La Causa Prima (Del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP)

 La Causa Prima

Del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP

Se uno mi chiedesse: chi è Dio? Io rispondo: Dio è il semplice essere[1]. Nulla di più, ma anche nulla di meno. E nell’essere c’è tutto ovviamente, perchè voi capite che tutto ciò che è, è in virtù dell’essere. Tanto è vero che l’essere è proprio ciò in virtù di cui semplicemente si è, si emerge dal nulla. Vedete l’aspetto esistenziale?

Notate, l’essenza è ciò per cui una cosa è sé stessa. L’essere è ciò per cui la cosa semplicemente è, esiste. L’essere, il semplice esistere, coincide con l’essenza solo in Dio. E così si costituisce l’ente infinito. In tutte le realtà distinte da Dio, l’essenza si distingue dall’essere.

Cioè quelle realtà, proprio in quanto non sono Dio, per quel non essere Dio, possiedono un limite che stacca la loro essenza da quella essenza, che è la pienezza dell’essere. Quindi, c’è l’essere ma diminuito, decaduto dalla ampiezza infinita dell’essere stesso.

Ecco che lo Spirito Santo è stato buono con noi. Notate però che queste sono cose che bisogna poi rimeditare sempre, naturalmente. Ve l’ho già detto l’anno scorso: in queste cose filosofico-teologiche non si può procedere come in geometria, dove si dice: io devo capire quel teorema, poi dopo passo agli altri.

Il manuale di Euclide va studiato così. Invece in filosofia, miei cari, la cosa è diversa, perché lì bisogna in qualche modo avere una parziale comprensione delle cose; dopodiché si compie una certa sosta, poi si torna, si approfondisce la riflessione, si riprende il cammino e via dicendo.

Vedete che le due intellettualità, cioè quella scientifica positiva e quella sapienziale filosofica, hanno delle esigenze e dei metodi molto diversi, è cosa normale, non ci spaventa questo.

Ora notate, quello che è molto importante da sapere è questa differenza: l’essenza è ciò per cui la cosa è sé stessa: uomo, cane, bue ecc. Invece l’essere è ciò per cui la cosa semplicemente è, cioè emerge dal nulla. 

Giovanni di San Tommaso ha questa bella definizione dell’essere come posizione di ciò per cui la realtà, la cosa è posta al di fuori del nulla e delle sue cause. Dice anche delle sue cause, perché nelle cause le realtà sono precontenute, ma potenzialmente; non ci sono ancora, ci sono solo quando si separarono per così dire dalla loro causa. 

Allora notate: solo in Dio, essere infinito, l’essenza coincide con l’essere. In tutte le altre realtà, l’essere è per così dire aggiunto alla essenza, cioè l’essenza partecipa dell’essere. 

Ecco allora, a questo punto, detto questo, ma solo dopo aver detto questo, risulta comprensibile quello che ci dice il nostro amico San Tommaso. Dice così: ogni ente è causato da Dio. Si intende ogni ente finito. 

Vedete, Dio non è causabile. Pensate, anche se il Signore Iddio volesse causare un altro Dio, non ci riuscirebbe, nemmeno Lui. Non gli faccio un oltraggio, capite. Perché il Signore Iddio è onnipotente nel senso che può fare tutto ciò che è fattibile, ma un Dio creato è un non senso. 

Cioè Iddio non è suscettibile di essere creato, ma ne vedete la ragione proprio se capite un pochino questa coincidenza di essere e di essenza, ciò che è già essere nella pienezza non può ricevere dell’altro essere. È già saturo di essere, per così dire.

Invece ciò che non è l’essere stesso, ma possiede l’essere, è rivestito dell’essere, è suscettibile di riceverlo dall’altro. Quindi si sottintende che ogni ente finito è causato da Dio. Ciò che è, dice San Tommaso, lo è per partecipazione, è causato da ciò che è per essenza.

Quindi, ciò che è essere solo per partecipazione dell’essere, è causato da ciò che non è essere in parte, ma che è essere per essenza, cioè essere in toto, ovvero tutta la sua essenza non è altra che questo: essere[2]. Perciò, si dà, in qualche modo, un ente che possiede l’essere parzialmente, partecipativamente. In tal senso, abbiamo detto che l’uomo non è l’essere.

Se ci pensiamo bene, dire “io sono l’essere”, è una frase per la quale uno mi dice: qui, figliolo, sei da ricoverare: è impossibile. Quindi, nessun uomo è l’essere. Però l’uomo c’è, quindi ha l’essere. Questo non essere l’essere, ma avere l’essere, questo avere l’essere, si dice anche partecipare l’essere. Cioè prendere parte all’essere.

