Dibattito sulla Santissima Trinità - Seconda Parte (2/2)

Dibattito sulla Santissima Trinità

Seconda Parte (2/2)

Un Lettore, mi ha inviato una serie di dotte considerazioni attorno al tema del mio articolo Le opere dello Spirito Santo. Si tratta di sentenze dei Padri e di alcuni Dottori Scolastici molto interessanti. Molto meno validi sono i pareri di certi teologi contemporanei.

Ho pensato di raccogliere qui in un unico articolo gli interventi di Bruno (ben 8!), a ciascuno dei quali faccio seguire la mia risposta.

Dopo la lettera con la quale Bruno ha iniziato la conversazione, che pubblico sotto, egli ha fatto un elenco di considerazioni tratte soprattutto dal libro di un teologo dell’Università Gregoriana, Padre Etienne Vetö.

Riporto gli interventi di Bruno: https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/le-opere-dello-spirito-santo-quinta.html

E a ciascun intervento di Bruno, segue la mia risposta articolata in più osservazioni.

5) «Una prima conferma viene, giustamente, dall’economia. La “spirazione” del Padre “sul” o “nel” Figlio si rispecchia nel Padre che invia lo Spirito su Cristo e lo ricolma al suo Battesimo. È anche attestato ogni qual volta che lo Spirito Santo ispira Gesù. Il Padre comunica la pienezza della sua santità, della sua potenza e della sua sapienza al Figlio incarnato poiché da tutta l’eternità egli comunica la pienezza del suo Respiro dalle profondità del suo essere. […]

Una seconda conferma viene dalla comprensione della nozione di “processione” della teologia trinitaria orientale […] Per l’Oriente, solo la terza persona è detta “procedente” (ekporeuèsthai), mentre il Figlio è generato. […] “La parola ‘processione’ non significa una semplice uscita di una persona da un’altra, come ad esempio nel caso della nascita; significa piuttosto una partenza da qualche parte verso un obiettivo definito […] Quando lo Spirito procede dal Padre, si avvia verso il figlio; il Figlio è l’obiettivo dove egli si ferma” (Dumitru Staniloae, Theology and the Church, traduzione di R. Barringer, St Vladimir’s Seminary Press, Crestwood (NY) 1980, 20 - 21).

Il Figlio è “nato”: egli semplicemente esce dal Padre. Lo Spirito, invece, esce verso un obiettivo, verso il Figlio. Ciò corrobora il fatto che il Padre non solo respira, ma che egli respira verso e nel Figlio. […] “Lo Spirito si posa su corpi materiali nell’economia poiché si poggia sul figlio nella Trinità” (Eugene F. Rogers, After the Spirit: A Constructive Pneumatology from Resources outside the Modern West, Eerdmans, Grand Rapids (Mi) 2005, 69). Come sappiamo, egli si posa sul corpo di Cristo all’Annunciazione e al Battesimo, sul corpo di Cristo, che è la Chiesa, a Pentecoste, e su tutte le dimensioni di questo corpo, cioè i battezzati e il pane e il vino dell’Eucaristia. […]

Una terza conferma viene dal secondo racconto della creazione dell’umanità, in Gen 2, 7 […] la si può interpretare non solo come un’immagine della creazione dell’uomo da parte di Dio ma anche come un’eco poetica della generazione dell’eterno archetipo dell’umanità, il Figlio (che si incarnerà), da parte del Padre: nello stesso modo in cui Dio modella Adamo e poi vi alita il proprio respiro, il Padre genera il figlio, lo “modella”, e co-eternamente immette in lui il suo Respiro.”

La seconda ipostasi divina, tuttavia, non è chiamata solo Figlio, ma anche Logos. La metafora del respiro può essere sorprendentemente adatta anche in questo caso. Parlare, pronunciare una parola, implica allo stesso tempo un’espirazione. […] Quando il Padre proferisce la sua Parola eterna, non espira ugualmente il suo Soffio con lo stesso movimento? […]

Nel Primo Testamento, la parola di Dio e il suo respiro agiscono insieme, come due forze che procedono dalla bocca di Dio: “Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera” (Sal 33, 6). Ciò è particolarmente vero per la creazione, come si vede nei primi versetti di Genesi […]

“Nella letteratura patristica […] per caratterizzare l’ipostasi dello Spirito Santo, si ricorreva al paragone della Seconda ipostasi con le labbra e della Terza con il respiro delle labbra; oppure quello della parola e dell’aria nel suono della parola. […] Questa unione diadica è indispensabile per l’attuazione stessa dell’auto-rivelazione; la parola non pronunciata non risuona, benché riversi il suo contenuto nell’idea; il suono, non contenente un’idea verbale, non è una parola, ma soltanto un movimento dell’aria” (Sergei N. Bulgakov, Il Paraclito, Edizioni Dehoniane, 1972, 286). […]».

Osservazioni.

1. «La “spirazione” del Padre “sul” o “nel” Figlio si rispecchia nel Padre che invia lo Spirito su Cristo e lo ricolma al suo Battesimo. È anche attestato ogni qual volta che lo Spirito Santo ispira Gesù. Il Padre comunica la pienezza della sua santità, della sua potenza e della sua sapienza al Figlio incarnato poiché da tutta l’eternità egli comunica la pienezza del suo Respiro dalle profondità del suo essere».

Occorre precisare che il Padre non spira lo Spirito sul Figlio, ma invia lo Spirito Santo con i suoi doni sull’umanità di Cristo. L’atto del Padre di spirare lo Spirito, la spiratio, è propriamente una processione divina intratrinitaria; non esce dalla Trinità, ma la costituisce nella sua essenza. Lo Spirito inviato dal Padre su Cristo compie invece un’opera ad extra.

2. La processione divina è un termine generico per indicare l’origine di una Persona da un’altra. Che questa Persona sia generata o sia spirata, si tratta sempre del procedere da un’origine.

3. «Il Figlio è “nato”: egli semplicemente esce dal Padre. Lo Spirito, invece, esce verso un obiettivo, verso il Figlio. Ciò corrobora il fatto che il Padre non solo respira, ma che egli respira verso e nel Figlio».

Bisogna distinguere ciò che è essenziale nella Trinità da ciò che è effetto creato della sua volontà, ossia il piano della salvezza. Se consideriamo la Trinità, si deve dire che non solo il Figlio, ma anche lo Spirito non agiscono verso l’uomo, ma agiscono solo all’interno della Trinità (pericoresi). Quanto all’opera del Figlio, Egli semplicemente esce dal Padre all’interno della Trinità (opus ad intra), ma viene nel mondo (opus ad extra) non in forza dell’essenza, ma della libera volontà della Trinità.

4. «La parola ‘processione’ non significa una semplice uscita di una persona da un’altra, come ad esempio nel caso della nascita; significa piuttosto una partenza da qualche parte verso un obiettivo definito».

No. La processione è un atto solo intradivino. Di per sé non richiede nessun atto ad extra. Non bisogna confondere la processione con la missione. La processione è necessaria, perché caratterizza l’essenza della Trinità. La missione è un effetto contingente, prodotto nel creato, della volontà della Trinità e coinvolge sia il Figlio che lo Spirito Santo.

5. «Lo Spirito si posa sul corpo di Cristo all’Annunciazione e al Battesimo, sul corpo di Cristo, che è la Chiesa, a Pentecoste, e su tutte le dimensioni di questo corpo, cioè i battezzati e il pane e il vino dell’Eucaristia».

