Note sulla Dichiarazione congiunta


Note sulla Dichiarazione congiunta

Un ecumenismo che non corrisponde alle direttive del Concilio

Il 31 ottobre 1999 il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha pubblicato una Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica e la Federazione Luterana Mondiale sulla dottrina della giustificazione

Cominciamo con l’osservare che il detto Pontificio Consiglio è certamente un organismo della S.Sede, che quindi rappresenta la Chiesa cattolica, ma nonostante che esso affronti delicati temi dottrinali, non è organo del Magistero o rappresentativo del Magistero, e già questo fatto crea una certa perplessità. Infatti si può osservare che questo organismo, pur facente parte della Curia Romana, ma esterno alle Congregazioni ed ai Dicasteri, semplicemente consultivo, è privo di autorità dottrinale decisionale, benché presieduto da un Cardinale, come il Card.Kurt Koch, coadiuvato da una commissione cardinalizia.
Non possiamo dire, pertanto, che tale organismo di secondo piano abbia una sufficiente autorità per dare una risposta definitiva, sicura ed autorevole su di un tema di capitale importanza, qual è quello della Giustificazione, tema che costituisce, come è noto da tutti gli storici[1], il punto dogmatico fondamentale nel quale Lutero si è opposto alla Chiesa cattolica, la principale materia di fede circa la quale il Concilio di Trento ha corretto gli errori di Lutero, «l’unico punto o articolo o dottrina – a detta dello stesso Lutero[2]- per la quale noi diventiamo o siamo detti cristiani». 

Il documento sembrerebbe assicurare la tanto sospirata convergenza fra cattolici e luterani su questo tema centrale della Giustificazione, sicchè la secolare vertenza sembrerebbe finalmente risolta. Ma non è affatto così. Come vedremo, purtroppo i luterani, salvo qualche piccolo passo verso Roma, sono ancora fermi nei loro errori; e non solo, ma vorrebbero presentarli come verità cattoliche. 

Qual è dunque il valore dottrinale del documento? Lo si ricava dalla denominazione dell’organo stesso, che lo ha emanato: «consiglio». Ha un valore consultivo, non decisionale. Per questo, è discutibile e contiene anzi dei difetti, come vedremo. La sua autorità – contrariamente a quanto potrebbe apparire –, benché tratti di materie di fede e si appelli alla «Chiesa cattolica», non è l’autorità della Chiesa, non è dottrina della Chiesa, cosa che sarebbe avvenuta se avesse portato la firma del Papa o del Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede o di qualche altro Dicastero o Congregazione della Curia Romana.

Il Consiglio, infatti, dall’impressione che può dare, stando all’ambizioso titolo del documento, sembra voler elevarsi a figurare come «Chiesa cattolica», mentre bisogna dire con franchezza che esso non coincide affatto tout court con la «Chiesa cattolica», ma è solo una diramazione della Curia subordinata agli organi principali,  ossia le Congregazioni e i Dicasteri.

Si nota altresì nella  Dichiarazione, come dimostreremo,  che i luterani tentano di premere surretiziamente sulla Chiesa cattolica, strumentalizzando il Consiglio,  affinchè accetti le tesi di Lutero sulla sufficienza della fede per la giustificazione, sulla giustificazione imputata, sull’inutilità delle opere preparatorie alla giustificazione, sulla coesistenza del peccato con la grazia e sulla gratuità della giustificazione senza il merito. È evidente che i luterani non intendono l’ecumenismo nei termini che ho citato dal Concilio. 

Essi non sembrano quindi sentirsi affatto, come è detto nell’Unitatis redintegratio,  una comunità separata dalla Chiesa, in una comunione imperfetta con essa e chiamata ad entrare in piena comunione con essa, togliendo o correggendo i propri errori («impedimenti» e «lacune»), ma al contrario, come risulta dalla Dichiarazione congiunta, pare che essi continuino a ritenere che sia la Chiesa ad essersi sbagliata nell’interpretare la dottrina paolina della Giustificazione e che Lutero avesse ragione.  

Infatti, se da una parte dobbiamo riconoscere, nella Dichiarazione, la timida ammissione dei luterani che la grazia giustifica non solo per imputazione, ma realmente e che quindi il giustificato partecipa realmente della giustizia di Cristo ed è interiormente e non solo nominalmente rinnovato, dall’altra dobbiamo purtroppo constatare che la Commissione cattolica che ha redatto la Dichiarazione si è lasciata imprudentemente attribuire come cattolica, come vedremo,  la negazione luterana del merito ed altri errori luterani.

