Luigino alle prese con l’idolatria

Luigino alle prese con l’idolatria

Con nostri peccati facciamo soffrire anche i pesci

Su Avvenire del 2 gennaio scorso è apparso un articolo di Luigino Bruni dal titolo L’essenziale arte del levare, dove a tutta prima non è chiaro che cosa sia questo «levare», ma appare chiaro nel corso dell’articolo dove Luigino parla della «vita spirituale dell’uomo religioso», il quale, affinchè «lo spirito possa soffiare leggero» senza trovare inciampi, deve «esercitare ogni giorno l’arte del levare», ossia deve saper rinunciare o togliere gli ostacoli alla libertà dello spirito: ecco i voti religiosi.

Luigino commenta il brano di Osea 4,1-6, nel quale Dio muove causa al suo popolo e in particolare ai sacerdoti con la seguente accusa: «non c’è sincerità né amore del prossimo, né conoscenza di Dio nel paese» (v.1). Questa malvagità reca danni perfino alla natura: agli animali della terra, agli uccelli e perfino ai «pesci del mare» (v.3). Il popolo «perisce per mancanza di conoscenza» (v.6) perché i sacerdoti trascurano di istruire il popolo nella scienza di Dio, vera sorgente della legge morale e dell’amore del prossimo.

Luigino così commenta:

«Nell’umanesimo biblico il tradimento dell’alleanza con Dio da parte degli uomini produceva anche un disordine cosmico, riportava il mondo al caos precedente l’atto creatore e ordinatore. La disubbidienza umana generava anche l’inaridire della terra, l’avvizzire delle piante, la sofferenza degli uccelli, degli animali, dei pesci».

Ora su queste parole bisogna fare due osservazioni. La prima è che il peccato dell’uomo ha sì prodotto un disordine nella natura, per cui essa da madre gli è diventata matrigna (cf Gen 3, l7-18), ma occorre tener presente che la morte dei viventi inferiori esisteva già nel paradiso terrestre, in quanto Dio assegna ad Adamo ed Eva in cibo appunto questi viventi inferiori (Gen 1, 29-30).

La seconda osservazione è che il peccato originale non ha affatto riportato il creato a un supposto stato caotico precedente l’atto creatore, inquantoché la creazione non è metter ordine nel caos, ma produrre l’ente dal nulla. Nel creare il mondo Dio non si è trovato a fare i conti con una materia caotica esistente indipendentemente da lui, per cui si sarebbe limitato a darle forma, come farebbe uno scultore che presuppone il marmo, non creato da lui e si limita a dare al marmo la forma della statua. 

La materia non è un qualcosa chi esiste ab aeterno accanto a Dio alla pari di Dio, non si sa come e perchè. Solo lo spirito è divino ed assoluto; la materia è creata dallo Spirito, ossia da Dio purissimo Spirito. La materia non può fare a meno dello spirito, perché la materia non può fare a meno della sua forma, onde formare la sostanza materiale vivente o non vivente. Possono esistere enti puramente spirituali, come gli angeli; ma la materia senza la sua forma non può esistere. Non esiste la materia informe in quanto informe, ma solo in quanto formata dalla sua forma.

Il caos, inteso come materia senza ordine, non esiste; è solo un ente immaginario o mitologico o simbolico. Tutto è stato fatto, come dice la Scrittura, in numero, pondere et mensura (Sap 11,21) L’anima può esistere separatamente dal corpo, ma il corpo non può esistere senza l’anima. Non è più un corpo umano, ma un cadavere. Il cadavere comunque continua ad avere una forma, che però è puramente fisica, non spirituale.

La forma della materia attua la materia, la quale è solo in potenza rispetto alla forma. Il marmo da sè non diventa statua se lo scultore non gli dà la forma della statua. Quindi, contrariamente a quanto pensano i i materialisti e i darwiniani, la materia non può darsi sè la forma, se non le è data dalla forma. La scimmia non può darsi da sé la forma umana se non è Dio che gliela dà. 

