Due proposte di miglioramento della missione domenicana - Prima Parte (1/3)

 Due proposte di miglioramento della missione domenicana

Prima Parte (1/3)

L’ufficio specifico del Domenicano

L’immagine-simbolo ideata dagli organizzatori delle celebrazioni per l’VIII centenario della morte di San Domenico, è una pittura medioevale di una comunità di frati a tavola con San Domenico. Da qui il motto “Domenicani a tavola”, quasi a rappresentare lo spirito fraterno di convivialità del Domenicano.

Certo è un bel simbolo, che però non caratterizza il carisma domenicano. È chiaro infatti che la vita fraterna e comunitaria non è una prerogativa del solo Ordine Domenicano, ma caratterizza la vita religiosa come tale, quale che sia l’Istituto che vive la vita religiosa.

Invece il ben noto carisma tipico dell’Ordine, è la capacità speciale di distinguere il vero dal falso nella fede come partecipazione ufficiale del carisma episcopale. Di conseguenza il Domenicano è un medico dello spirito e in particolare dell’intellectus fidei, che gli consente di diagnosticare e curare le malattie di questo tipo.

Il Domenicano certamente sente tutti gli uomini come fratelli e li tratta come tali, consapevole del fatto che tutti li unisce il comune possesso della ragione naturale, in quanto specificante la natura umana, da tutti ugualmente posseduta. E ad un titolo aggiuntivo e completivo ama i fratelli nella fede, ossia i figli di Dio, fratelli in Cristo e nella Chiesa.

E proprio perchè ama tutti, nella fratellanza universale naturale e in quella soprannaturale, il Domenicano si dedica a curare quei malati, che sono soprattutto gli increduli e gli eretici. E si dedica per conseguenza, anche a costo della vita, a metter pace tra fratelli negli inevitabili conflitti causati dagli increduli e dagli eretici.

Per questo, un simbolo più adatto per le celebrazioni forse avrebbe potuto essere il notissimo fra noi Domenicani cagnolino che corre con la fiaccola per dar fuoco al mondo, il fuoco che non distrugge gli eretici, come purtroppo in passato si è inteso, ma le eresie, diffondendo dappertutto il sacro e benefico fuoco dello Spirito Santo, secondo le parole del Signore: «sono venuto a portare il fuoco sulla terra» (Lc 12,49).

Dunque, chi è il frate domenicano? Ufficialmente parlando, è il cosiddetto «frate predicatore»; è un fedele uomo o donna, sacerdote o laico, consacrato a Dio nella vita religiosa, che guida il prossimo mediante la predicazione del Vangelo sulla via della santità. L’Ordine Domenicano, benché abbracci tanti fratelli e sorelle non-sacerdoti nella grande Famiglia domenicana, è un Ordine clericale per via del Fondatore, che fu canonico della Cattedrale di Osma in Spagna. Per questo fu approvato da Papa Onorio III come ceto sacerdotale senza escludere l’accoglienza e la collaborazione di quelli che successivamente sarebbero stati i vari ceti della Famiglia domenicana.

Il Domenicano si propone di imitare il modello di santità che gli offre il Fondatore dell’Ordine San Domenico, la cui missione può essere ben rappresentata dalle parole dell’inno delle lodi della festa di Sant’Agostino dell’Ufficio divino:

 «Maestro di sapienza, padre nella fede, tu splendi come fiaccola nella Chiesa di Dio. In te il divino Spirito dispensa con amore il pane e la parola sulla mensa dei piccoli. Tu illumini ai credenti il mistero profondo del Verbo fatto uomo per la nostra salvezza. Tu guidaci alla vetta della santa montagna, dove i miti possiedono il regno del Signore».

L’Ordine domenicano ha ormai otto secoli di vita, essendo stato fondato nel 1216. Si comprende come in questo lunghissimo lasso di tempo l’Ordine sia andato soggetto ad alterne vicende, che lo hanno portato dopo un periodo iniziale di prodigiosa e velocissima espansione in tutta Europa con un’enorme moltiplicazione di conventi nei sec. XIII-XVII, ad una graduale contrazione in Europa, ma nel contempo ad una diffusione in tutto il mondo, che non è venuta meno sino ad oggi, soprattutto in Africa ed Estremo Oriente.

