente al peccato originale. È solo in ristrette comunità votate alla perfezione, come sono gli Istituti religiosi, che non ha senso la pena di morte; ma nella vasta comunità civile, dove possono operare i peggiori delinquenti, prepotenti e sovversivi, vale il principio che un organismo, per poter proteggere la propria salute, deve possedere gli anticorpi contro gli agenti nocivi che lo assalgono.

È vero che la vita cristiana c’indirizza a sperare di passare dall’attuale stato di natura decaduta ad un’umanità pacifica, giusta e fraterna, dove non avranno più motivo d’essere castighi o repressioni, perché tutti saranno buoni e regnerà un perfetto amore vicendevole. Ma finché non saremo giunti a questo stato di felicità escatologica, benché esso possa iniziare fin da adesso, il tentativo di vivere come se fossimo già perfettamente in quello stato provoca spaventosi disastri e amare delusioni, come dimostra l’esperienza della storia passata. 

Ora, come sappiamo tutti, il Papa nell’enciclica Tutti Fratelli ha ribadito la sua proposta che i governi devono aboliscano la pena di morte per il fatto, dato che, come egli spiega, oggi esisterebbero metodi punitivi efficaci e ragionevoli, i quali consentono di difendere il bene comune offeso dai peggiori delitti senza che occorra ricorrere alla pena di morte, per cui essa è oggi diventata sempre e comunque ingiusta. Al dire del Papa oggi l’ergastolo o altre pene consimilari avrebbero assunto quell’efficacia deterrente o dissuadente che in passato possedeva la pena di morte.

Con tutto il rispetto del pensiero del Papa, non necessariamente dettato dallo Spirito Santo, ma frutto della sua umana prudenza pastorale, mi sia consentito di avanzare qualche dubbio che oggi come oggi nel mondo l’umanità sia così moralmente maturata, che anche i peggiori criminali possono essere sufficientemente tenuti a freno o castigati da pene semplicemente detentive o rieducative e non occorra più distoglierli dal delitto con la minaccia della pena di morte.

Ne siamo proprio sicuri? Infatti il criminale generalmente è uno attaccato alla propria pelle e non ha nessun timor di Dio. Non teme le pene dell’inferno, perché non ci crede; dovrebbe temere la giustizia umana; ma se anche questa non lo intimorisce minacciandolo di togliergli quell’unica vita alla quale crede e tiene, cioè questa vita mortale, che cosa potrà distoglierlo dal delitto?

Oltre a ciò dobbiamo purtroppo notare che non pare affatto che si debba riscontrare un generale progresso morale nell’umanità, per il quale possiamo confidare nel fatto che la gente oggi abbia un maggior senso di responsabilità, sappia meglio di ieri cosa è bene e cosa è male, sappia meglio seguire il bene e fuggire il male. Non pare che nei grandi numeri la virtù stia avanzando e il vizio retrocedendo, per cui, stante l’aumento della corruzione morale e una giustizia umana già debole, derisa e inefficace, come non temere che, facendo essa ancor meno spavento ai malfattori, non ne diventi ancor più lo zimbello ed oggetto di disprezzo di quanto non lo e è adesso?

Una domanda allora che credo tutti poniamo, col massimo rispetto, davanti alla presente presa di posizione del Papa è la seguente: nell’esprimere il suo parere il Papa si basa di una sufficiente informazione? Il Papa in questa circostanza sta esercitando la sua missione di infallibile maestro della morale evangelica o esprime una sua veduta pastorale apprezzabile, ma non infallibile e non vincolante in coscienza? Ma soprattutto: che cosa ha inteso dire esattamente il Papa con quella proposta?

In altre parole: siamo davanti ad una svolta storica, che segna una novità e un progresso certo e definitivo della coscienza morale, simile a ciò che avvenne con l’abolizione della pena di morte per il delitto di eresia, felicemente sparita per sempre agli inizi dell’800 dal codice penale dello Stato della Chiesa a seguito dell’influsso del codice napoleonico?

