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14 febbraio, 2020

Pregi e difetti dell’Esortazione postsinodale

Pregi e difetti dell’Esortazione postsinodale

Pregi

1.Buona è stata l’idea di promuovere una rinnovata e più efficace evangelizzazione dell’Amazzonia.

2. Si prescrive un’evangelizzazione ed una liturgia inculturate, che utilizzino le risorse culturali delle popolazioni indigene.

3. Si condannano i soprusi e i maltrattamenti fatti agli indigeni da agenti o gruppi stranieri.

4. Si condanna l’utilizzazione scriteriata della foresta e delle risorse naturali dell’Amazzonia, a danno delle popolazioni locali.

5. Opportunamente si ricorda più volte che la natura fa parte della creazione divina.

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 Immagine da internet

05 febbraio, 2020

La dialettica hegeliana come apologia della doppiezza

La dialettica hegeliana come apologia della doppiezza

Tu maledici l’uomo di doppia lingua
        Sir 28,13
                        Se una casa è divisa in se stessa,
                        quella casa non può reggersi
Mc 3,25
Origine della dialettica hegeliana

La dialettica hegeliana è talmente nota, che basterà qui esordire ricordando l’essenziale. Essa nasce in Hegel nell’orizzonte della sua impostazione idealistico-panteista, che conduce alle estreme conseguenze l’idealismo nato da Cartesio attraverso Kant, Fichte e Schelling. In Hegel questo filone di pensiero si congiunge con la temperie del romanticismo tedesco come revival della tipica sintesi di certezza ed angoscia caratteristica dell’anima luterana. 

Entrambi questi filoni convergono verso una spiritualità fondata su di un assoluto egocentrismo, per il quale Dio non è più il Tu davanti al soggetto, ma è l’Io radice del soggetto. Sulla base di questo presupposto, Hegel, alla ricerca di un accordo fra i due filoni, l’uno razionalista, l’altro emotivo, giunse alla elaborazione della sua caratteristica «dialettica», che fu un novum nella storia della filosofia, destinata ad avere un enorme successo – si pensi solo all’uso che ne fece Marx – fino ai nostri giorni con l’improntare largamente di sé il modo di pensare e di esprimersi nel linguaggio dell’attuale cultura relativistica dominante.

In genere, la dialettica è un processo logico-linguistico, che avviene tra due opposti: colui che afferma e colui che nega. Ma a quale scopo? Per cercare la verità, s’intende. Senonchè però di per sé la dialettica, che è uno scambio o un confronto di pareri o di opinioni, un dialogo tra due disputanti, non dà la verità, ma solo l’opinione. 

Alla fine della discussione, infatti, la cui durata è stabilita in anticipo, come una gara sportiva,  i due contendenti tornano ad avere le stesse idee che avevano alla partenza. Nessuno dei due ha imparato dall’altro, tanto da dover cambiare idea. Ma allora a che cosa serve? Ad avvinarsi alla verità, la quale, con la ripresa del dialogo, può essere comunemente raggiunta. 

Lo schema fondamentale della dialettica, che è l’arte del dialogo, comporta tre tappe o momenti: apre il confronto uno dei dialoganti con una sua tesi affermativa. Segue la negazione della tesi, ossia l’antitesi, ad opera dell’altro dialogante. Conclude, per il momento, il primo, negando la negazione. Ma restano in piedi le due opposte tesi, perché si suppone che il negante non sia soddisfatto degli argomenti dell’affermante, che sono solo probabili, non dimostrativi. La conclusione dialettica, quindi, può essere rimessa in discussione in un successivo dialogo o confronto.

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Immagine da internet - I vestiti nuovi dell'imperatore / Il re nudo

25 gennaio, 2020

La comunicazione dei predicati come metodo per l’interpretazione del dogma

La comunicazione dei predicati
come metodo per l’interpretazione del dogma

Per capire la Parola di Dio occorre il retto uso della logica,
perché la fede è in armonia con la ragione

La Chiesa, nel formulare i dogmi, si serve delle regole della logica del linguaggio, regole che devono essere conosciute e applicate correttamente, altrimenti si rischia di fraintendere il significato del dogma e di cadere nell’eresia.


Una di queste regole è la cosiddetta communicatio idiomatum, che potremmo tradurre con «comunicazione dei predicati», la quale consiste nella  comunicazione o scambio di due predicati di un medesimo soggetto, in modo che l’attribuzione di un predicato a quel soggetto denominato con l’altro predicato, benché i predicati abbiano significati reciprocante escludentisi, ciononostante resta valida e legittima, perché è predicazione valida e legittima di quel soggetto. Con un termine tecnico della logica, si dice che il termine significante quel dato predicato o quell’attribuzione «suppone» (suppositio)  per il soggetto o persona, alla quale viene attribuito quel predicato. 

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 Theotokos - mosaico - Santa Sofia (immagine da internet)

05 agosto, 2019

Arte e prudenza

Arte e prudenza
Importanza della questione
La questione del rapporto dell’arte con la morale è sempre di attualità. L’arte, infatti, tende ad assumere pretese eccessive sino a sconfinare nella magia o nella convinzione che l’uomo possa lecitamente plasmare tecnicamente la propria natura. C’è la tendenza a perder di vista l’essenza creaturale della natura, con la conseguenza di violarne le leggi in nome di un falso ideale estetico di dominio sulla natura.  
Oppure l’arte viene prostituita ed impiegata per favorire ogni genere di vizio e corruzione morale, sotto pretesto dell’amore per il bello o della libertà di espressione. Per converso, c’è sempre la possibilità, grazie a Dio, che l’arte, proprio dando il meglio di se stessa, favorisca la virtù, la cultura, la scienza, il progresso morale e civile, la giustizia e la pace, la vita spirituale e religiosa. È possibile salvare il mondo dell’arte solo nel clima costruttivo di quella virtù che deve governare gli atti umani: la prudenza. Ma per il cristiano ciò non basta: l’arte dev’essere espressione della carità.
La carità infatti propone alla prudenza un fine superiore, che non è quello della semplice perfezione umana, ma è la figliolanza divina, con la prospettiva della visione beatifica di Dio nella vita eterna. Secondo tale prospettiva, l’arte non è ordinata solo alla prudenza, ma, al di là di essa, alla carità, e quindi alla santità. Per questo dall’artista cristiano si chiede non solo che sia prudente, ma che sia santo. E quanto al fruitore dell’opera d’arte, anch’egli, per poterla gustare e trarne profitto spirituale, dev’essere santo o quanto meno disponibile a farsi santo. Per questo, il Beato Angelico diceva che «per dipingere le cose sante, occorre essere santi». Ed egli stesso ne è un esempio.
  
Roma: mostra di un disegnatore ancora bambino, Gianni Cavalcoli.  

Roma, 17.6.1948