Comunione in bocca e Comunione nella mano

 Comunione in bocca e Comunione nella mano

Apri la tua bocca, la voglio riempire

Sal 80,11

 

Dopo che la Conferenza Episcopale Italiana ha dato disposizione ai fedeli, in occasione di questa pandemia, di assumere la Santa Comunione nella mano, sentiamo da parte di alcuni fedeli espressioni di disagio, obiezioni e lamentele, riferite alla loro preferenza per la Comunione in bocca.

Le disposizioni dei Vescovi non vanno intese come un ordine tassativo o comando perentorio come se si trattasse di obbedire alla legge naturale o divina. Si tratta di una norma semplicemente ecclesiastica, di carattere indicativo, anche se avvalorata dalla cautela richiesta per la protezione della nostra salute contro il coronavirus.

Come vedremo infatti nel brano della Lettera apostolica Dominicae cenae di San Giovanni Paolo II del 1980, che approva la Comunione nella mano, il Papa non disapprova chi per motivi di coscienza preferisse la Comunione in bocca.

Saggio comportamento del celebrante o comunque del ministro incaricato di distribuire la Comunione allora non è quello di presentare la Comunione nella mano come un vero e proprio ordine, così come il Vescovo ordina ai fedeli l’adempimento della legge morale naturale o divina o il sindaco potrebbe dare ordine ai cittadini di non parcheggiare in una data piazza o i carabinieri potrebbero dare ordine di esibire i documenti al posto di blocco.

Il documento della CEI precedente la pandemia «consiglia» la Comunione sulla mano. Ora tutti sanno che il consiglio non è un ordine, ma lascia il consigliato libero di fare altrimenti. Per questo i Vescovi esagerati cultori del Novus Ordo, che presentano la Comunione nella mano come se fosse un ordine o un precetto sotto pena di peccato, commettono un abuso di autorità e mettono a disagio irragionevolmente la coscienza dei fedeli tradizionalisti.

In occasione della pandemia la CEI ha invece prescritto la Comunione sulla mano in via di emergenza. Ma resta sempre il maggior peso della dichiarazione precedente. Per questo l’imporre che fanno certi preti o ministri a tutti i fedeli indiscriminatamente la Comunione nella mano, non con l’atteggiamento di «ministri del Sangue», ma simile piuttosto a quello di funzionari della dogana, respingendo magari con durezza la richiesta della Comunione in bocca, compiono un atto di violenza nei confronti del fedele, proprio nel momento mistico in cui il celebrante o il ministro dovrebbero essere più che mai i testimoni o segni viventi di quella somma carità, che consiste nel fungere da ministri della carità di Cristo, che si offre alle anime in cibo di vita eterna.

Il fedele, quindi, che in coscienza ritiene di preferire o di chiedere la Comunione in bocca, non solo non fa nessun peccato, ma anzi fa un atto di religiosa pietà, conformemente alla sua libera decisione di coscienza. È questo un campo di elezione dove vale quella «diversità» della quale tanto spesso parla Papa Francesco persino a proposito della diversità delle religioni.  Se tale diversità, rettamente intesa e non come indifferentismo o relativismo, vale per le religioni, figuriamoci se non vale rispetto alla Comunione in bocca o in mano, delle quali l’una e l’altra vanta un’antichissima tradizione.

Noi non sappiamo se Gesù con quel «diede» e quel «prendete» riferito dalla narrazione evangelica abbia dato la Comunione nella mano o in bocca. Esiste un uso del sec. IV attestato da San Cirillo di Gerusalemme, secondo il quale il fedele riceveva l’Eucaristia nella mano. Ciò che allora si preferiva considerare era che la Messa è nata nell’ultima Cena, che appunto fu una cena e a cena ovviamente ognuno può servirsi da solo, non è imboccato, anche se si tratta di una porzione di cibo offerta dal capotavola.