Oppure siamo di fronte a un caso diverso, nel quale non si tratta di un vero progresso della legge morale, che resta la stessa (non uccidere e promuovi la vita), ma  di una veduta più ottimistica circa la possibilità che la giustizia umana possa garantire la sicurezza dello Stato e la difesa del bene comune con metodi esclusivamente detentivi, correttivi e rieducativi e non più con metodi deterrenti o coercitivi come la pena di morte?

La risposta che io ritengo si debba dare è per il secondo termine dell’alternativa. Tuttavia, affinchè tale mia risposta sia teoreticamente fondata, voglio ricordare di nuovo il senso del mutamento storico, che, su questo punto della giustizia penale ecclesiastica, come sanno tutti, si è verificato nei primi ‘800, circa il giudizio morale da dare sulla pena di morte per l’eretico, pena che fino al codice napoleonico la Chiesa giudicò legittima ed anzi doverosa nei casi che la richiedessero[2], mentre a partire da quel momento la Chiesa ha mutato giudizio ed oggi il diritto ecclesiastico e la morale cattolica escludono in ogni caso la liceità o necessità della pena di morte per l’eretico.

La Chiesa proibisce oggi ciò che in passato permetteva?

Chiediamoci allora successivamente: qual è il significato di questo mutamento storico dal punto di vista della teologia morale? È paragonabile al mutamento proposto dal Papa riguardo alla pena di morte in campo civile? Qual è il valore morale di riferimento che dobbiamo tenere presente in entrambi i casi? Evidentemente il Comandamento Non Uccidere. Questo obbligo non potrà mai mutare, per quanto rispetto ad esso la coscienza morale possa progredire. Ma questo progresso non potrà che essere una migliore applicazione del medesimo immutabile principio «non uccidere».

Solo che nel caso della proposta del Papa non pare a tutta prima di riscontrare un vero e proprio progresso nella continuità, ma una contraddizione, perché in precedenza il Comandamento era interpretato nel senso di non uccidere l’innocente, ma era ammessa l’uccisione del criminale.

Adesso sembra che divenga proibito uccidere anche il criminale. Come la mettiamo? È giusto? Non si deve punire severamente chi uccide l’innocente? Si può dimostrare razionalmente l’illiceità della pena di morte? No. Si può invece e si deve dimostrare razionalmente, come si è sempre fatto, la liceità della pena di morte. Nulla è cambiato in rapporto alla legge morale «non uccidere» e il ragionamento vale ancora.

Qui il progresso della coscienza morale avvenuto nella Chiesa dai primi ‘800 ad oggi con l’abolizione definitiva ed assoluta della pena di morte per gli eretici non c’entra e resta intatto. Non si può fare il paragone. Si tratta qui invece di una visione più ottimistica circa la maggiore possibilità che l’uomo si corregga con le buone anziché con le cattive.

Ma questa migliore possibilità non è sempre del tutto sicura ed universale. Per questo, benché si debba fare il possibile per l’uso delle buone maniere, finché siamo in questa vita terrena, afflitti dalle conseguenze incresciose del peccato originale, l’autorità dello Stato non può mai del tutto escludere l’utile ricorso come extrema ratio, alla severità, che può comportare la pena di morte in campo civile.

Quanto al codice napoleonico, se esso aboliva la pena di morte per gli eretici, non aboliva la pena di morte per i crimini contro i diritti umani, contro l’etica naturale, contro il bene comune temporale, contro lo Stato. C’è una grossa differenza tra i due tipi di pena di morte.

Ora la proposta fatta dal Papa agli Stati è quella di abolire la pena di morte anche in relazione a questi valori.  Secondo l’idea del Papa, a quanto sembra, la pena di morte, oggi come oggi, non potrebbe più essere un atto di giustizia, avrebbe perso le sue motivazioni tradizionali di difesa del bene comune e sarebbe diventata un omicidio. Per cui il giudice che condanna a morte oggi sarebbe diventato un assassino, un trasgressore del Quinto Comandamento.

