Il dogma del paradiso terrestre (Prima Parte - 1/4)

 Il dogma del paradiso terrestre

Un tema poco trattato

Il racconto genesiaco della creazione del mondo e dell’uomo ci istruisce su quello che Dio ha fatto dall’inizio della sua opera creatrice e sul comportamento originario dell’uomo nei confronti di Dio. Ci informa altresì circa una ribellione primordiale dell’uomo – il peccato originale -, alla quale Dio ha risposto col preavvisato castigo, ma nel contempo, impietositosi della miseria nella quale l’uomo era precipitato, promettendo la sua misericordia perdonante e salvifica, che si sarebbe rivelata al momento giusto con l’invio del Figlio a dare la sua vita per la remissione dei peccati e l’acquisto della vita eterna.

Occorre tener presente che l’ambiente fisico dei nostri progenitori, che l’agiografo chiama «giardino di Eden» appartiene ad un livello fisico trascendente, che sfugge alla nostra scienza fallibile perché, corrotta dal peccato e quindi sproporzionata a comprendere la natura del suddetto ambiente incontaminato dal peccato. Similmente l’occhio umano mortale non era proporzionato a riconoscere il Signore risorto. Fu necessaria una speciale condiscendenza del Signore perchè ciò potesse avvenire.

Valendoci dei risultati della scienza moderna proviamo a rileggere il racconto della creazione e della caduta dell’uomo nel suo ambiente originario per vedere meglio che cosa può essere successo. L’autore sacro, che ha messo per scritto antichissime tradizioni probabilmente nel 2000-1700 a.C., da una parte mostra una sapienza metafisica e teologica sublime nel narrarci quello che sostanzialmente Dio ha fatto e la risposta ingrata e sciagurata dell’uomo. Ma lo fa con gli strumenti espressivi primitivi, arretrati e per noi oggi estremamente ingenui, dei quali egli si è servito.

Quello che dunque caratterizza il famosissimo racconto della creazione dell’uomo sono sostanzialmente due dati contenutistici posti ad un’abissale distanza formale l’uno dall’altro: da una parte una visione del mondo fisico, che a noi appare enormemente ingenua ed arretrata, dopo l’aumento vertiginoso delle scoperte scientifiche dell’età moderna; e dall’altra un’intuizione sorprendentemente profonda delle origini e della natura dell’universo, della creazione degli angeli e dell’uomo, nonché della loro natura, del loro rapporto con Dio e del loro destino, ciò che per il credente è testimonianza che l’autore misterioso di questi testi antichissimi sia il latore di una divina rivelazione.

La cosa interessante al riguardo è che mentre le conoscenze fisiche nel corso di questi millenni sono andate soggette ad un immenso progresso, le intuizioni cosmologiche, antropologiche, morali e teologiche dell’autore sacro sono restate sostanzialmente le stesse o soggette a un ben limitato progresso rispetto a quello della scienza fisica.

Scienza moderna e concezioni antiche

Le scoperte della scienza e le ipotesi interpellano certamente il biblista e pongono problemi che nel passato non esistevano. Nel corso dell’età moderna si è infatti scoperto che l’universo è infinitamente più grande ed immensamente più antico di quanto si pensava nell’Antichità. L’universo, infatti, sembra essere sorto circa 14 miliardi di anni fa, la terra, con la nostra galassia, quattro miliardi, la vita sulla terra, 250 milioni di anni fa e l’uomo circa 300.000 anni fa[1].

La scienza oggi ritiene, come si sa, che l’universo sia in espansione, sorto e sviluppatosi da un nucleo iniziale di materia concentratissima e carica di immensa energia, la quale sarebbe improvvisamente esplosa per irraggiarsi a velocità incalcolabile in tutte le direzioni, quello che, come sappiamo, viene chiamato «big bang». Ciò non contraddice per nulla alla dottrina creazionistica insegnata dalla Bibbia.

Quello che inoltre la scienza ha chiarito è anche il fatto sorprendente, segno della divina Provvidenza, che il clima della terra è perfettamente adatto alla vita umana, quando nell’universo esistono temperature fredde o calde nei corpi celesti, che basterebbe un loro infinitesimale influsso su di noi, che saremmo immediatamente tutti distrutti.