Mancano temi essenziali

Sorprendente è inoltre l’assenza nella Dichiarazione di un riferimento al libero arbitrio, quando è notorio il contrasto della dottrina cattolica, che richiede come condizione per la giustificazione il retto uso del libero arbitrio e le opere buone, con la dottrina di Lutero, secondo il quale, come è noto, tale retto uso è impossibile, perché l’arbitrio è schiavo del peccato e sempre in stato di peccato, per cui il volere umano non fornisce alcuna collaborazione al processo della giustificazione, la quale è totalmente gratuita e incondizionata, in modo tale che il giustificato resta nel peccato e tuttavia è dichiarato giusto; Dio non tiene conto del peccato grazie alla sola fede del credente di essere perdonato, senza essere però realmente ed intimamente giusto, perchè il peccato è «coperto» dalla giustizia di Cristo. 

Ora, nella Dichiarazione non si fa parola di una correzione di questi errori, contestati a Lutero sin dal Concilio di Trento, ma si afferma che «la libertà che l’uomo possiede nei confronti degli uomini e delle cose del mondo non è una libertà dalla quale possa derivare la sua salvezza» (n.19). E per questo essa sarebbe inutilizzabile per la salvezza.

Il che è falso, perchè  l’esercizio del libero arbitrio, che fa riferimento non solo al governo delle cose mondane, ma anche alla scelta di Dio e di obbedire ai suoi comandi, secondo la dottrina del Concilio di Trento (Denz.1554), è necessario alla salvezza, benché indubbiamente, senza il soccorso della grazia, sia insufficiente e non possa non peccare. Per questo, c’è da temere che, considerate le sullodate tesi di Lutero, da come si esprime la Dichiarazione, il libero arbitrio nel processo della giustificazione continui ad essere respinto. 

Non c’è inoltre neanche un accenno alla dottrina della predestinazione, che è il fondamento della giustificazione. Al riguardo, vogliamo pensare che i luterani abbiano abbandonato la dottrina della predestinazione alla dannazione, alla quale non si fa nessun cenno. E difatti i luterani di oggi, sempre in conformità al loro concetto della giustificazione per fede e senza meriti, hanno abbandonato quella orribile eresia, che era già stata condannata dalla Chiesa nel sec.IX[3], ma sono caduti in un’altra eresia di segno opposto, ossia la convinzione che tutti si salvano, cosicchè, se prima pensavano che Dio castighi chi non lo merita, adesso si limitano all’idea che Dio premia tutti senza che alcuno lo meriti. 

Ma sempre di ingiustizia si tratta sotto parvenza di misericordia. Lutero risponde dicendo che per Dio è giusto ciò che alla ragione sembra ingiusto. È vero. Ma ciò che è certamente ingiusto per la ragione, lo è anche per Dio, creatore della ragione. Credere a una cosa del genere, non è fede, ma bestemmia.

Un’altra cosa che sorprende nella Dichiarazione, un’altra grave lacuna è che non si dice se i luterani hanno corretto il loro concetto della fede come certezza  soggettiva nella propria giustificazione e predestinazione, ed hanno accolto il vero concetto di fede come presupposto alla giustificazione, ossia virtù soprannaturale, per la quale, come insegna il Concilio di Trento (Denz.1526), crediamo esser veri i misteri divini rivelatici da Cristo e proposti a credere dalla Chiesa sotto la guida del Romano Pontefice. Questo silenzio purtroppo fa pensare che essi persistano nel loro errore. 

Cose già note e giustapposizione di tesi contrarie

Il documento contiene due serie di dichiarazioni: un gruppo di esse conferma punti d’accordo da sempre noti: che la giustificazione è ottenuta dalla fede in Gesù Cristo, che essa è frutto della redenzione ed è opera della misericordia divina, e produce il perdono dei peccati, che essa dona la figliolanza divina e la libertà dello Spirito e genera la carità, che la grazia della giustificazione precede le opere buone e ne è il principio. 