È bene ricordare, a proposito della storia del modo di distribuire la Comunione, che prima con la riforma carolingia dell’VIII sec. e poi con quella gregoriana del sec. XI, associata al sorgere dell’Ordine Cluniacense, aumenta il culto, l’interesse e la riverenza per il mistero eucaristico e quindi per l’importanza della Messa ben celebrata e ben partecipata dai fedeli.

È in questo clima di cultura liturgica, di alta spiritualità, forte senso del sacro, della sublimità del ministero sacerdotale e del culto dell’Eucaristia, che cominciò a diffondersi la pratica della Comunione in bocca, a significare che sì la Comunione era un pasto, era cibarsi del Corpo del Signore, ma soprattutto era la ricezione di un dono altissimo che si riceve dalle mani del Sacerdote così come Gesù aveva donato da mangiare il suo Corpo e il suo Sangue agli apostoli sotto le specie del pane e del vino all’Ultima Cena.  Gesù aveva donato le sacre specie nelle mani degli apostoli o le aveva date in bocca? Non lo si sapeva. Ma si fece strada l’idea che Gesù avesse fatto la seconda cosa.

La Comunione in bocca fu prescritta dalla riforma della Messa operata da S.Pio V in ottemperanza ai decreti del Concilio di Trento e il Concilio Vaticano II l’ha confermata[1].

Quanto all’assunzione del calice, il Concilio di Trento lo proibì ai comuni fedeli solo per motivi pratici, perché se dare la Comunione del Corpo in bocca è molto semplice, porgere il calice per l’assunzione del vino consacrato è cosa laboriosa. delicata, complessa e che richiede tempo. Oggi la Chiesa la permette solo in circostanze speciali, sempre per limitare al massimo i rischi e le complicazioni legate all’assunzione del calice.

Per esempio, mentre è molto semplice raccogliere un’ostia caduta per terra, se si versa il vino consacrato, è un vero problema. La comunione sotto le due specie è cosa facile quando i fedeli che si accostano alla Comunione sono bene educati a farlo, e sono pochi o pochissimi, come avviene soprattutto nelle comunità religiose.

Quanto alla Comunione nella mano, soltanto nel 1980 San Giovanni Paolo II segnalò l’avvenuta introduzione della comunione nella mano in alcuni paesi, ovviamente col permesso dell’autorità ecclesiastica, e l’approvò, lasciando però a quei fedeli che lo preferissero a la libertà di esigere la Comunione in bocca.

Dovere del ministrante della Comunione è pertanto quello di accontentare le esigenze dei fedeli in merito, salvo, in linea di massima, situazioni di emergenza, come è stata ed è quella determinata dall’attuale pandemia, con quelle cautele sanitarie che si sono rese necessarie.

In questa situazione la CEI ha prescritto per tutti i fedeli la Comunione nella mano, ma tale prescrizione mantiene sempre il suo carattere indicativo, che non annulla la sostanziale libertà del fedele, riconosciuta in precedenza, per motivi di coscienza, di preferire la Comunione in bocca.

La cosa essenziale da tenere presente è che in un caso come questo non ci troviamo di fronte a un vero e proprio precetto morale fondato sulla legge naturale o divina, che obbliga tutti e sempre sub gravi, ma ad una semplice disposizione positiva contingente, per quanto autorevole, perché emanata dall’autorità competente. Ciò comporta che il disattendere a simile disposizione o da parte del ministro o da parte del fedele, se ciò avviene per motivi di coscienza, non comporta peccato ma anzi è cosa lodevole e permessa.

Ecco il testo di San Giovanni Paolo II dalla Lettera Dominicae Cenae del 24 febbraio 1980:

«11. In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l'approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l'eucarestia. Avviene pure che, talora, non è tenuta in conto la libera scelta e volontà di coloro che, anche dove è stata autorizzata la distribuzione della comunione sulla mano, preferiscono attenersi all'uso di riceverla in bocca. E' difficile quindi, nel contesto dell'attuale lettera, non accennare ai dolorosi fenomeni sopra ricordati. Scrivendo questo non ci si vuole in alcun modo riferire a quelle persone che, ricevendo il Signore Gesù sulla mano, lo fanno con spirito di profonda riverenza e devozione, nei paesi dove questa pratica è stata autorizzata.