Potremmo chiederci: è assolutamente doveroso per gli Stati abolire la pena di morte? O il Papa fa una semplice proposta, sapendo che poi sta ad ogni Stato decidere se accettare o meno la proposta? Il governante che non accettasse questa convinzione del Papa commetterebbe peccato? 

In altre parole: il Papa, con questa sua condanna della pena di morte, ha enunciato un principio o dovere morale assoluto, paragonabile a una legge naturale, sicchè il giudice che non ne tenesse conto commetterebbe peccato? O non si tratta piuttosto di un principio giuridico che potrebbe esser reso operante solo a condizione che fosse ammesso dagli Stati nel loro codice penale?

Il Papa può imporre agli Stati l’abolizione della pena di morte?

Ora dobbiamo osservare che, se il Papa può e deve legiferare nel diritto canonico, non può legiferare nell’ambito dei codici penali degli Stati. Può chiedere che la pena di morte sia cancellata dai loro codici penali, ma non può ordinarlo. Per questo la sua proposta non può aver valore vincolante la legislazione degli Stati, che restano liberi di accettarla o meno.

Non si tratta di una proibizione richiesta dalla legge naturale o dettata rigorosamente o ricavata deduttivamente dalla ragione pratica, ma di uno stimolo morale senz’altro nobile, ma che non tocca la ragione di peccato per chi in coscienza non si sente di accoglierlo. La ragione invece dice con certezza che vi possono essere casi che rendono lecita o doverosa la pena di morte.

Esistono indubbiamente in morale vere e proprie leggi o proibizioni naturali indispensabili ed assolute, come quelle riferite all’aborto, all’eutanasia, alla fecondazione artificiale, all’unione di omosessuali o all’adulterio, che essendo atti contro la legge naturale, la loro proibizione può e deve entrare nella legislazione degli Stati. Ma l’abolizione della pena di morte non discende dalla legge naturale, così da potere avere valore vincolante per la coscienza comune e quindi per la legge dello Stato.

Così è assolutamente doveroso non uccidere. Non ammette eccezioni. Ma che significa? Non uccidere l’innocente. Paradossalmente è proprio il Comando Non Uccidere che giustifica la pena di morte per chi uccide. Ed è una cosa logica e ragionevole: è giusto che sia ucciso chi uccide la vita.  Questo non vuol dire che ogni assassino meriti la morte. Per questo Dio protegge Caino.

Ma nel contempo nessuno negherà che in mille passi della Bibbia è ammessa la pena di morte. L’uomo è tuttora sotto il segno del peccato originale, che spinge ad uccidere. È un’utopia pericolosa credere che oggi siamo diventati tutti così buoni, che per tenere a freno i peggiori criminali sia utile o sufficiente un’opera rieducativa. Si può dialogare con un leone che ti salta addosso?

Ma vi sono dei casi nei quali il criminale, come per esempio il terrorista o il mafioso o il trafficante di armi o di uomini, terrorizza o reca ripetuti danni gravissimi ad un’intera società, senza che vi sia speranza di correzione o pentimento.

Una vita spesa per uccidere non è una vita degna di essere vissuta, una vita sorgente di morte, è una vita che merita la morte. La soppressione di tali criminali è un favore a loro fatto impedendo che all’inferno vadano ancora più in basso che continuando a vivere su questa terra. Diminuiamo loro la pena. 

È vero che oggi, con le migliori conoscenze che per il passato, comprendiamo meglio di un tempo la dignità della persona e la sua trascendenza nei confronti del bene comune; e dopo il sorgere delle divisioni religiose in Europa a cominciare dal sec. XVI, comprendiamo meglio la dignità della coscienza e il valore della libertà religiosa.

Per questo la pena di morte per gli eretici era giustificata in relazione alle condizioni della cristianità medioevale. Occorre infatti tener presente che nel Medioevo cattolico l’eretico faceva orrore a tutti, compresi i poteri pubblici, come oggi il terrorista o chi complotta contro lo Stato.

Certamente oggi si comprende meglio la funzione rieducativa della pena e si è abbandonata la concezione meramente afflittiva. Ma ciò non toglie che il persistere della malvagità umana e la pericolosità del criminale per la società non continui a giustificare nei casi gravissimi la pena di morte.

