Risposta alle obiezioni dei lettori al mio comunicato


Risposta alle obiezioni dei lettori al mio comunicato

Il mio Comunicato circa la Lettera dei teologi che accusano il Papa di eresia ha  suscitato fino ad adesso dai lettori più di 270 commenti, per lo più assai brevi, alcuni di netto rifiuto, confermando le accuse dei teologi; altri, di aperta adesione alle mie dichiarazioni, con conferma di fedeltà a Papa Francesco maestro della fede; molti, di approvazione del mio scritto con qualche riserva; molti altri, di sostanziale rifiuto, anche se si accolgono talune mie tesi.

Ho notato alcuni temi e problemi ricorrenti, ai quali pertanto ritengo bene dar risposta.

1. Grazia magisteriale e grazia pastorale. Alcuni, pur ammettendo che Papa Francesco disponga dell’assistenza dello Spirito Santo per l’esercizio del suo ministero, non distinguono l’assistenza che possiede come maestro della fede – la grazia magisteriale – dall’assistenza per la buona conduzione del suo ufficio di governo giuridico, disciplinare e pastorale della Chiesa – grazia pastorale -. Da qui concludono che, siccome il Papa possiede il libero arbitrio e, come figlio di Adamo, può peccare, come può peccare respingendo la grazia pastorale, così può peccare respingendo quella magisteriale, ossia cadendo nell’eresia.
Ora, bisogna tener presente che c’è una differenza tra l’azione dello Spirito Santo nei due casi. Nel primo, la grazia, che riguarda le scelte della volontà, e quindi l’agire morale buono o cattivo, può essere frustrata dalla disobbedienza del Papa, per cui un Papa può avere una condotta morale riprovevole e governare male la Chiesa o essere negligente nella promozione della verità evangelica e nel bandire l’eresia.
Invece,  nel secondo caso, ossia quello della grazia magisteriale, lo Spirito Santo in forza del carisma petrino («confirma fratres tuos»), quando il Papa insegna come maestro della fede, illumina sempre la mente del Papa, e muove la sua libera volontà ad affermare la verità di fede; e non solo nelle occasioni rarissime delle definizioni solenni di nuove dogmi – le cosiddette definizioni «ex cathedra» -, delle quali parla il Concilio Vaticano I (Denz. 3074), definizioni oggetto di fede divina, ma anche nei livelli inferiori del magistero autentico, ordinario e quotidiano, da accettare con religioso ossequio dell’intelletto e della volontà, allorchè il Papa insegna pubblicamente le verità evangeliche tradizionali o dogmatiche già definite, giusta l’insegnamento della Nota illustrativa dottrinale della CDF alla Lettera Apostolica Ad tuendam fidem di S.Giovanni Paolo II, del 18 maggio 1998.
Invece, in materie estranee all’ufficio petrino, come per esempio la conoscenza delle persone o dei fatti quotidiani, i ricordi personali, le scienze, le arti, la letteratura, la tecnica, l’economia, lo sport, l’ecologia, la finanza, la politica, la storia, la filosofia e la teologia, il Papa, nei suoi giudizi, può avere solo semplici opinioni o  può sbagliare come qualsiasi uomo, salvo che non abbia una speciale competenza, a meno che non si tratti di certe nozioni o conoscenze, come per esempio quelle filosofiche, che hanno un tale nesso con le verità di fede o con i dogmi, che, se vengono negate o falsificate, ci va di mezzo la fede e si cade indirettamente nell’eresia.
Si tratta di quelle falsità che i teologi chiamano haeresi proximae, così come quelle verità filosofiche sono fidei proximae. Se per esempio uno identificasse l’essere col pensiero, cadrebbe nel panteismo; se negasse l’oggettività della conoscenza, renderebbe impossibile la conoscenza di fede; se fosse un evoluzionista, non potrebbe accettare l’immutabilità della verità; o se ammettesse il materialismo, renderebbe impossibile credere nell’immortalità dell’anima, e così via.
Particolarmente delicato è il caso della teologia, che è il sapere maggiormente relazionato al dogma della fede. Per questo, l’errore teologico può condurre all’eresia. Per esempio il fatto che Lutero ammise solo la grazia preveniente e non quella conseguente fu di per sè un errore teologico, che però ebbe la conseguenza di far cadere Lutero nell’eresia di credere che per salvarsi basti la grazia preveniente e non occorrano le opere e i meriti della grazia conseguente. 
In campo teologico un Papa non è infallibile e può esprimere sue opinioni, che non costituiscono magistero pontificio. Non si è obbligati a seguirle e possono essere sbagliate, senza pericolo per la fede. Per esempio, il credere, come fa il Beato Duns Scoto, che l’attributo divino fondamentale sia l’infinità e non l’ipsum Esse, come fa S.Tommaso, è un errore teologico, che però non reca danno alla fede. Negare che la Madonna sia corredentrice è un errore teologico, che però non compromette i dogmi mariani. Un Papa può non essere teologo e non per questo ciò compromette l’infallibilità pontificia. Si sa che Ratzinger è un teologo molto superiore a Bergoglio, ma ciò non detrae in nulla all’infallibilità dottrinale di Papa Francesco.
Un Papa può avere benissimo le sue opinioni politiche, magari di tipo progressista o ecologista o immigrazionista, ma non deve  essere in queste cose opinabili troppo rigido o esclusivista, o mostrarsi fazioso o uomo di parte, non deve in ciò approfittare della sua autorità pontificia, non deve essere tanto attaccato a quelle cose discutibili, da dare l’impressione che chi non  condivide le sue idee, «non è cattolico» o è «nemico del Papa», quasi che si tratti  di dogmi della fede e gli oppositori fossero degli eretici. Si può essere anche cattolici di destra, tradizionalisti o conservatori senza il rischio di essere scomunicati.
Nel regno di Dio ci sono molti posti (Gv 14,3). L’essenziale è restare nell’ambito della fede e nella comunione con la Chiesa e col Papa, comunione che non vuol dire con la politica del Papa, come credono i suoi fans e finti amici, ma con la fede del Papa.
Papa Francesco parla spesso del pluralismo religioso e va anche bene, benché a volte dia l’impressione di relativismo o indifferentismo. Ma non mostra di rispettare il pluralismo politico e questo non va bene. È segno di autoritarismo. Difatti lascia correre laddove dovrebbe intervenire, come in casi di eresia, mentre è troppo severo verso legittime iniziative, solo perchè sono tradizionaliste.
Invece bisogna dire che è più normale il pluralismo in politica che in religione, perchè la politica è per sua natura il campo dell’opinabile, del diverso, del mutevole e dell’incerto; mentre la religione è il campo della verità assoluta, che è una sola – una fides - , certa,  oggettiva, indispensabile, universale ed obbligatoria per tutti.
Un Papa può invece e deve sostenere anche una linea politica o un governo, se c’è in gioco la difesa della pace, dei diritti umani, della vita umana,  della famiglia,  dell’educazione, della libertà religiosa o dei princìpi essenziali della convivenza civile o della morale, cose che allora sono di competenza dell’infallibile  magistero pontificio.