Bisogna tuttavia non dimenticare l'ufficio primario dei sacerdoti, che sono stati consacrati nella loro ordinazione a rappresentare Cristo sacerdote: perciò le loro mani, come la loro parola e la loro volontà, sono diventate strumento diretto di Cristo. Per questo, cioè come ministri della santissima eucaristia, essi hanno sulle sacre specie una responsabilità totale e primaria: offrono il pane e il vino, li consacrano, e quindi distribuiscono le sacre specie ai partecipanti all'assemblea, che desiderano riceverla.

I diaconi possono soltanto portare all'altare le offerte dei fedeli e, una volta consacrate dal sacerdote, distribuirle. Quanto eloquente perciò, anche se non primitivo, è nella nostra ordinazione latina il rito dell'unzione delle mani, come se proprio a queste mani sia necessaria una particolare grazia e forza dello Spirito Santo!

Il toccare le sacre specie, la loro distribuzione con le proprie mani, è un privilegio degli ordinati, che indica una partecipazione attiva al ministero dell'eucaristia. E' ovvio che la Chiesa può concedere tale facoltà a persone che non sono né sacerdoti né diaconi, come sono sia gli accoliti, nell'esercizio del loro ministero, specialmente se destinati a futura ordinazione, sia altri laici a ciò abilitati per una giusta necessità, e sempre dopo un'adeguata preparazione».

Che cosa fece esattamente Gesù?

È chiaro che il punto di riferimento fondamentale per questa questione che stiamo trattando sono le fonti scritturali. Ma, come vedremo, esse qui ci lascino nell’incertezza. Per questo è decisivo l’uso stabilito dalla Chiesa nei vari tempi e luoghi.

I Vangeli ci narrano, come è noto, la cena pasquale di Gesù con i suoi apostoli. Come sappiamo, l’istituzione dell’Eucaristia e del modo della sua distribuzione avviene nel quadro di questa cena. Gesù e gli apostoli sono dunque a tavola (Gv 13,23; Lc 22,14.22; Mt 26,20; Mc 14,17). Il raduno di Gesù con gli apostoli è motivato dalla commemorazione rituale prescritta da Mosè della liberazione di Israele dall’oppressione egiziana.

Abbiamo dunque certamente una cena, ma non una semplice cena profana e spontanea tra amici, ma una cena sacra rigidamente regolata da norme tradizionali, vero e proprio rito religioso, anche se non nel senso stretto dell’offerta di una vittima sacrificale per mano del sacerdote.

Gesù infatti non apparteneva alla casta sacerdotale levitica, benché poi fosse in definitiva Lui il sommo Sacerdote della Nuova Alleanza nel suo sangue. Egli, ordinando gli apostoli sacerdoti di questa Alleanza, la stipulò col Padre proprio in quella cena, prefigurazione ad un tempo ed effetto del sacrificio cruento della croce, sacrificio che Gesù avrebbe consumato il giorno dopo, proprio nel giorno nel quale nel tempio si sacrificava l’agnello pasquale.

Gesù scelse dunque questa circostanza del giorno precedente l’offerta dell’agnello pasquale, estremamente significativa per la storia della salvezza d’Israele, per instaurare la Nuova e definitiva Alleanza, che doveva confermare, superare ed insieme sostituire l’Antica Alleanza mosaica: confermarla in quanto non veniva meno il patto dell’uomo con Dio; superarla perché era un’alleanza migliore, sostituirla in quanto in essa vi erano pratiche prefigurative di Cristo, venuto il quale, dovevano essere abbandonate.

Al termine della cena Gesù, dunque, prese «un pane» (Lc 22,19) o «il pane (Mt 26,26) e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede (Mt 26, 26-27; Mc 14, 22-23; Lc 22,19) ai discepoli dicendo: “prendete e mangiate (Mc 14,22; Mt 26,26): questo è il mio corpo”» (Mt 26,26; cf Mc 14,22; Lc 22,19).

«Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 20; cf Mc 14,24). «Bevetene tutti. Perché questo è il mio sangue dell’Alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Mt 26, 27-28). Del calice Gesù dice: «prendetelo e distribuitevelo tra voi» (Lc 22,17).

In questo clima di alta religiosità e confidenziale amicizia di Gesù con gli apostoli, appare, stridentissima e sconvolgente, la rivelazione di Gesù che proprio uno degli Apostoli lo tradisce. Nello sconcerto e nella sorpresa generale, Giovanni narra che alla sua domanda, sollecitata da Pietro, su chi è il traditore, Gesù risponde: «colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò» (Gv 13,26). «Preso il boccone, egli» (Giuda) «subito uscì» (Gv 13,30). Giovanni non precisa se l’annuncio del tradimento avviene prima o dopo l’istituzione e la distribuzione dell’Eucaristia, perché egli non narra l’istituzione dell’Eucaristia.

Inoltre non è chiaro in Giovanni se l’istituzione dell’Eucaristia avvenne dopo che Giuda era uscito, per cui, se le cose sono andate così, Giuda non avrebbe fatto la Comunione. Comunque il «boccone» non è certamente Eucaristia.

Matteo e Marco presentano l’annuncio del tradimento prima o nel corso dell’istituzione dell’Eucaristia: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà» (Mt 26,23; cf Mc 14,20). Dopodiché avviene l’istituzione. Il che fa pensare che anche Giuda abbia fatto la Comunione.

Luca invece sembra presentare l’annuncio del tradimento dopo l’istituzione: «colui che intinge con me nel piatto» (Lc 22,21). Ma anche in tal caso si può pensare che Giuda abbia fatto la Comunione.  

Resta tuttavia che Giovanni è l’unico che narra dell’uscita di Giuda e, poiché non ci narra l’istituzione dell’Eucaristia, non abbiamo modo di sapere se Giuda ha fatto o non ha fatto la Comunione, ossia se è uscito prima o dopo l’istituzione dell’Eucaristia. È da notare tuttavia, che, secondo la narrazione di Giovanni, Gesù inizia il suo lungo discorso d’addio dopo l’uscita di Giuda (Gv13,31). Il che fa pensare che la Comunione ci fosse già stata e che quindi anche Giuda avesse fatto la Comunione.

I Sinottici, dal canto loro, legando l’annuncio del tradimento all’istituzione dell’Eucaristia, fanno pensare che Giuda fosse presente e che quindi abbia fatto la Comunione. Gesù gli avrebbe dato il boccone dopo la Comunione.

Come Gesù istituì l’Eucaristia? Spezzò una pagnotta in dodici pezzi, E poi che fece? Come ha fatto giungere i pezzi agli apostoli? Gli apostoli si sono serviti da soli a turno prelevando da un piatto nelle mani di Gesù, oppure da un piatto posto sulla tavola da Gesù? Oppure è passato Gesù stesso a distribuirli tenendo i pezzi su di un piatto? Li ha dati in bocca o nella mano? Gli apostoli Gli si sono avvicinati a turno? Si sono fatti imboccare o hanno preso il pezzo nella mano? Non lo sappiamo.

Ciò vuol dire che sin dagli inizi del cristianesimo è stata facoltà dell’autorità ecclesiastica stabilire il modo di ricevere la Comunione, se in bocca o nella mano. All’inizio, là dove è possibile avere informazioni, troviamo la prevalenza della Comunione nella mano, come è attestato da San Cirillo di Gerusalemme nel sec. IV, ma nulla c’impedisce di pensare che esistesse già la Comunione in bocca, suggerita dal gesto di Gesù di dare a Giuda un boccone, anche se in quel caso non si trattava dell’Eucaristia.