La forma della materia non è determinata dalla materia ma da una mente, ossia da uno spirito, che le dà forma. La forma della materia dell’uomo è spirituale: è l’anima. Dio invece come del resto anche l’angelo, può fare a meno della materia, anzi avrebbe potuto benissimo esistere da solo senza creare il mondo. L’Assoluto non è la dualità spirito-materia, o Dio-mondo, come credeva Hegel, ma è il puro Spirito assoluto.

Non è neppure che lo spirito abbia origine da Dio e la materia dalla materia indipendentemente da Dio, ma sia lo spirito che la materia sono creati da Dio dal nulla. Il mondo non ha origine da due princìpi, due assoluti: lo spirito e la materia, ma ne ha uno solo: lo Spirito assoluto, Dio, creatore delle realtà spirituali e di quelle materiali, visibilia et invisibilia.

 L’Assoluto non può che essere uno solo, altrimenti non sarebbe l’Assoluto e addio monoteismo. Per creare la materia Dio non ha bisogno di essere materiale, ma basta che Egli sia il creatore dell’essere. Ora appunto anche la materia ha il suo essere.  E mentre può esistere uno Spirito assoluto ed infinito, non può esistere una materia assoluta ed infinita, perché essa nella sua stessa essenza implica la finitezza.

Inoltre, se si concepisce la materia come una sostanza a sé stante, esistente indipendentemente da Dio, c’è il rischio di contrapporla a Dio, non si riesce più a trovare il collegamento fra spirito e materia, non si capisce più come nell’uomo materia e spirito formino un’unica sostanza. E se poi in Dio vediamo il principio del bene, saremo portati a vedere nella materia il principio del male. E cadremo nel dualismo manicheo. Se invece, come fanno i materialisti, vediamo nella materia il principio del bene, vedremo in Dio il principio del male e cadremo nell’ateismo.

Ora, è vero che la Scrittura dice che all’inizio la «terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque» (Gen 1,2). È vero che queste tenebre così come l’abisso, il deserto e le acque possono richiamare l’idea pagana del caos inteso come confusione, disordine o informità. Ma dobbiamo tenere presente che questi dati suppongono l’esistenza del male. Ora in questo momento il male non esiste ancora, ma tutto è buono.

E neanche possiamo pensare alla materia informe, quella che Aristotele chiama «materia prima» (prote yle). Certo la materia prima ha un esse, è un bene, non è un male; ma è difficile che l’agiografo pensi alla materia prima di Aristotele, perché l’agiografo concepisce qui la terra come un qualcosa di per sé stante, cosa che non è la proprietà della materia di Aristotele, la quale è solo parte dell’ente.

L’agiografo dunque si riferisce alla condizione iniziale dell’universo, al grado minimo di esistenza materiale a bassissima energia, a quel nucleo originario o primordiale, densissimo e concentratissimo di materia cosmica, che oggi gli scienziati considerano come il soggetto del cosiddetto «big bang», effetto della sconfinata energia latente nel nucleo originario.

Che Dio crei il cielo e la terra vuol dire che Dio crea tutto, sia lo spirito che la materia.  Nessun caos preesistente. Lo «Spirito di Dio che aleggia sulle acque» (Gen 1,2) significa la potenza spirituale di Dio che domina sulla materia primordiale, da Lui creata, che non è affatto caotica ma appunto già formata dallo Spirito. 

La «luce» (Gen 1,3) successivamente creata è la forma o idea che dà forma, è l’esplodere luminoso delle stelle dello stesso big bang.  La separazione della luce dalle tenebre (v.4) non significa la distinzione fra il vero e il falso, fra il bene e il male, fra l’ordine e il caos, perchè in questo momento tutto è vero, tutto è buono, tutto è ordine. Il peccato non esiste ancora. Quella distinzione significa semplicemente la distinzione dell’essere dal nulla. Dio separa l’essere dal non-essere. Il caos sarà, dopo il peccato, la confusione dell’essere col non-essere, del sì col no, come  avverrà nella filosofia di Hegel.