Inoltre la scienza ha scoperto che l’energia dell’universo, dopo aver raggiunto un apice, è in continuo inarrestabile degrado, sicché giungerà un momento nel quale essa sarà totalmente esaurita. Ciò presenta una coincidenza con la dottrina cristiana della fine del mondo.

Ma oggi sappiamo anche che il mondo potrebbe essere distrutto da una guerra nucleare, ed anche qui troviamo una sorprendente coincidenza con la previsione di San Pietro degli «elementi che, consumati dal calore, si dissolveranno» (II Pt 3,10), quando ovviamente l’Apostolo nulla sapeva delle conseguenze delle esplosioni e delle armi atomiche.

E ciò del resto coincide con l’avviso di Cristo della sua Venuta finale, che può accadere da un momento all’altro. Nulla infatti ci garantisce che l’umanità, che dispone, come è ben noto, di armi tali da poter autodistruggersi, non possa improvvisamente apparire così stolta da perire in un conflitto atomico da essa stessa scatenato.

Spesso, d’altra parte, per quanto riguarda la paleoantropologia, si hanno dubbi che i reperti siano veramente di uomo o non piuttosto di scimmia. Molto rari sono i reperti, i quali, mostrando attorno a sé o manufatti o simboli o avanzi di tomba, danno la certezza della loro appartenenza all’uomo. Spesso vengono trovati dei semplici frammenti, dai quali è assai problematico ricavare se si tratta di uomo o di scimmia.

Ci chiediamo inoltre che senso possa avere un universo così sterminato con corpi celesti distanziati in modo incalcolabile, irraggiungibili, oltre che distruttivi dell’uomo, carichi di energie di inimmaginabile potenza, ma che noi non possiamo assolutamente sfruttare. Nel contempo però vengono scoperti certi pianeti che almeno in linea di principio offrono possibilità di essere abitati. Ci chiediamo inoltre che senso possa avere avuto la lunghissima storia degli animali preistorici decine di milioni di anni fa e che cosa vuol dire l’evoluzione della scimmia verso forme umanoidi, fino alla soglia della comparsa della specie umana.

Probabilmente questi fenomeni vogliono significare che Dio ha voluto preparare l’uomo con una evoluzione ascendente partendo dalle forme più elementari della vita fino a salire a quelle forme scimmiesche ed antropoidi[2], le quali hanno preparato immediatamente la creazione dell’uomo. Sotto questo punto di vista si può approvare la teoria teilhardiana[3] dell’evoluzione dell’uomo, che in tal senso si può collegare con la stessa narrazione biblica dei Sei Giorni. 

Di tutto ciò l’autore sacro è assolutamente ignaro. Nell’antichità cristiana si pensava che il mondo fosse stato creato 6000 anni prima di Cristo. Si credeva che le specie viventi, piante ed animali, fossero le stesse che Dio aveva creato all’inizio. Il cielo stellato era concepito come la volta di un’enorme cupola nella quale le stelle erano fissate come sono fissate nelle cupole delle nostre chiese le decorazioni che le abbelliscono.

Il cielo appariva certamente vasto e maestoso, ma tutto sommato a misura d’uomo, guida per i naviganti, uno spettacolo meraviglioso da contemplare, simbolo di qualità divine, luminosità, stabilità, ordine, armonia, infinità, bellezza, dette appunto «celesti». Ancora San Tommaso d’Aquino nel sec. XIII prendeva alla lettera il racconto dei sei giorni della creazione. 

L’autore sacro non ci dice che rapporto avevano Adamo ed Eva col cielo sidereo, ma c’è da pensare che nell’Eden ne potessero essere i dominatori. Tuttavia è probabile che l’agiografo, a causa delle arretratissime cognizioni astronomiche del suo tempo, avesse una sovrastima del cielo siderale, conformante all’idea che ne avevano gli Antichi, idea ancora presente in  S.Tommaso d’Aquino, il quale credeva che il cielo fosse diviso in due spazi, uno sotto la luna e uno al di sopra.

