Gott mit uns - Le origini della dottrina del nazionalsocialismo - Quinta Parte (5/5)

 Gott mit uns

Le origini della dottrina del nazionalsocialismo

Quinta Parte (5/5)

Fascismo[1] e nazismo

Fascismo e nazismo sono due fenomeni sociali e spirituali simili. La radice è comune: l’affermarsi nei primi decenni del ‘900 dei nazionalismi, di una concezione della vita che si riassume nell’autocreazione e nella volontà di potenza di evidente matrice nietzscheana, in sintesi con la concezione hegeliana dello Stato come totalità divina che è sostanza degli individui che lo compongono.

Mentre il nazismo attingeva in Hölderlin alle radici pagane precristiane del popolo germanico, il fascismo attingeva all’antica religione romana e ai ricordi e ai valori dell’Antico Impero Romano. Queste due grandi forze storiche e politiche, se da una parte partivano da una radice comune, ossia il cogito cartesiano sviluppato nell’idealismo tedesco, dall’altra però esisteva tra loro un sottile antagonismo, giacchè è chiaro che i Germani non potevano non avere il ricordo dell’odiato impero Romano.

Per questo l’alleanza fra Mussolini ed Hitler, per quanto all’inizio enfatizzata, non poteva non avere in sé il principio della propria dissoluzione, che esplose proprio nel momento meno indicato: proprio nel corso della guerra, quando le due forze avrebbero dovuto essere più che mai unite nella lotta contro il comune nemico. Riapparve invece l’antica diffidenza e l’antico disprezzo reciproco fra Latini e Germani, benché l’Italia fosse largamente imbevuta di idee panteiste diffuse dall’allora filosofo ufficiale del fascismo Giovanni Gentile[2].

Il fascino di Hitler

Quanto ad Hitler, non rifuggiva dal fare riferimenti a Dio. Era convinto di attuare una missione affidatagli da Dio. Per consultare Dio si affidava a responsi ottenuti da veggenti o da sedute spiritiche o da oracoli magici e teosofici tibetani, indiani e giapponesi, o a sentenze dell’antica mitologia germanica, raccolti da più fonti d’informazione, in particolare dalla Thule Gesellschaft,[3] che aveva come simbolo la svastica o da un’apposita commissione delle SS, la SS-Vorgerucktenstudien studiosi[4], o dalla Tempelhofgesellschaft, fondata a Vienna fine ‘800 da Norbert Jurigen-Tatthofer e Ralft Ettl con lo scopo promuovere e insegnare una forma di religione gnostica legata al Marcionismo, la quale identificava il «malvagio creatore di questo mondo», ovvero il Demiurgo, con Jahvè, il Dio degli Ebrei[5].  

Raccogliamo da Wikipedia alla voce Thule Gesellschaft la notizia che «L'eredità ideologica della Società Thule fu raccolta dal Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori. Adolf Hitler e il suo movimento forgiarono il loro pensiero».

Noi oggi non abbiamo più la percezione del potere della parola sulle folle. Spesso i discorsi dei nostri politici o dei nostri intellettuali sono melensi, prolissi, ingarbugliati e pieni di luoghi comuni, che ci lasciano annoiati o delusi.

Il Medioevo, invece, soprattutto con i grandi predicatori domenicani, come il Beato Reginaldo d’Orléans, San Giacinto nel ‘200, San Vincenzo Ferreri agli inizi del ‘400 o Gerolamo Savonarola alla fine del ‘400 conosce dei predicatori formidabili infiammati da Dio e travolgenti, che sapevano scuotere ed entusiasmare le folle per la causa di Dio. Qualcosa del genere si è ripetuto con San Giovanni Paolo II, che attirò nel suo viaggio a Manila due milioni di persone.

La cosa invece che si constata nel ‘900 è la comparsa sì di grandi trascinatori di folle, ma, ahimè, non verso la virtù, ma verso la sedizione o il fanatismo, non per costruire la pace, ma per stimolare alla dissolutezza o alla violenza, come fu per esempio un Lenin. Ma il caso più eclatante di tutti è stato quello di Hitler, seguìto a ruota da Mussolini. Il predicatore trascina la folla quando è animato da uno spirito superiore: o lo Spirito Santo o il demonio.

