Modernisti e passatisti - Una guerra che dura da 60 anni - Seconda Parte (2/2)

 Modernisti e passatisti

Una guerra che dura da 60 anni

Seconda Parte (2/2)

Il Concilio è troppo indulgente?

Altro motivo di contrasto fra i due partiti fu la questione della condanna degli errori moderni. I tradizionalisti erano per il metodo tradizionale di elencare le proposizioni erronee accompagnandole con l’anathema sit. I progressisti, calcando anche troppo sullo spirito di mitezza dal quale San Giovanni XXIII aveva voluto che fosse animato il Concilio, respinsero la proposta dei tradizionalisti di reiterare condanna del comunismo.

Esiste tuttavia, come è noto, nel Concilio, una forte ed ampia condanna dell’ateismo, che abbraccia tutte le sue forme, non solo quella marxista. Bisogna tuttavia dire che il Concilio è infetto da un certo buonismo, il quale, non mettendo sufficientemente in guardia contro gli errori, ha dato spazio al poderoso ritorno di modernismo, che ha fatto seguito al Concilio e del quale oggi soffriamo più che mai.

Il Concilio, infatti, parla agli uomini di oggi sembrando supporre che tutti siano di buona volontà, onesti, aperti alla verità, in buona fede, senza colpe, inclinati verso Dio ed assetati di Dio. Per cui il Concilio ha sempre il tono colloquiale e tranquillo di chi crede di avere sempre davanti un uditorio desideroso soltanto di ascoltare le sagge indicazioni ed esortazioni al bene, alla giustizia, alla virtù, che vengono dal Concilio. Raramente usa il tono legislativo o imperativo; sembra sempre che si limiti ai consigli o alle esortazioni. Non vi sono sanzioni canoniche.

Le denunce di errori o di vizi o di peccati, le condanne di crimini o di eresie, gli ammonimenti, i rimproveri, le accuse, gli avvertimenti sono rarissimi e generici; non sempre si capisce a chi si riferisce. Non colpisce mai nessuno in particolare, contrariamente a come facevano gli antichi Concili, chè invece ci sarebbe stata materia per farlo. Non parla di castighi divini, com’è sempre usato nell’oratoria sacra e come è evidentissimo nella Bibbia. Minaccia l’inferno, ma non accenna all’esistenza dei dannati. 

Il Concilio pecca di una certa ingenuità, si direbbe quasi di rispetto umano e sembra ignorare l’esistenza della malafede, dell’ignoranza colpevole, della ipocrisia, della malizia voluta, della superbia incorreggibile. Sembra parlare non in questo mondo, il cui principe è il demonio, ma in un mondo edenico non ancora o non più tocco dal peccato originale.

Eppure bisogna dire che come in medicina non basta il salutismo, ma occorre affrontare di petto le malattie e guarirle, così oggi, in mezzo a tutti i guai che ci hanno colpiti, stiamo comprendendo meglio a nostre spese che non ci basta conoscere il vero perché sappiamo da soli riconoscere e fuggire il falso, ma occorre l’assistenza di quell’istituto medico che è la Chiesa, che ci aiuta a riconoscere l’errore e a toglierlo di mezzo con un’adeguata confutazione.

È estremamente lamentevole e deplorevole che da sessant’anni tutti abbiano la parola «dialogo» sulla bocca, ma che in pratica non esista dialogo tra queste due formazioni entrambe richiamantisi al cattolicesimo ed anzi con la pretesa di realizzarlo in modo esemplare.

I conservatori, dal canto loro, erano accusati dai modernisti o a ragione o a torto di voler conservare ciò che andava abbandonato. Invece i progressisti erano accusati dai lefevriani di voler mutare o cambiare ciò che andava conservato o che non può cambiare. I conservatori lefevriani, non quelli moderati, accusavano i progressisti di infedeltà alla tradizione, di modernismo e di attuare un falso rinnovamento; i progressisti modernisti accusavano i conservatori di essere degli arretrati e dei rigidi, di esser rimasti fermi ad un passato ormai superato o di voler ridar vita a ciò che è morto.