Dio crea nel Logos, come dice S.Giovanni, per Quem omnia facta sunt, e Logos significa Pensiero, Concetto, Idea, Ragione, Causa ed Ordine. Il caos è la conseguenza del peccato, è l’opera di Satana, il principe delle tenebre.

Il Dio accusatore

In questi tempi di imperante misericordismo, nel quale ci gingilliamo, in mezzo ai nostri peccati inespiati, e ci droghiamo con un Dio fantastico tutto tenerezza e tutto  carezze – a parte la difficoltà di vedere questa tenerezza nella tragedia  della pandemia e nella psicosi da no-vaccino - ,  può sembrare una nota stonata o una provocazione quella di Luigino che ci sbatte in faccia il profeta Osea, sgradevole come tutti i profeti, col presentarci un Dio che ci rimprovera e ci accusa, come se non avessimo già tante grane per altri versi.

Eppure – ci fa capire Luigino insieme con Osea -  è proprio questo Dio, che, con la sua paterna severità suscita in noi un salutare timore, e ci eccita al pentimento e alla penitenza, il Dio che ci dona la pace e la salvezza. Non facciamo come Lutero che voleva un Dio che non lo rimproverasse, ma che fosse solo misericordioso e tollerante, comodo pretesto per poter peccare senza essere puniti.

È interessane l’accusa; è quella di privare il popolo di quella conoscenza di Dio che è la base dell’amore per il prossimo:

«perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio» (v.6).

Commenta Luigino: questi sacerdoti

«sviano il popolo verso culti sbagliati e lo fanno per ragioni infime e vergognose, usano il popolo per servire se stessi. E Dio li rigetta. È questa una crisi tutta interna al mondo religioso, la sua prima e radicale perversione, origine di ogni forma di abuso».  E continua giustamente: «oggi le crisi religiose possono prendere altre forme, tra cui quella che nega la stessa idea di Dio e considera la religione bluff o auto-inganno. Nel mondo di Osea le critiche atee erano impossibili o impensabili. Le crisi profonde erano (sono) quelle da lui descritte: le persone restavano religiose».

Ma conclude in maniera strana:

«ecco perché sono le idolatrie, non gli ateismi, i nemici più pericolosi delle religioni – inclusa l’idolatria consumista-nichilista del nostro temo  perché l’idolo prende il posto di Dio».

Non si capisce il perché di questa conclusione.  Anche presa in se stessa la tesi è strana. Fa un confronto fra ateismi ed idolatria. Ma in realtà l’ateismo non è un peccato diverso dall’idolatria: ne è la forma più sottile e con ciò stesso la più empia ed insidiosa.

 Che cosa è infatti l’idolatria? È il culto della creatura al posto del Creatore. L’idolatria entra nella categoria della superstizione[1], che è  una corruzione della religione, la quale comprende anche l’eccesso nel culto religioso o una maniera sbagliata di praticarlo, come per esempio l’eccessiva credulità nelle rivelazioni private o l’eccesso nella preghiera o nel culto dei santi.

E si comprende che quanto è più alto il valore che si sostituisce a Dio, tanto più l’idolatria è difficilmente riconoscibile, data la somiglianza a Dio del valore con cui Dio viene sostituito. In passato esisteva il culto degli angeli. Ma oggi nel clima secolaristico che stiamo vivendo, questo culto non interessa più a nessuno, se non a qualche occultista o esoterista. Probabilmente qualche nesso con tale culto possiamo trovarlo nello spiritismo. L’antico politeismo pagano probabilmente, come rileva Sant’Agostino al seguito della Scrittura, era un culto dei demòni. Il culto esoterico massonico desta forti sospetti che si tratti di culto del demonio. Così pure esistono gruppi satanisti.