Nel cielo sublunare, che raggiunge la nostra terra, ogni corpo vivente o non vivente è corruttibile, in quanto, secondo l’ilemorfismo aristotelico, la sua materia può perdere la sua forma sostanziale, sostituita da un’altra. Viceversa i corpi astrali contenuti nel cielo sopralunare o «empireo» - l’iperuranio di Platone – possedevano una materia così perfetta, che non poteva perdere la sua forma, sicchè erano considerati incorruttibili. È interessante, poi, come S.Tommaso, credente nella resurrezione finale, applica questa teoria ai corpi risorti, mentre gli Antichi pagani non avevano la minima idea della resurrezione del corpo umano dopo la morte.

Oggi invece, davanti a questi spazi infiniti e tenebre impenetrabili, e a queste dimensioni gigantesche proviamo sì interesse e ammirazione, ma anche sgomento e paura. Sono segni sì, certo, di una natura meravigliosa, ma anche spaventosa. Una natura corrotta dal peccato originale. L’autore sacro non conosceva neppure la sfericità della terra, ma

«se la immaginava come un immenso disco piatto, la cui rotondità era limitata dall’orizzonte, che, a sua volta era saldamente ancorato al mare universale (Sal 24,2; 136, 6; I Cr 16,30; Giob 38,4). Le colonne o fondamento della terra servivano da sostegno (Sal 75,4; Giob 9,6; Ez38,12). Ma si ignorava la loro base. La Palestina o Gerusalemme, indistintamente (Ez 38, 12; 5,5), erano l’unico elemento immobile nell’inquieto agitarsi di tutto il disco terrestre (Eccle 1,4). Le fonti scaturiscono dalle acque dell’abisso (Gen 7,11;8,2), situato sotto il grande disco terrestre (Gen 49,25; Es 20,4; Dt 33,13), e alimentano i fiumi della terra fino a che riversino la loro abbondanza nel mare (Eccle 1,7). E giù in fondo, sotto il mare universale, i Giudei situavano il luogo dei defunti, il regno dei morti (sceòl[4].

L’acqua nella cosmologia biblica assume un aspetto diverso dall’acqua della ritualità religiosa e dell’alimentazione. Nel primo caso, l’autore sacro non ha problemi a riconoscerla creata da Dio insieme col mare. Essa avvolge la terra, con le acque sotterranee che abbiamo visto e le acque che sono al di sopra della volta celeste, responsabili delle piogge per mezzo delle nubi. Certamente nell’Eden le acque non erano altro che benefiche e al servizio dell’uomo.

Tuttavia, l’antica mentalità ebraica riflessa nell’autore sacro, nutre una specie di ripugnanza nei confronti di quelle che chiama le «grandi acque»[5], che compaiono già nel c.1 del Genesi: le acque sono poste accanto alle «tenebre dell’abisso», anche se lo Spirito del Signore «aleggia» su di esse, per significare che le domina. Nell’opera ordinatrice dell’universo Dio dice: «le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo ed appaia l’asciutto. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare» (Gen 1, 9-10).

Tuttavia l’antico Ebreo mantiene la suddetta ripugnanza e quasi paura del mare. L’Ebreo non è mai stato un navigatore come lo furono per esempio i Vichinghi o lo sono gli Inglesi. Non ha avuto mai timore di espandersi nel mondo, ma sempre per via di terra. Questa ritrosia nei confronti del mare percorre tutta la Bibbia e ricompare addirittura nell’Apocalisse: Giovanni prevede alla resurrezione finale «un nuovo cielo e una nuova terra, ma il mare non c’è più» (Ap 21,1), come a dire: oh, finalmente ci siamo liberati! È una cosa piuttosto strana, che non va certo considerata come Parola di Dio, ma che denota, come ogni tanto succede nel testo biblico, i limiti della mentalità umana dell’agiografo. Forse in questa ritrosia per il mare ha giocato la presenza desolante del mar Morto.