La predicazione domenicana ha istituzionalmente un taglio dottrinale, in aiuto alla predicazione del vescovo e dello stesso Romano Pontefice, taglio che suppone un’adeguata preparazione dottrinale ed un’esemplare fedeltà al Magistero della Chiesa, nonché comporta un’eminente capacità di discernimento che occorre per distinguere la verità di fede da diffondere, spiegare e difendere, dall’eresia da scovare, combattere e confutare.

In un senso lato possiamo dire che il carisma domenicano non è semplicemente la predicazione, ma la predicazione sapienziale, che è dono dello Spirito Santo, e che San Paolo chiama «linguaggio della sapienza» (I Cor 12,8). San Tommaso la chiama «gratia sermonis»[1]. La descrive molto bene, da vero Domenicano, evidenziandone le qualità e i pregi. Ma purtroppo, vittima dei pregiudizi antifemministi del suo tempo, ritiene che non possa convenire alla donna. Non aveva conosciuto Santa Caterina da Siena!

Viceversa, dopo l’immensa fioritura di Sante e mistiche maestre di sapienza, che avrebbero cominciato a fiorire poco dopo la morte di San Tommaso fino ai nostri giorni, dobbiamo dire che Dio concede abbondantemente alla donna proprio il linguaggio della sapienza, che di per sé non richiede affatto l’ufficio sacerdotale, perché, come ho detto, è un dono che lo Spirito Santo concede a chiunque.

Sono certo che se Tommaso avesse potuto conoscere queste sante donne[2], si sarebbe ricreduto. C’è pertanto da osservare che il concetto di predicazione sapienziale è quello che caratterizza il carisma dell’intera Famiglia domenicana, sacerdoti, fratelli cooperatori, suore, monache e laici, perché se ci fermassimo alla sola predicazione sacerdotale, è chiaro che sarebbero esclusi dall’essere domenicano tutti gli altri membri della Famiglia domenicana, cosa assurda.

In sostanza il carisma domenicano è il saper parlare di Dio, come San Domenico, del quale si dice che «o parlava di Dio o parlava con Dio». Ciò da intendersi, naturalmente, non nel senso che egli si limitasse a parlarne formalmente ed esplicitamente, ma nel senso che tutto quello che diceva sapeva dirlo in riferimento a Dio, così come San Tommaso, che nella Somma Teologica fatta di 3000 articoli, dopo la Prima Parte dove parla degli attributi divini e della SS.Trinità, nella Seconda dedicata alle virtù cristiane, e nella Terza dove parla dell’Incarnazione, nel corso della sua grandiosa ed immortale opera parla di mille altre cose profane, ma sempre in relazione a Dio.

Troviamo allora in queste considerazioni una ragione del carisma del Fratello cooperatore. Al fine di rendere attraente questa vocazione e di dare ai Fratelli cooperatori un’adeguata formazione, occorre saper mostrare loro la bellezza dell’ideale che risente dell’Ora et Labora benedettino della congiunzione del lavoro manuale con la «grazia della parola»[3], mentre è bene che il Confratello Sacerdote presti anche lui, secondo le sue possibilità, un aiuto materiale alla comunità, in modo tale che come il Fratello cooperatore partecipa della predicazione del Sacerdote, così questi partecipi del lavoro del Fratello cooperatore. Tutto ciò evidentemente favorisce la carità fraterna e l’unità della comunità.

La separazione fra lavoro intellettuale e lavoro manuale è una triste caratteristica della società pagana divisa in padroni e schiavi. Ma la concezione cristiana della vita e della società è fondata sull’esempio di Gesù Cristo, che associava il mestiere del falegname all’annuncio della salvezza eterna nel regno di Dio. Il che naturalmente non può diventare pretesto per dare più importanza alla materia che non allo spirito, o alla terra rispetto al cielo, ma deve al contrario mostrare la loro armonia e la subordinazione di quella a questo.

Ci chiamiamo dunque, alle suddette condizioni, «Predicatori». La Chiesa stessa ci ha definiti così. Dobbiamo avere fiducia nella nostra missione. Tutta la nostra vita sorge dalla Parola. Niente può essere attuato senza la Parola. Dio ha creato il mondo per mezzo della Parola.