Luigino mette il nichilismo tra le forme dell’idolatria. Io collegherei il nichilismo al satanismo piuttosto che al consumismo, legato al vizio della gola e dell’avarizia. Il nichilismo è una forma di culto di Satana, colui che, come lo chiama Cristo, è «omicida fin da principio». Infatti nichilismo vuol dire odio per l’essere, volontà del nulla, della morte e della distruzione. L’ateismo, dal canto suo, in quanto odio contro il Dio della vita, ha qualche cosa del nichilismo.

L’ateismo è adorare l’uomo al posto di Dio, come in Feuerbach, Marx, Comte o Nietzsche.  Esso nasce dalla superbia che sorge dal rifiuto di assoggettarsi a Dio. Esso è affine al panteismo, con la differenza che mentre nel panteista l’uomo si fa Dio, nell’ateismo l’uomo si sostituisce a Dio.

Nei gradi del reale dall’uomo si scende verso il basso. Abbiamo allora l’adorazione della scienza,  come lo gnosticismo, l’adorazione degli antenati, come nello scintoismo, l’adorazione della tecnica, come lo tecnocrazia, l’adorazione dello Stato, come il totalitarismo, l’adorazione  del potere, come la magia e il superuomo di Nietzsche, l’adorazione del  sesso, come nel freudismo, l’adorazione degli animali, come nello sciamanismo, il culto degli astri, come l’astrologia, l’adorazione della madre terra, come nel culto di Pachamama, l’adorazione del denaro, come nell’etica utilitarista.

La corruzione della conoscenza

Scrive Bruni:

«Osea ci dice che all’inizio di questo tradimento ci sono i sacerdoti e che è un tradimento della conoscenza di Dio: “un popolo che non comprende va in rovina!” (v.4,14). I sacerdoti iniziano a professare false dottrine e lo fanno in mala fede, perché mentono alla loro gente sapendo di mentire. Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza (v.6): è lo stesso grido pronunciato da Paolo VI nella Populorum progressio (n.85), una delle chiavi di lettura più potenti del nostro tempo e di tutti i tempi. Una religione senza corretta conoscenza di Dio è tra le trappole antropologiche più perfette. Qui non si tratta di conoscenza teologica o intellettuale. La conoscenza biblica è prima di tutto carne, vita, sangue. C’è sempre stata una conoscenza popolare vera, sebbene mescolata con quella falsa. … Non era una conoscenza teologica, ma era una conoscenza vera di Dio, perché vera era la loro esperienza di Dio».

Questo discorso di Luigino lascia per metà soddisfatti e per metà delusi. Coglie esattamente nel segno quando evidenzia l’importanza della conoscenza di Dio e avverte vigorosamente che «una religione senza corretta conoscenza di Dio è tra le trappole antropologiche più perfette». Ma ecco che subito dopo ci cascano le braccia nel leggere che «qui non si tratta di conoscenza teologica o intellettuale. La conoscenza biblica è prima di tutto carne, vita, sangue». 

Dove ha imparato Luigino una corbelleria del genere? Si è dimenticato che a Pietro non è stata la «carne e il sangue, ma il Padre celeste a rivelargli che Gesù è il Figlio di Dio? (cf Mt 16,17). Non ha mai letto l’avvertimento di Paolo che «la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio» (I Cor 15,50)? Non ha mai letto ciò che Paolo dice dell’uomo spirituale? (I Cor 2, 12-15). O vuol confondere l’esperienza di Dio con l’esperienza sessuale?

Che la conoscenza di Dio più perfetta non sia un sapere semplicemente intellettuale non c’è dubbio, perché esso dev’essere animato dalla carità, motivato e illuminato dalla carità e finalizzato alla carità. Che per farsi santi non sia necessario conoscere la teologia scolastica o accademica non c’è dubbio. Che anzi la teologia dotta possa essere occasione di superbia per il teologo è altrettanto certo: scientia inflat, caritas vero aedficat (I Cor 8,1). 