2. Il caso di Papa Onorio. Alcuni, per dare plausibilità all’accusa di eresia fatta a Papa Francesco, affermano che nella storia si sono già verificati casi di Papi eretici, e citano soprattutto il caso di Papa Onorio, che regnò dal 625 al 638.  Ora, è vero che egli nel 633 sembrò cedere, sotto pressione dell’Imperatore, al monotelismo (“unum operatorem Jesum Christum”, Denz.488), un’eresia che confondeva in Cristo il volere umano con quello divino; ma già Papa Giovanni IV lo scagionò con un’interpretazione benevola (Denz.496-498).
È vero che fu condannato nel 681 dal Concilio Costantinopolitano III (Denz.550-552). Ma la complessa, lunga, dibattuta e dolorosa vertenza fu definitivamente chiusa da Papa S.Leone II nel 682, il quale non accusò Onorio di essere stato eretico, ma invece di non aver spento l’incipiente fiamma dell’eresia, per cui con la sua negligenza, la alimentò (incipientem flammam haeresis negligendo confovit, Denz.560).
Un conto è essere eretico e un conto è favorire l’eresia con una pastorale negligente. Il primo è un peccato o accecamento dell’intelligenza, che non può colpire il Papa; il secondo è un’ingiustizia pastorale, che invece può commettere, perché qui il Papa non è impeccabile. Papa Francesco potrebbe semmai essere accusato di negligenza.