Il rischio di sentenze ingiuste non può costituire un motivo sufficiente per l’abolizione della pena di morte. Se uno strumento è usato male, il rimedio non è abolire lo strumento, ma usarlo bene. Altrimenti, con questo ragionamento il giudice dovrebbe rinunciare a fare il suo mestiere, dato che in qualunque sua sentenza può sempre sbagliare. È vero che nel caso di errore giudiziario nel punire con la morte il giudice non può rimediare. Vuol dire che qui penserà la giustizia divina a rimediare agli errori dell’uomo. Ma d’altra parte essa non sostituisce ma presuppone e semmai corregge quella umana.

La promozione della vita è un dovere assoluto. Da questo dovere discende quello di sopprimere ciò che sopprime la vita. La pena di morte non è altro che la conseguenza logica di questo semplicissimo principio. Risparmiare la vita al criminale, per quanto è possibile, bisogna farlo. È una promozione della vita. È questo l’appello del Papa.

Ma può capitare che il risparmiare ciò che offende la vita, danneggi la vita. Il non uccidere il nemico della vita può uccidere la vita. Torna allora il principio-base. Proprio per affermare la vita occorre sopprimere ciò che uccide la vita. Questo vuol dire non uccidere: non uccidere ciò che promuove la vita, perché ciò che promuove la vita uccide ciò che la nega.

Mentre la vita si deve promuovere sempre, non si può proibire in modo fisso ed assoluto la pratica della pena di morte, ma solo nei casi, più che auspicabili, che si spera possano essere sempre in aumento, nei quali la pena di morte si può evitare senza pregiudizio per il bene comune e comunque con una giusta punizione del criminale. Questo è il senso della tesi del Papa. Lo sa anche lui che siamo ancora su questa terra e non siamo ancora in cielo. Però, come Vicario di Cristo è logico che tenga aperto il nostro animo alla speranza.

In questioni complesse e delicate di questo genere, bisogna evitare sia la rigidità, sia l’unilateralità e saper essere duttili e flessibili assumendo, quando occorre un metodo e quando occorre l’altro. Questa non è etica della situazione, ma prudenza. Etica della situazione è quando si vogliono relativizzare i princìpi al mutare delle circostanze. Ma qui, sulla base di una retta interpretazione del dovere di non uccidere, giocano solo convenienze o emergenze disciplinari o pastorali, che devono essere adattate alle esigenze morali del momento.

 

 

La pena di morte resta lecita

perché è giustificata dalla natura decaduta,

ma il rifiuto della pena di morte va esteso il più possibile,

perché precorre la vita futura

 

In conclusione, mentre l’obbligatorietà universale ed inderogabile della pratica della pena di morte è fondata in ragione in rapporto allo stato presente di natura decaduta, il rifiuto della pena di morte, se non è causato da lassismo o relativismo morale, è una nobile e lodevole condotta giudiziaria, da promuovere il più possibile, ma solo nella misura in cui si dà un ambiente umano risanato dal cristianesimo, che guarisce la natura corrotta dal peccato e le fa pregustare le «primizie dello Spirito» (Rm 8,23), ossia l’uomo nuovo della risurrezione, rinato nel battesimo. Ma finché saremo in questa vita, mentre l’uomo vecchio resta e dev’essere mortificato dalla severità, l’uomo nuovo è solo agli albori, per cui la mitezza della pena ha un effetto limitato e in un modo o nell’altro non può sostituire del tutto la severità.

La pena di morte sarà del tutto sparita solo in cielo, quando, essendo ormai guarita del tutto la natura in forza della grazia, non occorreranno più tutte quelle strutture, misure, leggi, istituzioni e comportamenti di emergenza, finalizzati a frenare la carne per liberare lo spirito, come i sacramenti, le pratiche ascetiche o coercitive, i voti religiosi, l’ordinamento giudiziario, le carceri, le forze armate, i sindacati, le scuole, i manicomi, le industrie alimentari, gli istituti di credito, gli istituti sanitari, le case di riposo e i cimiteri. Questo perché non vi saranno più quelle fragilità e quelle tendenze al peccato, quella soggezione alla corruzione e alle passioni, che in questa vita rendono necessarie tutte quelle cose.