Parola ascoltata, Parola meditata, Parola contemplata, Parola pregata, Parola adorata, Parola predicata, Parola studiata, Parola sperimentata, Parola goduta, Parola praticata. La carità e la santità è mettere in pratica la Parola, s’intende Parola di Verità. La Parola non basta? Ci vuole anche l’Amore? Certo, ma senza la Parola l’amore è falsità e inganno.

Predicare la Parola. Concentriamoci su questo fine, su questo compito essenziale e insostituibile. Prepariamoci bene a questo compito e il lavoro non ci mancherà. Non ci mancherà la gratitudine delle anime e della Chiesa. Non ci mancherà il pane quotidiano, sia pure in mezzo alle prove.

Il nostro compito essenziale non è quello di attirare gente a qualunque prezzo, accontentando i suoi gusti soggettivi, ma è quello di annunciare il Vangelo opportune et importune nella sua universalità, perennità ed integralità, ovviamente con un linguaggio adatto alla comprensione di ciascuno ed andando incontro a reali bisogni spirituali.

Ma fare la diagnosi di questi bisogni non spetta alla gente, ma spetta a noi. La gente può provare certi disagi o turbamenti o sentire certi bisogni; tuttavia non sta al malato ma al medico fare la diagnosi, capire che male ha il malato, sia pure ascoltando quello che il malato dice, perché è il medico che conosce l’interesse del malato meglio di quanto non lo sappia lo stesso malato.

E se poi il malato non vuol guarire, sarà affar suo. Se facendo il nostro dovere non abbiamo successo, non dobbiamo arrovellarci per inventare altri messaggi, che potrebbero avere successo, perché sarebbe un falso successo e tradiremmo la nostra missione.

Non dico inoltre che la Chiesa non potrebbe fare senza di noi: sarebbe ridicolo il solo pensarlo. Ma allora, se mancassimo noi, ricorrerebbe ad un altro Istituto che facesse quello che facciamo noi, così come se in famiglia viene meno il pane, si compra dell’altro pane. Oggi che scarseggiano i tomisti fra i Domenicani, si trovano tomisti in altri istituti e fra gli stessi laici.

Se è vero che tutti oggi devono annunciare la Parola di Dio, resta sempre vero che noi, come partecipi ufficiali del ministero dottrinale dei vescovi, siamo gli specialisti e i maestri in questo campo, rappresentiamo il Magistero della Chiesa e dobbiamo quindi insegnare agli altri.

Per questo non si può immaginare nulla di più mostruoso di un Domenicano disobbediente al Magistero della Chiesa. Così similmente il fatto che tutti debbano curare la propria salute, non toglie la necessità del medico. Noi siamo gli oculisti della Chiesa. Curiamo la vista dello spirito e parliamo di ciò che abbiamo veduto. Contemplata aliis tradere.

La Chiesa e le anime non chiedono altro da noi. E quando ci chiedono cose diverse che non sono di nostra competenza, non dobbiamo affannarci per accontentare i richiedenti, ma dobbiamo avere l’onestà e la franchezza di spiegar loro qual è il nostro compito, l’umiltà di riconoscerne i limiti e la carità di indirizzarle alla persona giusta. Per questo non è consigliabile, salvo eccezioni o bisogni dei vescovi, che il Domenicano faccia il parroco, perché tutte le incombenze dell’ufficio gli impedirebbero di svolgere bene il suo compito di predicatore.

Quando un chirurgo è un buon chirurgo, quando un avvocato è un buon avvocato, quando un insegnante è un buon insegnante, cos’altro gli si deve chiedere? Il solito avviso che non basta parlar bene, ma occorre per primi mettere in pratica ciò che si insegna è sempre da tener presente. Ma quando il Domenicano ha predicato questo, ha fatto il suo dovere e non deve fare altro, se non occasionalmente ed accidentalmente, se ne è capace, in particolari circostanze, gravi ed urgenti, che lo richiedano.

Il compito dell’economo, per esempio, dovrebbe essere affidato al Fratello cooperatore. Il fatto che oggi questi preziosi Confratelli non sacerdoti ma Religiosi Domenicani a pieno titolo, scarseggino, è segno di disprezzo per la laicità religiosa, e di malintesa stima del sacerdozio domenicano, causata da una mentalità arrivista che vede nel sacerdozio un motivo di prestigio sociale. Viceversa, una società funziona quando ognuno svolge il compito che gli è stato assegnato, non quando tutti vogliono fare di tutto.