3. La questione dell’Amoris laetitia. Mi è stato chiesto di dimostrare che le proposizioni di AL (nn.295, 298, 299, 301, 304) riportate nella Lettera e la Lettera del Papa ai Vescovi argentini del 2016 non contengono eresie con riferimento alla negazione dell’indissolubilità del matrimonio, all’assolutezza della legge morale ed alla sacralità dell’Eucaristia.
Al n.295 si parla del fatto che la legge, in se stessa, sempre identica a se stessa – quindi nessun relativismo – può essere messa in pratica secondo gradi di crescente perfezione e diminuente imperfezione, mano a mano che il soggetto, sorretto dalla grazia, progredisce nello sforzo metodico e perseverante di metterla in pratica.
Al 298 si parla sì del dovere di «discernere la situazione». Ma ciò non ha nulla a che vedere, come alcuni hanno male interpretato, con l’«etica della situazione», condannata da Pio XII, ma si distinguono invece opportunamente e giustamente due situazioni oggettivamente diverse di divorziati risposati: quella, nella quale, per seri e insuperabili motivi, non possono ritornare indietro e quindi non  devono lasciarsi; e quella invece per la quale è possibile, e allora devono farlo.
Al 299 si riconosce che i divorziati risposati non sono scomunicati, ma «appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa», perché possono essere in grazia di Dio. Il Papa pare tuttavia enfatizzare eccessivamente questa loro condizione, che tutto sommato dev’essere  tollerata, ma non può certo essere portata a modello di santità coniugale; e tuttavia parla con esagerazione, a loro riguardo, del fatto che «lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti». Naturalmente, però, anche qui, non c’è in gioco la dottrina, ma si tratta solo di una questione di opportunità pastorale.
Al 301 il Papa chiarisce che i divorziati risposati, benché si trovino in uno stato giuridicamente irregolare, non per questo si deve pensare che essi giacciano in uno stato permanente di peccato mortale, ma occorre pensare che possano essere in grazia, ovviamente pentendosi dei loro peccati e facendone penitenza, col sempre rinnovato proposito di obbedire alla legge divina secondo le loro forze,  anche se deboli. Qui sarebbe stato bene accennare al perdono del peccato, cosa che del resto resta sottintesa.
Il 304 presenta effettivamente una difficoltà, che è data dal fatto che sembra che, affinchè un atto morale sia buono, non basta «considerare se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale», ma si invoca una «esistenza concreta» o una «situazione particolare», che sembrerebbe eludere anziché determinare il dato astratto della legge.
La citazione di S.Tommaso non pare pertinente, perché Tommaso parla precisamente del determinarsi dell’astratto della legge nel concreto dell’azione. Pare allora potersi dedurre da un simile discorso che se, per esempio, il rapporto sessuale tra divorziati risposati in astratto, ossia secondo la legge, è peccato, perchè non sono legittimamente sposati, nel loro caso si potrebbe fare un’eccezione e render buono nel concreto ciò che in astratto è peccato.
Ora è evidente che questa è una scappatoia disonesta, che non potremmo attribuire alle parole del Papa. Diciamo allora che si tratta probabilmente della cattiva esposizione di un principio in sé giusto e che va spiegato così: i divorziati risposati unendosi sessualmente certamente peccano; ma possono pentirsi ed essere perdonati da Dio.
Quanto poi alla Lettera del Papa ai Vescovi argentini, il Papa si limita a dire che hanno interpretato bene. Ma che cosa? La nota 351, nella quale, come ho già pubblicato tante volte, non si parla di un permesso attuale e in vigore della Comunione, ma di una ipotesi o possibilità di permesso. Non si parla quindi di casi reali, ma di casi ipotetici, quali appunto quelli proposti dai Vescovi.

