La dignità del peccatore - Prima Parte (1/2)

 La dignità del peccatore

Prima Parte (1/2)

Come distinguere giusti da peccatori

Se diciamo che un uomo è malvagio intendiamo dire che manca di bontà; se diciamo che è un bugiardo, intendiamo che ricorre abitualmente alla menzogna: se diciamo che è un eretico, che difende qualche eresia; se diciamo che è disonesto, che manca all’onestà: se diciamo che è un ipocrita, che pecca di ipocrisia, se diciamo che è un lussurioso, che pecca di lussuria; che è un egoista, che pecca di egoismo e così via. 

Ammesso che il nostro giudizio sia giusto, noi non intendiamo mancare di rispetto alla persona, ma condannare il peccato. Certo che, con quegli appellativi, c’è il rischio che trasferiamo alla persona l’odio che proviamo per il peccato. Del resto – ci diciamo – non è forse la persona autrice del peccato?  E come non trasferire alla causa la riprovazione dell’effetto?

C’è chi in nome della distinzione fra peccato e peccatore, vorrebbe evitare quegli appellativi personali e limitarsi a denunciare il peccato senza giudicare la persona. Ma non mi pare necessario. Vediamo come i Santi stessi a cominciare da Nostro Signore, usano quegli appellativi. L’importante è non farlo affrettatamente e imprudentemente, ma a ragion veduta e con serenità, anche se con giusto sdegno.

Questa separazione fra buoni e cattivi precorre quella escatologica determinata dal Giudizio universale, che li separerà definitivamente ed in eterno. Già da quaggiù è possibile distinguere il buon grano dalla zizzania, ma Cristo sconsiglia di raccogliere il grano e di scartare la zizzania, perché in questa difficile operazione c’è il rischio di prendere per zizzania il grano e per prender come grano la zizzania (Mt 13,25).

Ciò non toglie che si debba fare un giudizioso e prudente discernimento evitando il rapporto con l’eretico pericoloso (Tt 3.10). Nella scelta degli amici, dei collaboratori, delle guide, dei protettori occorre più che mai saper discernere.  Occorre seguire i buoni esempi ed evitare quelli cattivi. Bisogna dunque ben saper valutare e discernere.

Tutti riconosciamo che quaggiù è impossibile operare una separazione netta fra giusti e peccatori. La bontà esemplare è rara, così come lo è la malvagità evidente. Il criterio teorico di giudizio può essere chiaro e certo. Ma la difficoltà nasce quando si tratta di valutare le persone concrete, sia perché è difficile sapere se ciò che appare di fuori è espressione di ciò che è dentro, sia per la diversità dei linguaggi e dei modelli di comportamento e sia perchè la condotta umana è molto complessa, ha molti aspetti e non è facile disporre del criterio di giudizio adatto a valutare ciascun aspetto.

Certe persone si celano. Altre fingono. Altre recitano una parte. Altre sembrano aperte, ma è solo una loro impulsività; sono caratteri estroversi, il cui intimo può rimanerci celato. Molte personalità sono contradditorie e incoerenti. Altre personalità sono insicure e si sforzano di assumere un certo ruolo in qualche modo forzato, nel quale non credono neanche loro. Altre sono oscillanti, influenzabili, come canne sbattute dal vento. In altre, dietro un’apparente inespressività si nascondono tesori di sapienza. Altre, con gli anni, mutano condotta, o migliorano o peggiorano. 

La Chiesa oggi ci impegna più che mai a mantenere una chiara distinzione fra il vero e il falso, la giustizia e il peccato, nel momento in cui ci esorta a vedere l’immagine di Dio in ogni uomo o donna, ci ricorda che siamo tutti individui della stessa specie umana, tutti dotati di ragione, tutti creati per un medesimo fine, tutti aventi gli stessi bisogni specifici dell’umana natura, tutti destinati a collaborare gli uni con gli altri, ad aiutarci gli uni gli altri nella pratica del bene comune. Ci ricorda che siamo tutti fratelli e Dio ci vuole tali, per cui ci esorta a sforzarci, per quanto ci è possibile, utile o conveniente, ad aver rapporti con tutti, andar oltre i difetti che sono in tutti, per cercare il bene e il positivo che, in varia misura, c’è in tutti.