No. Lo Spirito si posa su Gesù solo dopo che Egli è stato concepito. In precedenza lo Spirito ha svolto la funzione del seme maschile fecondando l’ovulo della Madonna o, come si esprime l’angelo, «coprendola con la sua ombra». Inoltre si può pensare che lo Spirito abbia agito nella creazione dell’anima dell’umanità di Cristo al momento della formazione dello zigote, come avviene normalmente in tutti noi. Certamente lo Spirito scende su Cristo al momento del Battesimo; scende sulla Chiesa a Pentecoste; scende su ogni battezzato e consacra i doni per la confezione dell’Eucaristia.

6. «Nello stesso modo in cui Dio modella Adamo e poi vi alita il proprio respiro, il Padre genera il figlio, lo “modella”, e co-eternamente immette in lui il suo Respiro».

Osservo che il Padre crea Adamo e genera il Figlio. Sono due atti del Padre, ma c’è una diversità infinita: nel primo fa sorgere l’essere finito dal nulla; nel secondo, il processo resta sul piano dell’essere divino; il Padre fa uscire da Sé il Figlio consostanziale al Padre. Inoltre l’alitazione divina sul corpo di Adamo non significa affatto il dono dello Spirito, ma semplicemente l’animazione del corpo da parte dell’anima spirituale. Perché l’umanità ricevesse il dono dello Spirito, è stata necessaria l’opera della Redenzione.

7. «Quando il Padre proferisce la sua Parola eterna, non espira ugualmente il suo Soffio con lo stesso movimento?».

No. Il primo movimento è generazione sotto forma di atto dell’intelletto; il secondo movimento è spirazione, che può essere ricondotta alla volontà, perchè il Padre spira l’Amore sussistente, che è lo Spirito Santo, anche se la spirazione non è libera ma necessaria, perchè entra nell’essenza di Dio Trino. Si potrebbe fare un paragone col funzionamento della nostra volontà: essa per natura tende necessariamente al bene in generale. In questo senso esiste in noi un amare necessario. Ma poi, in base al libero arbitrio, esercitiamo anche un amore libero col quale scegliamo un bene concreto, Dio o la creatura. Così si può dire che il Padre ama necessariamente lo Spirito spirandolo; ma lo ama anche liberante mandandolo nel mondo.

6) «Non deve essere inferiore al nostro logos il Logos di Dio, e sarebbe così se appunto si credesse che, mentre nel nostro si osserva un soffio (pneuma), il Logos di Dio fosse invece senza Spirito. […] C’è uno Spirito di Dio che si accompagna al Logos e manifesta la sua attività” (Gregorio di Nissa, Discorso catechetico, II, Edizioni San Clemente-Edizioni Studio domenicano, 2016, 173). Commentando Gregorio, Giovanni Damasceno scrive: “Quando pronunciamo una parola, questo movimento d’aria produce pure una voce che sola ci consente di cogliere il senso della parola”. In modo analogo, anche in Dio c’è un respiro, ossia lo Spirito “che accompagna la Parola e ne manifesta l’efficacia” (G. Damasceno, Expositio Fidei orthodoxae, I, 7, PG 94, 806). […]

La Parola e il Respiro sono inseparabili nell’economia poiché vengono fuori insieme dalla bocca del Padre nelle profondità della Trinità eterna. […] “Non c’è Parola senza un Respiro […] Non c’è Respiro senza una Parola” (Yves Congar, <>, in J.S. Martins (ed), Credo in Spiritum Sanctum, Libreria Editrice Vaticana, 1983, 25) […] “Il Padre proferisce il suo Verbo eterno nell’espirazione eterna del suo Spirito” (Jurgen Moltmann, Trinità e regno di Dio: la dottrina su Dio, Queriniana, 1983, 183) […]

Il Respiro non ha forma senza la Parola che trasmette: la sua azione si riferisce unicamente a quella del Padre e del Verbo. Nondimeno, il respiro è ciò che “porta” fuori il Logos e lo conduce al suo termine. […] Come si vede, il Respiro non è la Parola, ma è difficile distinguerlo da questa. […] L’atto con cui la terza persona procede è interiore all’atto con cui la seconda viene generata. Procediamo con la metafora del respiro. Se la si allarga interamente, anche la seconda ipostasi divina dovrebbe espirare. Il Respiro del Padre è ugualmente il respiro del Figlio, e un respiro vitale ha bisogno tanto di essere espirato quanto di essere inspirato. Ciò è concepibile nelle relazioni intra-trinitarie?

Una prima risposta è che il Figlio emette il Respiro al Padre, in una forma di risposta alla comunicazione vivificante del Respiro da parte del Padre. Una conferma economica […] è il momento in cui Gesù esala l’ultimo respiro sulla croce, specie nel Vangelo di Luca: <> (Lc 23, 46). […] Alcuni autori contemporanei affermano che c’è una forma di “risposta” del Figlio al Padre nell’eternità della vita divina. […]

La risposta del Figlio al possesso equiessenziale donato della divinità non può che essere un eterno rendimento di grazie (eucharistia) alla sorgente paterna, un rendimento così disinteressato e senza calcolo alcuno quale era la dedizione prima del Padre” (Hans Urs von Balthasar, Teodrammatica, IV: L’azione, Jaca Book, 1986, 301) […]

Nella Trinità immanente, “rendere grazie” non implica mere parole: allo stesso modo in cui il Padre comunica la pienezza del suo essere al Figlio, il Figlio restituisce il proprio essere. Questo restituire ringraziando è il modo in cui il Figlio coopera pienamente nella sua generazione lasciandosi generare, e come tale fa parte della generazione stessa (H.U. von Balthasar, Teodrammatica, V: L’ultimo atto, Jaca Book, 1986, 74 – 76). Ora, se la si comprende nel contesto di un respiro intra-trinitario, la “collaborazione” del Figlio è di re-spirare. La sua risposta è il ritorno del Respiro, che gli è stato comunicato dal Padre. La generazione del Figlio implica il dono dello Spirito, dal quale il Padre comunica la sua vita e il suo essere per generare un’altra ipostasi, ma essa implica anche la recezione e cooperazione del Figlio, che accade attraverso il dono dello “Spirito del Figlio” (cf. Gal 4, 6), re-spirato al Padre: offendo la sua propria vita e intimità, egli si abbandona pienamente all’azione del Padre. […] Quando Gesù esulta “nello Spirito Santo” (cf. Lc 10, 21), rendendo grazie, egli sta per così dire restituendo ciò che il Padre gli ha dato. […]».

Osservazioni

1. «Il Figlio emette il Respiro al Padre, in una forma di risposta alla comunicazione vivificante del Respiro da parte del Padre. Una conferma economica […] è il momento in cui Gesù esala l’ultimo respiro sulla croce, specie nel Vangelo di Luca: (Lc 23, 46)»

 

Nego assolutamente. Il Figlio non spira assolutamente lo Spirito sul Padre. Il Figlio spira lo Spirito come atto intratrinitario. Lo spirare trinitario non ha un obbiettivo, come sarebbe il soffiare dell’aria condizionata per scaldare la stanza. Lo spirare trinitario è fine a se stesso. Non bisogna lasciarsi ingannare dl significato materiale del soffiare. Lo spirare è atto che caratterizza la Persona divina nella sua essenziale relazione allo Spirito e basta. Non c’è da pensare a un termine della spirazione. È la missione dello Spirito che ha un termine nel mondo, non la spirazione. Questa resta all’interno della Trinità a formare l’essenza della Trinità. È vero che lo Spirito Santo soffia, ma non soffia necessariamente sul mondo, perché il mondo potrebbe anche non esistere e non per questo lo Spirito rinuncerebbe a soffiare, Egli soffia non perché è obbligato a soffiare sul mondo, ma perché la sua essenza è quella di soffiare, È come un calorifero sempre accesso anche in una stanza vuota.