Ora, siccome il Concilio aveva intenti dichiaratamente progressisti, è chiaro che i conservatori moderati o estremisti che fossero cominciarono ad essere in minoranza e a far la figura di essere contrari al Concilio. Ma il fatto è che tra di loro ci fu effettivamente una parte estremista, i seguaci di Mons.Lefebvre, i quali non capirono e fraintesero la linea innovatrice che stava prendendo il Concilio, cominciando ad accusare ingiustamente le dottrine conciliari di modernismo, liberalismo e filoluteranesimo.

Altri, invece, purtroppo anch’essi osteggiati dai modernisti travestiti da progressisti, non erano altro che normali cattolici desiderosi di mantenere le sane tradizioni e decisi a restar fedeli alla perenne dottrina cattolica, ossia a conservare fedelmente il patrimonio immutabile ed incorruttibile della fede. Viceversa i modernisti li mescolavano indiscriminatamente con i moderati.

I filolefevriani, dal canto loro, dovrebbero capire che è giusta l’istanza modernistica, fatta propria dal Concilio, di affrontare il pensiero moderno nei suoi vari aspetti e nelle sue molteplici correnti, non solo in quanto moderne, come per esempio il postcartesianismo fino agli sviluppi dell’illuminismo e dell’idealismo tedesco e del successivo esito ateo marxista, ma anche come recupero moderno di valori antichi, come quelli dei filosofi greci presocratici, nonché l’istanza di affrontare il dialogo con i cristiani non cattolici e con le altre religioni.

Nel contempo i modernisti dovrebbero capire che la Chiesa non potrà mai accettare la contaminazione da essi operata nella dottrina cattolica e dovrebbero viceversa, con cuore contrito, riconoscere le ragioni dei conservatori, lefevriani o moderati che siano.  Non si può rendere temporale ciò che è eterno. Non si può mutare l’immutabile. Non si può smentire ciò che la Chiesa in passato ha insegnato una volta per tutte. Non si può rifiutare ciò che va conservato. Non si può considerare falso ciò che in passato la Chiesa ha dichiarato vero per sempre e vero ciò che ha dichiarato falso in modo definitorio.

È chiaro che il Concilio non poteva non concordare con i progressisti non modernisti nel promuovere un sano aggiornamento, un sano ammodernamento, un sano progresso e un sano rinnovamento, secondo le finalità pastorali espressamente assegnate al Concilio da San Giovanni XXIII. Negli insegnamenti dottrinali e dogmatici il Concilio ha stabilito verità sicure, immodificabili e incontrovertibili. A torto i passatisti accusano queste dottrine di modernismo, liberalismo e filoluteranesimo. I modernisti, dal canto loro, le interpretano a loro vantaggio.

Circa gli insegnamenti pastorali del Concilio, invece, come Papa Benedetto ebbe ha dire alla Fraternità San Pio X, si può discutere, e difatti sono discutibili a causa di una certa tendenza buonista e troppo ottimista nei confronti del mondo, cosa che fu subito rilevata dai più intelligenti ed informati osservatori.

Di questi difetti naturalmente i modernisti hanno approfittato provocando gravi danni alla Chiesa in questi 60 anni con l’indebolimento della disciplina ecclesiale, la decadenza dei costumi morali, il lassismo, gli abusi sessuali, l’edonismo, l’erotismo, la sodomia, il relativismo morale, il diffondersi dell’irreligione, la scomparsa dell’ascetica, l’egoismo nazionale, l’egoismo dei ricchi, lo sfruttamento della povera gente, il permissivismo, il perdonismo, il misericordismo, l’indebolimento del potere giudiziario e coercitivo della Chiesa dei crimini e delle eresie. Il medico pietoso incancrenisce la piaga.

Un Concilio solo pastorale o anche dogmatico?

Altro motivo di contrasto tra modernisti e passatisti tutt’ora molto vivo è se il Concilio è stato puramente pastorale o ha avuto anche un taglio dottrinale. Su questo punto S.Giovanni XXIII nel discorso d’apertura del Concilio si limitò ad assegnare come scopo del Concilio non quello di condannare errori o di dare apporti dottrinali, ma quello di trovare il modo e i mezzi per rendere il perenne deposito della fede cattolica più accessibile, attraente e comprensibile agli uomini d’oggi, usando un linguaggio e modi espressivi adatti, così da invogliarli meglio ad abbracciare il Vangelo.