Certamente Hitler, benchè si dichiarasse cattolico, non era animato dallo Spirito Santo. Dunque fu animato dal demonio. È impressionate quanto riferisce Alleau nel suo libro già citato, al c.4 della parte II «La medianicità di Adolf Hitler» circa l’incredibile potere che ebbe Hitler di soggiogare a sé l’intero popolo tedesco, come documentano anche alcune fotografie di folle fanatizzate dalla sua parola.

La Thule Gesellschaft, dal canto suo, aveva preparato i tedeschi all’evocazione degli dei della mitologia germanica, e ad un mago adatto a ciò. Questo mago fu Hitler[6]. Così parla di queste potenze infernali lo specialista Otto Öffler:

«La divinità più adorata dai Germanici fu il Signore della possessione demoniaca (der Herr des Demonischen Ergriffenheit). … Wotan è il selvaggio dio della possessione, il Maestro divino delle Männerbund estatiche, l’imprendibile dio della Guerra, delle Rune dei Morti, della Collera e della Stregoneria, delle Maschere e dei Sacrifici umani. … L’origine della parola Wotan è l’alto-tedesco Wuof che racchiude il senso del “possesso selvaggio” attraverso la divinità Wuf, del rapimento estatico»[7].

Il concetto heideggeriano di Dio

È dal 1967 che frequento il pensiero di Heidegger e confesso che non sono mai riuscito a capire se Heidegger credeva o non credeva in Dio. C’è chi ne fa un mistico, c’è chi ne fa un agnostico, chi ne fa uno scettico, chi ne fa un nichilista, chi ne fa un ateo.

Qual è il rapporto di Heidegger con Dio? Che idea ne aveva? C’è in lui il problema dell’esistenza di Dio? Questo «seyn» sul quale tanto insiste, che cos’è? Si può avvicinare a Dio? O forse è l’uomo? O è entrambi? O non è né l’uno né l’altro? O è il passaggio dall’uno all’altro?

Heidegger da giovane pensò di farsi sacerdote nei Gesuiti, ma desistette dall’intento al primo contatto con la Compagnia. Che cosa gli successe? Difficile dirlo. È possibile che sia una vocazione mancata e che gli sia rimasto sempre il rammarico di non aver insistito nel chiedere di entrare nella Compagnia. Probabilmente fu umiliato e da allora si nota il dente avvelenato di Heidegger contro il cristianesimo.

Ma per tutta la vita Heidegger si dibatté col problema dell’essere, dietro al quale è evidente che c’è il problema di Dio, anche se egli non voleva riconoscerlo, quasi avesse trovato un Dio più sublime del Dio «ontico» del cristianesimo. Conservò comunque il tono del maestro spirituale, che svela al discepolo il fondo delle cose. Ma il suo pensare è un esasperante andirivieni di pensamenti e ripensamenti, dove quest’anima tormentata non trova mai un punto fisso, benché non manchino gli spunti profondi e suggestivi.

A somiglianza di Marcione, che era stato ripreso da Lutero e da Hegel, Heidegger aveva ripugnanza per la spiritualità esterioristica dell’Antico Testamento, che vedeva con disprezzo come «ontoteologia», assunta poi dalla Chiesa cattolica, ossia come una concezione di Dio come «Ente», e non come «Nulla», per cui sposava l’interiorismo, il Gott mit uns luterano.

Il preteso recupero heideggeriano dell’essere parmenideo, dopo quella che egli chiamò la «storia dell’errore», la sbandierata affermazione della «differenza ontologica» fra l’ente e l’essere, parve a tutta prima a molti un recupero dell’esse tomistico. Niente di tutto questo. Il seyn heideggeriano è il Dasein, l’esser-lì dell’uomo che s’interroga sull’essere senza essere capace di rispondere. È l’essere che confina col nulla, è l’essere nel tempo. Incontratosi poi con Nietzsche, l’essere sarà la stessa volontà di potenza.

Ed ecco finalmente trovato il senso dell’essere, l’ultima parola sull’essere: la metafisica del nazismo. Da qui il volume di 950 pagine scritto alla fine degli anni’30 nel pieno successo del regime hitleriano e si sa quanto Hitler – neanche a dirlo – fosse ammiratore di Nietzsche.