C’è da notare inoltre che le parole della consacrazione e i gesti fatti da Gesù nel distribuire la Comunione rispecchiano quanto sostanzialmente Gesù ha detto e fatto. Ma i racconti evangelici che possediamo, compresa la narrazione di San Paolo (I Cor 11, 23-25) sono elaborazioni esplicative ed esplicitative successive della comunità liturgica delle origini, anche se siamo sicuri che si tratta di interpretazioni verissime, perché garantite dall’assistenza dallo Spirito Santo. Questo, però, dobbiamo dirlo per far presente che non possiamo retrocedere prima dei testi per saperne di più, rispetto a quanto la Tradizione liturgica ecclesiale ci narra e ci garantisce con valore dogmatico e di fede.

La simbologia della bocca e della mano

Il ricevere l’Eucaristia in bocca direttamente dalla mano del sacerdote rende meglio l’idea che l’Eucaristia è un dono di Dio per il tramite del sacerdote. Non si tratta di un semplice cibo terreno, che noi prendiamo con la mano e ci mettiamo in bocca. È vero che anche in tal caso la riceviamo dal sacerdote. Tuttavia il riceverla direttamente in bocca esprime meglio la nostra inadeguatezza a procurarci il cibo eucaristico da soli senza la mediazione del sacerdote.

Il ricevere l’Eucaristia in bocca rappresenta meglio la nostra recettività davanti a Dio; esprime meglio la sua sublimità, la sua trascendenza, la sua divinità. Non è qualcosa che viene dal basso, ma dall’alto: Panem de caelo praestitisti eis. Non è qualcosa di funzionale a noi, ma è qualcosa rispetto a cui noi siamo relativi, subordinati, funzionali. Non è solo un cibo che ci fa crescere, ma, come dice Sant’Agostino, è un cibo per prepararci a ricevere il quale noi dobbiamo crescere. È il «cibo dei forti».

Ciò non toglie, come ha detto Papa Francesco, che l’Eucaristia sia il cibo dei peccatori, in quanto tutti quaggiù siamo peccatori. Ed infatti essa, benché sia data a chi è già in grazia, è tradizionalmente chiamata «farmaco di immortalità».

Il ricevere la Comunione in bocca ricorda meglio della Comunione nella mano che l’ostia, più che essere cibo da consumare, per quanto sia divino nutrimento, è oggetto di adorazione, è Cristo stesso sotto le specie del pane e del vino. Più che essere quella vita divina, vita di grazia che io assumo nutrendomi di Cristo, è Cristo stesso, mio Dio che mi sta davanti, un Tu divino al quale il mio io è chiamato ad unirsi in mistica unione, come lo sposo con la sposa. Io resto io e Lui resta Lui: eppure il divino nutrimento mi assimila a Lui, facendomi, al di là del mio essere naturale e creaturale, figlio di Dio.

Non è che Cristo sia presente momentaneamente nel pane, come credeva Lutero, così che in un momento successivo, finita la Messa, lasci il pane, ma l’ostia è Cristo stesso sotto le specie del pane, benché certo non il Corpo del Cristo celeste, sostanza con i suoi accidenti, e tuttavia il suo Corpo è presente sotto le specie del pane a modo di sostanza. Per questo, finché durano le specie del pane, dura la presenza di Cristo sotto le specie del pane. Non è conveniente invece conservare le sacre specie del vino, e per questo esse vengono totalmente consumate ad ogni Messa.

Da notare peraltro che non è che, finita la Messa, quel Cristo che sarebbe presente nel pane – al dire di Lutero - se ne va e il pane resta pane. No. Il pane consacrato è Cristo e resta Cristo sia pur sotto il velo delle apparenze eucaristiche. Per questo, anche dopo che la Messa è finita, l’ostia consacrata, conservata nel tabernacolo, resta Cristo e può essere adorata come noi adoriamo Cristo. Adoro Te devote, latens Deitas.

D’altra parte, il ricevere l’Eucaristia nella mano può significare la parte attiva che il fedele svolge nell’assumere il Sacramento. L’iniziativa umana è fattore essenziale nell’opera della nostra santificazione, anche se naturalmente tale iniziativa resta effetto della mozione divina.