Egli disse – piuttosto ingenuamente – che gli errori moderni erano così evidenti ed avevano provocato disastri così terribili, che ormai non c’era più bisogno di condannarli nuovamente. Ma non si rendeva conto che in realtà il fuoco covava sotto la cenere e che i modernisti sin dall’epoca di Pio X non avevano mai ceduto del tutto le armi agendo in clandestinità. Aspettavano solo il momento favorevole per vendicarsi della condanna subìta.

Fu così che negli anni ‘45-’50 del secolo essi rialzarono la testa, per cui Pio XII, nell’enciclica Humani Generis del 1950, si vide costretto a denunciare un certo loro risorgere. Ma può essere anche che Papa Giovanni sperasse di recuperarli riconoscendo i loro lati buoni, il buon Papa Giovanni, ma forse anche troppo buono. Di fatto – e questo è notato da pochi – gli insegnamenti del Vaticano II si possono considerare, contrariamente alla lettura che ne fanno i passatisti, una risposta alle istanze del modernismo col presentare il modello dello atteggiamento che occorre assumere nei confronti della modernità.

Questo vuol dire che l’istanza modernista di un ammodernamento della dottrina, della prassi e della pastorale cattoliche in se stessa non era affatto sbagliata. Sbagliato fu il modo di rispondervi con l’abbandonare San Tommaso per giudicare il pensiero moderno in base ai suoi stessi errori. Che cosa poteva venir fuori se non in l’errore?

Come è possibile particolarizzare ciò che è universale? Come è possibile soggettivizzare ciò che è oggettivo? Come è possibile mettere il sentimento al posto del concetto? Il preconscio al posto della coscienza? La coscienza al posto della verità? L’esperienza al posto della fede? Come è possibile render mutevole ciò che è immutabile? Come è possibile trasformare l’eterno nel tempo? Come è possibile relativizzare ciò che è assoluto?

È vero che Pio X, seguendo il tradizionale metodo di fare un elenco di errori, si limitò a condannare gli errori modernistici senza riconoscere la validità dell’istanza avanzata dal modernismo. Rimaneva quindi effettivamente un conto in sospeso dei modernisti nei confronti del Papato. Giovanni XXIII si fece carico di saldare il debito con tutti i rischi che ciò poteva comportare. Infatti i modernisti ne hanno approfittato. Ma non fu colpa del Santo Pontefice, forse troppo buono. La colpa è tutta la loro.

C’è da ricordare inoltre che durante i lavori del Concilio, come è noto, San Paolo VI, succeduto a Papa Giovanni, volle arricchire gli insegnamenti pastorali del Concilio con un indirizzo dottrinale, senza tuttavia obbligarlo a definire nuovi dogmi. Il che non esclude che un domani questi apporti dottrinali possano essere eretti a dogmi. Il Santo Pontefice Paolo VI, eminente per la sua sapienza teologica, volle che il Concilio fosse non solo maestro di pastorale, ma anche di dottrina, come del resto è sempre stato nella storia dei Concili.

E fu così che nacquero i temi dogmatici del Concilio sulla natura della Rivelazione e della Liturgia, sull’antropologia, l’etica della persona e della coscienza, sull’etica familiare e sociale della Chiesa, sulla libertà religiosa, sul dialogo ecumenico, sulla pluralità delle religioni, sulla natura della Chiesa, sull’escatologia, sulla mariologia.

Ma anche su questo punto nacque il dissenso fra modernisti e passatisti. I primi, che riducevano tutta la teologia alla pastorale si sforzavano ipocritamente di tranquillizzare i passatisti, allarmati per le novità dottrinali, assicurando che si trattava solo di pastorale, ossia presentare il Vangelo al mondo d’oggi nella maniera adatta. I passatisti, d’altra parte, non rinunciarono alla convinzione di essere stati buggerati dal Concilio, ossia che il Concilio, pur conclamato come «pastorale», in realtà facesse passare di soppiatto errori modernistici col pretesto della pastorale.