Invece l’altro gruppo di dichiarazioni non presenta un vera concordia o  convergenza tra cattolici e luterani, come sembrerebbe promettere l’aggettivo «congiunta» apposto alla Dichiarazione, ma presenta una semplice giustapposizione delle tesi, dove si lascia il contrasto fra di esse e addirittura si presentano come cattoliche posizioni luterane, come per esempio la negazione dei meriti, come vedremo. Tutto ciò non è certo il segno di un metodo rigoroso e leale.
Un altro serio rilievo: bisogna ricordare che le conclusioni delle delegazioni o rappresentanze cattoliche nei dialoghi ecumenici devono essere  in consonanza con le direttive conciliari dell’Unitatis redintegratio, in particolare laddove il Concilio ricorda che nel passato «comunità non piccole si sono staccate dalla comunione con la Chiesa cattolica» (n.3) e che sono rimaste «costituite in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica» (ibid.). 

In esse «impedimenti non pochi e talvolta proprio gravi si oppongono alla piena comunione ecclesiastica, al superamento dei quali tende appunto il movimento ecumenico» (ibid.). In queste comunità sono presenti «elementi e beni, dai quali la stessa Chiesa cattolica è edificata e vivificata» (ibid.). Tra questi, «alcuni, anzi parecchi e segnalati possono trovarsi fuori dei confini visibili della Chiesa cattolica. .... Tutte queste cose, che provengono da Cristo e a Lui conducono, giustamente appartengono all’unica Chiesa di Cristo» (ibid.), che è la Chiesa cattolica.

 «Perciò le stesse Chiese e comunità separate, quantunque crediamo che abbiano delle carenze, nel mistero della salvezza, non sono affatto spoglie di significato e di peso. Poiché lo Spirito di Cristo non ricusa di servirsi di esse come di elementi di salvezza, il cui valore deriva dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla Chiesa cattolica» (ibid.).
Infatti «al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della Nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio» (ibid.).

Il vero compito dell’ecumenismo

Dunque, alla Chiesa cattolica, madre di tutti i credenti in Cristo, spetta chiamare ed incorporare a sé o di incentivare o stimolare o favorire «la piena comunione con sé di tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio». Ora, tra costoro indubbiamente ci sono i luterani. L’ecumenismo con i luterani richiede dunque che la Chiesa esorti ad entrare nel suo seno tutti questi fratelli che si sono separati da lei, eredi di quelle comunità, che nel passato si sono staccate dalla Chiesa «non senza colpa di uomini da entrambe le parti» (ibid.).

Ma perché questa nobilissima finalità si realizzi, che è lo scopo ultimo e supremo dell’ecumenismo, occorre evidentemente che i fratelli luterani, sotto l’impulso dello Spirito Santo, che è Spirito di verità, di conversione, di riconciliazione e di comunione, si riconoscano in quelle «comunità non piccole che si sono staccate dalla comunione con la Chiesa cattolica» (n.3) e che sono rimaste «costituite in una certa comunione, sebbene imperfetta, con la Chiesa cattolica» (ibid.).

Occorre altresì che essi o per autonoma iniziativa o perchè esortati ed aiutati dai cattolici, sopperiscano a quelle «carenze» e tolgano gli «impedimenti non pochi e talvolta proprio gravi che si oppongono alla piena comunione ecclesiastica», il che equivale a dire che devono correggere gli errori di Lutero già a suo tempo segnalati da Papa Leone X nella Bolla Exsurge Domine del 1520 e dal Concilio di Trento, e successivamente dalla critica cattolica fino ai nostri giorni. 

I luterani dovrebbero insomma rendersi conto una buona volta che se riguardo a quei punti di dottrina e di dogmatica dove Lutero è rimasto cattolico, avranno sempre il consenso di noi cattolici, qualunque loro tentativo di persuadere i cattolici ad abbracciare gli errori  di Lutero è contrario al vero ecumenismo ed è destinato al fallimento. 

I luterani  non si devono illudere che un giorno il Papa possa diventare luterano, ma piuttosto ascoltare gli inviti dei cattolici ad abbracciare nel cattolicesimo, come dice l’Unitatis redintegratio, la pienezza della verità. Il fatto che Papa Francesco sia così benevolo ed accogliente nei loro confronti non devono interpretarlo come se avesse dubbi sul suo cattolicesimo, ma come paterna attesa e fervente speranza del realizzarsi di quanto è auspicato dall’Unitatis redintegraio.
È da notare inoltre che il Concilio non parla di «ritorno» dei fratelli, ma di ingresso nella Chiesa cattolica e a ragion veduta. Coloro infatti che, nati in ambiente luterano, sono stati educati secondo la fede luterana, non devono tornare, ma entrare nella comunità cattolica, alla quale non hanno mai appartenuto. Se i invece consideriamo le comunità luterane, che, al dire del Concilio sono comunità che si sono staccate dalla Chiesa, allora possiamo a buon diritto parlare di ritorno, come hanno fatto i Papi fino a Pio XI con l’enciclica Mortalium animos del 1928.