2. «Il Padre comunica la sua vita e il suo essere per generare un’altra ipostasi, ma essa implica anche la recezione e cooperazione del Figlio, che accade attraverso il dono dello “Spirito del Figlio” (cf. Gal 4, 6), re-spirato al Padre: offendo la sua propria vita e intimità, egli si abbandona pienamente all’azione del Padre».

Osservo che il Figlio non spira affatto sul Padre né manda il suo Spirito al Padre. Ciò è del tutto estraneo al dogma trinitario. L’espressone «esalò lo spirito» (emisit spiritum), di Mt 27,50, vuol dire semplicemente che Gesù emise l’ultimo respiro, cioè spirò. E così effettivamente si esprime la traduzione della CEI.  Anche ammesso che si possa interpretare nel senso che Gesù mandò lo Spirito, non lo mandò certamente al Padre, Che non ne aveva bisogno, dato che è Lui ad essere il principio dello Spirito, ma semmai lo mandò ai discepoli perché avessero la forza di capire il senso della morte del Signore.

3. «C’è una forma di “risposta” del Figlio al Padre nell’eternità della vita divina». Secondo questa tesi il Figlio riceverebbe dal Padre lo Spirito e al momento della morte GlieLo restituisce. Ma il Padre, nella sua bontà, dona di nuovo lo Spirito a Gesù facendolo risorgere da morte, Sono costruzioni totalmente fantasiose e mitologiche e completamente al di fuori e contro del dogma trinitario, quindi da scartare totalmente. Cristo morendo rimette nelle mani del Padre non lo Spirito Santo, ma la sua anima («in manus tuas, Domine, commendo spiritum meum») e il Padre, facendo risorgere Gesù, non gli ridonato lo Spirito Santo, ma gli ridonato la vita fisica glorificandolo.

4, «La risposta del Figlio al possesso equiessenziale donato della divinità non può che essere un eterno rendimento di grazie (eucharistia) alla sorgente paterna, un rendimento così disinteressato e senza calcolo alcuno quale era la dedizione prima del Padre».

Osservo che il rapporto del Figlio al Padre non ha nulla a che vedere con un «rendimento di grazie», che è giustificato dall’aver ricevuto la grazia. Ma il Figlio non riceve nessuna grazia dal Padre. Quale grazia può ricevere un Dio come il Figlio? Gesù ringrazia il Padre come uomo, non come Figlio.

5. «La sua risposta è il ritorno del Respiro, che gli è stato comunicato dal Padre. La generazione del Figlio implica il dono dello Spirito, dal quale il Padre comunica la sua vita e il suo essere per generare un’altra ipostasi, ma essa implica anche la recezione e cooperazione del Figlio, che accade attraverso il dono dello “Spirito del Figlio” (cf. Gal 4, 6), re-spirato al Padre: offrendo la sua propria vita e intimità, egli si abbandona pienamente all’azione del Padre».

Osservo che il Padre dona a Cristo uomo lo Spirito Santo, non a Cristo Dio. Se lo Spirito procede dal Figlio, come fa il Figlio a ricevere lo Spirito? È assurdo.  Cristo offre se stesso al Padre come uomo, non come Figlio. Che cosa potrà mai offrire Dio Figlio a Dio Padre?  Invece è Gesù uomo che si offre al Padre sulla croce, nella potenza dello Spirito Santo per la remissione dei peccati, che è opera del Figlio e dello Spirito Santo, grazie alla misericordia onnipotente del Padre.

7) «Commentando il passo del Cantico “Mi baci con i baci della sua bocca” (Ct 1, 2), Bernardo di Chiaravalle spiega che […] nel caso di Dio, dove si vede il Padre “abbracciare” il Figlio, c’è un bacio tale: “Quella reciproca conoscenza, che allo stesso tempo è anche amore, tra colui che genera e colui che è generato, cosa è se non un bacio soavissimo, ma segretissimo? […] Se, giustamente, il Padre viene inteso come colui che bacia e il Figlio come colui che è baciato, non sarà certo fuori luogo interpretare lo Spirito Santo come bacio […] Dunque, il Padre, baciando il Figlio, riversa in lui, in pienezza i misteri della sua divinità […]” (Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico dei Cantici, vol. I, Sermone VIII, Fondazione di studi cistercensi, 2006). […]


Lo Spirito Santo è il bacio di Dio, il bacio in Dio. Nello stesso commento Bernardo di Chiaravalle estende il bacio di Dio alla relazione tra Cristo e i discepoli: quando il Signore Risorto soffia su di loro, egli effettivamente li “bacia”, “bocca a bocca”. […] poiché il Figlio emette lo Spirito profondamente nel Padre, egli può fare così anche in noi, e quindi essere presente nelle profondità del nostro essere. […]


L’Aquinate capisce che un bacio è anche uno scambio di respiro, quando commenta il passo: “Salutatevi a vicenda con il bacio santo” (2Cor 13, 12): “Qui bisogna osservare che il bacio è un segno di pace. Infatti attraverso la bocca con cui dà il bacio, l’uomo respira. E perciò, quando gli uomini si scambiano i baci, è un segno che essi uniscono il loro spirito per la pace” (Tommaso d’Aquino, Commento alla seconda Lettera ai Corinzi, XIII, lectio 3, n. 542)».

Osservazione

Il bacio come simbolo dello Spirito Santo, che è lo Spirito dell’Amore e della Pace non è male. Ma l’arrivare a parlare di bacio «bocca a bocca», che è il bacio sessuale è di cattivo gusto, giacchè nel rapporto Padre-Figlio il sesso non c’entra niente. Non c’è nulla di male del bacio sessuale in se stesso, ma ogni cosa deve stare al suo posto. Il bacio sessuale riguarda l’amore fra uomo e donna, non l’amore di Dio o Dio come Amore, che è purissimo spirito, appunto lo Spirito Santo.

Occorre dunque rappresentare lo spirituale con ciò che è spirituale, non con immagini sessuali, che vanno bene per esprimere l’amore spirituale fra uomo e donna. L’immagine dello Spirito è la volontà, con tutte le sue qualità, prestazioni, facoltà e perfezioni, non l’istinto sessuale. È vero che c’è un’analogia fra l’amore spirituale quello sessuale, entrambi creati da Dio e santificanti se compiuti nell’orizzonte dell’ordine morale. Ma questa analogia vale solo sul piano umano; non si può estendere al puro spirituale, allo spirituale divino, com’è lo Spirito Santo, spirito totalmente estraneo al sesso, a differenza della spiritualità umana, che invece è sessuata.

Da notare la prudenza di Tommaso nel parlare del simbolo del bacio: non accenna assolutamente al sesso, ma vi vede solo l’espressione dell’amore spirituale: il bacio come simbolo e segno della pace. E allora qui ci siamo e non sono evocate immagini che con lo Spirito Santo non c’entrano assolutamente niente.

