Distinzione delle Persone divine - Tomas Tyn - Prima Parte (1/3)

  Distinzione delle Persone divine

Prima Parte (1/3)

P. Tomas Tyn, OP


Conferenza Presso Istituto Tincani (o altrove)
Bologna, 18 dicembre 1986 (data incerta)
N. 17

Audio:   http://youtu.be/aXqsYCERrZM

Cf. n. 1:  http://www.arpato.org/testi/lezioni_tincani/1_Distinzione_delle_persone_divine_18_dic_1986.pdf

Registrazione e/o custodia degli audio a cura di Amelia Monesi e/o Altri

Mp3: Tomas – 18 dicembre 1986: da inizio a fine -  Cf. anche altri Mp3

Abbiamo visto l’altra volta l’esistenza di Dio e gli attributi di Dio, in particolare la semplicità, l’immensità, l’ubiquità, l’eternità. Ecco, tutto questo - direbbe San Tommaso - riguarda l’essenza di Dio e la sua unità. Se vi ricordate bene, per motivi sia apologetici che catechistici ho sottolineato il fatto che tutto ciò che riguarda l’essenza di Dio e la sua unità, anzi unicità, è accessibile alla ragione umana, perché Dio non può che essere uno, anzi unico.

 Notate bene che questa tesi secondo cui Dio è accessibile all’uomo con dei raziocini naturali, che consentano di arrivare all’essenza di Dio e alla sua unità, non è una opinione teologica, ma un dogma di fede. Il Concilio Vaticano I stabilisce proprio questa duplice conoscenza di Dio: una è la conoscenza naturale dell’esistenza di Dio, della sua essenza e soprattutto della sua unità.

Tuttavia Dio ovviamente esiste in quella pienezza di essere, in quell’oceano di essere, di cui abbiamo parlato, se vi ricordate bene. San Tommaso dice che questo Esse ipsum, ossia l’essenza di Dio, non è un’essenza restrittiva dell’essere[1], ma è un’essenza che è il suo essere; notate bene come è grande il Signore, cioè Egli è solamente essere.

Noi creature, invece, pensateci sempre bene, abbiamo sì l’essere, ma non siamo soltanto l’essere. Vedete, nell’essere umano c’è sì l’essere, ma c’è anche il nostro essere uomini e l’essere uomini non è l’essere sic et simpliciter. Ciò che vale poi per noi uomini vale per ogni altra creatura: l’essere del libro non è solo essere, ma è l’essere ristretto a quel modo particolare di essere che è essere un libro.

Invece in Dio non c’è nessuna restrizione dell’essere a un modo particolare dell’essere, ma tutto ciò che Dio è, non è altro che essere. Vedete quindi mi piace sempre, ossia è molto bello quello che dicono i Padri Cappadoci, e cioè che Dio è l’oceano dell’essere, oceano ovviamente senza confini, pensate un mare senza nessun limite: questo abisso di essere è Dio, anche se è una metafora un tantino poetica e in teologia bisogna andarci cauti a parlare troppo poeticamente,

Ora notate che in questo abisso di essere ci sono alcune cose che noi conosciamo per analogia, con tanta fatica, tuttavia grazie al nostro intelletto che è un dono grandissimo, è il dono più grande che Signore ci abbia dato, perché proprio con la nostra intellettualità, con la spiritualità della nostra anima, noi siamo immortali, destinati a Dio. Proprio Dio fece di noi una sua proprietà già nell’opera della creazione, per poi riportarci di nuovo a sé nel Figlio suo Unigenito Gesù Cristo, quando ci siamo allontanati da Lui con il peccato delle origini.

Il destino proprio ed originale dell’uomo, già nell’opera della creazione, si compie in Dio e in Dio soltanto. Vedete, quindi, che questo tendere a Dio, questo avere l’inquietudine nel cuore finché non riposa in Dio è dovuto a che cosa? Alla nostra somiglianza tra noi e Dio. Quando il Libro della Genesi dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, è questa rùach Elohìm, lo Spirito del Signore che egli ci ha comunicato. Pensate a quella bella immagine della creazione, quando Dio ha plasmato Adamo dalla terra, vedete una materia così umile che in qualche modo dà la corporeità all’uomo, però in questo corpo così umile Dio ha alitato il suo spirito che dà vita e che dà intelligenza.