La Comunione nella mano, inoltre, può essere simbolo dell’esercizio del sacerdozio comune dei fedeli. L’ostia è dono di Dio, anzi è Dio stesso che si fa dono, ma le sacre specie restano pur sempre «frutto della terra e dell’umano lavoro». In esse Dio stesso Si compiace in certo modo di umiliarsi rendendosi maneggevole dalle mani dell’uomo.

Certo il pane eucaristico è pane solo in senso metaforico e tuttavia Gesù stesso ha voluto definirsi «pane di vita eterna». Nell’Eucaristia, anche se il pane non c’è più e c’è il Corpo del Signore, resta sempre il simbolo del pane, di quel pane che noi prendiamo dalla tavola o da chi ce lo offre e che ci mettiamo in bocca.

Alcuni pensano che debba essere solo il sacerdote a toccare l’Eucaristia. Certo è il sacerdote che confeziona l’Eucaristia con le parole della consacrazione in persona Christi. Tuttavia questa idea che il non-sacerdote non possa toccare l’ostia non ha alcun fondamento teologico e mostra un ingiustificato disprezzo per il non-sacerdote.

Che la mani sacerdotali siano consacrate dalla grazia del sacerdozio è verissimo, ed è altrettanto vero che esse sono speciali strumenti della grazia. Ma perché non dovrebbero essere purificate dalla grazia anche le mani del fedele e non esser quindi degne di toccare il Corpo eucaristico del Signore? A che vale la preparazione alla Comunione se non a rendere pure e sante quelle mani?

Ciò non toglie che la mano del sacerdote sia la mano che dona e quella del fedele la mano che riceve; ma se la prima mano tocca il dono, perché non potrebbe toccarlo quella che lo riceve? Non si deve toccare qualcosa con la mano sporca per non sporcarlo. Ma forse che il fedele non può purificare la propria mano così da non sporcare ciò che tocca?

D’altra parte, perché non sospettare che anche la lingua sia impura, così da non esser degna di toccare il cibo eucaristico? Perché dovrebbe esserlo solo la mano? Uno potrebbe rispondere: della mano il fedele può fare a meno, ma non della lingua. D’accordo: ma non resta sempre il problema della purificazione della lingua? Forse che i peccati commessi con la lingua sono inferiori a quelli commessi con la mano?

Sia nella Comunione nella bocca che in quella in mano il sacerdote deve avere un atteggiamento molto dignitoso, in modo che ad ogni fedele che si presenta egli mostri innanzitutto l’ostia pronunciando con calma e senza fretta le parole di rito: «il Corpo di Cristo», guardando l’ostia tenuta sollevata, cosicchè anche il fedele guardi l’ostia.

Dopodiché procede a dare la Comunione. Non deve fare come certi sacerdoti che sembrano il caporale che distribuisce le gallette ai soldati o come il nonno che distribuisce i regali di Natale ai nipotini, ma, con atteggiamento solenne ed ieratico, deve mostrare al fedele l’ostia affinchè, prima di mangiarla, faccia un atto di adorazione.

Vantaggi e svantaggi

La pratica della Comunione nella mano è molto più complessa di quella nlla bocca e pertanto ciò comporta rischi e svantaggi rispetto alla molto semplice Comunione in bocca.

Infatti nel primo caso il fedele si presenta in piedi e porge le due mani aperte sull’una sull’altra. Il sacerdote posa l’ostia nella mano aperta e il fedele la prende e se la mette in bocca. Ma non è finito: il fedele deve ingerirla davanti al celebrante per evitare casi in cui il fedele se ne va senza aver mostrato d’ingerirla, eventualmente, come purtroppo si può verificare, per usarla per pratiche superstiziose o comunque improprie.