Inoltre, anch’essi non privi di ipocrisia, si permisero di respingere le nuove dottrine del Concilio prendendo a pretesto il fatto che non ci sono nuove definizioni dogmatiche e dimenticando che le dottrine dei Concili sono sempre infallibili, anche se non definiscono nuovi dogmi.

Ma i furbi modernisti erano perfettamente consci dei nuovi contenuti dottrinali, anche perché – dobbiamo riconoscerlo – seppero dare un contributo valido. Solo che essi, nella loro slealtà, dopo il Concilio, deformarono tale contributo in senso modernistico presentandolo ai fedeli come interpretazione delle dottrine conciliari.

Inoltre essi, proprio perchè erano consapevoli dell’apporto dottrinale del Concilio, l’anno dopo la chiusura del Concilio, nel 1966, uscirono allo scoperto col famoso Catechismo Olandese, ispirato da Edward Schillebeeckx ed approvato addirittura dalla Conferenza episcopale olandese. San Paolo VI, come si sa, fece apportare al Catechismo molte correzioni; ma ormai la marea modernista era in movimento e nessuno finora, neppure i Papi è riuscito a fermarla, anzi è andata rafforzandosi.

Maritain già nel 1966, col suo famoso libro Le paysan de la Garonne, si accorse del pericolo e lo segnalò. Fabro nel 1974 ci avvertì del pericolo del rahnerismo. Ma chi li ha ascoltati? La loro voce è stata subissata dal canto delle sirene moderniste e dal chiasso dei sessantottini. Nel 1976 uscì un’altra opera truffaldina, sempre col pretesto dell’interpretazione del Concilio: il Corso fondamentale sulla fede di Karl Rahner. Questo è il «catechismo tedesco».

Al Padri del Concilio Vaticano II, il quale tanto si è voluto «pastorale», è mancata quella sagacia e preveggenza pastorale che seppe avere in modo eccellente il «dottrinale» e «scolastico» Concilio di Trento, ordinando l’immediata pubblicazione del famosissimo Catechismo Tridentino «ad parochos», che è servito per secoli a esporre con chiarezza la dottrina cattolica contro gli errori protestanti. Ancora il Catechismo di San Pio X conteneva l’elenco degli errori protestanti, mentre oggi moltissimi non sanno più quali sono e li si scambia per dottrina cattolica.

Ma ciò fu non certo per colpa della pastorale del Concilio Vaticano II, ma fu l’effetto della colossale truffa operata dadi modernisti, che fecero passare i loro errori per dottrina del Concilio. Paolo VI, purtroppo, benché Santo, non seppe avere quella tempestività per mettere in forma catechistica il vero messaggio del Vaticano II e si lasciò precedere dai modernisti olandesi, che ebbero un successo straordinario. Sembrava che l’Olanda avesse sostituito Roma. I modernisti olandesi sostenitori della pastoralità à gogo, sono stati proprio quelli che hanno capito meglio l’importanza della propaganda ideologica.

C’è voluto San Giovanni Paolo II perché Roma pubblicasse nel 1992 il Catechismo della Chiesa Cattolica, certo un capolavoro dottrinale. Ma come mai Roma non si svegliata prima?  Lei che tanto ha da insegnarci dalla sua stessa storia? Vien fatto di dire che essa ha chiuso la stalla quando i buoi erano scappati. Infatti ciò che ancor oggi ha diffusione fra i cattolici non è il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma è il Catechismo olandese e il Corso fondamentale sulla fede di Rahner.

Il compito che ci sta davanti

Abbiamo dunque davanti a noi un compito grandioso ed urgente di pacificazione e riconciliazione intraecclesiale, nel quale tutti siamo coinvolti ed ognuno deve fare la sua parte, ma il Sommo Pontefice ha una responsabilità di primo piano come Padre comune di tutti i cattolici, moderatore e giudice supremo dell’organizzazione ecclesiale, pacificatore dei contrasti tra le opposte fazioni, garante e custode dell’unità ecclesiale nella pluralità delle scelte e dei carismi, promotore della concordia fraterna, animatore della reciproca carità. Invochiamo per la riuscita di questo piano certamente benedetto e voluto da Dio, l’intercessione di Maria Madre della Chiesa e Regina della pace.