Considerazioni conclusive sul metodo della teologia

Tiriamo alcune conclusioni da questa disamina. I gravi errori nei quali cade Vetö dipendono da due fattori: primo, un metodo teologico sbagliato, di carattere modernista e, secondo, da una concezione materialistica dello spirito. Bruno ha ragione nel rilevare questi difetti nelle tesi di Vetö, sia pur al di là di spunti giusti ed interessanti.

Metodo teologico sbagliato. La teologia non è poesia, ma è una scienza. Il suo metodo non è la creatività, ma la deduzione logica. Non si tratta di inventare, ma di capire. Il suo organo non è l’immaginazione o il sentimento, ma la ragione filosofica illuminata dalla fede, Il suo stile non è fare effetto sull’emotività della gente, ma dimostrare razionalmente, anche se la gente fa fatica a capire. Il suo scopo non è accontentare i gusti della maggioranza, ma dire la verità, anche se essa va contro questi gusti.

La cura del teologo non sta nell’esprimere brillantemente o fascinosamente la propria soggettività, ma in uno sforzo metodico, leale ed onesto di oggettività, anche se egli sa bene di non essere infallibile. Non tiene tanto ad essere geniale, quanto piuttosto ad vere un intelletto penetrante. Il teologo, nella sua produzione non prende come regola il proprio io, ma si adegua al dato oggettivo. Non va incontro alle basse voglie, ma alle alte aspirazioni. Non fa appello alla comodità, ma al sacrificio.

Non si sente nella facoltà, come fa il poeta, di plasmare una materia esterna a lui, data dalla sensibilità, in base a sue idee apriori, che egli possiede già nel suo io, ma al contrario, egli scopre nella realtà esterna non solo la materia dell’oggetto, ma anche la sua forma intellegibile ovvero l’essenza del reale e si adopera a rappresentarla il più fedelmente possibile nel concetto, nel giudizio e, insomma, nella sua scienza.

Non mira a suscitare meraviglia, stupore nel mostrarsi gradevole, originale e innovatore, ma a servire il prossimo nell’interpretazione della Parola di Dio, che, certo, dev’essere sempre meglio conosciuta, ma che è sostanzialmente sempre quella, perché va continuamente ripetuta e ricordata, anche se la sua dottrina ad alcuni può sembrare rigida, sorpassata, noiosa o antipatica. Suo intento non è tanto quello di apparire simpatico o empatico, quanto piuttosto di essere oggettivo, veridico, onesto nel ragionare, chiaro e limpido nel parlare, persuasivo e convincente nell’esortare, nel consigliare, nell’ammonire e nell’insegnare.

Il teologo nella sua produzione non interroga gli impulsi, i pregiudizi, i sentimenti, l’immaginazione e le ispirazioni creative che gli vengono dal proprio io, nella sua irripetibile originalità, come fa il poeta, ma si basa su di una buona filosofia e sulla conoscenza approfondita della Sacra Scrittura, della Tradizione, del Magistero della Chiesa, della buona teologia e dell’insegnamento dei Santi.

Stando così le cose, il teologo deve far uso di quei concetti e di quei termini che sono già fissati dal Magistero, dal Simbolo della Fede, dal dogma e dalla buona teologia raccomandata dalla Chiesa. Non gli è proibito, se ci riesce, elaborare concetti e termini nuovi, ma deve farlo esplicitando, interpretando, spiegando, approfondendo, chiarendo, adattando i già dati. Non deve sognare, come il poeta, ma dedurre, come lo scienziato e il filosofo.

Nell’argomento delicatissimo dell’azione dello Spirito Santo, il teologo più che mai deve basarsi sulla recezione esatta dei concetti e termini, che ha già a disposizione e che gli sono forniti dalla Chiesa, non dalla letteratura o dalla mitologia.

Termini per designare l’azione dello Spirito Santo sono i seguenti. Per gli atti ad intra: procedere, uscire, spirare, amare, unire. Per gli atti ad extra: soffiare, donare, mandare, effondere, discendere, infondere, ispirare, vivificare, purificare, illuminare, santificare, rinnovare, unire. Il termine «respirare» è del tutto estraneo.

Per quanto riguarda i contenuti, appare evidente che Vetö non si basa su di un retto concetto filosofico del puro spirito, qual è quello che ho esposto nel mio articolo, ma su di un concetto materialistico, per il quale egli non riesce a concepire uno spirito senza il corpo.

Da qui l’errore di legare tra di loro gli atti ad intra e gli atti ad extra confondendoli fra di loro, trascurando il fatto che i primi sono essenziali e necessari, i secondi sono liberi e contingenti. In altre parole: la creatura è contingente; non esiste per essenza come Dio; non è necessaria a costituire l’essenza di Dio, non si aggiunge e non consegue all’essenza di Dio, per aumentarla e completarla, perchè Dio, perfezione infinita, è già perfettissimo da Se stesso senza bisogno di unirsi alla creatura.

L’Incarnazione del Verbo non è un atto necessario ed obbligato di Dio o della Santissima Trinità, ma opera libera di solo amore e misericordia per l’uomo peccatore. Che dono sarebbe lo Spirito Santo e la grazia, dove andrebbe a finire la sua sovrana libertà se corrispondessero alla necessità che l’essenza divina sia completa?

È vero che Dio è Amore e che l’azione divina nel mondo s’identifica con la stessa essenza divina. È anche vero che in Dio la sua necessità s’identifica con la sua libertà, l’essere con l’agire. Ma la nozione della necessità è distinta dalla nozione della libertà. La nozione dell’essere è distinta dalla nozione dell’agire, per cui si deve dire che se in Dio questi opposti s’identificano realmente tra di loro in forza dell’assoluta semplicità ed unità dell’essenza divina, le nozioni restano distinte. Ed è da ciò che impariamo che Dio non ha creato per necessità di natura, ma per libera volontà; che il Padre non ci dona lo Spirito per necessità, ma per libera volontà e che Cristo non dona la grazia in forza della sua essenza, ma liberamente, gratuitamente e per misericordia.

Se valesse la necessità, come crede Hegel, non si potrebbe neanche più parlare di dono e di grazia, ma di consequenzialità logica, ed esso spiegata l’essenza di Dio, come egli dice, nell’autoaffermazione, nell’autonegazione e nell’autoricostituzione, dove il primo è il Padre, il secondo è il Figlio e il terzo è lo Spirito. Ed ecco spiegato come funziona la Trinità. Un gioco da bambini.

Ma allora ecco sorgere, visione fosca, sinistra ed orrenda, ispirata non certo dallo Spirito Santo, ma da uno spirito contrario – la «negazione» -, la gravissima conseguenza, diciamo pure ereticale, di non riuscire a concepire la Santissima Trinità se non in rapporto col mondo, rapporto che invece non fa assolutamente parte dell’essenza della Trinità, la quale avrebbe potuto benissimo esistere da sola senza la creazione del mondo. Non è Dio che abbia bisogno di noi, ma siamo noi che abbiamo bisogno di Lui. Egli si fa sì mendicante, ma per arricchirci della sua ricchezza.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 7 novembre 2021


Il Padre crea Adamo e genera il Figlio. 

Sono due atti del Padre, ma c’è una diversità infinita: nel primo fa sorgere l’essere finito dal nulla; nel secondo, il processo resta sul piano dell’essere divino; il Padre fa uscire da Sé il Figlio consostanziale al Padre. 