L’ostia dev’essere posata sul palmo aperto della mano senza che la mano del sacerdote tocchi la mano del fedele. È questa una precauzione raccomandata in questo tempo di pandemia. Il palmo aperto offre ampio spazio alla collocazione dell’ostia senza che vi sia rischio che il sacerdote tocchi la mano del fedele o che che l’ostia cada a terra.

Il fedele deve pertanto evitare altri modi meno sicuri di prendere l’ostia, come per esempio tenere le mani accostate o prendersi l’ostia stringendola fra il pollice e l’indice e medio, perché sono metodi che non evitano del tutto il rischio che l’ostia possa cadere a terra.

Quanto alla Comunione in bocca, bisogna che il fedele apra la bocca facendo sporgere leggermente la lingua, in modo che il celebrante abbia tutto l’agio di porre l’ostia sulla lingua.  Solo così infatti le cose vanno lisce.

Capitano invece dei fedeli che si limitano a spalancare la bocca tenendo dentro la lingua, cosicchè le dita del ministro che stringono l’ostia sono costrette ad entrare nella bocca del fedele. Può succedere allora che le dita del ministro tocchino la lingua del fedele, con evidente rischio di contagio in questa pandemia in un duplice senso: primo, nel senso che le dita del sacerdote possono rimanere infette nel caso che il fedele sia positivo, e col conseguente rischio di trasmettere il virus ad altro fedele, che il ministro dovesse toccare con le dita. In un secondo senso il rischio del contagio potrebbe venire dal fatto che lo stesso ministro sia positivo o trasmettitore sano, così di contaminare il fedele.

Dunque, considerando l’attuale emergenza sanitaria, il vantaggio della Comunione nella mano rispetto a quella in bocca è dato dal fatto che essa ripara meglio dal contagio. Ma, in linea di principio, il vantaggio della Comunione in bocca è dato dal fatto che essa è più semplice e più facile soprattutto dalla parte del fedele.

Per il ministrante non c’è differenza. Può solo trovarsi in difficoltà quando capitano quei fedeli che non rispettano le regole né della Comunione in bocca né quelle della Comunione nella mano.

L’importante, comunque, è fare bene la Comunione e che il sacerdote dia esempio di somma stima e devozione per l’augustissimo Mistero dell’Eucaristia, educando con cura il popolo al suo culto e alla sua pratica; e sappia, riguardo alla distribuzione della Comunione, andare incontro alle legittime esigenze dei fedeli. Vale qui il detto aureo di Sant’Agostino: «in dubiis libertas, in necessariis unitas, in omnibus caritas».

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 14 agosto 2021                                                       

Come Gesù istituì l’Eucaristia? Spezzò una pagnotta in dodici pezzi, E poi che fece? Come ha fatto giungere i pezzi agli apostoli? Gli apostoli si sono serviti da soli a turno prelevando da un piatto nelle mani di Gesù, oppure da un piatto posto sulla tavola da Gesù? Oppure è passato Gesù stesso a distribuirli tenendo i pezzi su di un piatto? Li ha dati in bocca o nella mano? Gli apostoli Gli si sono avvicinati a turno? Si sono fatti imboccare o hanno preso il pezzo nella mano? Non lo sappiamo.

Sia nella Comunione nella bocca che in quella in mano il sacerdote deve avere un atteggiamento molto dignitoso, in modo che ad ogni fedele che si presenta egli mostri innanzitutto l’ostia pronunciando con calma e senza fretta le parole di rito: «il Corpo di Cristo», guardando l’ostia tenuta sollevata, cosicchè anche il fedele guardi l’ostia.

Dopodiché procede a dare la Comunione. Non deve fare come certi sacerdoti che sembrano il caporale che distribuisce le gallette ai soldati o come il nonno che distribuisce i regali di Natale ai nipotini, ma, con atteggiamento solenne ed ieratico, deve mostrare al fedele l’ostia affinchè, prima di mangiarla, faccia un atto di adorazione.


Immagini da internet:
- Capua: Sant'Angelo in Formis, affresco dell'Ultima Cena


[1] Sacrosanctum Concilium, n.55.

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