Al fine di aiutare il Papa in questo difficile compito, mi piacerebbe poter fargli arrivare le seguenti proposte:

1.Nel trattare questa grave questione del contrasto fra modernisti e passatisti, egli sembra non assolvere in pieno il suo compito di padre e di giudice di tutti noi. Infatti sembra essere troppo indulgente verso i modernisti e troppo severo verso i passatisti. Affinchè un giudice possa attirarsi la fiducia e il rispetto di ambo le parti occorre che si mostri super partes, imparziale ed equidistante, altrimenti succede che la parte favorita, credendosi nel buon diritto, persiste nel suo torto, mentre la parte sfavorita, ritenendosi maltrattata, si rifiuta di sottomettersi al giudizio del giudice.

2. Bisogna che il mediatore di pace, per ottenere la conciliazione e la concordia di due parti avverse, metta in luce a ciascuna le qualità dell’una e dell’altra, mostrando loro come possono essere combinate assieme ed armonicamente congiunte. Nella fattispecie il Papa deve mostrare come la tradizione si congiunge col progresso e come il conservare vada assieme al rinnovare.

3. Riguardo all’atteggiamento che i fedeli devono tenere nei confronti del Concilio, non basta che egli ricordi il dovere di tutti di accettare il Concilio e che chi non lo accetta non può essere in comunione con la Chiesa, ma deve distinguere un’accettazione sincera da una finta, qual è quella dei modernisti, i quali non accettano il Concilio come è in se stesso, ma nella loro interpretazione, che ne stravolge il significato per conformarlo ai loro errori.

4. Deve rimproverare i passatisti di male interpretare il Concilio, quando vogliono riscontrare in esso tracce di modernismo e deve far notare ad essi che il Concilio, ben lungi dal cedere al modernismo, ne è il rimedio e propone una sana modernità, che risulta dall’assunzione critica dei valori del pensiero moderno e dal rifiuto dei suoi errori.

5. Riprendendo un insegnamento di Papa Benedetto dovrebbe distinguere negli insegnamenti del Concilio la parte dottrinale dalla parte pastorale, avvertendo che mentre la parte dottrinale dev’essere accettata da coloro che vogliono essere in comunione con la Chiesa, la parte pastorale può essere discussa.

6. Non tema di usare il termine «modernismo», anche se esso è usato dai passatisti, perché essi non lo usano nel senso giusto, quando accusano di modernismo il Concilio o il Santo Padre.

Il termine può essere ripreso dall’uso che ne fece San Pio X, anche se il modernismo di oggi è diverso da quello dei tempi di San Pio X. Ma la sua essenza è la stessa: è l’idolatria della modernità, ossia il fatto non di giudicare la modernità alla luce del Vangelo, ma di giudicare il Vangelo alla luce della modernità. Nel primo caso si scartano quegli errori moderni che sono incompatibili con il Vangelo; nel secondo caso si scartano quelle verità evangeliche che sono incompatibili con gli errori moderni. Il modernismo, insomma, è un falso modo di aggiornare, riformare, far avanzare, rinnovare, ammodernare la vita cristiana.

Chi parla di modernismo non è necessariamente un passatista: bisogna vedere in che senso lo prende, considerando la distinzione che ho fatto sopra. Ciò che il Santo Padre intende per gnosticismo e pelagianesimo senza dubbio nel significato di modernismo. Il Papa farebbe bene ad usare il termine strappandolo dalle mani dei i passatisti, perché appartiene di diritto al linguaggio della Chiesa e non a loro. In tal modo questo termine designerebbe bene il partito che ho chiamato con questo nome, benchè comprensibilmente i suoi aderenti respingano l’appellativo e si capisce perchè. Infatti è un termine negativo, mentre essi si ritengono le punte avanzate della Chiesa.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, Natale 2021

C’è da ricordare inoltre che durante i lavori del Concilio, come è noto, San Paolo VI, succeduto a Papa Giovanni, volle arricchire gli insegnamenti pastorali del Concilio con un indirizzo dottrinale, senza tuttavia obbligarlo a definire nuovi dogmi.