Infine, un difetto di metodo. La questione ecumenica non è tanto il problema di come avvicinare posizioni lontane o contrastanti su piede di parità, come può essere per esempio quello di riconciliare tra di loro marito e moglie, o di riavvicinare le due metà di una nazione in guerra civile o di un tutto che si è infranto, per ricomporre l’unità. Questa è una maniera sbagliata o quanto meno insufficiente di concepire l’ecumenismo. 

E così pure purtroppo fa la Dichiarazione. Più che di unità sarebbe meglio parlare di unione. La Chiesa non può non essere una; invece i suoi figli possono essere divisi o disuniti: tra di loro può mancare l’unione. Se una setta si separa dalla Chiesa, non è che chi è rimasto nella Chiesa formi con la setta una metà di Chiesa, mentre la setta sarebbe l’altra metà. La Chiesa resta una ed è la setta che deve riconciliarsi con la Chiesa. 

Il problema proprio e caratteristico dell’ecumenismo non è tanto quello della carità, dell’unità o dell’armonia, quanto quello della verità: sapere chi ha ragione e chi ha torto. Cerchiamo pure l’unità, ma sulla base della verità. Sull’errore non si costruisce l’unità. Lutero stesso fece una questione di verità. Riteneva, contro il Papa, di aver capito lui la dottrina paolina della giustificazione. 

Certamente l’ecumenismo mira a soddisfare il voto di Cristo: che i fratelli siano una cosa sola. Ma come possono essere una cosa sola se non nell’unica verità? Nell’una fides? Le divisioni alle quali l’ecumenismo si sforza di rimediare, non sono tanto gli odi reciproci, quanto piuttosto la divisione tra chi si trova nella verità e chi è nell’errore, operando affinchè chi è nell’errore giunga alla conoscenza della verità. Questa è l’attività propria ed essenziale dell’ecumenismo.
 Come emerge chiaramente dall’Unitatis redintegratio, la Chiesa, nelle sue attività ecumeniche, non si avverte come se fosse divisa, ma una. Se si può parlare di divisioni nella Chiesa, queste riguardano i cristiani, ma non la Chiesa, la cui unità è conservata dallo Spirito Santo. L’ecumenismo, quindi, non è ricomporre una Chiesa andata in frantumi, come se fosse divisa per esempio fra cattolici e luterani, ma è chiamare i fratelli separati alla comunione con la Madre.

 Occorre pertanto vedere le cose diversamente. In realtà, la Chiesa, nei confronti dei fratelli separati dev’essere paragonata a una madre, che è stata abbandonata da alcuni figli, o all’evangelico padre del figliol prodigo o al pastore alla ricerca della pecorella smarrita. La conoscenza reciproca, la verifica delle verità possedute in comune, l’apprezzamento delle diversità, la collaborazione nelle opere della giustizia e della carità, il confronto delle opinioni, il reciproco perdono, l’invocazione dello Spirito Santo, le preghiere fatte in comune, la comune testimonianza cristiana data al mondo fino al martirio sono tutte cose buone ed ottime. Ma tutto è inutile se i cattolici non invitano al banchetto della verità e gli invitati si rifiutano. 

Un’ultima osservazione generale. Nel documento parla evidentemente a nome del Consiglio un gruppo di esperti, che si qualifica come «cattolico» («noi cattolici») e che chiaramente, con fare esorbitante,  vuol presentarsi tout court come la «Chiesa cattolica». 

Senonchè, come vedremo dall’esame di vari punti della Dichiarazione, ci accorgeremo che certe asserzioni, che essi fanno passare per cattoliche e concordate con i luterani, non rispecchiano affatto la dottrina della Chiesa in merito, ma ripetono gli errori di Lutero. 