Avvertiamo anche – e la Scrittura ci autorizza a ciò insieme con la saggezza naturale – che vi sono giusti e peccatori, anche se in fondo siamo tutti peccatori. E per questo anche i giusti peccano in questa terra, mentre i peccatori commettono anche azioni buone. Come dunque operiamo la distinzione? San Giovanni arriva addirittura a distinguere «figli di Dio» da «figli del diavolo» (I Gv 3,10). Si tratta di operare un giudizio d’insieme, di dare uno sguardo complessivo, si tratta di vedere che cosa prevale, se la virtù o il vizio.

Sappiamo anche che, benché tutti siano chiamati a vivere in grazia di Dio, ognuno di noi ha la facoltà di accoglierla o respingerla, può accoglierla in un tempo e non accoglierla in un altro. La grazia si manifesta certo all’esterno dell’uomo, per cui i grandi santi si fanno riconoscere per la loro condotta esterna e le loro grandi opere; ma quanti di noi sono in grazia e ciò non si manifesta con chiarezza! Quanti sembrano santi e virtuosi, sembrerebbero essere in grazia e forse non lo sono!

Di noi stessi, non possiamo avere assoluta certezza di essere in grazia, ma possiamo solo formare qualche congettura, possedere prove indirette o indizi probabili. Figuriamoci quanto è difficile riconoscerla negli altri! Di altri uomini invece la malvagità è evidente, ma sono rari quelli in cui l’assenza di grazia è evidente. Essa potrebbe esser presente anche in soggetti oggettivamente peccatori, ma eventualmente in buona fede o vittime di ignoranza invincibile.

Distinguendo poi giusti da peccatori siamo obbligati ad agire di conseguenza, aggregandoci ai buoni, che si suppone appartenere alla Chiesa visibile e guardandosi dai cattivi, che si suppone essere fuori dei suoi confini visibili. E tuttavia ciò non è sempre detto, perché anime buone davanti a Dio, erranti in buona fede, possono trovarsi fuori di detti confini, mentre ipocriti e falsi cattolici possono trovarsi all’interno della Chiesa visibile. E dunque il discernimento non è facile ed occorre agire con la massima prudenza, «semplici come le colombe, e prudenti come i serpenti» (Mt 10,16), «provando tutto e tenendo ciò che è buono» (I Ts 5,21).

I criteri di distinzione

Bisogna dire anzitutto che distinguere il giusto dal peccatore è opera difficile, che richiede chiari princìpi di distinzione, una grande capacità di discernimento, molta carità, modestia nel giudicare, data la nostra fallibilità, affidamento alla luce dello Spirito Santo, a volte lunghe e pazienti ricerche e verifiche, perché è frequente l’incertezza del giudizio ed oscura la materia del giudizio. Non basta la constatazione della condotta esterna. Occorre capire le motivazioni profonde di tale condotta, che variano da individuo a individuo.

La Scrittura offre diversi criteri. Ne citeremo alcuni.

1. Il criterio del profeta Ezechiele (36,26). Distinguere il cuore di carne (giusto) dal cuore di pietra (peccatore). Da qui l’immagine biblica del «cuore indurito». Mentre il giusto è sensibile ai bisogni degli altri, si intenerisce e si commuove, ed è sensibile alla voce di Dio e ai richiami della coscienza, è distaccato dal mondo, l’ingiusto è un uomo duro e spietato, insensibile ai bisogni degli altri, refrattario ad ascoltare la Parola di Dio, freddo ai valori dello spirito, avido di beni terreni, incapace di riconoscere di avere peccato e quindi di pentirsi.