 

E fu così che nacquero i temi dogmatici del Concilio sulla natura della Rivelazione e della Liturgia, sull’antropologia, l’etica della persona e della coscienza, sull’etica familiare e sociale della Chiesa, sulla libertà religiosa, sul dialogo ecumenico, sulla pluralità delle religioni, sulla natura della Chiesa, sull’escatologia, sulla mariologia.

Immagini da internet

4 commenti:

  1. Caro padre Cavalcoli:
    Li ringrazio per questo articolo. Personalmente mi ha fatto molto bene, come aiuto per considerare l'attuale situazione ecclesiale in modo più obiettivo, al di sopra delle fazioni e dei partiti, modernisti e passatisti.
    Mi permetta, tuttavia, di offrirle la mia opinione sui suggerimenti che lei fa al Santo Padre. In generale, credo che tutte le sue proposte presuppongano il dialogo tra le parti coinvolte, modernisti e passatisti, ed entrambe le parti in dialogo con le autorità della Gerarchia, con Roma, e con ciascun Vescovo, nelle rispettive diocesi.
    Tuttavia, noto una particolare difficoltà per questo compito da svolgere con i passatisti.
    Nel caso dei modernisti, e mi riferisco ai teologi, credo che il dialogo debba essere collocato a livello teologico, e in questo caso è possibile, tra professionisti teologi, dialogare e concordare le condizioni in cui dovrebbe essere sviluppata una teologia veramente cattolica. Quello che voglio dire è che, se c'è buona volontà da parte del teologo modernista, è possibile da parte sua incontrare la Verità proposta dal Magistero della Chiesa. Ebbene, stiamo parlando di teologia, di pensiero razionale, speculativo sulle verità di fede, basato su una sana filosofia.
    Ma, mi chiedo, si può fare la stessa cosa con i passatisti filo-lefebvriani o lefebvriani?
    Non lo vedo possibile, proprio perché non li vedo situarsi al livello teologico, al livello della riflessione speculativa, al livello metafisico, presupposto nella teologia. Come pensare che sia così se non mostrano nemmeno il buon senso di distinguere la sostanza e gli accidenti nella Santa Messa?, per esempio, che sia una delle mele della discordia.
    Ho l'impressione che l'ostinazione passatistica rasenta molto di più la follia, la sciocchezza, la mancanza di un minimo di buon senso.
    Noti lo stesso?
    Cosa puoi dirmi della sua esperienza di dialogo con i modernisti, da un lato, e con i passatisti, dall'altro?
    Grazie.

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    1. Caro Silvano,
      nella sostanza concordo con le sue considerazioni. Per quanto riguarda i passatisti, essi non sono molti, ma hanno dei teologi piuttosto preparati e anche di stampo tomista, solo che è un tomismo preconciliare, quando invece il Concilio propone un progresso del pensiero tomistico.
      Per quanto riguarda i sostenitori del Vetus Ordo, ci sono molti fedeli che hanno una formazione cattolica tradizionale di modesto livello culturale. Costoro purtroppo non sono in grado di distinguere nella Messa l’elemento sostanziale o essenziale dal rivestimento accidentale di tipo rituale o cerimoniale.
      Per quanto riguarda gli aggettivi, che lei usa, per qualificare i passatisti, mi sembrano un po’ esagerati. E se guardiamo al partito modernista troviamo anche lì stoltezza, eresia ed indisciplina.
      Considerando le due tendenze dal punto di vista dottrinale, tutto sommato i passatisti sono più ortodossi dei modernisti, perché mentre i passatisti accettano tutta la dottrina da San Pietro fino a Pio XII, considerando come modernista il magistero a partire da San Giovanni XXIII fino all’attuale Pontefice, i modernisti relativizzano tutti i dogmi.
      Per quanto riguarda il dialogo, che cosa si può fare? Innanzitutto diamoci da fare tutti nel proprio ambiente e secondo le forze di ciascuno. Ma, come ho detto, è chiaro che la responsabilità suprema, in questo delicato compito di fare incontrare le parti, spetta al Sommo Pontefice, che da Cristo ha appunto ricevuto il carisma dell’unità e della fraternità universale.
      Secondo me, il Papa dovrebbe organizzare degli incontri ad alto livello tra i rappresentati delle due parti. Oso portare ad esempio le trattative organizzate dal governo in occasione di conflitti di lavoro, allorché vengono organizzati incontri tra sindacati e datori di lavoro, naturalmente mutatis mutandis.