Chi sono allora in realtà costoro? Dobbiamo dedurre, con molto dispiacere. che si tratta di un gruppo di criptoluterani, che è riuscito ad infiltrarsi nel Consiglio, ma senza il possesso delle dovute qualifiche richieste e senza condividere le finalità dell’Unitatis redintegratio, anzi per operare clandestinamente al fine di far passare come cattolicesimo gli errori di Lutero. Un’astuta quanto vana per non dire ridicola manovra per luteranizzare la  S.Sede dall’interno.

C’è invece da compiacersi per il fatto che nella Dichiarazione si riconosce che il cristiano «partecipa» (n.15) della giustizia di Cristo ed attua sotto l’impulso della fede e della grazia un «rinnovamento della condotta di vita» (nn.23,24 e 26), il che fa pensare ad un abbandono della tesi luterana che il giustificato continua a trovarsi in uno stato di peccato, e sembra il riconoscimento della reale purificazione e liberazione interiore dal peccato e di una reale giustizia intrinseca, e non solo imputata, assicurata dalla grazia al giustificato. Ci fa piacere altresì leggere anche al n.31, che «i comandamenti di Dio rimangono in vigore per il giustificato», memori della teoria di Lutero, condannata dal Concilio di Trento (Denz.1570), che il cristiano è dispensato dall’osservanza dei comandamenti. 

Osservazioni

Vediamo adesso quali osservazioni possiamo fare alla Dichiarazione.

Al n.10 viene citato S.Paolo:  «Per questa grazia siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere» (Ef 2,8-9). Questo passo sembrerebbe prestarsi alla dottrina di Lutero della giustificazione gratuita senza le opere. Nel commentare questo passo, S.Tommaso osserva che S.Paolo esclude che la fede salvifica provenga dalle opere in primo luogo per escludere che «il credere si risolva in un atto del nostro libero arbitrio»[4];  non tuttavia perché voglia negare la funzione del libero arbitrio; esso occorre, ma «non basta all’atto di fede» (ibid.); ed in secondo luogo per escludere che «la fede ci sia data per il merito di opere precedenti» (ibid.).

Al n.15: «Insieme confessiamo che non in base ai nostri meriti, ma soltanto per mezzo della grazia, e nella fede nell’opera salvifica di Cristo noi siamo accettati da Dio e riceviamo lo Spirito Santo, il quale rinnova i nostri cuori, ci abilita e ci chiama a compiere le buone opere».
Qui non si chiarisce di quali meriti si tratta, perché se pensiamo ai meriti naturali, l’asserto è vero. È chiaro che un merito naturale non può meritare una condizione di vita soprannaturale. Ma se pensiamo ai meriti soprannaturali delle virtù teologali, effetto della grazia giustificante, allora è falso che non meritiamo di essere accettati da Dio e di ricevere lo Spirito Santo. Ai meriti soprannaturali, che conseguono l’infusione della grazia, è riservata, come dice la Lettera agli Ebrei citata dal Concilio di Trento (Denz.1545), «una grande ricompensa» (Eb 10,35). Le cose suddette, dunque, noi cattolici non le confessiamo insieme con i luterani, ma al contrario le rifiutiamo, così come ha fatto il Concilio di Trento nel c.16 del Decreto sulla giustificazione.

Al n.17 si dice: «Noi, in quanto peccatori, dobbiamo la nostra vita nuova soltanto alla misericordia di Dio, che perdona e che fa nuove tutte le cose, misericordia che noi possiamo ricevere soltanto come dono della fede, ma che non possiamo meritare mai e in nessun modo».
Questa dichiarazione è presentata come condivisa da noi cattolici, ma non mi pare che sia possibile, perché di nuovo viene negato il merito soprannaturale come nella tesi precedente. Infatti, Dio non ci fa misericordia e non ci perdona, se non siamo pentiti dei nostri peccati, pentimento che indubbiamente è causato dall’azione della grazia, ma che in se stesso è atto del libero arbitrio e costituisce quindi un’opera meritoria appunto della divina misericordia.

Al n.19 si presenta come convinzione comune ai luterani ed a noi cattolici il seguente asserto: «la giustificazione avviene soltanto per opera della grazia». Invece è proprio su questo tema che si dà l’errore dei luterani e si pretende affibbiare anche a noi il loro errore. Rispondiamo dunque dicendo, che la giustificazione è opera ad un tempo e della grazia che prende l’iniziativa, e del libero arbitrio mosso dalla grazia. Ma una volta in grazia, il soggetto può meritare un aumento della grazia.
Se infatti la giustificazione ha per effetto la liberazione dal peccato e il conferimento della grazia, e se evidentemente il soggetto del peccato e della giustizia è il libero arbitrio, bisognerà bene che il libero arbitrio, seppur mosso dalla grazia, compia questo mutamento o passaggio dallo stato di peccato allo stato di grazia. Da qui la necessità che il libero arbitrio agisca come fattore essenziale della giustificazione, benchè in sottordine rispetto all’azione della grazia. 