4. Papa in carica è Francesco, non Benedetto. Alcuni lettori hanno espresso la loro convinzione, totalmente estranea alla lettera dei teologi, che Papa vero sia Benedetto e non Francesco, probabilmente influenzati dalle idee di Don Minutella. Rispondo dicendo che tale convinzione è priva di fondamento, perché nessuno dei Cardinali che hanno partecipato al Conclave ha espresso un’idea del genere, anche tra coloro che sono maggiormente critici nei confronti di Francesco, e lo stesso Papa Emerito Benedetto gli ha fatto professione di obbedienza.
Il riferimento alla cosiddetta «mafia di San Gallo» non può valere come argomento per invalidare l’elezione di Francesco, perché, quale che sia stata la perorazione a favore di Bergoglio fatta dai suoi sostenitori al Conclave, del quale non sappiamo nulla, quel che è certo è che l’elezione di Bergoglio è stata valida.

5. Il rimprovero di Paolo a Pietro. Alcuni lettori hanno citato il famoso rimprovero fatto da S.Paolo a S.Pietro all’assemblea di Antiochia (Gal 2, 11-14). Ma qui Paolo non fa a Pietro nessuna accusa di eresia, ma soltanto lo richiama ad a una condotta limpida e leale, senza simulazioni ed ipocrisie. Qui non siamo sul piano dottrinale, ma comportamentale e pastorale. E su questo piano è lecito criticare Francesco.