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  2. Grazie, padre Cavalcoli.
    Penso che al di là delle distinzioni e degli aggettivi, posso presuponere che questo suo "sostanziale accordo" con me sta nel concordare che, assumendo la buona volontà dell'interlocutore, è più facile dialogare con qualcuno contagiato dal modernismo che con qualcuno contagiato dal passatismo
    È vero che ci sono classi diverse di credenti in entrambi i partiti, ma io mi riferivo ai teologi. E il fatto è che vedo anche nei teologi passatisti, e nonostante la loro cultura tomista, quell'ostinazione nelle posizioni ideologiche. Per citare un esempio, anche supponendo una buona teologia in alcuni teologi lefebvriani, non vedo che vogliano rinunciare alle vecchie posizioni ideologiche di mons. Lefebvre, per esempio, riguardo all'ecumenismo, alla libertà religiosa, alla collegialità episcopale, alla liturgia, solo per citarne alcuni argomenti. Li vedo molto legati ideologicamente.
    Sono d'accordo con lei sulla proposta di un dialogo tra le parti, sotto forma di incontri o dibattiti teologici, che potrebbe riguardare temi specifici del Concilio (come quelli sopra richiamati), sempre con una commissione di cardinali romani come giudici (il Papa su tutti loro), come giudici super partes.
    In questo senso, così come mi sembra ragionevole questo metodo di dibattito teologico, non mi è sembrata ragionevole la persistenza di papa Benedetto XVI nel chiamare la FSSPX al dialogo “teologico”. I lefebvriani infatti lo intendevano come dialogo "a pari", e mostravano che per loro significava, invece di correggersi per i propri errori, voler "convertire Roma alla Fede".
    Grazie ancora, padre.

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    1. Caro Silvano,
      concordo nell’insieme con le sue considerazioni e le sue proposte.
      Se devo dirle la mia esperienza, ho notato che, mentre i modernisti praticamente mi ignorano, perché non trovano il modo di strumentalizzarmi e forse non mi stimano abbastanza, i passatisti mi contattano continuamente, perché notano che io ho stima per la dottrina. Sennonché, come dice lei, essi sono dei presuntuosi, che si ritengono la vera Chiesa, per cui, se mi contattano, lo scopo che si prefiggono è di farmi loro discepolo. Quando si accorgono che non hanno nulla da raccogliere, allora mi lasciano.
      Per quanto riguarda Papa Francesco, io resto dell’idea che toccherebbe a lui, come Padre comune, prendere qualche iniziativa. Infatti il contatto umano non gli manca. Molte sono le iniziative che intraprende nei confronti dei non cattolici. In questi anni abbiamo assistito a tante di queste iniziative, pensiamo per esempio ai contatti con i Protestanti, con gli Ortodossi, con gli Ebrei, con gli stessi Massoni; pensiamo all’accordo di Abu Dhabi; pensiamo alla convenzione con la Cina.
      Si tratta naturalmente di tutte cose buone. Quello che credo tanti ci attendiamo è che il Papa volga maggiormente l’attenzione sui dolorosi e scandalosi conflitti che esistono all’interno della Chiesa stessa. L’impressione che io ho, e che manifesto da tempo, è che Papa Francesco sia troppo severo con i passatisti e troppo indulgente con i modernisti.
      Resta tuttavia la nostra speranza che questa gravissima situazione possa essere presa in mano dal Papa, perché nessun altro per incarico di Cristo e per l’assistenza dello Spirito Santo, della quale gode, ha il compito e la possibilità di operare efficacemente per la conciliazione, la concordia e la pace.
      In particolare il Papa dovrebbe riconoscere gli aspetti positivi presenti in entrambi i partiti, mentre d’altra parte dovrebbe correggere i rispettivi difetti. Più in dettaglio ribadisco la mia convinzione, accettata anche da lei, che sia bene che egli organizzi incontri fra teologi, sotto la presidenza di vescovi e di cardinali o esponenti della Curia romana, per affrontare i punti controversi di maggiore importanza.

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