2. I criteri offerti da Cristo:

a) la differenza tra la canna sbattuta dal vento, ossia il voltagabbana, che resta sempre a galla assoggettandosi in modo adulatorio al potente di turno e la fermezza coraggiosa del Battista;

b) la differenza tra chi costruisce sulla roccia e chi costruisce sulla sabbia;

c) la differenza tra chi serve a due padroni – Dio e se stesso e mescola il sì al no - e colui che serve solo Dio con coerenza e senza doppi giochi;

3. Il criterio offerto da San Giovanni è la differenza tra chi ama il prossimo dando prova di amare Dio e chi non ama il prossimo dando prova di non amare Dio. La tesi, dunque dell’ateo che ama il prossimo è una frottola. Infatti i casi sono due: o ama veramente il prossimo e allora non può non amare implicitamente Dio creatore del prossimo. O non ama Dio e allora il suo amore per il prossimo è falso, è solo esibizionismo e interesse. Infatti, chi non crede in Dio, con quale amore ama quel prossimo che trova la sua felicità in Dio?

La correzione fraterna

In secondo luogo, occorre non lasciarsi turbare dalla scoperta di perversioni di fondo, perché ciò può far perdere la lucidità e l’obbiettività dello sguardo e dell’analisi. Ma occorre anche non lasciarsi troppo esaltare dalla scoperta di eccezionali qualità, perché ciò può comportare il rischio di cadere succubi di quella persona. Giunti poi ad un giudizio, occorre elaborare una linea di azione con lo scopo di valorizzare il soggetto nei suoi lati buoni e di correggerlo nei difetti e nei vizi.

Occorre saper accostarsi al peccatore sull’esempio di Cristo, anche a costo di scandalizzare i farisei. Dobbiamo tuttavia fare come il buon medico, che cura il malato di malattia infettiva evitando di restare contagiato. Deve verificare che il peccatore risponda positivamente alla cura, perché se si accorge che essa non produce risultati, deve desistere e affidarlo ad altri o a Dio.

La correzione fraterna, come sappiamo, è un grande dovere del cristiano. Ma essa richiede precise condizioni di possibilità affinché possa dare speranza di buoni risultati. Bisogna innanzitutto che il corrigendo abbia stima e fiducia del correttore. Occorre che questi abbia individuato con precisione e certezza in che cosa deve correggere il corrigendo. Occorre che questi sia disposto a lasciarsi correggere e sia conscio del difetto da correggere.

Bisogna che il correttore adotti le dovute maniere e il giusto metodo, per farsi accettare e non irritare il corrigendo. Deve fargli capire che agisce per il suo bene e non per altri motivi. Deve essere persuasivo e autorevole. Deve dare il buon esempio o addurre esempi efficaci e adatti al caso. È molto importante la preghiera e il sacrificio per la conversione del peccatore.

Occorre farlo innamorare del valore della virtù che gli manca e verso la quale vogliamo indirizzarlo correggendolo dal vizio opposto. In alcuni casi, se il peccatore ha timor di Dio, possono essere utili gli avvertimenti o le minacce dei divini castighi. Se si tratta di debolezza, il peccatore dev’essere tollerato e compassionato; se si lascia correggere dev’essere ammonito e rimproverato.

Se invece è protervo, spavaldo ed arrogante non c’è niente da fare e non resta che pregare per lui. Se reca danno pubblico, crea disordini, diffonde l’eresia, inganna o sobilla i fedeli, provoca scismi, turba la Chiesa, dev’essere denunciato alla competente autorità.

Correggere il peccatore è sommo compito e dovere del sacerdote, del pastore di anime, della guida spirituale, che può essere anche una donna, come vediamo dall’esempio dei Santi. Il sacerdote riceve dallo Spirito Santo un dono speciale per questo compito, che entra nell’essenza del sacerdozio.