6. Alcune frasi problematiche. Non è l’Amoris laetitia il documento che desti le maggiori preoccupazioni circa il valore del magistero di Papa Francesco. Le vere e più gravi difficoltà sono altrove e sono state  quasi tutte segnalate nel libro di José Antonio Ureta, Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco[1]. A questo libro rimando come documentazione di quello che sto per dire.
Se nel pensiero di Papa Francesco non troviamo vere e chiare eresie e non le possiamo trovare, troviamo però, sparse nel suo ricco insegnamento, tante frasi o espressioni, ciò che i francesi chiamano exploit o boutade, che vorremmo chiamare «uscite» o «battute», caratteristiche della sua personalità, da non prendere sul serio, molte delle quali ormai famose, che appaiono urtanti o sconcertanti almeno così come suonano, per gli spiriti leali ed amanti della verità umana ed evangelica.
Benchè tali uscite tocchino direttamente o indirettamente le verità di fede, non si tratta evidentemente di veri insegnamenti magisteriali, neppure al grado minimo, da prendere sul serio, ma di esternazioni improvvisate ed imprudenti, che, come tali, devono essere ignorate e compatite.
Il vero e proprio insegnamento magisteriale dogmatico di Papa Francesco, di notevole valore, espresso soprattutto nelle encicliche, non ha nulla a che vedere con queste occasionali sparate, spiegabili non con motivi spirituali, ma solo psicologici, come per dar spettacolo e far colpo sulla gente, la quale, però, tranne i numerosi fans, gli indifferenti e i modernisti, resta perplessa, per non dire scandalizzata. Quindi con quale risultato?
Ne scegliamo comunque solo alcune, citate dai lettori e qualcuna la aggiungo io.
1). «Tre persone che litigano a porte chiuse e al di fuori si fa sapere che tutto va bene»: così ha definito la SS.Trinità. Si tratta certo di una battuta,  ma di pessimo gusto.
2). «Lutero ha avuto buone intenzioni, non voleva dividere la Chiesa, ha fornito la medicina». Forse si riferiva a Lutero prima della sua defezione. Ma avrebbe dovuto precisare.
3). Parlando ai bambini dell’ospedale del Bambin Gesù di Roma ha detto: «Noi non conosciamo il perché della sofferenza», salvo poi a precisare in un’altra occasione dicendo che «lo sappiamo in rapporto alla croce di Cristo». Si corregge in successive occasioni.
4). Riguardo alla tesi dei «valori non negoziabili», vigorosamente sostenuta da S.Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Papa Francesco non si perita di contraddire apertamente i suoi Predecessori su di un tema così importante, con le seguenti parole. «Non ho mai compreso l’espressione “valori non negoziabili”. I valori sono valori e basta; non posso dire che tra le dita di una mano ve ne sia una più utile di un’altra»[2].
Ma dobbiamo dire che Francesco non apprezza il valore di quel principio appunto forse perchè non l’ha capito. Crede che si tratti di scegliere alcuni valori e respingerne altri. Ora è chiaro che tutti i valori essenziali devono stare assieme. Ma non è questo il senso dell’assioma.
A Francesco sembra infatti sfuggire che il detto principio fa riferimento al fatto che esiste una scala di valori, per cui esistono valori che sono negoziabili, ossia possiamo cederli, mentre altri non lo sono affatto, ad essi non possiamo rinunciare per nessun motivo, fosse tutto l’oro del mondo, come si suol dire. Infatti, trattandosi di valori assoluti, se lo facessimo, saremmo perduti.
 Il rapporto sessuale, per esempio, è certo un valore. Ma se Dio mi chiama ad una vocazione superiore, alla quale il rapporto sessuale potrebbe fare ostacolo, devo esser pronto a «negoziare» il rapporto sessuale, ossia a rinunciarvi, pur di non «negoziare» quella vita superiore, alla quale Dio mi chiama.
5). Altra affermazione sorprendente in Papa Francesco è quella che sembra essere la negazione della verità assoluta. Egli dice infatti: «io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che ciò che è assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque la verità è una relazione! Tant’è vero che anche ciascuno di noi la coglie, la verità e la esprime a partire da sé, dalla sua storia e cultura, dalla situazione in cui vive, etc.»[3].
Papa Francesco fa questo ragionamento: presenta Cristo come una Relazione con noi. Ma Cristo è la Verità. E dunque per noi cristiani la verità non è assoluta, ma è una relazione. Ora bisogna dire che un conto è la relazione e un conto è il relativo. La Relazione in Dio può essere un Assoluto (la Persona divina). Ma il relativo è relativo all’assoluto, che prevale e lo domina.
Ora, quando ci si pone il problema se esista una verità assoluta, non si tratta immediatamente di sapere se esista una verità che sia Relazione. È fuor di dubbio che esiste, ed è Cristo. Ma nessuno ci impedisce di porci la questione  circa la verità come tale, in generale, dal punto di vista filosofico o razionale.
Dal punto di vista gnoseologico, la verità è effettivamente una relazione. Come dice S.Tommaso, è l’adaequatio intellectus et rei. Ma ciò dà precisamente la possibilità di cogliere una verità assoluta o di ragione o di fede.
Dal punto di vista filosofico, quindi, non si può porre in dubbio l’esistenza della verità assoluta speculativa e morale, perché altrimenti, se ogni verità fosse relativa, il pensiero non giungerebbe mai ad una conclusione e la volontà non giungerebbe mai ad una decisione. Saremmo dei voltagabbana, delle canne sbattute dal vento o degli architetti che costruiscono sulla sabbia. Mirare ad un assoluto è inevitabile. Il problema è sapere qual è il vero assoluto. Per il credente è Dio.
Verità assoluta vuol dire certa, basilare, oggettiva, non falsificabile, definitiva, libera, sovrana, sciolta, irriducibile, indipendente, suprema, non negoziabile. Se è assoluta, vuol dire che non è relativa, perché relativo ed assoluto si richiamano e si escludono a vicenda. Il relativo è relativo all’assoluto e l’assoluto non è relativo a nulla. Il relativo non può stare senza l’assoluto, mentre l’assoluto può stare da solo, è autosufficiente. Ecco perchè l’Assoluto per eccellenza è Dio. Il mondo è relativo a Dio. Ma Dio può esistere anche senza il mondo.
Sia nella teoresi che nella morale esiste la verità assoluta. I princìpi della ragione, e della morale, le verità di fede e i dogmi sono verità assolute, certissime, indiscutibili, inconfutabili, irrinunciabili e immutabili. Importante è non assolutizzare il relativo e non relativizzare l’assoluto.
Nel primo caso si ha l’idolatria in religione, il totalitarismo in politica, l’egoismo in morale. Nel secondo caso si ha il relativismo in morale, il soggettivismo nella conoscenza, l’indifferentismo in religione, il liberalismo in politica. 