Al n.20 si dà una spiegazione della cooperazione dell’uomo all’azione della grazia, della quale parla S.Paolo (I Cor 3,9 e II Cor 6,1), che la svuota del suo senso, trasformandola in «effetto della grazia». Ora l’effetto della grazia è grazia; ma qui si tratta di natura, non di grazia. La collaborazione umana della quale parla S.Paolo è evidentemente atto del libero arbitrio, anche se questo atto è certamente mosso dalla grazia.  È quel «volere ed operare» che Dio suscita in noi (Fil 2,12-3) e che conduce dal peccato alla grazia, ossia attuando il processo della giustificazione. 

Al n.22: «Insieme confessiamo che Dio perdona per grazia il peccato dell’uomo e che quando l’uomo partecipa a Cristo nella fede, Dio non gli imputa il suo peccato e fa agire in lui un amore attivo mediante lo Spirito Santo».
Anche qui gli amici luterani vorrebbero coinvolgere noi cattolici nel ben noto errore di Lutero, per il quale, per essere perdonati e giustificati da Dio è sufficiente aver fede in Cristo di essere perdonati, ma i peccati non sono cancellati, ma solo non più «imputati». Restano, ma il Padre fa come se non ci fossero, guardando alla giustizia di Cristo. 
Se dunque il peccato resta, che senso ha il parlare dello Spirito Santo che suscita nell’uomo un «amore attivo»? Si sa che Lutero ammetteva ed apprezzava le «buone opere» come frutto della fede e della grazia, ma se il peccato non è tolto, che opere buone sono? Non è proprio quell’ipocrisia che Lutero dice di voler far scomparire?    
Come fa notare il Concilio di Trento (Denz.1515), Lutero confondeva l’atto del peccato o lo stato di peccato con la concupiscenza. Questa sì che dura per tutta la vita come inclinazione a peccare. Ma essa può momentaneamente di volta in volta essere bloccata col pentimento del peccato commesso e cancellato, anche se poi successivamente essa torna a farsi sentire e così via per tutta la vita. Tuttavia, come dice il Concilio di Trento, la concupiscenza di per sé non è peccato, benché tenti al peccato. Ciò vuol dire che se la volontà cade in peccato, essa,  sotto l’impulso della grazia, può immediatamente tornare buona e liberarsi dalla colpa commessa. 

Al n.23 si cita una tesi luterana ma senza alcun cenno di critica: «i luterani vogliono affermare che la giustificazione è svincolata dalla cooperazione umana e non dipende neppure dagli effetti di rinnovamento della vita che la grazia ha nell’uomo». Questa tesi dimostra purtroppo che i luterani, nonostante il riferimento al «rinnovamento della vita», continuano a ignorare il fatto che la giustificazione non è affatto «svincolata dalla cooperazione umana», ma al contrario è condizionata da essa, come insegna S.Agostino: «Chi ti crea senza di te, non ti salva senza di te».

Al n.25 si enuncia una tesi che è introdotta da un «assieme confessiamo»; ma poi ci accorgeremo che in realtà è un errore luterano: «la fede è attiva nell’amore e per questo motivo il cristiano non può e non deve restare inoperoso. Tuttavia, la giustificazione non si fonda né si guadagna con tutto ciò che precede e segue nell’uomo il libero dono della fede».
In questa visuale la fede produce la buona azione e rende il cristiano operoso. Bene. Inutilità delle opere in ordine alla giustificazione non vuol dire quietismo. E qui Lutero ha ragione. Ma come la fede è operosa? Proprio perchè le sue opere «guadagnano» la giustificazione e questa si fonda anche sulle opere fatte in grazia.
Le opere, invece, per Lutero, ci sono e ci devono essere, ma non sono meritorie della giustificazione. Dunque non concorrono alla sua produzione. Nessuna collaborazione del libero arbitrio con la grazia. E siamo sempre daccapo. Ma su ciò il cattolico non può essere d’accordo, come sappiamo bene. Dunque è un inganno far passare per cattoliche queste idee.