È vero che negli ultimi anni della sua vita Heidegger auspicherà l’avvento di un «Dio divino, davanti al quale sia possibile danzare e pregare», e che dichiarerà nel 1966 in un’intervista a Der Spiegel che «solo un Dio ci può salvare». Ma resta il fatto che Heidegger non ha mai chiarito quale fosse la sua concezione di Dio se non lasciando intendere che si trattasse di quel «Sacro»[8] di Hölderlin, che non era altro che la sacralità della terra tedesca abitata dagli dei della mitologia germanica, tanto cara ai nazisti e allo stesso Nietzsche.

Quello che si può desumere, eventualmente, è che per Heidegger Dio è l’uomo stesso, in quanto in lui l’essere viene a coincidere con l’essere uomo e l’uomo stesso è l’essere come Esserci (Dasein).  Heidegger nega che Dio sia l’essere ed ha ragione, perché Dio non è semplicemente l’essere del metafisico, ma è l’ipsum Esse, è l’Essere sussistente.

Ora, tutte le innumerevoli volte che Heidegger parla dell’esse simpliciter, si può pensare, certo all’esse metafisico; ma come non pensare anche all’ipsum esse, all’esse divinum? Se l’essere, come dice Heidegger, è «finito» , che ne è dell’essere infinito? Se l’essere è tempo, che ne è dell’essere eterno? O vogliamo fare di Heidegger un ateo? C’è chi lo pensa. Egli non nega l’infinito, non nega l’eterno. E dunque?

Il seyn heideggeriano è il Dasein, l’esser-lì dell’uomo che s’interroga sull’essere senza essere capace di rispondere. È l’essere che confina col nulla, è l’essere nel tempo. Incontratosi poi con Nietzsche, l’essere sarà la stessa volontà di potenza.

Heidegger nega che Dio sia l’essere ed ha ragione, perché Dio non è semplicemente l’essere del metafisico, ma è l’ipsum Esse, è l’Essere sussistente. Ora, però, tutte le innumerevoli volte che Heidegger parla dell’esse simpliciter, si può pensare, certo all’esse metafisico; ma come non pensare anche all’ipsum esse, all’esse divinum?

D’altra parte, se l’essere, come dice Heidegger, è «finito» , che ne è dell’essere infinito? Se l’essere è tempo, che ne è dell’essere eterno? O vogliamo fare di Heidegger un ateo? C’è chi lo pensa. Se l’essere è nulla, allora Heidegger è un nichilista? C’è chi lo pensa.

Tuttavia per lui la verità, il sapere non è adaequatio, ma «rivelazione alla mia coscienza», come per Husserl. Ma sono certo che ciò che appare a me sia ciò che è? Heidegger non si pone il problema, tanto gli manca, come per tutti gli idealisti, l’interesse, il riconoscimento e l’attenzione all’essere extramentale. Tutto si risolve nella mia coscienza o, come dice, nella mia esperienza «preconcettuale» (Vorvertändnis) e da questa non si esce.

È sincero Heidegger nella sua ricerca della verità? Il suo continuo distruggere ciò che costruisce dipende dal fatto che non riesce mai a trovare un punto fisso o dal fatto che sembra che ci provi gusto a confonderci le idee o a farci girare la testa? Perché nel momento in cui ci pare di averlo capito o lo cogliamo in castagna sguscia via e scompare?

Il suo è un continuo e snervante andirivieni di un uomo che non ha mai pace e sembra non trovare un ubi consistam. Ma non si tratta dell’agostiniano cor inquietum, perché Agostino sa almeno che Dio c’è. Ma di Heidegger che dire? Non sembra anche uno scettico o un agnostico?

Dà l’apparenza di essere un ricercatore o un indagatore come dovrebbe essere il vero filosofo; ma, come insegna Sant’Agostino, non si può cercare se non ciò che si è già trovato. Se non sai neppure che cosa stai cercando, che cosa cerchi?

Heidegger perennemente lancia un input ora ai teologi ora agli atei e appena uno di loro crede di capire, eccolo schermirsi dicendo di essere stato frainteso, sicchè a un certo punto cascano le braccia e uno si chiede: a che gioco giochiamo?

