Papa Francesco commenta Dante - Seconda Parte (2/3)

 Papa Francesco commenta Dante

Seconda Parte (2/3)

Ci è consentito credere che certe date persone siano all’inferno?

Il Papa tuttavia non nota una macchia nella concezione dantesca della giustizia divina, e cioè il fatto che se Dante, in ossequio al dogma dell’inferno, riconosce giustamente in esso l’esistenza di dannati, ha però la presunzione di dirci chi sono, cosa che non è consentita da una retta concezione dell’inferno.

E ciò sembra dipendere in Dante da un non tutto spento spirito di vendetta verso suoi nemici, cosa che qui getta un’ombra sull’immensa grandezza d’animo del sommo Poeta. Forse qui comprendiamo che chi lo ha mandato in esilio, probabilmente partigiani di Bonifacio VIII, doveva certamente aver torto, ma forse non tutti i torti.

Vorremmo qui notare al riguardo che, in linea di massima, non ci è proibito ritenere, in casi gravi, come nostra legittima opinione soggettiva, che il tale o il tal altro sia all’inferno. Ricordiamoci per esempio del problema della sorte di Giuda, in passato giudicato da tutti senza discussione dannato, mentre oggi Papa Francesco ci raccomanda di essere molto cauti nel giudizio.

Ma un conto è tenere con modestia per noi questa opinione, e un conto è esprimerla con sicurezza pubblicamente in un’opera letteraria, come se essa corrispondesse certamente a realtà. Nessuno oggi farebbe più una cosa del genere. Invece Dante fu apprezzato dai suoi contemporanei anche per questo.

Da qui vediamo quanta strada la Chiesa ha fatto dal medioevo ad oggi, senza che dobbiamo lasciarci in nulla suggestionare dalla stolta albagia dei modernisti, i quali, in nome di una falsa interpretazione del progresso ecclesiale promosso dal Concilio Vaticano II, disprezzano come vecchiume la sacra Tradizione, con ciò stesso cadendo nell’eresia già a suo tempo condannata da San Pio X.

Oggi invece si è caduti nell’eccesso opposto: a causa di un fraintendimento della divina misericordia e della volontà divina di salvezza universale, si è finiti col negare la stessa esistenza dell’inferno e col cadere nell’opposta eresia secondo la quale tutti si salvano. Su questo punto Dante, che per tanti versi prevede profeticamente i valori della Chiesa di oggi, si mostra prigioniero dei limiti del suo tempo.

Il Santo Padre, dal canto suo, con questa Lettera ci conferma invece, a smentita delle affermazioni calunniose fatte da Scalfari a suo tempo, nella fede nell’esistenza dei dannati dell’inferno, mentre ovviamente non ci autorizza per nulla a credere di poter dire con certezza chi all’inferno c’è o chi non c’è, a parte l’autorità divina che invece la Chiesa possiede nel proclamare la santità dei santi.

Tuttavia, è vero che su questo delicatissimo tema il sommo Poeta si mostra indubbiamente condizionato dalla mentalità medioevale, la quale, a parte l’indubbio uso di giusti criteri di giudizio, basati sulla ragione e sulla fede, e su ciò non le si può far torto, ma è anzi certamente encomiabile, tendeva a identificare il peccato o l’eresia in senso oggettivo con gli stessi dal punto di vista  soggettivo o, in altre parole, vi era la facile tendenza a considerare il peccatore o l’eretico in mala fede e quindi colpevole, per cui si rischiava facilmente l’eccessiva severità e l’eccessiva tendenza a giudicarlo.

Qui invece si sarebbe fatto bene a prendere in considerazione il famoso «non giudicare» del Vangelo, del quale invece oggi si abusa da parte dei Superiori per opportunismo e da parte dei sudditi per fare i propri comodi.

Da qui questa mentalità medioevale intollerante e facile a vedere la menzogna e il peccato anche dove c’erano solo ignoranza, fragilità e debolezza, per cui severe e frequenti erano le condanne a seguito di delazioni o dopo un processo nel quale si constatava semplicemente il fatto esterno o la proposizione ut verba sonant e non ci si domandava che cosa l’eretico aveva inteso dire e perché lo diceva, che cosa lo aveva spinto a dire ciò che aveva detto, se si rendeva conto della gravità di quello che stava dicendo, se non poteva in qualche modo essere scusato o se per caso non fosse affetto da disturbi mentali. Invece purtroppo, per l’assenza di quella conoscenza che abbiamo oggi della complessità e della intricatezza della psiche umana e dei fenomeni nervosi patologici, si tendeva a colpevolizzare il neurotico o il malato di mente e invece di sopportarlo o assisterlo con opportune cure psichiatriche, che solo oggi sono conosciute, lo si puniva.