Il Domenicano è collaboratore del Magistero nella custodia e nella difesa della dottrina della fede, che è ad un tempo disciplina di vita e salute dell’anima. Egli dunque in questo servizio che rende alla Chiesa collabora con i Pastori innanzitutto nell’annuncio del Vangelo, nel loro ufficio di sanzionare i delitti di eresia e come buon medico solerte e misericordioso si prodiga instancabilmente per guarire e liberare le anime dalla sofferenza e dai danni provocati dall’errore nel campo della fede, errori che accecano la mente, raffreddano la carità, spengono la fede, corrompono il buon costume e la sana vita morale cristiana.

La virtù domenicana è una partecipazione ed un’imitazione della virtù carismatica propria del Fondatore dell’Ordine, San Domenico, il quale pertanto costituisce il modello del Domenicano. Chi pertanto intende aggregarsi al suo Ordine, deve aver capito ed apprezzato nel suo giusto senso questa speciale virtù, deve sentirla come proprio ideale di vita religiosa, deve riscontrare in se stesso la capacità di imitare questo Santo, deve far propri i mezzi dei quali San Domenico faceva uso per la propria santificazione personale e per svolgere la particolare missione evangelizzatrice, della quale si sentiva investito e che era stata approvata dal Papa.

Una volta che il soggetto, attratto dall’ideale domenicano, sentendosi chiamato da Dio, si è scoperto capace di imitare il Fondatore per render maggior gloria a Dio e servir meglio la Chiesa e le anime, e questa capacità è stata riconosciuta dai rappresentanti del Santo, al frate domenicano s’impone il dovere di mantener fede agli impegni che si assume davanti alla propria coscienza, davanti a Dio, all’Ordine e alla Chiesa, e quindi di mantener viva e desta ed anzi rafforzare continuamente l’energia domenicana, che per grazia di Dio, egli ha acquistata, e che deve continuamente custodire e ravvivare con un’intensa vita spirituale, una fedele esecuzione delle osservanze regolari, e un esercizio della carità domenicana, la caritas veritatis, perché deve aspettarsi che le forze del male faranno di tutto per ostacolarla, frenarla, intiepidirla, indebolirla, falsificarla e possibilmente spegnerla del tutto.

La missione domenicana all’interno della Chiesa non è relativa ad un particolare, contingente e passeggero bisogno storico della Chiesa, cosicché, una volta soddisfatto quel bisogno od ovviato a quella necessità, essa abbia esaurito la sua ragion d’essere e la sua funzione. No, tale missione ha un carattere di tale radicalità ecclesiale, è talmente connessa con la stessa ragion d’essere della Chiesa, ossia l’evangelizzazione del mondo, è così strettamente congiunta alla sua missione evangelizzatrice e dottrinale, che non è pensabile che detta missione, nel corso della storia o a causa di mutamenti storici, possa mai venir meno, così come mai potrà venir meno in questo mondo la missione della Chiesa,

Quello però che può capitare è che o per la debolezza umana o per la difficoltà di mantener puro, integro e chiaro l’ideale domenicano così come è stato approvato dal Papa o per la forza dei poteri anticristici o per la difficoltà di distinguere nella missione domenicana il permanente ed essenziale dal caduco e passeggero, l’obbligatorio dal facoltativo, il certo dall’opinabile, l’energia domenicana possa attenuarsi o prender false strade anziché rafforzarsi, e l’Ordine, anziché accrescere il numero dei frati ed espandersi in sempre nuove iniziative, istituzioni e fondazioni, sotto l’influsso delle sottili seduzioni del mondo e degli inganni di Satana, diminuisca la sua forza espansiva, veda indebolirsi nei frati la convinzione dell’utilità ed attualità dell’ideale domenicano, calare la voglia di impegnarsi, introdursi novità dannose, abbassarsi la qualità della vita domenicana, decadere ciò che andrebbe conservato, con la tentazione di imitare altri istituti religiosi di successo, magari a causa degli insuccessi e della sordità o dell’opposizione del mondo, per cui accade  che il numero dei frati subisca delle defezioni.