Vedete perché allora l’uomo è al di sopra di ogni altra creatura; notate una grande dignità ma anche una grande responsabilità. Infatti noi abbiamo la nostra intellettualità che ci rende in qualche modo quasi imparentati con Dio. È una cosa spaventosa solo a dirsi. Pensate che appunto già Platone diceva che l’uomo è portatore di una scintilla divina nella sua anima. Questa scintilla divina di Platone mi piace tanto, perchè è quasi un’intuizione mistica, questa, che cioè l’anima umana ha una certa affinità, una parentela con Dio; è per questo che ama Dio. Vedete l’uomo per natura non può non amare Dio.

È una depravazione, una perversione, un’anima che non ama Dio; è spaventoso, sapete, proprio perché per natura c’è questa somiglianza tra l’anima umana e Dio. Tutte le creature tendono a Dio, ma non lo sanno, non possono nemmeno amarlo con un atto di volontà; solo l’uomo può farlo. È per questo che si dice che l’uomo può e deve dare a Dio una gloria non soltanto oggettiva ma soggettiva e formale, come dicono gli scolastici, nel senso che l’uomo non solo è partecipazione di Dio di fatto, ma sa di essere partecipazione di Dio e loda Dio, ringrazia Dio per questo fatto.

Quindi vedete che la nostra intellettualità, l’essenza intellettuale della nostra anima ha, in qualche modo, questa affinità con Dio, sia sul piano conoscitivo che sul piano volitivo; quindi siamo in qualche modo portati ad amare il Signore e se amiamo il Signore, ovviamente siamo attenti a conoscerLo sempre meglio.

Vedete, è paradossale, talvolta ci sono dei cristiani che si scoraggiano. Ci sono delle tendenze un po’ antintellettualistiche, per così dire, al giorno d’oggi. Si dice: tutto sommato, io amo il Signore, ma non ci penso troppo. Eh no! Se io amo una persona, ci penso sempre, non so se mi spiego. E tanto più se amo il Signore. Bisogna dunque dire sempre certamente sursum corda, ma anche sursum mentes, in alto con le menti, per pensare sempre alle cose di Dio.

Ora vedete, miei cari, quello che volevo dirvi è che la nostra mente, data questa sua intellettualità, quindi la capacità di pensare l’universale, ovvero il concetto, è, al limite, per analogia, la capacità di pensare l’essere, quell’essere che è proprietà di Dio. Vedete, solo lo spirito è aperto all’essere; ciò che non è spirituale, come gli animali, che hanno una conoscenza non spirituale, vede solo, al limite, se vede, per quel poco che vede, non vede l’essere, ma solo delle ombre dell’essere. Vede solo i dati sensibili. Solo lo spirito, l’anima spirituale vede l’essere e tramite l’essere, per una analogia, lontana purtroppo, e molto adombrata, noi riusciamo ad afferrare l’essenza di Dio che è l’essere puro, l’ipsum Esse.

Però in questo oceano di essere non vediamo tutto quello che si cela in questo abisso. Quindi c’è il mistero, il mistero dell’essenza di Dio, il mistero nascosto dai secoli eterni, come dice San Paolo in quel celebre brano, in cui parla di Cristo rivelato in questi ultimi tempi, il mistero di Cristo, ovvero del Verbo incarnatosi per la nostra salvezza: ecco il mistero del Natale a cui ci stiamo preparando.

Ebbene, il mistero dell’Incarnazione è un mistero nascosto dai secoli eterni in Dio. Vedete, nessun filosofo, per quanto sapiente perspicace, per quanto acuto potrebbe mai scoprire un mistero così grande che solo Dio conosce, cioè il mistero del suo Verbo e della sua Incarnazione.

 Notate bene che alcuni filosofi sono andati molto vicino ad afferrare la Trinità delle Persone divine e anche il Verbo. Pensate al grande Filone di Alessandria, il quale forma già una speculazione, molto platoneggiante, ma veramente sublime, di un duplice Verbo di Dio. Egli dice, cioè, che Dio è spirito, è pensiero. Quindi Dio pensa ed esprime Se stesso nel suo pensare. Proprio come diceva già Aristotele: Dio è Pensiero pensante Se stesso e allora appunto Filone di Alessandria, da grande pensatore ebreo qual è, dice appunto che Dio in qualche modo esprime un concetto nel pensare.