Al n.27 si afferma che «secondo il modo di comprendere cattolico, il rinnovamento della vita mediante la grazia giustificante esclude ogni contributo alla giustificazione, di cui l’uomo potrebbe vantarsi davanti a Dio (Rm 3,27)». La Dichiarazione rimanda alla Lettera ai Romani, dove S.Paolo afferma che l’uomo, per essere giustificato, non può vantare davanti a Dio meriti di opere buone. Il vanto infatti è escluso dalla «legge della fede», per la quale «l’uomo è giustificato per la fede indipendentemente dalle opere».
Eppure, come osserva S.Tommaso, qui Paolo non intende affatto «escludere ogni contributo alla giustificazione», perché tale contributo sono proprio le buone opere, naturalmente «non opere precedenti, ma conseguenti la giustificazione»[5]. Il che vuol dire, secondo la vera concezione cattolica, che la giustificazione è sì soprattutto effetto gratuito della grazia, ma nel contempo e inscindibilmente è merito e conquista delle buone opere. È vero che anche Lutero ammette che le opere conseguono alla giustificazione, ma escludendo che siano meritorie, toglie ad esse il necessario ed essenziale contributo che danno alla giustificazione.

Al n.29 troviamo una vana difesa del famoso simul iustus et peccator, spiegata nei seguenti termini: «il cristiano è del tutto giusto, poiché Dio, attraverso la Parola e il sacramento gli perdona i peccati e gli accorda la giustizia di Cristo, che egli fa propria nella fede e che lo rende giusto in Cristo davanti a Dio. Tuttavia, guardando a se stesso egli riconosce, per mezzo della legge, di rimanere al tempo stesso del tutto peccatore, poiché in lui abita ancora il peccato».
Qui dobbiamo notare due gravi falsità. La prima è la possibilità che l’uomo, nella vita presente, sia «del tutto giusto». Questa infatti è solo la condizione dei beati. Quaggiù può esistere solo una graduale maturazione della giustizia, ma non la sua pienezza. La seconda è addirittura un’assurdità, e cioè che un uomo possa essere «del tutto peccatore», espressione che lascia intendere che non si comprenda cosa significhi «essere peccatore».
L’esser peccatore non è una condizione esistenziale nociva che possa corrompere  più o meno un soggetto, così che essa possa distruggerlo in parte o del tutto. Per questo, non ha senso parlare di peccatore in parte o di peccatore in toto. Certo si può essere più o meno peccatori, si può essere molto o gravemente peccatori, ma è impossibile che uno sia totalmente peccatore, come se in lui non sia rimasto nulla di buono, come se fosse un peccato sussistente o fatto persona.
 Se l’esser persona coincidesse con l’essere peccatore, invano parleremmo di salvezza dell’uomo. In realtà, per quanto uno sia peccatore e privo della grazia, è sempre capace di compiere atti buoni, anche se insufficienti per la salvezza. Si sente qui l’idea luterana della corruzione totale della natura umana conseguente al peccato originale.
Il peccato non è una sostanza, ma un accidente, che non può corrompere tutta la sostanza umana, così come il male non può distruggere totalmente il suo soggetto. Per questo il peccato può essere tolto salvando la sostanza, ossia la persona umana. Un conto è il malato e un conto la malattia. Se il malato coincidesse con la malattia, per togliere la malattia, bisognerebbe uccidere il malato.
Non può esistere, quindi, un uomo totalmente e sostanzialmente cattivo, perché il male non è una sostanza, ma una carenza accidentale di bene, che suppone il soggetto della medesima carenza. È qui il difetto della concezione luterana del peccato e della natura corrotta dal peccato. Abbiamo una traccia di manicheismo. Ed evidentemente siamo al di fuori dello stesso cristianesimo, oltre che da una sana metafisica.
La verità è che il cristiano nella vita presente percorre, con le sue forze e sotto l’impulso della grazia, un cammino di liberazione progressiva dalla tendenza a peccare e di rafforzamento progressivo nella pratica del bene. Resta certo peccatore, ma non nel senso di trovarsi sempre in stato di peccato, ma in quanto è affetto dalla concupiscenza, mentre nel contempo, ha sempre la possibilità, tutte le volte che pecca, di risorgere, per proseguire il cammino, fino alla totale liberazione, che non è di questa vita, ma della futura vita dei beati.