Ciò non toglie che egli debba costantemente perfezionare la sua attività pastorale con una continua opera di aggiornamento, di consolidamento della sua vocazione e di approfondimento teologico delle ragioni e della forza della sua missione, esercitando indefessamente con zelo e spirito di sacrificio questo ministero, anche quando non dà nessuna soddisfazione umana, con distacco dal proprio io, badando al solo bene delle anime, accettando serenamente sofferenze di ogni genere, fatiche, prove, privazioni, ingratitudini, maltrattamenti, tradimenti, disobbedienze, infedeltà, umiliazioni, opposizioni, offese, insuccessi, incomprensioni e persino persecuzioni o rischi per la vita, senza mai scoraggiarsi, facendo tesoro dell’esperienza fatta, riconoscendo i propri errori e adoperandosi per correggerli, ascoltando confratelli più saggi e più preparati di lui, nonché seguendo le direttive pastorali del vescovo, dei superiori e del Magistero della Chiesa.

Il peccato, la sua essenza, le sue cause e le sue conseguenze 

Il peccato è un atto volontario cattivo della persona, commesso coscientemente e deliberatamente in disobbedienza alla legge morale. Esso è l’effetto di una tendenza cattiva della volontà e di un accecamento dell’intelletto, che giudica buona un’azione cattiva, contraria al vero bene dell’uomo e al suo fine ultimo, che è Dio. Il peccato suppone un agente spirituale creato, come tale capace di scegliere il bene o il male. Dio bontà infinita non può peccare.

È falso che tutti tendiamo volontariamente verso Dio. Infatti, benché in tutti noi esista un’inclinazione naturale verso Dio, a seguito del peccato originale, c’è di fatto chi ama Dio e chi lo odia. Infatti col peccato originale l’uomo ha esaltato il proprio spirito e ignorando il suo limite, ha voluto essere, dietro istigazione del demonio, come Dio.

La morte conseguente al peccato ovviamente non è la morte dello spirito, che è ontologicamente immortale, ma è la morte fisica. Tutte le sofferenze fisiche e morali di questa vita e anche le pene del purgatorio e dell’inferno sono alla lunga o alla breve, direttamente o indirettamente, apertamente o nascostamente, conseguenze del peccato, peccato originale per tutti, anche dei più santi ed innocenti, e inoltre spesso dei peccati commessi dagli altri contro di noi e degli attacchi del demonio.

Tuttavia si può benissimo parlare, come fa la Scrittura (Ap 20,14), di una morte dell’anima, che è la condizione dell’anima conseguente al peccato mortale priva della grazia, fino a giungere alla condizione eterna dell’anima dannata nell’inferno. Questa morte consiste nella privazione della vita soprannaturale dell’anima, il che però non implica affatto che l’anima sia mortale o sia morta, perché le resta la vita naturale legata alla sua natura spirituale.

E si sa anche dalla filosofia che lo spirito è per sua essenza immortale, ossia non decomponibile o disgregabile o dissolvibile, perché è una forma o sostanza semplice, dove non esiste una materia che può perdere la forma, ma lo spirito stesso è forma e la forma non può perdere se stessa.

È vero che l’Antico Testamento parla di un annientamento del malvagio (Na 2,1). Ma dovrebbe esser chiaro che non si tratta di un annullamento ontologico, che del resto Dio, se volesse, potrebbe fare, ma si tratta di un modo di dire, come noi diciamo che il nemico viene «annientato» per dire che viene totalmente sconfitto.

Sbaglia, quindi, lo Schillebeeckx, a prendere l’espressione biblica in senso ontologico, perché la fede insegna espressamente che i malvagi vengono puniti con una pena eterna, il che suppone evidentemente l’immortalità della loro anima ed inoltre Cristo predice che avverrà anche la resurrezione del corpo delle anime dannate nell’inferno (Gv 5,29).

Il castigo del peccato

Il peccato provoca il male di colpa e il male di pena. Questo è il castigo del peccato, che può essere conseguenza necessaria o punizione meritata. Il pentimento del peccato commesso, indotto dalla grazia, attira la misericordia divina, la quale unisce la pena del pentito alla sofferenza redentiva di Cristo trasformando la pena in causa di salvezza e di remissione del peccato.

Il peccato priva l’uomo della grazia divina e accentua in lui l’avversione a Dio e al prossimo, ne aumenta la superbia, rafforza la tendenza viziosa corrispondente alla specie di peccato commesso, la volontà diventa prona a rifare lo stesso peccato.