Inoltre l’alitazione divina sul corpo di Adamo non significa affatto il dono dello Spirito, ma semplicemente l’animazione del corpo da parte dell’anima spirituale. Perché l’umanità ricevesse il dono dello Spirito, è stata necessaria l’opera della Redenzione.

 

Osservo che il Figlio non spira affatto sul Padre né manda il suo Spirito al Padre. Ciò è del tutto estraneo al dogma trinitario.

L’espressone «esalò lo spirito» (emisit spiritum), di Mt 27,50, vuol dire semplicemente che Gesù emise l’ultimo respiro, cioè spirò. 

E così effettivamente si esprime la traduzione della CEI.


Anche ammesso che si possa interpretare nel senso che Gesù mandò lo Spirito, non lo mandò certamente al Padre, Che non ne aveva bisogno, dato che è Lui ad essere il principio dello Spirito, ma semmai lo mandò ai discepoli perché avessero la forza di capire il senso della morte del Signore.

 


Immagini da internet
- Creazione degli animali e Creazione di Adamo, di Paolo Uccello

19 commenti:

  1. Caro Padre Giovanni,
    nel confermarle la mia profonda stima e gratitudine per il valore delle sue osservazioni, ed anche per la passione che mette nel suo essere pastore-teologo al servizio della Chiesa, le pongo ancora qualche domanda.

    Nella prima parte di questo Dibattito sulla S.S. Trinità, commentando alcune affermazioni del Vetö, lei ha scritto:
    “8. Il Figlio non è affatto costituito dalla «comunicazione dello Spirito dal Padre al Figlio», ma è costituito per il semplice fatto che nasce dal Padre. Il Padre non comunica lo Spirito al Figlio, ma spira lo Spirito come Amore sussistente mediatore fra Padre e Figlio, Egli pure spiratore dello Spirito.
    9. «L’ispirazione del Respiro nel Figlio è parte della sua generazione». Falso. Il Padre genera il Figlio da Sé senza bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo.”
    D’accordo, non è corretto parlare di “aiuto” dello Spirito Santo al Padre nella generazione, e tuttavia mi sembra lecito chiedersi: quale ruolo assume, nella Trinità eterna, lo Spirito nella generazione del Figlio da parte del Padre?
    Non esiste il rischio di considerare le due processioni (la generazione e la spirazione) senza alcun punto di contatto tra loro, come se la relazione Padre-Figlio non fosse “caratterizzata” dallo Spirito Santo coeterno al Padre e al Figlio?

    Nel 1995 il Pontificio Consiglio per la Promozione della Unità dei Cristiani pubblicò una Chiarificazione della famosa questione del Filioque, intitolata “La processione dello Spirito Santo nelle tradizioni greca e latina” (http://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/documenti/altri-testi/1996-le-tradizioni-greca-e-latina-a-riguardo-della-processione-d.html) in cui si afferma:
    “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando (in greco proballein) per mezzo di Lui lo Spirito Santo, e il Figlio è generato dal Padre soltanto nella misura in cui la spirazione (in greco probolé) passa attraverso di lui. Il Padre è Padre del Figlio unigenito soltanto essendo per lui e per mezzo di lui l’origine dello Spirito Santo. [8] Lo Spirito non precede il Figlio, poiché il Figlio caratterizza come Padre il Padre dal quale lo Spirito trae la sua origine, ciò che costituisce l'ordine trinitario.[9]
    Ma la spirazione dello Spirito a partire dal Padre si fa per mezzo e attraverso (sono i due sensi di dia' in greco) la generazione del Figlio che essa caratterizza in modo trinitario.”

    Estrapolando queste due frasi: “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando per mezzo di Lui lo Spirito Santo” e “la spirazione dello Spirito a partire dal Padre si fa per mezzo e attraverso la generazione del Figlio”, possiamo dire che il Pontificio Consiglio sostenga una forte connessione tra le due processioni intra-divine.

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    1. Caro Bruno, rispondo al suo intervento. Lei chiede:
      1.
      «Quale ruolo assume, nella Trinità eterna, lo Spirito nella generazione del Figlio da parte del Padre? Non esiste il rischio di considerare le due processioni (la generazione e la spirazione) senza alcun punto di contatto tra loro, come se la relazione Padre-Figlio non fosse “caratterizzata” dallo Spirito Santo coeterno al Padre e al Figlio?».
      La relazione Padre-Figlio è sufficientemente caratterizzata dall’atto paterno del generare e dall’origine del Figlio dal Padre. Lo Spirito non ha alcuna parte nella generazione del Padre, perché la pretesa di darGli una parte verrebbe a confondere l’opera del Padre con quella dello Spirito. È del tutto sconveniente e direi ridicolo pensare che il Padre abbia bisogno di un aiuto da parte dello Spirito nel generare. Con tutto ciò è chiaro che se lo Spirito non ha alcuna parte nella generazione, la fede ci dice che ha una parte essenziale nella composizione della Trinità.
      Questo fatto indubbiamente non può non avere un rapporto con l’opera del Padre. Sotto questo punto di vista direi che il rapporto dello Spirito Santo con l’opera del Padre lo si può far consistere nel fatto che il Padre genera con amore, mentre il Figlio ricambia l’amore del Padre nei suoi confronti, tenendo presente che lo Spirito è il nesso d’Amore che lega Padre e Figlio.
      In secondo luogo, il Padre spira lo Spirito mentre genera il Figlio. Anche sotto questo punto di vista si può dire che genera con amore. Infine il fatto che il Figlio spiri lo Spirito si può considerare conseguenza del suo essere nato dal Padre. Il Padre spira lo Spirito per mezzo del Figlio, per cui si può dire che la generazione provoca la spirazione dello Spirito. Lo Spirito non integra l’opera della generazione, ma assiste ad essa e la rende piena di amore.

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    2. 2.
      “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando (in greco proballein) per mezzo di Lui lo Spirito Santo”.
      È giusto, ma occorre aggiungere che lo Spirito procede anche dal Figlio, come lo stesso San Giovanni Paolo II ha ricordato al Patriarca Bartolomeo nell’incontro in San Pietro il 29 giugno 1996.
      3.
      «Il Figlio è generato dal Padre soltanto nella misura in cui la spirazione (in greco probolé) passa attraverso di lui. Il Padre è Padre del Figlio unigenito soltanto essendo per lui e per mezzo di lui l’origine dello Spirito Santo. [8] Lo Spirito non precede il Figlio, poiché il Figlio caratterizza come Padre il Padre dal quale lo Spirito trae la sua origine, ciò che costituisce l'ordine trinitario».
      No. Il Padre non è affatto condizionato dallo Spirito nel generare, perché il generare definisce ed esaurisce tutta l’essenza de Padre. Il Padre è generazione per eccellenza, generazione assoluta, senz’alcun rapporto con ciò che non è Lui e senza condizionamenti provenienti dal di fuori. Lo Spirito Santo come tale nulla ha a che vedere con la generazione.
      4.
      «Lo Spirito non precede il Figlio, poiché il Figlio caratterizza come Padre il Padre dal quale lo Spirito trae la sua origine, ciò che costituisce l'ordine trinitario».
      Esatto. Non è il Figlio che procede dallo Spirito, ma è lo Spirito che procede dal Figlio, così come il sapere produce l’amare, il pensiero produce l’azione, l’intendere produce il volere, il vero produce il bene, il concetto produce l’affetto.