Gloriose imprese e dolorose disavventure

Nella sua storia secolare l’Ordine ha reso un servizio preziosissimo con una folta schiera di Santi, Pastori, Dottori, Confessori, Missionari, Inquisitori, Martiri, Religiosi e Religiose, laici uomini e donne di ogni nazione, ceto e condizione all’affermazione della religione, della dignità dell’uomo e dei retti costumi morali, nonché all’espansione e progresso della Chiesa nel mondo e alla sua difesa contro ogni forma di forza avversa o nemica all’esterno e all’interno.

Come ogni realtà umana, segnata dalla fragilità e difettosità conseguente al peccato originale, benché riscattata da Cristo e vivente nella sua grazia, l’Ordine ha conosciuto nei secoli anche momenti di rilassamento, di calo o intiepidimento del suo fervore e del suo zelo. Importante fu la riforma quattrocentesca, che ha la sua ispirazione nella parola ardente e nella testimonianza eroica di Santa Caterina da Siena. Altrettanto vigorosa fu la coraggiosa e spesso eroica prestazione che l’Ordine seppe dare di sé nella lotta contro Lutero e nella riforma tridentina.

Ma già nel ‘600 l’Ordine, benché numericamente poderoso, comincia a mostrare segni di indebolimento della sua originaria capacità di signoreggiare la dinamica dell’evoluzione dello spirito europeo, dove si affacciano all’orizzonte nuovi poderosi spiriti, quello cartesiano, quello massonico e quello idealista tedesco, che si imporranno con prepotenza sulla scena della cultura europea, mentre l’Ordine aveva ormai perduto la sua possente voce che incuteva rispetto nella cristianità europea medioevale. 

Lasciandosi così a volte condizionare dai sovrani o confidando troppo nella propria scienza, od abusando del potere concessogli, o mancando di carità e quindi di giustizia, l’Ordine ha commesso gravi errori di giudizio in intricate vicende giudiziarie, ha usato metodi repressivi; ha ecceduto di zelo nel perseguire l’eresia, ha avuto toni troppo duri nel polemizzare con gli avversari e chiusura nei confronti dei lati buoni delle loro posizioni.

Forse se l’Ordine, cogliendo il più autentico spirito dal Santo Patriarca, si fosse coraggiosamente opposto al Papa stesso, quando si trattò di mandare al rogo Margherita Porète[4] o Santa Giovanna d’Arco o Giovanni Hus o il Savonarola o Giordano Bruno e tanti altri, sarebbe stato protetto dall’alto per la sua coraggiosa prudenza.

Ma purtroppo i tempi erano quello che erano ed era facile allora, per la mancanza di senso storico, rifarsi ad esempi forniti dalla stessa Scrittura ed appoggiati dai Padri, come per esempio Sant’Agostino, per non parlare di San Tommaso. In compenso oggi l’Ordine non teme di difendere contro il Papa un eretico come Schillebeeckx. Ma anche questo, siamone pur certi, non promette niente di buono per l’Ordine.

Tutto ciò ha procurato all’Ordine violente ed anche esagerate reazioni, odio e vendette, persecuzioni e repressioni, insomma una sequela di sofferenze, amarezze e disavventure culminate con la Rivoluzione francese e nelle soppressioni napoleoniche. Anche l’‘800 è stato un secolo di dolorose prove insieme con una faticosa ripresa.

Tale vigorosa ripresa dell’Ordine promossa dal Lacordaire nell’‘800 e la rinascita tomistica promossa da Papa Leone XIII certamente hanno ridato nuova forza all’Ordine. Tuttavia questa ripresa non pare sia stata impostata sulla base di un confronto con la modernità, ma secondo uno stile di eccessiva opposizione, che troviamo nel Beato Pio IX.

È allora in qualche modo comprensibile il sorgere, a fine ‘800, dei primi fermenti di modernismo, ossia di coloro che avevano capito che occorreva un confronto col mondo moderno, ma nel contempo erano sedotti dagli errori della modernità. Fu così che esplose, agli inizi del ‘900, il fenomeno modernista, severamente represso da San Pio X, senza che però anche questo Papa se la sia sentita di evidenziare i valori della modernità alla luce del Vangelo, nonostante il generoso motto del Santo Pontefice «instaurare omnia in Christo».