La coscienza dell’uomo che ha peccato tormenta col rimorso e rimprovera minacciosamente il peccatore per il peccato commesso; gli mostra un Dio adirato che gli prospetta l’eterna dannazione. Tuttavia la voce di Dio si fa sentire anche per richiamare il peccatore alla penitenza e alla conversione.

Accanto alla voce severa bisogna sentire anche il richiamo paterno. Lutero sbagliò nel sentire Dio solo come minaccioso punitore e non anche il Padre, pronto al perdono. È infatti in potere del peccatore ascoltare quella voce paterna, pentirsi e riprendere il giusto cammino. È vero che Dio sul momento fa scendere su di lui il castigo. Questo perché Dio odia il peccato. Ma siccome ama il peccatore, gli promette il perdono e di sospendere il castigo se si pente. Oppure gli propone l’assunzione del castigo in vista dell’espiazione o della remissione della colpa.

Stando così le cose, è chiaro che quelli che da una parte dicono che Dio è misericordioso e dall’altra che Dio non castiga, non sanno quello che dicono o propongono un concetto di misericordia che annulla se stesso, perché la misericordia ha, tra le sue funzioni essenziali, quella di togliere il castigo. Per cui se il castigo non fosse presupposto, non resterebbe neanche la misericordia.

Inoltre è falso, come sostengono alcuni, che se Dio castigasse, sarebbe crudele. Niente affatto. Castigare è segno di bontà e di giustizia, perché il punitore dimostra la sua bontà nel far capire al peccatore, per mezzo del castigo, che ha peccato, così come il dolore ci fa capre che abbiamo qualche morbo o qualche trauma. Per questo è un avvertimento, che ci dà modo di emendarci.

Il castigo, inoltre, dimostra la giustizia divina e l’odio di Dio per il peccato dando corso alle logiche conseguenze penali del peccato, perché, se non ci fossero, si confonderebbe il male col bene, perché è il bene e non il male che non merita di essere castigato.

Dio sarebbe ingiusto e crudele se castigasse il giusto e l’innocente. È vero che il castigare comporta un far soffrire, ed è vero che Dio fa soffrire anche i giusti e gli innocenti. Ma, a parte il fatto che tutti comunque, giusti o ingiusti, soffriamo per le conseguenze del peccato originale, Dio fa soffrire i giusti evidentemente non per punirli – cosa che sarebbe orribile ingiustizia -, ma per assimilarli alla sofferenza redentrice del Figlio[1].

La cancellazione del peccato

Col peccato l’uomo cade in uno stato di miseria, dal quale non può risollevarsi da solo, perché gli mancano le forze indebolite appunto a causa del peccato. Inoltre ha perduto lo stato di grazia, che solo gli consentirebbe di avere la forza di risorgere e di liberarsi dal peccato.

Inoltre, al male prodotto dal peccato solo Dio può rimediare. Ecco perché la Bibbia ci insegna che solo Dio può rimettere il peccato. Noi certo dobbiamo perdonare a chi ci offende, ma il nostro perdonare nulla ha a che vedere col perdonare divino.

Il nostro perdonare significa che concediamo la nostra benevolenza, ma niente di più. Il perdonare divino, invece, significa un vero e proprio rivivificare l’anima e liberare il peccatore dalla pena dell’inferno. Significa ridonargli una vita, quella soprannaturale della grazia, che per sua essenza gli viene da Dio e non può darsela da sé.

Occorre però tener presente contro Lutero che la grazia cancella il peccato e non lo copre. Essa quindi è la legalizzazione o la legittimazione di una situazione morale rimasta difettosa come prima, ma produce gradatamente un miglioramento della salute spirituale del peccatore, che appare successivamente anche all’esterno nelle sue opere buone. Tuttavia, è vero, come sapeva Lutero, che resta nella natura decaduta la tendenza a peccare, che prima o poi spinge a un nuovo peccato, per lo meno veniale.