7. Tre imprudenze in campo pastorale. I lettori hanno ricordato anche l’episodio dei Dubia dei quattro Cardinali e il memoriale di Mons. Viganò[4]. Ed io aggiungo l’ultimo colloquio con Scalfari. Il Santo Padre, che parla moltissimo, in questi gravi frangenti, che interpellavano l’onestà, la saggezza e la prudenza del Padre e Maestro comune, custode della sana dottrina e dei buoni costumi cattolici, Francesco ha taciuto. Come mai? Con quale utilità per la Chiesa e per la Sede Apostolica?
1). Dopo il suo ultimo disgraziato colloquio col Papa, il furbo Eugenio Scalfari riferì pubblicamente che il Papa gli aveva detto che l’inferno non esiste, in quanto le anime dei reprobi vengono annullate. Alla richiesta pressante di chiarimenti, indirizzata al Papa da molte parti del mondo, la S.Sede, con un laconico comunicato, si limitò a dire che Scalfari «non aveva interpretato correttamente le parole del Papa».
Ma il Papa non avrebbe potuto e dovuto chiarire e dirci personalmente che cosa esattamente aveva detto a Scalfari e smentirlo a riguardo di una cosa così importante per la fede? Non avrebbe dovuto ribadire l’insegnamento della fede su questo argomento, senza permettere che ne approfittassero gli eretici, che negano l’esistenza dell’inferno e dell’immortalità dell’anima?
2). Dopo la pubblicazione del documentato memoriale l’ex-Nunzio Mons.Viganò, che denunciava con giuramento davanti a Dio una serie di gravissimi scandali sessuali di ecclesiastici, dei quali egli era a conoscenza, potendo esibire le prove, coinvolgenti da anni alti Prelati della Chiesa e collaboratori del Papa, tutti gli onesti, tranne le persone compromesse, estremamente irritate, come si poteva ben comprendere, si attendevano che il Papa commentasse e lodasse il gesto coraggioso di Mons.Viganò, promettendo di adoperarsi per un’opera di purificazione della Chiesa.
Niente di tutto questo. Tutti ricordiamo le famose parole «non dirò una parola». E così è stato, benché per mesi e fino ad oggi giungano al Papa suppliche di parlare.  Che cosa ha ottenuto tacendo? È vero che ha concentrato l’attenzione sulla pedofilia nel clero. E questa certamente è un’idea buona.
Ma per strappare il male alla radice, occorre una riforma della formazione sacerdotale, che educhi veramente alla castità, condannando i moralisti eretici, tuttora a piede libero, come ha auspicato Papa Benedetto nei suoi recenti Appunti3). Quanto ai famosi Dubia, anche in questa occasione il Papa ha dimostrato di non essere all’altezza della situazione, ma è stato latitante. Che cosa ci voleva a rassicurare i richiedenti che l’Amoris laetitia non crea pericoli per l’indissolubilità del matrimonio, non ammette eccezioni all’adulterio, non dubita dell’assolutezza della legge morale e non manca di rispetto all’Eucaristia? Ma solo vuol essere uno sforzo della Chiesa per salvare il salvabile e fare in modo che anche i divorziati risposati possano salvarsi, senza chieder loro ciò che è al sopra delle loro forze?
Tacendo e mancando di chiarire, il Papa che cosa ha ottenuto? Che cosa ha risolto, anche con le lettera ai Vescovi argentini? Che ancor oggi, a tre anni dalla pubblicazione del documento, moltissimi non sanno o sbagliano circa la questione se si può sì o no concedere la Comunione ai divorziati risposati.