Ma è del tutto falso che la Scrittura escluda l’intelletto e il pensiero astrattivo nell’esercizio della conoscenza di Dio, perché l’uomo privato dell’intelletto non s’innalza al livello degli angeli, ma si abbassa al livello delle bestie. E il credere, come fa Rahner, che possa esistere un’esperienza di Dio «atematica» e «preconcettuale» è una gravissima illusione, perché la vera mistica[2] cattolica non è altro che il modo più alto di sperimentare nella carità quella presenza di Dio nell’intimo dell’anima, che in questa vita possiamo avere solo nelle verità di fede, ossia nei dogmi insegnati dalla Chiesa.

È vero che la spiritualità umana è una spiritualità incarnata, diversa dalla pura spiritualità degli angeli, ma per affermare la spiritualità umana ed evitare l’idealismo o dannosi dualismi o frustranti rigorismi non bisogna arrivare al punto da confondere lo spirito con la carne.

Il sacrificio di espiazione e il sacramento della penitenza

non servono a far quattrini 

Come Luigino è felice nel denunciare l’avarizia, la superbia e lussuria dei preti, altrettanto è infelice nel contestare alla maniera di Lutero e di Rahner il significato del sacrificio di espiazione per la remissione di peccati che caratterizza l’essenza del sacrificio eucaristico[3] e nel sarcasmo di sapore freudiano col quale parla della cancellazione delle colpe nel sacramento della penitenza.

Luigino fraintende la polemica di Osea contro i sacerdoti, polemica che egli interpreta come se da essa si potesse ricavare la condanna luterana della Messa come sacrificio espiatorio e come se la pratica del confessionale fosse un torturare le coscienze ed una loro manipolazione, occasione per il prete di avarizia e di manipolazione utilitaristica delle coscienze, per cui sarebbe meglio abolirle.

Da queste parole di Luigino appare la malignità o quanto meno il fraintendimento tipicamente luterano col  quale egli sembra accusare la faticosa e delicata pratica sacerdotale del confessionale e la connessa gravosa catechesi sul peccato e sui doveri cristiani di essere un ipocrita espediente per tenere soggetta la coscienza dei poveri ingenui fedeli e spillar loro quattrini per soddisfare alla loro cupidigia di ricchezze e di piaceri. Leggiamo le sue stesse parole:

«Potente è la frase del versetto 8: si nutrono del peccato del mio popolo. È una delle più belle definizioni della degenerazione cui sono soggette le religioni basate sul meccanismo colpa-espiazione» - si noti l’espressione sprezzante -. «Se il centro della vita religiosa delle persone e delle comunità diventa la gestione delle colpe tramite i sacrifici di espiazione, è quasi inevitabile che prima o poi negli amministratori di questa impresa (i sacerdoti) una tentazione quasi invincibile: imporre prima una “tassa” sui sacrifici di espiazione e dopo far aumentare le colpe/peccati da espiare» - se c’è un difetto nei sacerdoti oggi è proprio il perdonismo - «tramite, soprattutto, la teologia del puro/impuro» - chi ne parla più? - . «Ma ciò che è certo (e qui non ci vuole neanche il “quasi”) è che nelle religioni della colpa-espiazione il peso e il potere del sacerdote è grande, tende a crescere e diventare l’unico potere. È questa la prima radice del clericalismo» - chi parla più oggi di colpe e di espiazione? Ci sono solo gli sbagli e le fragilità. Ne parlano solo gli psicanalisti, per liberare i pazienti dai sensi di colpa. Ma c’è dell’altro: «nelle religioni della colpa-espiazione la casistica dei peccati si espande», - dove? - «aumentano i manuali per i confessori»  - che male c’è? -  e si finisce per annunciare un Dio misericordioso a gente che si sente sempre più peccatrice e quindi bisognosa di perdono» - tutti si sentono innocenti e già perdonati. Si vede che Luigino conosce poco la situazione.