Notate bene la parzialità. Cioè si prende parte all’essere, ma non si esaurisce tutto l’essere. Io mi prendo quella fettina che riguarda la mia povera essenza[3]. Prendiamo per esempio l’essere umano. Quella parte di essere, che si addice alla mia essenza umana, me la prendo io? No, non me la prendo io, capite, ma è il buon Dio che me l’ha data, diciamo così, il Creatore mi ha dato quella parte di essere che si addice alla essenza umana[4]. Quindi io partecipo dell’essere, ma non sono l’essere per essenza.

Ora, quello che dice San Tommaso è questo: ciò che è per partecipazione tale, cioè è tale per aver parte in qualche cosa, è causato da ciò che è tale nella sua essenza.

Quindi solo Dio, notate, solo Dio, che è Essere, è in grado di produrre l’essere, perché colui che non ha ciò che causa non può nemmeno causarlo. Per dare, per comunicare una proprietà, un atto, direbbero gli scolastici, un actus, una enèrgheia, come dice Aristotele, per comunicare una perfezione, bisogna prima averla.

Ora, Iddio comunica alle creature nientemeno che questo, cioè il loro essere, il loro semplice esserci. E questo essere viene raccolto entro i limiti dell’essenza creaturale, ma ciò che Dio dà, ciò di cui causa la partecipazione, è l’essere. Dio causa la partecipazione dell’essere, non di altra cosa, nelle creature.

Vedete, quindi, solo Colui che possiede l’Essere nella sua pienezza, è in grado di elargire l’essere in tutte le sue partecipazioni. É cosa interessante, e qui bisogna pure meditarci molto, che l’essere comprende in sé tutte le sue partecipazioni possibili, perchè ogni distinzione tra le cose, a sua volta è reale e quindi esiste.

Il fatto che io non sia il tavolino, quel mio non essere il tavolino è un qualcosa che realmente c’è nella natura delle cose. Quindi tutti i rapporti tra le cose, tutte le relazioni, tutte le distinzioni tra cosa e cosa, tutte le sfumature, tutti i modi di essere, sono a loro volta degli esseri. 

Quindi è cosa interessantissima come dall’essere stesso si scende verso gli esseri particolari solo tramite l’essere. Quindi, solo chi dà l’essere, chi è l’Essere, è in grado di dare l’essere anche nelle sue partecipazioni diminuite. Un altro oggetto di meditazione, di contemplazione.

Ora, tutte le cose distinte da Dio, non sono l’essere, ma hanno solo parte all’essere. Questa è la loro finitezza. Essa consiste nel fatto che la loro essenza non è identica all’essere, ma hanno l’essere, non sono l’essere.

Ora, tutte le cose diversificate secondo una diversa partecipazione dell’essere, così da essere più o meno perfette, sono causate da un primo ente che è, che esiste perfettissimamente. Iddio dunque causa nelle cose il loro esserci e la misura di quel loro esserci, che si addice appunto alla proporzione della loro essenza.

L’essere causato però, e questo è molto importante da notare, non è identico all’essere finito. Cercherò, se Iddio continua ad aiutarmi, di spiegarvelo. Notate questo: la tesi di San Tommaso è duplice. Una. Ogni ente finito è causato dall’ente infinito che è Dio, perché l’ente finito, ripeto perché repetita iuvant, l’ente finito non possiede l’essere in virtù della sua essenza.

Quindi possiede l’essere in virtù di qualcosa di esterno alla sua essenza. In virtù di che cosa? In virtù di Colui che possiede l’essere nella sua pienezza, perché solo chi possiede l’essere nella sua essenza di essere, è in grado di elargire l’essere con tutte le sue sfumature. Quindi ogni ente finito, in quanto finito, è causato da Dio. Questa è la prima tesi.

Però notate subito che c’è una tesi apparentemente contraria, che è questa: l’ente finito non coincide però e non si identifica con l’essere causato. In altre parole, gli enti finiti non si riducono interamente al loro dipendere da Dio. In altre parole ancora, vedete, gli enti finiti possiedono, in dipendenza da Dio, una loro relativa indipendenza o autonomia. È una cosa stupenda. Guardate, San Tommaso riesce a spiegare come Iddio crea, ma nel creare decentralizza.

Mi piace quella parola “decentralizzare”. Capite. Perché rende un po’ l’idea, come in uno Stato ben amministrato, ma suppone tanta maturità nei cittadini. Infatti, la struttura di governo migliore è quella decentralizzata, dove ogni ufficio dello Stato ha una sua dignità propria, cioè il Presidente della Repubblica non ha bisogno di intervenire attraverso ogni “ente” pubblico o privato, questa volta nel senso profano della parola.

Allora, questo cosmo decentralizzato è proprio opera di Dio, ossia Iddio vuole che le creature siano relativamente indipendenti da Lui, avendo una propria essenza. Cosa interessantissima.