P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 5 maggio 2019

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       




[1] Stampato nel 2018 dal Digital Team di Fano (PU) per conto dell’Istituto Plinio Corrêa de Oliveira, San Paolo, Brasile. Oltre a questo libro è possibile trovare osservazioni ai discorsi ed alle uscite di Francesco nelle mie pubblicazioni in Isoladipatmos e in altri blog, nonché  nei libri di Aldo Maria Valli, 266. Jorge Mario Bergoglio Franciscus P.P., Liberilibri, Macerata 2016 e Come la Chiesa finì, Liberilibri, Macerata 2017; si può consultare inoltre il libro di Mauro Mazza, giornalista e scrittore, ex-direttore della RAI, Bergoglio e pregiudizio. Il racconto di un pontificato discusso, Edizioni Pagine, Roma 2017.
[2] Cit.da Ureta, op.ct., p.21.
[3] Op.cit., p.106-107.
[4] Vedi il libro di Aldo Maria Valli, Il caso Viganò. Il dossier che ha svelato il più grande scandalo all’interno della Chiesa,Edizioni Fede&Cultura, Verona 2018.

3 commenti:

  1. Le risposte di Padre Cavalcoli non sono del tutto convicenti.
    Se il Papa è sempre assistito dallo Spirito Santo in materia dottrinale, come può di fatto uscirsene con delle "battute" che si pongono in aperto contrasto con il depositum fidei?
    E poi come possiamo distinguere tra battute e affermazioni serie? Sembra quasi che ogni affermazione eretica del Papa non debba essere tenuta in conto essendo solo una "battuta".
    Sono molto perplesso.

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    1. Caro Anonimo,
      questo Papa è un tipo strano e scherzoso, poco prudente nel parlare e troppo loquace. Spesso non misura le parole, si contraddice o si corregge. C'è qualcosa di psicologico. Occorre pazienza e prudenza, modestia nel giudicare, senza mancargli di rispetto.
      E' bene lasciar cadere certe frasi imprudenti. Occorre fare un attento vaglio in quello che dice, badando a come lo dice, alle circostanze, alle occasioni, alle materie che tratta, al livello di autorità degli interventi.
      In caso di dubbio, sospenda il giudizio e stia con gli interventi sicuramente ortodossi. Non si lasci turbare da coloro che lo accusano di eresia, perchè sono fuori strada. E così sono fuori strada anche i fanatici che non fanno questo discernimento. Credono di onorare il Papa e invece fanno solo danno a lui e a se stessi.
      Papa Francesco dev'essere preso sul serio come Vicario di Cristo, quando fa sul serio, ossia quando, verificato tutto ciò che c'è da verificare, risulta con chiarezza e certezza che egli intende insegnare formalmente come maestro e dottore della fede, anche se si tratta solo di insegnamento ordinario o quotidiano.
      P.Giovanni

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  2. Caro Anonimo,
    questo Papa è un tipo strano e scherzoso, poco prudente nel parlare e troppo loquace. Spesso non misura le parole, si contraddice o si corregge. C'è qualcosa di psicologico. Occorre pazienza e prudenza, modestia nel giudicare, senza mancargli di rispetto.
    E' bene lasciar cadere certe frasi imprudenti. Occorre fare un attento vaglio in quello che dice, badando a come lo dice, alle circostanze, alle occasioni, alle materie che tratta, al livello di autorità degli interventi.
    In caso di dubbio, sospenda il giudizio e stia con gli interventi sicuramente ortodossi. Non si lasci turbare da coloro che lo accusano di eresia, perchè sono fuori strada. E così sono fuori strada anche i fanatici che non fanno questo discernimento. Credono di onorare il Papa e invece fanno solo danno a lui e a se stessi.
    Papa Francesco dev'essere preso sul serio come Vicario di Cristo, quando fa sul serio, ossia quando, verificato tutto ciò che c'è da verificare, risulta con chiarezza e certezza che egli intende insegnare formalmente come maestro e dottore della fede, anche se si tratta solo di insegnamento ordinario o quotidiano.
    P.Giovanni

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