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    3. 5.
      «“È vero che non possiamo chiamare Dio “Padre dello Spirito”, ma possiamo chiamarlo “Padre nello Spirito”; è vero che non possiamo chiamare il Figlio “Figlio dello Spirito”, ma possiamo chiamarlo “Figlio nello Spirito”. La preposizione usata nella Scrittura per parlare dello Spirito Santo non è “da”, ma “in”; è “nello Spirito” che Cristo grida Abba sulla terra (cf. Lc 10, 21).

      Se ammettiamo che ciò che avviene nella storia è un riflesso di ciò che avviene nella Trinità, dobbiamo concludere che è “nello Spirito” che il Figlio pronuncia il suo Abba eterno nella generazione dal Padre. Il teologo ortodosso Olivier Clément ha anticipato questa conclusione dicendo che “Il Figlio nasce dal Padre nello Spirito”».
      Sono d’accordo.
      6.
      «Emerge da ciò tutto un modo nuovo di concepire i rapporti trinitari. Il Verbo e lo Spirito procedono simultaneamente dal Padre. Bisogna rinunciare a ogni idea di precedenza tra i due, non solo cronologica, ma anche logica. Come unica è la natura che costituisce le tre divine Persone, così unica è l’operazione che ha la sua sorgente nel Padre e che costituisce il Padre “Padre”, il Figlio “Figlio” e lo Spirito “Spirito”. Figlio e Spirito Santo non vanno visti uno dopo l’altro, o uno accanto all’altro, ma “uno nell’altro”. Generazione e processione non sono “due atti separati”, ma due aspetti, o due risultati, di un unico atto.”»
      Sono d’accordo che «Il Verbo e lo Spirito procedono simultaneamente dal Padre». Siccome però lo Spirito procede dal Figlio, è impossibile non usare lo schema della precedenza del Figlio nei confronti dello Spirito.
      7.
      «Unica è l’operazione che ha la sua sorgente nel Padre e che costituisce il Padre “Padre”, il Figlio “Figlio” e lo Spirito “Spirito”».
      Il Padre non è effetto di un’operazione del Padre su stesso. Il Padre non pone Se stesso. Il Padre è il Principio della Trinità e quindi come tale non è effetto di alcuna operazione. Egli opera soltanto, non è operato, come dice Gesù: «Il Padre mio opera sempre» (Gv 5,17).
      L’operazione con la quale il Padre fa procedere il Figlio, cioè la generazione, è distinta da quella con la quale fa procedere lo Spirito, cioè la spirazione. Se l’operazione fosse una sola, Figlio e Spirito non si distinguerebbero, perché essi si distinguono in base alla loro origine e al modo di procedere dal Padre. Questo è il motivo per il quale bisogna dire che lo Spirito procede anche dal Figlio, perché se avessero un’unica origine non Li si potrebbero distinguere fra di loro. Una sola è l’operazione delle Persone in quanto Dio, non in quanto Persone.

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    4. Mi scusi, Padre Giovanni, ma vorrei comprendere meglio un aspetto della sua risposta.
      Nel punto 1, lei ha scritto:
      “il Padre genera con amore, mentre il Figlio ricambia l’amore del Padre […]
      il Padre spira lo Spirito mentre genera il Figlio. Anche sotto questo punto di vista si può dire che genera con amore […]“.
      Dunque, possiamo dire che la generazione del Figlio da parte del Padre avviene con,
      nell’amore, ovvero nello Spirito Santo.
      All’inizio del punto 2, lei, dopo aver riportato la seguente affermazione del Pontificio Consiglio:
      “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando (in greco proballein) per mezzo di Lui lo Spirito Santo”,
      ha così commentato:

      “È giusto, ma occorre aggiungere che lo Spirito procede anche dal Figlio, come lo stesso San Giovanni Paolo II ha ricordato al Patriarca Bartolomeo nell’incontro in San Pietro il 29 giugno 1996”.
      Però la frase del Pontificio Consiglio non si limita ad affermare che il Padre genera il Figlio nell’Amore-Spirito, ma palesa una strettissima connessione tra le due processioni, poiché dice che la generazione avviene “soltanto spirando”.
      Se io implementassi la suddetta affermazione del Pontifico Consiglio con la sua precisazione, otterrei (mi corregga se sbaglio):
      “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando per mezzo di Lui lo Spirito Santo, il Quale procede anche dal Figlio, nell’unica spirazione”.
      Ma anche così corretta, la frase continua a significare che la generazione del Figlio può avvenire “soltanto spirando”, cioè che la generazione avviene nella spirazione.
      In altre parole, tra generazione e spirazione, pur restando due operazioni distinte l’una dall’altra, sussisterebbe una profonda vicinanza, di più… quasi una dipendenza funzionale, anzi una reciproca dipendenza funzionale, dal momento che lei ha anche scritto: “si può dire che la generazione provoca la spirazione dello Spirito.”
      E’ d’accordo?

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    5. Caro Bruno,
      riguardo al punto 1, direi che il Padre, in quanto Dio, certamente ama Se Stesso e ama il Figlio, in quanto Dio. Resta assodato che il Padre genera senza l’aiuto o il concorso dello Spirito Santo. Altro punto da tenere presente è che il Padre e il Figlio spirano lo Spirito Santo. Altra cosa da tenere presente è che lo Spirito Santo è il nesso tra il Padre e il Figlio.
      La conclusione sarebbe che lo Spirito Santo, come Amore, è presente nel momento eterno in cui il Padre genera il Figlio dall’eternità. In questo senso credo si possa parlare del fatto che il Padre genera il Figlio con Amore, cioè con lo Spirito Santo, e il Figlio nasce dal Padre con Amore.

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    6. Caro Bruno,
      la dichiarazione del Pontificio Consiglio, secondo la quale “Il Padre genera il Figlio soltanto spirando (in greco proballein) per mezzo di Lui lo Spirito Santo”, vuol dire, secondo me, una cosa abbastanza semplice ed evidente, cioè si riferisce al fatto che il Padre simultaneamente ed eternamente genera e spira, senza che tra queste due processioni ci sia alcuna subordinazione dell’una all’altra.
      In altre parole, il Consiglio si riferisce al fatto che la presenza dello Spirito Santo nella Trinità è necessaria. In questo senso il Consiglio usa l’avverbio “soltanto” per dire che il Padre non potrebbe generare senza spirare lo Spirito Santo per mezzo del Figlio.
      Tuttavia in questa formula manca la spirazione dello Spirito Santo da parte del Figlio.

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  2. Sul medesimo tema, il predicatore della Casa Pontificia, oggi cardinal Raniero Cantalamessa, nel 2015 (http://www.cantalamessa.org/?p=2853) si spinse sino a dire:

    “È vero che non possiamo chiamare Dio “Padre dello Spirito”, ma possiamo chiamarlo “Padre nello Spirito”; è vero che non possiamo chiamare il Figlio “Figlio dello Spirito”, ma possiamo chiamarlo “Figlio nello Spirito”. La preposizione usata nella Scrittura per parlare dello Spirito Santo non è “da”, ma “in”; è “nello Spirito” che Cristo grida Abba sulla terra (cf. Lc 10, 21).

    Se ammettiamo che ciò che avviene nella storia è un riflesso di ciò che avviene nella Trinità, dobbiamo concludere che è “nello Spirito” che il Figlio pronuncia il suo Abba eterno nella generazione dal Padre. Il teologo ortodosso Olivier Clément ha anticipato questa conclusione dicendo che “Il Figlio nasce dal Padre nello Spirito”.