L’impressione che si trae da questo gioco al rimpiattino è che ad Heidegger sostanzialmente interessi attirare l’attenzione di tutti senza mai optare per nessuno. E di fatti c’è riuscito, data l’oceanica bibliografia che esiste sul suo conto.

Ma secondo me la cosa saggia da fare è separare con pazienza e amore nel suo pensiero il grano dal loglio. Il grano per la verità non manca, come in ogni filosofia, anche la più aberrante. E ciò attira giustamente l’interesse dei teologi cattolici. Il grano è l’aver riproposto con forza la questione dell’essere e di aver sottolineato la trascendenza dell’essere sull’ente. Occorre pensare l’essere prima e al di là dell’ente. Giustissimo[9]. Ma poi che succede? Che per Heidegger l’essere non è l’actus essendi, l’esse ut actus, non è l’atto esistenziale dell’ente e l’atto perfettivo dell’essenza, ma è negazione dell’ente e dell’essenza. E di nuovo siamo in alto mare.

Infatti l’ente, per Heidegger, che egli chiama spregiativamente «ontico», è l’oggetto empirico e materiale delle menti ristrette, che non sanno spaziare nell’illimitatezza dell’essere, mentre l’essenza non è una realtà, ma una astrazione, una fictio mentis separata dal reale che si illude di cogliere e invece coglie solo se stessa. Allora comprendiamo che Heidegger fraintende sia l’essere che l’ente che l’essenza e quella speranza che avevamo concepito all’inizio svanisce. Siamo ripiombati nel buio.

Il loglio, inoltre, è la confusione che fa tra l’uomo e l’essere, che si risolve nella confusione tra l’uomo e Dio, volendo vedere Dio nell’essere. Ed ecco accontentato l’umanesimo e il teismo nazisti.

Famose sono rimaste le parole sull’uomo «pastore dell’essere» e «casa dell’essere», parole belle e suggestive, ma che però sembrano ridursi a semplici frasi ad effetto, perché, se andiamo a indagare che cosa Heidegger intende con la parola «essere», siamo nell’incertezza di opposte interpretazioni e in una continua oscillazione fra l’umano e il divino.

Il Dio di Heidegger sembra dunque essere l’uomo stesso in quanto aperto all’essere. un Dio molto consono al Dio dei nazisti, che si vantavano di avere Dio in loro e nel contempo sono stati i maggiori empi mai esistiti in tutta la storia dell’umanità.

Viene allora da chiedersi che cosa abbia trovato Rahner in Heidegger da considerarlo il suo «unico maestro». Ha trovato un Dio ridotto alle dimensioni dell’uomo e un uomo innalzato alle dimensioni di Dio. Infatti, mentre l’uomo è apertura all’essere, l’essere è finitezza, temporalità ed esserci dell’uomo.  L’uomo che si infinitizza come Dio e Dio finitizzato nell’uomo. Questo è il Dio di Heidegger. E questo è per conseguenza il Dio di Rahner.

Chiediamoci allora: che contributo ha dato Heidegger al progresso filosofico? Potremmo ricordare le sue parole nella famosa intervista a Der Spiegel del 1966:

«La filosofia non potrà produrre nessuna modificazione allo stato attuale del mondo. Solo un Dio può aiutarci a trovare una via di scampo».

Ma basta accennare ad un «dio» in modo così vago ed impreciso per rassicurarci circa  il valore del concetto heideggeriano di Dio?

Non dimentichiamo che le stesse armate naziste avevano per il motto Gott mit uns. Ma in fin dei conti qual è questo Dio? È il vero Dio, Essere sussistente, bontà infinita, giusto e misericordioso, provvidente, creatore del cielo e della terra, incarnatosi in Gesù Cristo Nostro Signore, nostro Redentore e Salvatore e Capo della Chiesa?