In queste considerazioni Luigino sbaglia completamente bersaglio. Invece di giudicare nel campo di noi confessori, farebbe meglio ad occuparsi del suo campo specifico. Queste infatti sono critiche che potevano andar bene 60 anni fa o all’epoca di Pio XII. Ma oggi i difetti dei preti e dei fedeli sono tutto l’opposto: lassismo, permissivismo, perdonismo, misericordismo, autogiustificazione, tutti buoni e tutti salvi. Oggi bisogna recuperare il concetto della responsabilità, della colpa, del peccato, del dovere, della legge, del’espiazione, della riparazione, dei castighi divini, del timor di Dio, della penitenza, dell’ascetica, del sacrificio, della rinuncia.

Allora il vero problema non è quello di abolire la Messa e la Confessione per non favorire l’avarizia, le neurosi e lo sfruttamento della credulità popolare, perché la vera comprensione della Messa e del sacramento della penitenza suppongono e promuovono la vera educazione delle coscienze al vero culto di Dio, voluto da Nostro Signore Gesù Cristo e, come testimonia la millenaria storia dei Santi sacerdoti e fedeli, fondano ed incentivano le virtù più alte ed espellono tutti i vizi, compresi quelli della superbia, della superstizione, dell’empietà, della lussuria e dell’avarizia.

Anche la conclusione di questo articolo di Bruni è dunque molto discutibile. La bella figura la fanno i profeti, mentre i sacerdoti fanno una figuraccia. E perché questa discriminazione? Non ci sono forse anche i falsi profeti? E non ci sono forse anche santi sacerdoti? Sembrerebbe che egli trovi tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra, dimostrando anche qui il tipico disprezzo luterano per il sacerdozio. Dice infatti Luigino:

«La Bibbia l’hanno scritta sacerdoti e profeti assieme, ma l’hanno salvata i profeti, sentinelle severe delle mura della città e del tempio, custodi gelosi delle porte della nostra città».

Sembra di sentir parlare un luterano: i sacerdoti hanno scritto la Bibbia, ma i profeti li hanno corretti. È vero invece l’inverso. Bisogna distinguere profezia e dottrina. Nel Nuovo Testamento la dottrina è affidata al sacerdote («tu es Petrus»). La missione profetica è l’esortazione morale sulla base della verità di fede insegnata dal sacerdote, che discerne il vero dal falso profeta (vedi per esempio la questione delle rivelazioni private). Altrimenti che cosa ci stanno a fare il Papa? E gli apostoli? E la Tradizione? E i Padri della Chiesa? E i Concili chi li ha fatti? E chi ci dà i sacramenti? Chi insegna la retta dottrina? Per qual motivo esiste la Congregazione romana per la dottrina della fede?

Ma ci sono anche i falsi profeti

Luigino riprende il discorso nell’articolo Ma l’ingiustizia è idolatria del 9 gennaio scorso. La falsa profezia è quella – dice Luigino – di coloro che mascherano le voglie della carne sotto l’apparenza dello spirito:

 «la manipolazione più comune e tremenda è quella che nasce dall’uso di parole celesti su Dio che non siano precedute e seguite da parole di terra sugli uomini. Il profeta vero sa che il primo segnale dei falsi profeti è la loro incapacità di difendere gli uomini e le donne perché troppo occupati a difendere Dio». «L’idolo è la religione di solo culto, funziona solo nel proprio terreno sacro. … Gli idoli non danno comandamenti, non entrano nella causa dell’orfano e della vedova, non s’interessano del mantello del debitore per la notte, non difendono la vigna di Nabot. L’idolo consuma solo liturgia, il suo luogo sacro coincide col suo recinto». «Confinano Dio nel luogo sacro». «Pensiamo che le crisi e il declino delle nostre comunità siano faccende solo spirituali, che dipendano dalla nostra poca o insufficiente vita religiosa … Facciamo infiniti incontri e ritiri per ritornare alla radicalità spirituale perduta e spesso finiamo anche per colpevolizzare e colpevolizzarci perché non siamo più abbastanza radicali e spirituali».