    Emerge da ciò tutto un modo nuovo di concepire i rapporti trinitari. Il Verbo e lo Spirito procedono simultaneamente dal Padre. Bisogna rinunciare a ogni idea di precedenza tra i due, non solo cronologica, ma anche logica. Come unica è la natura che costituisce le tre divine Persone, così unica è l’operazione che ha la sua sorgente nel Padre e che costituisce il Padre “Padre”, il Figlio “Figlio” e lo Spirito “Spirito”. Figlio e Spirito Santo non vanno visti uno dopo l’altro, o uno accanto all’altro, ma ”uno nell’altro”.
    Generazione e processione non sono “due atti separati”, ma due aspetti, o due risultati, di un unico atto.”

    Mi sembra che anche Cantalamessa si sia spinto al di là del dogma, facendo confluire le due processioni in un unico atto… e tuttavia, le chiedo Padre Giovanni: è corretto affermare che il Padre genera il Figlio “nello Spirito Santo”?

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    1. 8.
      «Mi sembra che anche Cantalamessa si sia spinto al di là del dogma, facendo confluire le due processioni in un unico atto… e tuttavia, le chiedo Padre Giovanni: è corretto affermare che il Padre genera il Figlio “nello Spirito Santo”?»
      Infatti, come ho detto al n.6, ponendo un unico atto processuale, Cantalamessa confonde il Figlio con lo Spirito, il che non è poco. Quanto al generare nello Spirito Santo, credo che si possa dire non nel senso che il Padre abbia bisogno dello Spirito per generare, ma nel senso che ho detto al n.1, ossia che genera assistito dallo Spirito Santo, con amore e nell’amore. Non si può però dire «per amore», quasi che il Padre nel generare sia mosso da un fine esterno, perché il generare del Padre non è come il generare nostro, che è un generare per uno scopo, ossia in noi c’è una distinzione fra l’atto del generare e il suo scopo. Invece in Dio il Generare è l’essenza stessa del Padre: il Padre è un Generare sussistente, dove è impossibile distinguere il genitore dall’atto del generare, e quindi dare uno scopo esterno al generare. Il Padre all’interno della Trinità non ha uno scopo, che non sia Egli stesso, perché come Dio è fine a Se stesso. Egli persegue invece liberamente finalità di misericordia, di bontà e di giustizia nelle operazioni ad extra.

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  3. Caro Padre Giovanni,
    relativamente alla ferita aperta, in seno alla cristianità, in merito alla separazione tra fratelli cattolici e ortodossi, vorrei chiederle se, rispetto alla questione del Filioque, lei ritiene che siano stati forniti, da parte cattolica, in prospettiva ecumenica, tutti i possibili chiarimenti e precisazioni, in termini di definizioni teologiche, oppure se vi siano ancora margini di ulteriori approfondimenti, potenzialmente fruttuosi.

    Mi sembra che dal pontificato di Paolo VI in poi, siano stati compiuti notevoli sforzi da parte cattolica per addivenire a una composizione della divergenza, e negli ultimi anni abbiamo sovente letto dichiarazioni, anche da parte ortodossa, che si era ormai vicinissimi ad una formulazione condivisa di questo importantissimo articolo del Symbolum apostolorum ma, attualmente, dobbiamo forse registrare una battuta d’arresto nel processo di riavvicinamento tra le due Chiese.

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    1. Caro Bruno,
      in questa questione del Filioque bisogna distinguere due aspetti: un aspetto liturgico e un aspetto dogmatico.
      Per quanto riguarda la recita del Credo, San Giovanni Paolo II ha concesso in alcune circostanze di concelebrazioni di rito bizantino cattolico, con eventuale presenza di fratelli ortodossi, di recitare il Credo senza il Filioque. Infatti, gli articoli del Credo non sono tutti gli articoli di fede, ma sono solo i principali.
      Invece la questione dogmatica è molto più seria, perché il negare il Filioque è una eresia. Alcuni degli ortodossi accusano noi cattolici di essere eretici, perché recitiamo il Filioque.
      Per chiarire questa questione vediamo brevemente com’è il punto di vista degli ortodossi. Un loro merito è quello di essere molto aderenti ai testi biblici. Effettivamente da questi testi non emerge esplicitamente che lo Spirito proceda dal Figlio, ma solo che è mandato dal Figlio. Inoltre secondo loro per distinguere le Tre Persone non è necessario fare riferimento all’origine del Figlio e dello Spirito Santo.
      In base a quale criterio distinguono le Persone? In base al fatto che stando alla lettera dei testi biblici si ha l’impressione che ogni Persona abbia una volontà diversa dall’Altra. Ed inoltre essi considerano come proprietà delle Persone quelle che sono semplici appropriazioni. Faccio un esempio. Lo Spirito Santo appare come Spirito di verità. Sennonché questa non è una proprietà dello Spirito Santo, perché, come abbiamo visto con chiarezza, proprietà dello Spirito Santo è l’Amore.
      Ora, è vero che lo Spirito Santo pensa e conosce, ma pensa e conosce come Dio, non come Spirito Santo. In altre parole il pensare e il conoscere sono radicalmente attributi della Natura divina, che è Una sola per tutte e Tre le Persone. Per questo nella Trinità il Pensiero è proprietà del Figlio, che è il Verbo. Similmente è indubbio che il Figlio ama, ma ama come Dio, non come Figlio. Così pure è ovvio che sia il Figlio che lo Spirito Santo sono Essere sussistente, ma come Dio, non come Figlio e Spirito Santo. Invece l’Essere sussistente è la proprietà del Padre, come Dio e come Persona. Però quando Gesù dice “Io Sono”, è chiaro che fa riferimento alla sua divinità, altrimenti Gesù confonderebbe Se Stesso col Padre, cosa impensabile.
      Stando così le cose, il criterio usato dagli ortodossi per distinguere le Persone, basato sulle appropriazioni e non sulle proprietà, non è sufficiente, perché le appropriazioni non distinguono le Persone, ma sono sempre le stesse in tutte e Tre, perché sono attributi della Natura divina, che è la medesima per tutte e Tre le Persone divine. Quindi le espressioni bibliche, che danno l’impressione che le Persone si distinguono in base alle appropriazioni, devono essere riferite alla Natura divina e non alla proprietà delle Persone.
      Per quanto riguarda il punto particolare dell’Incarnazione, è possibile distinguere Gesù Cristo dalle altre due Persone anche in base alla volontà. Ma allora non si tratta della volontà divina, che è la stessa in tutte e Tre le Persone, ma si tratta della sua volontà umana. Sotto questo punto di vista si può dire simultaneamente che Gesù ha la stessa volontà del Padre, come Dio, e ha una volontà differente, come uomo.