Fu così che negli anni ’30-’40 del Novecento i modernisti, che non si arrendevano, tornarono all’attacco con la «théologie nouvelle». Nuovo intervento del Papa, questa volta Pio XII con l’Humani generis, che per la verità è un capolavoro, nel quale in poche densissime pagine rimaste alla storia e sempre di attualità, si smascherano e si distruggono le insidie del modernismo. Ma anche qui di valorizzazione cristiana della modernità non si fa parola. Pio XII ritenne che bastasse la sua Enciclica a far tacere i modernisti e invece non bastò.

Intanto gli spiriti più chiaroveggenti, come un Congar e un Maritain proclamavano che il tomismo aveva bisogno di essere rivissuto in uno stile nuovo, di apertura critica ai valori della modernità, senza per questo rinunciare alla confutazione dei suoi errori.

Il Papa che raccolse queste istanze ed ebbe il coraggio di prendere il toro per le corna e di affrontare una buona volta e risolutivamente il problema del modernismo, fu S.Giovanni XXIII, convocando addirittura il Concilio Vaticano II, che vinceva il modernismo strappandogli le sue stesse armi, quasi a dir loro: voi modernisti volete essere moderni? Ebbene la Chiesa lo è più e meglio di voi! La stessa cosa aveva già detto Maritain nel 1914 in Antimoderne.

Con tutto ciò i modernisti non deposero le armi, anzi, falsando il senso del messaggio conciliare, cominciarono a proclamare ai quattro venti con sfrontatezza pari alla ingenuità di molti vescovi conformisti, la tesi falsa, ma da loro astutamente elaborata, che il Concilio, come se l’avessero fatto loro, dava ragione a loro e molti purtroppo da 50 anni ci stanno cascando.

Ad ogni modo il grandioso evento conciliare, al quale l’Ordine aveva partecipato con alcuni periti, scosse profondamente l’Ordine. Si pensò di liberarsi dagli incubi del passato con una decisione estremamente energica spostando lo stile di vita da un estremo all’altro. Se l’Ordine per secoli aveva giocato la sua sorte attorno alla battaglia contro l’eresia, adesso col nuovo astro teologico che stava nascendo, lo Schillebeeckx, di eresia non si doveva neppur sentir parlare. Da un eccesso all’altro: dall’eccessiva severità, che sconfinava nella violenza, all’eccessiva mitezza, che finiva nell’infingardaggine.

L’Ordine ha vissuto grandi rivolgimenti storici, ha subìto gravi prove, dalle quali è uscito sostanzialmente indenne, mantenendosi vivo e fedele al carisma del Fondatore e tuttavia con gravi ferite che hanno lasciato il segno ed hanno diminuito la forza e l’entusiasmo delle origini. Ferisce il ricordo delle umiliazioni ricevute, delle offese subìte, degli insuccessi incontrati. Tuttavia resta sostanzialmente intatta la comunione dell’Ordine con la Chiesa, che ha subìto le stesse sofferenze, la Chiesa roccia inattaccabile dai marosi, gli ha consentito di resistere agli attacchi dei nemici di Cristo.

Fine Prima Parte (1/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 5 gennaio 2021

L’immagine-simbolo ideata dagli organizzatori delle celebrazioni per l’VIII centenario della morte di San Domenico, è una pittura medioevale di una comunità di frati a tavola con San Domenico. Da qui il motto “Domenicani a tavola”, quasi a rappresentare lo spirito fraterno di convivialità del Domenicano. 

http://www.domenicani.it/tolosa-alla-mascarella/ 


Un simbolo più adatto per le celebrazioni forse avrebbe potuto essere il notissimo fra noi Domenicani cagnolino che corre con la fiaccola per dar fuoco al mondo, il fuoco che non distrugge gli eretici, come purtroppo in passato si è inteso, ma le eresie, diffondendo dappertutto il sacro e benefico fuoco dello Spirito Santo, secondo le parole del Signore: «sono venuto a portare il fuoco sulla terra» (Lc 12,49).

Immagini da internet


[1] Sum.Theol.,II-II, q.177.

[2] Nel sec. XII c’era già stata Santa Ildegarda, promossa da Benedetto a Dottore della Chiesa, ma probabilmente Tommaso non ne aveva neppur sentito parlare.

[3] Vedi il libro del Padre Marc Bedouelle La grazia della parola, dedicato ad esporre la natura del carisma domenicano attraverso la vita di San Domenico.

[4] Mistica francese autrice del libro «Lo specchio delle anime semplici», mandata al rogo a Parigi nel 1310.

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