La stregoneria e il maleficio sono fatti innegabili. Tuttavia, abbiamo motivo di credere, alla luce della moderna psicopatologia, che molte di quelle donne che nei secc. XV-XVI furono mandate al rogo con l’accusa di stregoneria, donne convinte esse stesse di essere in combutta col diavolo, erano in realtà delle malate di mente.

Oggi conosciamo meglio di un tempo gli scherzi della demenza senile e per questo sulle labbra di certi anziani, invece di trovare la sapienza elogiata dagli Antichi, si riscontrano purtroppo a volte uscite o esternazioni oggettivamente stolte o insensate, delle quali però essi non sempre sono coscienti o responsabili. Lo stesso Dante, dopo che fu esiliato, fu avvertito dalle autorità fiorentine che se avesse tentato di tornare, sarebbe stato mandato al rogo.

Si aveva nel Medioevo, tutto sommato, una concezione piuttosto semplicistica della psicologia umana e non ci si rendeva conto come oggi quanti ne sono i condizionamenti, per i quali il peccatore può essere scusato in molti modi. Le lodi della spiritualità medioevale e del rigoglio della teologia scolastica, che regnavano allora in Europa, sono senz’altro giuste, ma non bisogna farne un mito, ricordando realisticamente l’esistenza in essa di avanzi di barbarie e di paganesimo, successivamente superati da quella parte sana della modernità, nata proprio da quei valori medioevali e in continuità con la sapienza medioevale, avanzi che sono ritornati a partire dai secc. XVI-XVII col sorgere del luteranesimo e dell’idealismo cartesiano.

Anche il modo di Dante di presentare la condotta di San Domenico,

«il santo atleta benigno a’ suoi e a’ nemici crudo» (Par. XII,57);  benigno con gli amici, duro con i nemici», non è del tutto esatta, ma riflette il modo medioevale d’intendere il carisma domenicano, che non rispecchia esattamente il vero spirito del Fondatore, ardente di un’immensa misericordia, per amici e nemici, ortodossi ed eretici, giusti e peccatori, senza per questo ovviamente barcamenarsi, come tanti fanno oggi, fra il vero e il falso, tra il sì e il no, ma distinguendo con chiarezza la vera dalla falsa fede, confutando efficacemente l’errore, e predicando per conseguenza con lealtà e coraggio a tutti la verità, fossero anche Papi.

Oggi indubbiamente siamo caduti nell’eccesso opposto: si tende ad un’eccessiva indulgenza anche per i peccati, i crimini e le eresie più manifesti e dove la colpa non può essere assente. Ma questo perchè, ed è la cosa più grave, si è perduta quella percezione universalmente condivisa dei valori non-negoziabili, al contrario della cristianità medioevale, dove, salvo piccolissime minoranze di eretici, tutti condividevano la medesima fede cristiana.  

Dante e Bonifacio VIII:

franchezza di spirito libero e sottomissione di cattolico 

Quanto allo scontro di Dante con Bonifacio VIII avvenuto in questa terra, esso non ha nulla a che vedere con qualche atteggiamento scismatico o sconsiderato, ma fu dettato dal più genuino spirito cattolico e dal fatto che mentre il Papa nell’Unam Sanctam sosteneva il diritto del Papa a ordinare ai sovrani della terra qual è il bene terreno e quindi a comandar loro di metterlo in pratica, Dante, seguendo il De regimine principum di San Tommaso, che applicava alla condotta del Papa l’evangelico Caesari quae sunt Caesaris et Deo quae sunt Deo, sosteneva che l’autorità politica dell’Imperatore proviene direttamente da Dio e non per l’investitura del Papa, così come la ragione non è mediata dalla fede, ma funziona in base ai suoi princìpi, benché certamente ogni cristiano debba vedere nel Papa il Vicario di Cristo che lo guida alla vita eterna.

È degno di nota come Papa Francesco affrontando il delicato argomento dell’opposizione di Dante a Bonifacio VIII, dia ragione a Dante, mostrandoci come non sia proibito al buon cattolico, in circostanze gravi ed accertate, richiamare anche fortemente il Papa al compimento del suo dovere pastorale, soprattutto verso i più poveri e i più deboli, rinunciando a qualunque sete di dominio temporale sui fedeli.