Ancora al n.29, esponendo la posizione luterana senza criticarla, e quindi sembrando approvarla, il documento afferma che «grazie ai meriti di Cristo, il potere assoggettante del peccato è vinto. Non è più un peccato che “domina” il cristiano, poiché esso è “dominato” mediante Cristo, al quale il giustificato è unito nella fede».
E invece qui occorre osservare che il peccato non è un misterioso personaggio cattivo, che convive con noi, tale da poterci dominare o essere dominato, così da scaricare su di lui le nostre colpe, benché Paolo si esprima in modo da far pensare ad una cosa del genere (Rm 7, 20-23). Le cose stanno ben diversamente: la «schiavitù del peccato» (Rm 7,14), della quale parla S.Paolo, non vuol dire, come credeva Lutero, che siamo sempre costretti a peccare e che noi abbiamo perduto il libero arbitrio. Dopo il peccato originale, noi conserviamo, invece, benché indebolito, come dice il Concilio di Trento (Denz.1555), il libero arbitrio. Solo che senza la grazia non riusciamo a compiere atti utili alla salvezza.
Il peccato non è un soggetto che agisce in noi nostro malgrado, ma è un atto volontario, che proviene e dipende da noi, e che sta a noi fare o non fare. E se l’abbiamo fatto, possiamo rimediarvi con un atto  della  virtù contraria. Il peccato  non dev’essere dominato, ma distrutto, annullato, cancellato. Sono le passioni che devono essere dominate e moderate. Il peccato è un atto, una macchia che ogni volta va cancellata grazie al pentimento ed alla misericordia divina. Ma la piena vittoria sul peccato è solo della vita futura. 

Ancora al n.29 un altro gravissimo errore, sempre su questa linea ormai ben nota: «affermando che il giustificato è anche peccatore e che la sua opposizione a Dio è un vero e proprio peccato, i luterani con ciò non negano che egli, nonostante il peccato, non sia separato da Dio in Cristo». Qui si raggiunge il culmine dell’assurdo: l’opposizione a Dio è da una parte un «vero e proprio peccato»; ma dall’altra, «nonostante il peccato, il cristiano non è separato da Dio in Cristo». Si ha la sensazione di essere presi in giro.
Infine al n.39 si parla della «vita eterna come “salario” immeritato nel senso del compimento della promessa di Dio ai credenti». Vorremmo che, se vale ancora il principio di non-contraddizione, i redattori della Dichiarazione ci spiegassero che cosa intendono per «salario immeritato».

Conclusione

La domanda che ci poniamo è la seguente: l’ecumenismo è stato una benedizione celeste, che da tempo era auspicata ed attesa da grandi teologi come il Maritain, lo Journet, il Daniélou e il Congar. Esso è stato avviato da quel grande Papa che fu S.Giovanni XXIII col Concilio Vaticano II, e da allora ha suscitato numerosissime iniziative in tutto il mondo a tutti i livelli: dagli incontri privati ai convegni internazionali, dai contatti fra chiese sorelle e di interi episcopati, dagli incontri pontifici alle regolari attività della S.Sede. 

Che frutti ha portato? Bisogna distinguere. L’ecumenismo autentico, che ha messo in pratica le direttive del Concilio, ha condotto tanti fratelli separati a guardare a Roma con interesse, rispetto e speranza; quello invece frutto di oscure manovre, come questa infelice e ingannevole Dichiarazione congiunta, intralcia e fuorvia il vero cammino verso l’unità.

P.Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 2 luglio 2019


[1] Cf R. Lemonnyer, Voce “Justification”, DThC VIII/2, col. 2042 : “On sait … que la doctrine de la justification est le point essentiel de divergence entre catholiques et protestants”.
[2] Cit.da C.Boyer, Luther. Sa doctrine, Presses de l’Université Grégorienne, Rome, p.127.
[3] Eresia del monaco Godescalco (Gottschalk) condannata nel Sinodo di Quierzy (Cassiciacum) dell’853. Ricompare con Jan Hus nel sec.XV, al quale Lutero esplicitamente si ispira.
[4] Super epistulas S.Pauli lectura, Edizioni Marietti Torino-Roma 1953, vol.II, c.II, lect.III, n.95, p.25.
[5] Super epistulas S.Pauli lectura, Edizione Marietti, Roma-Torino 1953, vol.I, c.III, lect.IV,n.317, p.56.

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