Ora, un Dio che non illumina ma oscura l’intelletto, che non è misterioso ma tenebroso, che crea il dubbio e non la certezza, che crea inquietudine e non dona la pace, che suscita conflitti e non li appiana, che blocca la ragione anziché affermarla, che si rivela non come essere ma come nulla, non come creatore del mondo e dell’uomo, ma come vertice del mondo e dell’uomo, un Dio che non insegna l’umiltà ma la superbia, non la certezza ma la sicumera, che ama non la verità ma la menzogna, non la limpidezza ma la tortuosità, non la prudenza ma l’astuzia, non la semplicità ma la doppiezza, non il servizio ma la prepotenza, non la pietà ma la crudeltà, non la solidarietà ma il sadismo, non l’amore del prossimo ma l’omicidio, che non eleva al cielo ma ci chiude nel mondo, e soffoca lo spirito nella carne, che Dio è? Ce lo insegna Gesù Cristo: non è il vero Dio, ma è il demonio.

Fine Quinta Parte (5/5)

P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 15 agosto 2021
Memoria di Santa Teresa Benedetta della Croce.
Martire, Patrona d’Europa e Dottore della Chiesa 

 

 

Mentre il nazismo attingeva in Hölderlin alle radici pagane precristiane del popolo germanico, il fascismo attingeva all’antica religione romana e ai ricordi e ai valori dell’Antico Impero Romano.

 

Queste due grandi forze storiche e politiche, se da una parte partivano da una radice comune, ossia il cogito cartesiano sviluppato nell’idealismo tedesco, dall’altra però esisteva tra loro un sottile antagonismo, giacchè è chiaro che i Germani non potevano non avere il ricordo dell’odiato impero Romano. 

Immagini da internet


[1] Vedi la voce FASCISMO nell’Enciclopedia Treccani a firma di Benito Mussolini.

[2] Emilio Chiocchetti, La filosofia di Giovanni Gentile, Vita e Pensiero, Milano 1922; Angelo Zacchi, Il nuovo idealismo italiano di B. Croce e G. Gentile, Editrice Francesco Ferrari, Roma 1925; Cattolicismo e idealismo, Vita e Pensiero, Milano 1928.

[3] Rudolf von Sebottendorff, Prima che Hitler venisse. Storia della società segreta Thule, Edizioni Arktos, 1987; René Alleau, Le origini occulte del Nazismo, Edizioni Mediterranee, Roma 1989; Giorgio Galli, Hitler e la cultura occulta, BUR Saggi, Milano 2016; Hitler e il nazismo magico, Edizioni Rizzoli, Collana BUR; 2005; René Freund, La magia e la svastica. Occultismo, New Age e Nazionalsocialismo; Lindau Editore, 2006.

[4] Gabriele Zaffiri, SS-Vorgerucktenstudien. Studi avanzati e ricerche di una divisione speciale occulta delle SS, Boopen Editore, Pozzuoli, Napoli, 2007.

[5] Notizia raccolta da Wikipedia alla voce NAZIONALSOCIALISMO.

[6] In Mein Kampf Hitler si mostra sprezzante nei confronti dell’antica mitologia germanica per assumere il ruolo del moderno razionalista, che deride le superstizioni, ma in realtà, come poi dimostrò la sua condotta e la sua guida politica, egli dette largo spazio ai visionari, agli esaltati e alle società occultistiche ed esoteriche.

[7] Kultische Geheimbunde der Germanen, Francoforte 1934, pp.340-341.

[8] Cf Umberto Regina, Heidegger. Esistenza e sacro, Morcelliana, Brescia 1974.

[9] Il Padre Cornelio Fabro fa un interessantissimo e dottissimo confronto fra il sein heideggeriano e l’esse tomistico. Constata un punto in comune nell’esigenza di pensare l’essere al di là dell’ente, ma poi deve constatare che questa esigenza è frustrata in Heidegger perché trascura il fatto che noi non cogliamo l’essere come essere, ma ad modum essentiae, perché l’oggetto del nostro intelletto è l’essenza del reale. Questo non vuol dire ridurre l’essere ad essenza, come hanno fatto Suarez e Wolff, ma significa che noi cogliamo la distinzione reale fra essere ed essenza nell’atto del giudizio d’esistenza. Cf C. Fabro, Tomismo e pensiero moderno, Libreria Editrice della Pontificia Università Lateranense, Roma 1969.; J. Maritain, Court traité de l’existence et de l’existant, Paul Hartmann Editeur, Paris 1964.