Oggi conosciamo la terra in modo immensamente più progredito e dettagliato di quanto non la si potesse conoscere ai tempi dell’autore sacro. La conosciamo sì nella sua bellezza e vantaggiosità per l’uomo, ma anche nella sua banalità per non dire squallore. Egli invece può permettersi di immaginare l’Eden come fosse un luogo splendido di questa terra, sul modello delle agenzie turistiche, che parlano appunto del «paradiso» delle Hawaii o delle Baleari. Così

«un fiume usciva per irrigare il giardino, poi da lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’onice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate» (Gen 2, 10-14).                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

La paleontologia, come sappiamo bene, ha dimostrato un’evoluzione nel passato da specie più antiche di scimmie assai diverse dall’uomo fino ad altre specie più recenti dall’aspetto quasi umano, tanto da essere state chiamate «ominidi» o «antropoidi»[6]. Dopo queste specie, secondo i reperti fossili, ecco apparire l’uomo peraltro con aspetto scimmiesco, tanto che in certi casi è difficile sapere se si tratta di una scimmia o di un uomo, essendo peraltro impossibile l’esistenza di una specie intermedia fra la scimmia e l’uomo.

Il motivo di ciò è dato dal fatto che l’uomo è animato da una forma spirituale semplice, che non può essere il risultato di un’evoluzione precedente, ma che non può essere creata altro che immediatamente da Dio. Ciò implica che non può esistere un’anima intermedia fra quella dell’uomo e quella della scimmia.

Le nostre conoscenze sulla storia della terra e sulle origini dell’universo e dell’uomo sono aumentate a dismisura in questi ultimi secoli, ed è urgente una reinterpretazione del dato biblico, che rispettando il dato di fede, come ci aiuta a fare il Magistero della Chiesa, ci faccia comprendere meglio, più a fondo e con maggior esattezza quanto la Scrittura ci rivela su queste importanti materie.

 Fine Prima Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 28 novembre 2020

 

 

Ci chiediamo inoltre che senso possa avere un universo così sterminato con corpi celesti distanziati in modo incalcolabile, irraggiungibili, oltre che distruttivi dell’uomo, carichi di energie di inimmaginabile potenza, ma che noi non possiamo assolutamente sfruttare. Nel contempo però vengono scoperti certi pianeti che almeno in linea di principio offrono possibilità di essere abitati.


Immagini da internet


[1] Cf Vittorio Marcozzi, L’uomo nello spazio e nel tempo, Casa Editrice Ambrosiana, Milano 1953.

[2] Cf Vittorio Marcozzi, op.cit.

[3] Cf Enrici Rizzo, La problematica di Teilhard de Chardin, Patron Editore, Bologna 1965; Pierre Smulders, La visione di Teilhard de Chardin, Borla Editore, Torino 1965; Claude Cuénot, L’evoluzione di Teilhard de Chardin, Editore Feltrinelli, Milano 1962.

[4] Voce TERRA nell’Enciclopedia della Bibbia, op.cit., vol.VI.

[5] Cf Ez 1,24; 26,19; 43,2; II Sam 22,17; Sal 18,17; Sal 32,6; Sal 124,4; Ct 8,7; Is 43,2; Ger 10,13; 51, 55; Ap 1,15; 14,2; 19,6.

[6] Critca del darwinismo in difesa del creazionismo: Enrico De Mattei, Evoluzionismo. Il tramonto di una ipotesi, Editore Cantagalli, Siena 2009; quanto alla conciliazione tra evoluzionismo e fede, vedi: Fiorenzo Facchini, Origini dell'uomo ed evoluzione culturale. Profili scientifici, filosofici, religiosi, Milano, Jaca Book, 2002; Le origini dell'uomo e l'evoluzione culturale, Milano, Jaca Book, 2006; L'avventura dell'uomo, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2006. L’Autore pone l’origine dell’uomo addirittura due milioni di anni fa. Mi sembra troppo. È vero che lo Spirito Santo fà si che la tradizione della divina rivelazione venga mantenuta integra. Solo che per dimostrare che i reperti sono umani, occorre che siano accompagnati da manufatti. E in che modo il ricordo orale o scritto dell’esperienza edenica potrebbe essersi conservato nei discendenti di Adamo ed Eva? Dove sono i documenti? Quali manufatti o messaggi scritti possono conservarsi per due milioni di anni, considerando i mezzi tecnici primitivi e corruttibili di una supposta umanità così antica? Mons. Facchini costruisce su dati che possono sì essere antichi di due milioni di anni, ma che non offrono garanzie sicure di essere autentici prodotti dell’uomo.

1 commento:

  1. Molto suggestivo ed aggiornato alla nostra mentalità. Continuo a leggere il resto....

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