E ammette due concetti di Dio: uno che rimane in Dio, che lui chiama Logos endiàthetos, il Verbum interno alla mente di Dio; e poi c’è un Logos proforikòs, cioè un Verbo che procede ad extra, si direbbe oggi in teologia che produce un effetto esterno. È il Verbo in quanto per mezzo di lui tutte le cose sono state fatte.

Allora teniamo bene a mente questo, che alcuni filosofi hanno scoperto che Dio è pensiero e che pensando esprime un concetto; però vedete che non hanno ancora avuto l’idea della Trinità, perché ovviamente da buoni filosofi quali erano, erano ben convinti che c’è perfetta identità tra la mente di Dio che pensa e il pensiero che Dio pensa.

Abbiamo infatti ben visto che ogni sana filosofia riguardo a Dio dice che in lui non c’è distinzione reale. In Dio è tutto semplicità, non composizione. Vi ricordate ancora la lezione dell’altra volta, e cioè che in Dio non ci sono composizioni? C’è tuttavia un’immensa ricchezza. Vedete come la nostra mente fatica, miei cari, perché noi quando pensiamo alla ricchezza, pensiamo a cose complicate; invece in Dio c’è un’abissale ricchezza di essere in pura semplicità, senza complicazioni e composizioni.

Ora che cosa vuol dire che in Dio non si distingue per esempio l’agire e l’essere, pensare e essere e così via? In noi queste cose sono ben distinte. Voi capite che se ci capita talvolta, fortunati noi, avere un bel pensierino, ebbene, un pensiero nostro, che cosa succede? Ci identifichiamo con esso? Neanche per sogno! Quel pensiero non siamo noi! Il nostro pensiero è ben distinto da noi, ha una entità nella nostra anima, ma un’entità detta precisamente accidentale, capite?

Il nostro pensiero non è lì sussistente e sospeso per aria; è sempre nella nostra mente; è giusto, miei cari? Quindi il nostro pensiero non è capace di sussistere da sé e in se stesso, non è una sostanza, è un accidens, un qualcosa che inerisce alla nostra mente[2].

 Vedete, quindi, che l’uomo è sostanza: il pensiero e l’agire dell’uomo non sono sostanza, ma sono accidentia in subiecto, accidenti, determinazioni accidentali nel soggetto uomo. In Dio invece non si distingue l’agire dall’essere, perché in Dio non c’è un pensare possibile distinto dal pensare attuale. In noi c’è una possibilità di pensare, che ogni tanto, fortunati noi come dicevo prima, è anche tradotta in atto, cioè ogni tanto ci capita di passare dalla possibilità di pensare all’atto di pensare. Però purtroppo non siamo pensiero puro. Per questo talvolta ci capita di distrarci, vero?

Invece Dio non si distrae mai; ed anche agli angeli, hanno facoltà di non distrarsi, benchè anche in loro come in noi ci sia una differenza tra il pensare e l’essere. Infatti essi sono sì sempre pensanti, certo più fortunati di noi, però pensano una volta un pensiero e una altra volta un altro. Dio invece pensa tutti i pensieri insieme.

Domanda: Come possiamo fare questa distinzione tra l’uomo e l’angelo?

È una domanda interessante. Come si fa parlare degli angeli nella filosofia? Ebbene sì, è possibile, sapete. Adesso noi stiamo facendo teologia, per cui, parlando della Trinità, possiamo parlare anche degli angeli; tuttavia prima intendevo fare un prologo filosofico e quindi giustamente la signora mi chiede come è possibile parlare in filosofia degli angeli. È possibile, perché anche Aristotele ne ha parlato senza conoscere per nulla le divine scritture.

 Che cosa sono gli angeli? Non quello che pensa una certa esegesi moderna materialista, scusate se entro un po’ in polemica. Gli angeli non sono né dei simboli o per così dire dei modi di parlare, né dei modi per esprimere la presenza di Dio, no. Gli angeli sono veri e propri messaggeri di Dio, come dice mi pare San Gregorio Papa in una lezione del breviario per la festa degli angeli. Egli dice infatti che il nome “angelo” è il nome di una missione, di una funzione: sono ministri di Dio.