5 commenti:

  1. Caro Padre, How may I contact you directly? Grazie, Edmundo

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    1. Caro Edmundo, mi può contattare anche in questo modo.
      Ho una pagina Facebook:
      https://www.facebook.com/giovanni.cavalcoli/

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  2. Caro Padre Giovanni,
    nel complimentarmi con lei per i tanti e originali spunti di riflessione che questi suoi cinque articoli sul Nazismo ci forniscono, mi permetto di dissentire sul “dichiararsi cattolico” da parte di Hitler. E’ possibile che occasionalmente, per ragioni opportunistiche di tattica politica, il Fuhrer si sia detto cattolico, ma da questo a sostenere che davvero e in maniera continuativa egli si sia considerato cattolico, ne passa… (consideriamo anche le oscillazioni di pensiero di una personalità certamente poco equilibrata). Penso invece che si possa affermare che Hitler, in qualche modo, si sentisse cristiano, ma che questo suo sentire sia presto degenerato in quel “cristianesimo positivo”, a cui esplicitamente si richiama nel Mein Kampf, che è ben lontano dal Cattolicesimo.
    Riporto alcuni stralci da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Pensiero_religioso_di_Adolf_Hitler#cite_note-Bundle15-3):
    “Alla luce di prove consistenti sul suo rifiuto dei principi del cristianesimo quand'era ancora nell'età dell'adolescenza [a supporto di questa tesi, vengono citati in nota scritti degli storici Alan Bullock, Ian Kershaw, Richard J. Evans, Richard Overy, A. N. Wilson, Laurence Rees, Derek Hastings, ] e gli sforzi faticosi compiuti per ridurre l'influenza e l'indipendenza del cristianesimo in Germania a seguito della sua ascesa al potere, i maggiori biografi accademici di Hitler concludono che egli fosse un agguerrito avversario della religione cristiana. […]
    Le osservazioni fatte da Hitler ai confidenti, come vengono descritte nei Diari di Joseph Goebbels (capo del Ministero del Reich per l'istruzione pubblica e la propaganda), nelle Memorie del Terzo Reich dell'architetto del Führer Albert Speer e nelle trascrizioni delle conversazioni private di Hitler registrate da Martin Bormann in conversazioni a tavola di Hitler sono un'ulteriore testimonianza della sua cristianofobia; queste fonti registrano una serie di osservazioni private in cui Hitler ridicolizza la dottrina cristiana come assurda e socialmente distruttiva [seguono puntuali citazioni in nota a supporto di quanto qui affermato]. […] Hitler nacque e fu cresciuto da una madre cattolica praticante, Klara Pölzl, venne battezzato da neonato e ricevette la confermazione all'età di quindici anni secondo i precetti e la dottrina della Chiesa cattolica, ma cessò di partecipare alla messa e ai sacramenti a partire dalla prima giovinezza.[Rissmann, Michael Hitlers, Gott: Vorsehungsglaube und Sendungsbewußtsein des deutschen Diktators (2001); Smith, Bradley, Adolf Hitler: His Family, Childhood and Youth (1967)].
    Nel suo libro Mein Kampf e nei discorsi pubblici dichiarò una propria fede nel cristianesimo. Hitler e il Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori promossero il cosiddetto Cristianesimo positivo, un movimento che respinse le tradizionali dottrine cristiane come la divinità di Gesù, così come gli elementi ebraici dell'Antico testamento […]"

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    1. Caro Bruno,
      la ringrazio molto per queste interessanti informazioni riguardanti il cosiddetto cattolicesimo di Hitler. La parabola della sua vita, conservate le proporzioni, ha purtroppo un valore paradigmatico per tanti nostri giovani che, dopo avere avuto una educazione cattolica in famiglia, abbandonano la fede e la pratica religiosa e si lasciano sedurre da idee sbagliate, che possono indurre persino all’odio contro Dio e contro il cristianesimo, oppure a crearsi un Dio panteistico, che soddisfa soltanto la propria superbia e il proprio egoismo.
      Inoltre c’è da considerare quella tendenza alla doppiezza e alla ipocrisia, che purtroppo esiste in molti di noi, chi più chi meno, e che ha recentemente condannato Papa Francesco facendo riferimento alla ipocrisia del Farisei. Questa doppiezza si manifesta facilmente nel recitare delle parti tra di loro contradditorie, se ciò assicura il successo nel mondo.