Quindi l’essere finito è sempre creato, e porta quasi il sigillo, la proprietà che rimanda a Dio. Ogni essere finito, tramite la sua finitezza mi dice: guarda che non sono io che mi sono posto nell’essere, né io possiedo da sempre l’essere. C’è stato Qualcuno che mi ha dato l’essere.

Quindi, ogni ente finito testimonia dell’ente infinito, che gli ha dato l’essere. Però nel contempo, l’essere dell’ente finito non si riduce al suo essere dipendente. Cioè l’essere di ogni entità creata è un essere proprio a quella entità creata. Capite? Non è un essere che è semplicemente relazione di dipendenza. Non è un semplice dipendere, è un essere tale cosa. Non è un puro essere dipendente.

Quindi notate, ovviamente non è che la dipendenza da Dio sia sorvolata, per così dire. É interessante la logica analettica, qui non c’è più la logica della unificazione.

Qui sta la difficoltà della filosofia, perché, quando si parla dell’essere[5], siccome, come abbiamo visto l’essere comprende tutte le sue sfumature[6], non si può più parlare di una cosa o un’altra, bisogna parlare di una cosa e l’altra[7], che sono accomunate nell’essere. Però non vanno confuse tra di loro.

Ecco quindi la grande difficoltà. Questa difficoltà si risolve parlando dell’essere in modo analogico. E allora si deve dire che nel contempo le creature dipendono da Dio, perché Iddio ha creato in loro l’essere, ma ha dato ad esse anche una consistenza ontologica rendendole sostanze, in modo tale che esse posseggono una certa autonomia nei confronti di Dio, e questa autonomia nella persona è il principio del libero arbitrio[8].

Testo rivisto, con note, di Padre Giovanni Cavalcoli

Da: La Causa Prima, Conferenza del 17 novembre 1988 – Padre Tomas Tyn, OP

http://www.arpato.org/creazione.htm

http://www.arpato.org/testi/lezioni_tincani/13_Dio_causa_prima_di_tutte_le_cose_17_nov_1988.pdf

 



Il fatto che io non sia il tavolino, quel mio non essere il tavolino è un qualcosa che realmente c’è nella natura delle cose. Quindi tutti i rapporti tra le cose, tutte le relazioni, tutte le distinzioni tra cosa e cosa, tutte le sfumature, tutti i modi di essere, sono a loro volta degli esseri. 

  Paul Cézanne, I giocatori di carte, 1890-1898

Immagini da internet


[1] Non nel senso dell’essere comune o universale, perché questo sarebbe panteismo, ma nel senso tomista dell’Ipsum Esse per se subsistens. Cioè in Dio l’essere non è una proprietà, come nella creatura, ma è soggetto ovvero sussiste da sé.

[2] La nozione di partecipazione porta immediatamente la mente a un qualcosa di materiale-quantitativo: un tutto di cui si coglie una parte. Allora, dovendo pensare a Dio che è puro spirito, questa nozione va presa in senso analogico, collegandola con le idee di somiglianza e di imitazione, che ritroviamo nella Sacra Scrittura, benché ci siano già suggerite da Platone. Queste idee ci consentono di superare la ristrettezza univocistica del piano matematico-quantitativo, per poterci elevare alla comprensione del rapporto della creatura col Creatore. Abbiamo così due forme di partecipazione: una partecipazione analogica, per la quale, mentre la creatura ha l’essere per partecipazione, Dio lo ha per essenza; e una partecipazione al tutto dell’universo, di tipo univoco, per la quale ogni creatura partecipa della perfezione della totalità dell’universo. La nozione di partecipazione è ampiamente sviluppata da Padre Tomas nel suo libro di metafisica.

[3] L’immagine della “fettina” è piuttosto ingenua, però è il punto di partenza per capire la dottrina metafisica della partecipazione. Per non restare chiusi in questa ingenuità, che, al limite, ci farebbe concepire Dio come una specie di tutto materiale, bisogna collegare l’immagine della “parte”, come si è detto sopra, con le altre della somiglianza e dell’imitazione secondo il metodo dell’analogia di proporzionalità, essa pure studiata a fondo da Padre Tomas nel suo libro di metafisica.

[4] La mia essenza, creata da Dio, riceve da Lui quella parte di essere, per la quale la mia essenza entra nell’esistenza.

[5] S’intende in un senso univoco-monistico, il quale non è capace di salvare le sfumature e le differenze dell’essere.

[6] E queste sfumature sono assorbite e quindi annullate nell’unico “essere”.

[7] Confuse o identificate tra loro, diverse solo in apparenza.

[8] Le parole in corsivo sono ipotetiche, ma corrispondono esattamente al pensiero di Padre Tomas, come si può agevolmente verificare dall’esame dei suoi testi.

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