Anche questa polemica di Luigino, come quella della quale ho parlato sopra, è una polemica vecchia, fuori tempo e superata, che andava bene prima del Concilio, mentre oggi che siamo caduti nell’eccesso opposto allo spiritualismo preconciliare, occorre fermare il secolarismo, l’egocentrismo, il liberalismo, la sfiducia nella verità, il relativismo morale e dottrinale, l’autoreferenzialità, la spasmodica ricerca del benessere terreno, la brama del piacere carnale, il disprezzo per la metafisica - vuota astrazione - , per il dogma – fanatismo e rigidezza mentale -, per l’ascetica – autofrustrazione - , per il sacrificio – chi me lo fa fare? -, per la religione – oppio del popolo -  e per il soprannaturale – vana superstizione.

È verissimo, pertanto, che oggi dobbiamo recuperare una serie di valori filosofici, metafisici, spirituali, morali e religiosi perduti a causa dell’attuale invasione di modernismo e secolarismo, falsa e ingannevole interpretazione del messaggio conciliare, il quale al contrario promuove un aumento di spiritualità e di santità, sia pure nella sua ben nota impostazione comunitaristica, incarnazionista, umanistica, ecumenica ed escatologica. Col pretesto del rinnovamento i modernisti hanno gettato nella spazzatura immensi tesori di tradizionale sapienza e santità ed hanno compiuto una barbarica opera di distruzione. Il rinnovamento è stato fatto. Ora bisogna ricostruire, lasciando nel passato quello che è passato.

Il clima che stiamo vivendo, infatti, nulla ha a che vedere con l’aspirazione al cielo, ma solo a godere su questa terra; nessun interesse per l’eterno, ma solo per l’effimero; nessun interesse per la realtà, ma solo per le proprie idee; nessun interesse per l’invisibile, ma solo per quello che si tocca e si palpa; ripugnanza per il pensiero astratto e ossessione per il concreto; gusto per la carne e disgusto per lo spirito; il Dio buonista permette ogni dissoluzione morale; il sacro viene deriso e profanato;non interessa guadagnare il cielo, ma solo quattrini; i bisogni umani sono ridotti a quelli del cibo e del sesso; la Messa non è un sacrificio ma un banchetto; chi si sente in colpa ha bisogno di essere psicanalizzato; l’espiazione è masochismo; l’esperienza sessuale è pareggiata alla visione beatifica e all’esperienza mistica; la carità e la santità sono omologate all’assistenza sociale; non si concepisce una carità che vada al di là dei confini della politica e della giustizia; si sogna un pacifismo utopistico che ignora le conseguenze del peccato originale; si confonde la Chiesa col mondo; tutti i doveri non sono che doveri sociali; la misericordia riguarda solo i bisogni economici; i problemi della salute sono solo quelli della salute fisica, non quelli della salute spirituale; nessun interesse per la contemplazione, ma solo per la prassi.

In una situazione del genere mi domando con quale faccia Luigino parli di un eccesso di spiritualità e di religiosità, come fa a parlare di un «chiudersi nel sacro» e di una dimenticanza dei valori sociali e terreni, di un perdersi in celesti astrazioni. Sì, certo, esiste anche oggi una falsa spiritualità, come quella di un Rahner o di un Teilhard de Chardin, che maschera la carne con lo spirito. Ma quella spiritualità dualista, di tipo platonico, spregiatrice della carne in nome di un astratto ideale, non esiste più. Esiste sempre il problema di come accordare lo spirito con la carne. Ciò richiede sempre la pratica della disciplina spirituale e dell’ascesi; ma effettivamente il mistero del’Incarnazione ci consente di sperimentare fin da ora l’inizio di quell’«uomo nuovo», nato col battesimo, che ci fa superare l’intimistico platonico ripiegamento su noi stessi per aprirci fiduciosamente e fattivamente all’amore di Dio e del prossimo.