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  3. Gent.le p. Giovanni, Noto che accosta il fascismo italiano al nazionalsocialismo tedesco, sostenendo che l'antagonismo fra i due fosse dovuto al fatto che l'uno si rifaceva alla romanità pre-cristiana (mi corregga se ho inteso male), mentre l'altro all'antico germanesimo, che aveva in uggia la romanità. Mi permetta però di osservare che fra i due fenomeni c'erano differenze più profonde. Il fascismo riconosceva allo Stato un certo primato sulla nazione e sul dato meramente etnico, mentre il nazionalsocialismo vedeva nella nazione, concepita in termini di purezza razziale, la sola ragion d'essere dello Stato. Inoltre, anche se il fascismo fu inficiato da correnti statolatriche, va detto che in più occasioni, tanto nei fatti quanto nelle sue affermazioni programmatiche, riconobbe alla Chiesa Cattolica, alle famiglie e agli individui una libertà che il nazismo non fu disposto a riconoscere né in pratica né in teoria. Eloquentemente, p. Mario Barbera sul quaderno de "La Civiltà Cattolica" del settembre 1937 sottolineò queste differenze: "Ora, bisogna riconoscere che, in sostanza e nelle direttive generali (...) il Regime fascista intende fare e, praticamente, fa questo appunto, cioè ordinare tutte le provvidenze educative e sociali al maggior bene comune, materiale e spirituale, della nazione, in armonia con la tradizione e il sentimento cattolico delle famiglie italiane; checché sia di certe espressioni teoriche, arieggianti a quella concezione idolatrica dello Stato, e nonostante qualche esagerazione o deviazione particolare. (...) Il fatto evidente ed incontrastabile oggi in Italia è che l’orientamento sostanziale e le direttive generali, pratiche ed effettive, del Regime fascista mirano al vero bene comune, materiale e spirituale, della nazione, in armonia con la tradizione italiana cattolica, producendo grande concordia ed unità morale della nazione. Pertanto, travisano le presenti condizioni dell’Italia e recano manifesta ingiustizia al Regime fascista coloro che (fuori d’Italia) lo stimano e mettono alla pari del regime nazista dell’Hitler e del Rosenberg. La principale differenza sta in questo che l’hitlerismo, teoricamente, e molto più praticamente, con una tenacia degna di miglior causa, intende attuare una idea pazza ed assurda: unificare tutto il popolo tedesco in una nuova religione (Weltanschauung): la pretesa “divinità del sangue e del suolo”, in aperta contraddizione con la fede e la civiltà della nazione tedesca, non solo contro il cattolicismo, ma anche contro lo stesso cristianesimo protestante. Per attuare questa pazza idea ha intrapreso una più pazza e dissennata persecuzione (che disunisce e turba la stessa nazione), con misure di soffocamento graduale di ogni respiro, manifestazione ed attività delle due confessioni, la cattolica e la protestante, secondo il proposito: “non vogliamo fare dei martiri, ma degli apostati”. Tutto al contrario, il Regime fascista, pur lasciando alle piccole minoranze acattoliche la conveniente libertà religiosa e civile, promuove l’unità morale e religiosa della nazione nella sua fede e nelle sue tradizioni, con la fedeltà al Concordato, con la libertà alla Chiesa nel suo ministero, e con l’istruzione religiosa cattolica in tutte le scuole, dichiarata “fondamento e coronamento di tutta l’istruzione”, nonostante – ripetiamo a scanso di equivoci – alcune deviazioni teoriche e pratiche e deficienze dalla perfezione ideale, inevitabili nelle cose umane". Se il fascismo fosse stato fortemente imbevuto di una sorta di "neo-paganesimo" romano, non so se quanto descritto all'epoca da p. Barbera sarebbe stato possibile. Credo che nel caso del fascismo il quadro sia più articolato e sfumato, anche se mi rendo conto che il suo articolo, concentrandosi sul nazionalsocialismo, non poteva entrare troppo nel dettaglio su un argomento che richiederebbe uno studio a sé. Cordiali saluti

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