L’uomo, infatti, benché risenta delle conseguenze del peccato originale, non è schiavo della colpa, tanto da aver bloccato il libero arbitrio, come credeva Lutero, male interpretando San Paolo (Rm 7,14-21), ma, benché con una libertà indebolita, è capace di convertire la propria volontà da buona a cattiva e viceversa.

Certamente è Dio che converte la volontà umana da cattiva a buona, ma l’uomo è causa seconda e immediata di questo moto di conversione, che è la giustificazione, mentre certo l’atto del peccare dipende solo da lui e Dio non c’entra niente. Non bisogna però confondere la malizia con la debolezza.

Occorre però ricordare che il peccato dipende dalla malizia e tuttavia l’uomo spesso pecca per debolezza o per ignoranza, perché vinto dalle tendenze viziose. In questo caso allora Dio è comprensivo, mentre è severo quando c’è piena avvertenza e deliberato consenso, ossia piena e responsabile malizia. Egli pertanto è severo con malvagi, compassionevole con i deboli, rimuneratore con i giusti, magnanimo con i pentiti. Fa grazia agli umili, abbatte i superbi.

La volontà forte sa resistere alla tentazione. E se ad essa cede, allora la colpa, se si tratta di materia grave, è certamente grave, perché non ha scuse, essendo stata in grado di vincere la tentazione. Invece la volontà debole in un soggetto con tendenze fortemente viziose, non riesce a vincere la forza della tentazione e, benché coscientemente, acconsente allo stimolo vizioso e pecca.

Certo pecca colpevolmente perché si suppone che la coscienza abbia avvertito che la volontà peccava. Il soggetto ha voluto fare il male sapendo che era male. E tuttavia, se fosse stato pienamente libero e non spinto dalla passione, il peccato non lo avrebbe fatto. Per questo. agendo il soggetto con minor libertà, la colpa diminuisce, per cui quella che poteva essere una colpa mortale si abbassa al livello di colpa veniale, pur restano la materia la medesima anche se grave.

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 29 maggio 2021


Il nostro perdonare significa che concediamo la nostra benevolenza, ma niente di più. 

Il perdonare divino, invece, significa un vero e proprio rivivificare l’anima e liberare il peccatore dalla pena dell’inferno. 

Significa ridonargli una vita, quella soprannaturale della grazia, che per sua essenza gli viene da Dio e non può darsela da sé.

 

Certamente è Dio che converte la volontà umana da cattiva a buona, 

ma l’uomo è causa seconda e immediata di questo moto di conversione, che è la giustificazione,

mentre certo l’atto del peccare dipende solo da lui e Dio non c’entra niente.



Immagini da internet:
- L'incontro tra l'Innominato e il cardinale Federigo Borromeo
- San Pietro
 

[1] Le lamentele di Giobbe con Dio per il fatto che egli ritiene di soffrire da innocente non sono accolte da Dio, il quale lo accusa di voler giudicare il suo operato in modo presuntuoso. Giobbe si pente, si chiude la bocca e accetta la condotta divina, senza capirla, ma con la fiducia che Dio sa quello che fa. È sottintesa la giustizia divina che fa soffrire anche gli innocenti, in quanto anch’essi feriti dal peccato originale. Giobbe si ritiene innocente, ma sembra ignorare le conseguenze del peccato originale. 

2 commenti:

  1. padre giovannni vorrei domandarle si sbaglia a dire che giuda iscariota è dannato?
    fabio

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    1. Caro Anonimo,
      su questa questione la Chiesa consente libertà di interpretazione. Infatti essa ha definito che esistono dei dannati nell’inferno, ma non ci dice chi sono.
      Stando alle parole del Signore, tutto porterebbe a pensare che si sia dannato, però non ne siamo certi, perché la misericordia di Dio potrebbe essere intervenuta all’ultimo momento, prima della morte, e per quanto riguarda il suicidio, benché in se stesso sia un peccato mortale, potrebbe in alcuni casi essere commesso senza deliberato consenso in uno stato psichico alterato, che toglierebbe la responsabilità.
      Il pensiero del Papa su questo punto si pone su questa linea.

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