Di lì a poco una Santa Caterina da Siena, avrebbe alzato la voce contro Papa Urbano VI, il quale, con la sua arroganza e asprezza, avrebbe provocato niente meno che scisma d’Occidente. Naturalmente, in queste critiche a un Papa, sono da escludersi – cosa che oggi purtroppo succede – accuse di eresia, dato che, se il Papa è peccabile nei costumi e nel governo della Chiesa, è infallibile, come Successore di Pietro, nella dottrina della fede. E di fatti nella storia abbiamo avuto Papi con ogni genere di vizi, ma nessuno mai di essi ha tralignato dal suo dovere di maestro della fede.

Dice Papa Francesco:

«Un incitamento a Dante a vivere coraggiosamente la sua missione profetica gli viene rivolto nel Paradiso da San Pietro, là dove l’Apostolo, dopo una tremenda invettiva contro Bonifacio VIII, così si rivolge al Poeta: “E tu, figliuol, che per lo mortal pondo/ ancor giù tornerai, apri la bocca / e non asconder quel ch’io non ascondo” (Par. XXVII, 64-66).

Nella missione profetica di Dante si inserisce, così, anche la denuncia e la critica nei confronti di quei credenti, sia Pontefici sia semplici fedeli, che tradiscono l’adesione a Cristo e trasformano la Chiesa in uno strumento per i propri interessi, dimenticando lo spirito delle Beatitudini e la carità verso i piccoli e i poveri e idolatrando il potere e la ricchezza: “Chè quantunque la Chiesa guarda, tutto / è per la gente che per Dio dimanda; / e non di parenti né d’altro più brutto” (Par. XXII, 82-84)».

Per questo, l’atteggiamento di Dante verso Bonifacio VIII comporta due aspetti, esemplari anche per l’oggi, implicitamente riconosciuti da Papa Francesco nella sua Lettera: da una parte il dovere sacro, come cattolico, di un’obbedienza di fede al Papa come maestro della fede e Vicario di Cristo in materia di fede e di morale, nonché quello in linea di massima, di un’obbedienza prudenziale alle sue direttive pastorali o legislative.

D’altra parte, Dante era ben consapevole della sua facoltà di criticare il Papa, per motivi gravi e sufficientemente ponderati, nel caso che nella sua condotta morale, nella pastorale e nel governo della Chiesa, il Papa mancasse alla giustizia, cedesse alla tentazione o della doppiezza o del dispotismo, si mostrasse avido di potere temporale, non lasciasse libertà ai sovrani della terra di decidere loro, nel loro spazio di autonomia politica, quello che è il bene dello Stato.

Di fatto Dante non critica mai Bonifacio nel suo magistero dottrinale, né, come cattolico, aveva alcun motivo di farlo. Fu invece fiero oppositore del Papa nelle sue mire temporalistiche, tanto da porlo, come sappiamo, all’inferno.

Tuttavia, quando Bonifacio subì il famoso sacrilego affronto da parte dell’emissario di Filippo il Bello, non esitò a vedere nell’offesa ricevuta dal Papa Cristo stesso essere offeso. Oggi molti cattolici avrebbero da imparare da Dante come ci si comporta col Papa, rinunciando sia ad un falso ossequio di marca modernistica, che strumentalizza al proprio interesse i suoi difetti umani, sia eliminando il rancore e la presunzione che li porta, in nome di un falso concetto della tradizione e di una scismatica opposizione alle dottrine del Concilio Vaticano ad accusare il Papa di eresia, credendo di essere loro migliori guide della Chiesa.

Dante fu mandato in esilio dal governo fiorentino dei guelfi, che col pretesto che si deve essere in comunione col Papa, erano accondiscendenti alle mire di dominio politico del Papa su Firenze. Dante, come è noto, era ghibellino, quindi sostenitore dell’Imperatore, ma non al punto da condividere la posizione degli estremisti, che si opponevano alla superiore autorità spirituale del Papa.

Fine Seconda Parte (2/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 16 luglio 2021


Il Papa tuttavia non nota una macchia nella concezione dantesca della giustizia divina, e cioè il fatto che se Dante, in ossequio al dogma dell’inferno, riconosce giustamente in esso l’esistenza di dannati, ha però la presunzione di dirci chi sono, cosa che non è consentita da una retta concezione dell’inferno.


Immagine da internet:
- Dante e Virgilio all'inferno


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