Che la conoscenza di Dio debba sfociare nella pratica dell’amore del prossimo non c’è dubbio. Che la pratica dell’amore del prossimo sia il segno e la prova che noi amiamo Dio non c’è dubbio. Che vedendo coloro che amano il prossimo noi siamo stimolati a scoprire la bontà di Dio è certissimo. Che nel momento in cui amiamo i fratelli noi facciamo un’esperienza di Dio è altrettanto vero.

Ma bisogna fare attenzione che purtroppo esiste anche un falso amore del prossimo, che nasconde un l’amore egoistico per noi stessi e che ci spinge ad amarlo non come creatura di Dio, ma come fosse Dio. Ci spinge ad accontentarlo in tutti i suoi capricci. Lo accontentiamo anche se ci chiede di peccare. Lo scusiamo quando dovremmo correggerlo o rimproverarlo.

E così noi scambiamo il prossimo per Dio. Ne facciamo un idolo. Si tratti di una donna, si tratti dell’umanità, si tratti della classe operaia, si tratti del partito, della setta, della nostra famiglia, della nostra nazione, della nostra razza, del popolo, dello Stato. Tale è l’errore dell’etica marxista. È invece la conoscenza e l’amore di Dio che costituiscono il criterio e la misura per amare veramente gli altri come creature di Dio.

Per questo, se nell’ordine della conoscenza partiamo dalle cose, da noi stessi e dal prossimo per scoprire Dio come loro creatore, nell’ordine dell’amore e della prassi si parte dall’amore di Dio come fine ultimo e bene sommo da raggiungere e da amare al di sopra di tutte le cose, e in nome di questo amore si può amare correttamente il prossimo come merita e secondo i suoi veri bisogni.

Se ci si chiude in partenza nell’amore del prossimo, facendone un idolo o un assoluto, come ha fatto Marx, non si sente bisogno di altro, non si sente bisogno di Dio, perchè si crede di essere soddisfatti di questo falso amore.

È vero, come dice San Giovanni, che la vera e salvifica conoscenza di Dio è condizionata dall’amore del prossimo. Ma allora vuol dire che noi già amiamo il prossimo per amore di Dio, altrimenti non potremmo trovare nella pratica dell’amore il modo di conoscere Dio.  

P. Giovanni Cavalcoli  

Fontanellato, 11 gennaio 2022

 

È interessane l’accusa; è quella di privare il popolo di quella conoscenza di Dio che è la base dell’amore per il prossimo:

«perisce il mio popolo per mancanza di conoscenza. Poiché tu rifiuti la conoscenza, rifiuterò te come mio sacerdote; hai dimenticato la legge del tuo Dio» (v.6).

Commenta Luigino: questi sacerdoti

«sviano il popolo verso culti sbagliati e lo fanno per ragioni infime e vergognose, usano il popolo per servire se stessi. E Dio li rigetta. È questa una crisi tutta interna al mondo religioso, la sua prima e radicale perversione, origine di ogni forma di abuso».  E continua giustamente: «oggi le crisi religiose possono prendere altre forme, tra cui quella che nega la stessa idea di Dio e considera la religione bluff o auto-inganno. Nel mondo di Osea le critiche atee erano impossibili o impensabili. Le crisi profonde erano (sono) quelle da lui descritte: le persone restavano religiose».

Ma conclude in maniera strana:

«ecco perché sono le idolatrie, non gli ateismi, i nemici più pericolosi delle religioni – inclusa l’idolatria consumista-nichilista del nostro temo perché l’idolo prende il posto di Dio».

 
 
 
Immagini da internet:
- Tessari G. sec. XVI, Profeta Osea 
- Ambito veneto primo quarto sec. XVI, Riquadro con il profeta Osea
 
 
 
 
 

[1] Cf S.Tommaso, Sum.Theol., II-II, q.94, a.1.

[2] Cf il mio libro Il silenzio della parola. Le mistiche a confronto, Edizioni ESD,Bologna 2002.

[3] Come si sa, il Concilio di Trento, parlando del sacrificio di Cristo, dice che Cristo satisfecit pro nobis (Denz. 1529).

 

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