Nella vita presente, dunque, la pena di morte e il rifiuto della pena di morte restano due possibili vie, benché opposte fra loro, per assicurare la giustizia penale e difendere il bene della società. Occorre allora imboccare ora l’una ora l’altra, a seconda delle convenienze e dei risultati che possono promettere. Il rifiuto della pena di morte va affermato il più possibile, ma non può valere sempre; la pena di morte va ristretta il più possibile, ma non va respinta sempre. Questa è la via della giustizia e della saggezza, finché siamo su questa terra.

Nessuna delle due va assolutizzata, ma usata sempre tenendo conto della possibilità dell’altra: la pena di morte come extrema ratio, quando le altre vie si manifestano impraticabili o inefficaci; il rifiuto della pena di morte, quando è possibile far giustizia con mezzi incruenti. La prima va intesa come promozione della vita; il secondo come difesa della vita. L’uno e l’altra come applicazioni del Quinto Comandamento.

La posizione del Papa non va dunque considerata come l’enunciazione di un principio morale, come è avvenuto, per esempio, con la condanna degli anticoncezionali o dell’aborto o della sodomia o della pedofilia o dell’eutanasia o della fecondazione artificiale. Ma si tratta di una semplice norma disciplinare proposta agli Stati da inserire nel loro codice penale, salva la loro libertà e responsabilità di accogliere o meno la proposta del Santo Padre.

Diffondere il più possibile negli Stati l’abolizione della pena di morte è ottima idea del Papa, è cosa lodevole, utile, ragionevole e doverosa. Ed è questo il senso e il valore dell’insegnamento del Papa in materia. Trasformare invece tale abolizione in un dovere perentorio, assoluto ed incondizionato, in una specie di imperativo categorico, obbligatorio per tutti e sempre, senza eccezione e in qualunque circostanza, sotto pena di peccato mortale od infedeltà al Vangelo, sarebbe certamente andare al di là delle intenzioni del Papa, che si limita ad una semplice calda raccomandazione priva del carattere obbligante dell’infallibilità pontificia; sarebbe irragionevole stoltezza, sorgente di gravissimi danni per la sana, ordinata e giusta convivenza civile e degli Stati e per il bene della Chiesa stessa su questa terra, dove è impossibile promuovere la vita senza opporsi a ciò che la offende .

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 21 gennaio 2021



 
 
 
Savonarola venne bruciato al rogo in Piazza della Signoria a Firenze -  Firenze, dipinto del ‘500
 
 
 
 Immagine da internet






 
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[1] Cf Dizionario di teologia morale a cura di F. Roberti e P. Palazzini, Editrice Studium, Roma 1957, voce MORTE (PENA DI MORTE).

[2] Ancora nel 1789 il Padre Vincenzo Pani, Domenicano officiale del Sant’Offizio, difendeva la pena di morte per gli eretici in un grosso e dotto volume da lui pubblicato un quell’anno. Ma nel 1814 Papa Pio VII lo esonerò dall’ufficio.