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  4. Preghiera di Sant’Elisabetta della Trinità

    Mio Dio, Trinità che adoro,
    aiutami a dimenticarmi completamente, per fissarmi in te,
    immobile e tranquilla
    come se la mia anima fosse già nell’eternità.
    Nulla possa turbare la mia pace
    né allontanarmi da te, o mio eterno Bene;
    ma che ogni istante mi immerga
    sempre più nella profondità del tuo mistero.
    Riconcilia l’anima mia, rendila tuo cielo,
    tua dimora prediletta e luogo del tuo riposo.
    Fa che non ti abbandoni mai, ma ti sia sempre presente,
    con fede intensa, immersa nell’adorazione,
    spiritualmente abbandonata alla tua azione creatrice.
    Gesù, mio diletto, crocifisso per amore,
    vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti sino a morire,
    ma sperimento la mia impotenza
    e ti chiedo di rivestirmi di te,
    di assimilare la mia anima ad ogni tua eccelsa volontà,
    di sopraffarmi, di conquistarmi, di sostituirti a me,
    affinché la mia vita sia un riflesso della tua vita.
    Vieni in me tu che sei l’Adoratore,
    il Riparatore, il Salvatore.
    Verbo eterno, Parola del mio Dio, Cristo Signore,
    voglio vivere sempre in tuo ascolto;
    nell’oscurità dello spirito e nei momenti di deserto
    voglio fissarti senza sosta
    e voglio essere illuminato dalla tua infinita luce.
    O mio astro diletto, che tu mi possa attrarre
    perdutamente così da mirare sempre la tua luce divina.
    Fuoco ardente, Spirito di amore, vieni in me
    rendendo la mia anima un’incarnazione del Verbo.
    E tu, o Padre, chinati sulla tua povera, piccola creatura,
    coprila con la tua ombra!
    O miei “Tre”, mio Tutto,
    mia beatitudine, solitudine infinita,
    immensità in cui mi perdo,
    io mi abbandono a te.
    Seppellisciti in me perché io mi seppellisca in te,
    nell’attesa di poter contemplare
    nella tua luce l’abisso della tua grandezza.

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    1. Caro Bruno,
      non conoscevo questa bellissima preghiera. Sapevo solo che Santa Elisabetta è rimasta famosa per la sua spiritualità trinitaria.

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  5. Se la filosofia può essere ancella della teologia, come si pone quest’ultima nei riguardi della mistica?

    Se il teologo non può esimersi dal vagliare criticamente, per quanto gli compete, anche la più toccante, profonda, estatica confessione del santo mistico, nel tentativo di espungere, dal contatto col divino manifestatosi nella coscienza di questo, quanto vi possa essere di spurio, di umana, soggettiva e indebita aggiunta… parimenti non si può certo chiedere al mistico di “controllarsi”, di riflettere filosoficamente… prima di esporre, con tutta la sua sincerità e con tutte le parole che si sente di profferire, quanto ha avuto il dono di sperimentare nella propria interiorità.

    Ma se le cose stanno così, allora teologia e mistica, sono come due sorelle che pur amandosi e camminando verso la medesima Meta, sono destinate a non comprendersi mai del tutto, a non esser mai in perfetta simbiosi?

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    1. Caro Bruno,
      rispondo per partes.
      1)
      Alla prima domanda direi così: la filosofia, come sapere razionale, è alla base di tutti gli altri gradi del sapere, fino al più elevato, che è la mistica. Però il filosofo, per poter capire il mistico, dev’essere anche teologo e teologo cristiano. Ma ciò non basta ancora, perché la mistica è un sapere superiore alla teologia, in quanto la mistica è una pregustazione della visione beatifica, che è effetto del dono della sapienza, uno dei sette doni dello Spirito Santo, come insegna San Tommaso e come insegna la Chiesa.
      La teologia rimane al di sotto, perché, benché fornisca alla mistica la base di conoscenza dogmatica, il giudizio del teologo è esclusivamente fondato sulla attività intellettuale. Invece nel giudizio che nasce dall’esperienza mistica c’è anche l’effetto dell’intervento della carità, virtù teologale mossa dallo Spirito Santo.
      In altre parole, nella mistica non si tratta di giudicare semplicemente in base all’intelletto, ma occorre che l’intelletto sia rafforzato dall’amore. Questo succede anche sul piano umano: se noi ci sforziamo di capire una persona con amore, fosse anche un nostro nemico, conosciamo meglio questa persona che se esercitassimo solamente l’intelletto.

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    2. 2)
      Tu ti chiedi poi: il teologo può giudicare il mistico? In un certo sì e in un certo senso no. Può giudicarlo nel senso che può verificare se la sua esperienza è basata sulla verità dogmatica. Invece non lo può giudicare, ma deve fidarsi della sua testimonianza, senza avere la possibilità di ripetere in lui la stessa esperienza del mistico.
      Qui abbiamo un’ulteriore conferma della superiorità della esperienza mistica sulla teologia.
      La differenza tra la teologia e la mistica appare evidente dal fatto che la forza intellettuale necessaria per pronunciare un giudizio teologico la possiede anche il demonio. Invece il giudizio sapienziale proprio del mistico il demonio non è capace di pronunciarlo, perché gli manca la carità, la quale, come ho detto, è un ingrediente necessario della conoscenza mistica.

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    3. 3)
      Il mistico può non comprendere il teologo? Anche qui dobbiamo dire: sì e no. Il mistico comprende meglio, mediante l’amore, la dottrina teologica di quanto il teologo non la capisca, usando il solo intelletto. D’altra parte il mistico, se manca di preparazione teologica o non ha titoli di studio in campo teologico, è chiaro che in questo senso non riesce a capire pienamente che cosa dice il teologo.
      È come se, per esempio, io so che un cinese mi sta parlando di Dio. Io non capisco che cosa dice, perché non conosco il cinese, però è possibile che io conosca Dio meglio di lui.

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  6. Caro Padre Giovanni,
    ecco un caso che sembra venire a proposito, per esemplificare quanto stiamo dicendo.

    San Giovanni della Croce, nel suo “Cantico spirituale”, commentando la strofe XXXIX, scrive:
    “[…] la medesima spirazione di amore che il Padre spira nel Figlio e il Figlio nel Padre, che è lo stesso Spirito Santo […]”.

    In queste parole sembra riproporsi una “direzione” della spirazione intratrinitaria: dal Padre verso il Figlio e viceversa, che è uno dei principali difetti che abbiamo attribuito alla riflessione teologica di Padre Vetö.

    Ma allora il teologo, che si trovi a commentare la suddetta frase del grande mistico nonché dottore della Chiesa, non potrà esimersi dall’ingrato compito di criticarla, per restare fedele alla vera teologia dogmatica, con le stesse parole usate per Vetö:
    “Occorre precisare che il Padre non spira lo Spirito sul Figlio […] Il Figlio non spira assolutamente lo Spirito sul Padre. Il Figlio spira lo Spirito come atto intratrinitario. Lo spirare trinitario non ha un obbiettivo […]”
    E il teologo dovrà allora precisare che le parole di san Giovanni della Croce devono esser lette solo come un’immagine poetica dello Spirito di Amore, che unisce il Padre e il Figlio, e da entrambi è spirato?

    Non è questo un caso in cui mistica e teologia dogmatica non possono essere in piena sintonia?

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    1. Caro Bruno,
      diverso è dire “il Padre spira nel Figlio” e dire “il Padre sul Figlio”.
      La prima espressione è giusta, perché esprime la pericoresi, ossia che il Padre è nel Figlio. Invece dire che il Padre spira lo Spirito Santo sul Figlio, è sbagliato, perché la spirazione dello Spirito non si dirige verso un termine esterno allo Spirito, ma rimane all’interno della Santissima Trinità.
      Certamente si può paragonare il soffio dello Spirito al vento, che spira nel cuore dell’uomo santificandolo. Ma è chiaro che questa opera dello Spirito è un opus ad extra.

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