4 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    purtroppo, Papa Francesco non si è limitato ad “ad una semplice calda raccomandazione” rivolta agli Stati per l’abolizione della pena di morte, ma il 1° agosto 2018, ha approvato la seguente nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica (http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20180801_catechismo-penadimorte_it.html):
    “2267. Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
    Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
    Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona», e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.”
    Invece san Tommaso D’Aquino: “[…] nel caso che lo esiga la salute di tutto il corpo, si ricorre lodevolmente e salutarmente al taglio di un membro putrido e cancrenoso. Ebbene, ciascun individuo sta a tutta la comunità come una parte sta al tutto. E quindi se un uomo con i suoi peccati è pericoloso e disgregativo per la collettività, è cosa lodevole e salutare sopprimerlo, per la conservazione del bene comune; infatti, come dice S. Paolo: ‘Un po' di fermento può corrompere tutta la massa’” (Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 2 c.).
    Come ha scritto il prof. Tommaso Scandroglio (https://lanuovabq.it/it/pena-di-morte-in-principio-e-legittima):
    “E’ proprio il dovere di tutelare la preziosità intrinseca delle persone di una collettività, cioè la loro dignità – argomento usato da Francesco per censurare la pena di morte – che giustifica quest’ultima. […] Chi uccide si spoglia da sé del proprio diritto alla vita e lo Stato va a rettificare questa situazione morale. Così Pio XII: “Anche quando si tratta dell’esecuzione capitale di un condannato a morte lo Stato non dispone del diritto dell’individuo alla vita. È riservato allora al pubblico potere di privare il condannato del bene della vita, in espiazione del suo fallo, dopo che col suo crimine, egli si è già spogliato del suo diritto alla vita” (Discorso al I Congresso di Istopatologia del Sistema Nervoso, 13/09/1952, n. 28). A motivo delle nostre azioni degradiamo la nostra dignità morale, non quella naturale che è inscalfibile (l’omicida rimane persona). E’ un po’ come degradarsi a rango di bestie e le bestie non hanno diritti. Così di nuovo l’Aquinate: “Col peccato l'uomo abbandona l'ordine della ragione: egli perciò decade dalla dignità umana […] degenerando in qualche modo nell'asservimento delle bestie […] Perciò sebbene uccidere un uomo che rispetta la propria dignità sia cosa essenzialmente peccaminosa, uccidere un uomo che pecca può essere un bene, come uccidere una bestia” (Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 2, ad 3).”

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    1. Caro Bruno, il Santo Padre non dà un ordine perentorio, come potrebbe essere la proibizione dell'aborto o dela sodomia, ma fa una proposta. Allora, quando si fa una proposta ad una persona, che cosa significa ciò? Che si lascia alla persona la considerazione della obbligatorietà o meno di ciò che viene proposto. Ora, la proposta del Papa è certamente ispirata all'uomo nuovo di cui parla San Paolo. Questo uomo nuovo sta maturando nella storia. Tuttavia esiste ancora l'uomo vecchio, che giustifica come extrema ratio la pena di morte. Per cui mano a mano che avanza l'uomo nuovo si deve abolire la pena di morte, ma nella misura in cui rimane l'uomo vecchio va mantenuta.

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  2. Mi perdoni Padre Giovanni,
    io non mi riferisco all’enciclica “Fratelli tutti” nella quale il Santo Padre invita i governi ad abolire la pena di morte. Questa è certamente una “proposta”.
    Mi riferisco invece alla modifica del n. 2267 voluta da Papa Francesco in cui dichiara: “la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona»”.
    Questa modifica del Catechismo della chiesa Cattolica, voluta da Papa Francesco, proclama l’inammissibilità della pena di morte senza ammettere eccezione alcuna.
    Tale condanna della pena di morte non può essere considerata una mera “proposta”, è invece vincolante per il cristiano cattolico che voglia attenersi al Catechismo della Chiesa Cattolica.
    In altre parole, oggi sostenere che in taluni casi potrebbe essere legittimo, da parte di uno Stato, applicare la pena di morte, significa contraddire il Catechismo della Chiesa Cattolica. Non è così ?

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    1. Caro Bruno, l'espressione "insegna" è una espressione infelice, perchè dà l'impressione che si tratti di un insegnamento dottrinale. Al riguardo tieni presente che l'autorità di una enciclica è superiore a quella del CCC Catechismo, per cui, per fare piena chiarezza sulla volontà attuale della Chiesa bisogna fare riferimento al concetto di "proposta" che troviamo nella "Fratelli tutti". Proporre è diverso dal comandare. Il che vuol dire che l'abolizione proposta dal Papa agli Stati non va intesa come l'affermazione di un dovere morale, ma va intesa come la presentazione di un modello di condotta, che in moltissimi casi può essere realizzato a medio o a lungo termine.

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