Però bisogna pensare a quello che è l’essere dell’angelo. Non hanno forma umana, anche se talvolta, proprio per apparire agli uomini, assumono sembianze umane. Pensate all’apparizione dell’angelo a Tobia, all’arcangelo Raffaele, eccetera.

Assumono sembianze umane non perché abbiano una natura umana, ma per apparire agli uomini e quindi perché noi possiamo vederli. Il nostro angelo custode è sempre per fortuna accanto a noi, e noi non ce ne rendiamo conto. Pensate come siamo poco attenti, ma non è poi tanto colpa nostra. Con ciò non voglio dire che non dobbiamo pensarci; ma il fatto è che l’angelo custode non si materializza, in sostanza.

Allora, vedete, l’angelo è puro spirito. Ora diciamo così, la prova dell’esistenza degli angeli avviene un po’ come la prova dell’esistenza di Dio: cioè noi possiamo di Dio conoscere che esiste e in maniera molto oscura chi Egli è, ossia la sua essenza, ma soltanto in superficie.

Similmente possiamo dire che è convenientissimo, dico convenientissimo[3]. Infatti, la signora ha ragione, effettivamente non c’è qui una prova apodittica, ossia necessaria, però c’è una prova di grandissima convenienza che poi trova la sua conferma in teologia; quindi capite com’è razionale, ragionevole, la nostra fede. Non ci si arriva con il ragionamento, però il ragionamento dice che è molto conveniente che ci siano gli angeli.

Perché? Perché effettivamente voi dovete pensare questo che praticamente sempre, nella costituzione degli enti materiali, voi avete materia e forma. Ora, bisogna pensare a quello che dice il Salvatore: “E’ lo Spirito che conta; il corpo, la carne non giova a nulla”, va bene vedete e quindi anche nei composti di materia e forma, non dico che la materia non abbia importanza perché fa parte del “sinolo” - come dice Aristotele - o del composto; tuttavia la parte determinante è la forma.

Ora pensate, si potrebbe quasi dire che nella serie progressiva, gerarchica degli esseri viventi su questa terra c’è una progressiva emancipazione dello spirito, non nel senso evoluzionistico, mi capisca bene, ma nel senso della creazione. Cioè Dio, in ogni specie, una dopo l’altra, pone una sempre maggiore spiritualità[4],  finché, adesso posso intanto fare ecumenismo perfino con Hegel, pensate, adoperando questa sua espressione che però si presta un po’ ad equivoci, nell’uomo lo spirito torna a sé. Cioè nelle specie inferiori lo spirito c’è ma è come inconsapevole. Nell’uomo lo spirito comincia a riflettere su se stesso[5].

Fine Prima Parte (1/3)

Conferenza del Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP.
Trascrizione da registrazione di Sr. M. Colombo, OP, e Sr. M. Nicoletti, OP – Bologna, 2007
Testo rivisto con note da Padre Giovanni Cavalcoli, OP – Fontanellato, 30 novembre 2021
 
 
Noi creature, invece, pensateci sempre bene, abbiamo sì l’essere, ma non siamo soltanto l’essere. 
 
Vedete, nell’essere umano c’è sì l’essere, ma c’è anche il nostro essere uomini e l’essere uomini non è l’essere sic et simpliciter. 
 
Ciò che vale poi per noi uomini vale per ogni altra creatura: l’essere del libro non è solo essere, ma è l’essere ristretto a quel modo particolare di essere che è essere un libro.

Invece in Dio non c’è nessuna restrizione dell’essere a un modo particolare dell’essere, ma tutto ciò che Dio è, non è altro che essere. 
 
E' molto bello quello che dicono i Padri Cappadoci, e cioè che Dio è l’oceano dell’essere, oceano ovviamente senza confini, pensate un mare senza nessun limite: questo abisso di essere è Dio, anche se è una metafora un tantino poetica e in teologia bisogna andarci cauti a parlare troppo poeticamente,
Ora notate che in questo abisso di essere ci sono alcune cose che noi conosciamo per analogia, con tanta fatica. 
 
In questo oceano di essere non vediamo tutto quello che si cela in questo abisso. 
 
Quindi c’è il mistero, il mistero dell’essenza di Dio, il mistero nascosto dai secoli eterni, come dice San Paolo in quel celebre brano, in cui parla di Cristo rivelato in questi ultimi tempi, il mistero di Cristo, ovvero del Verbo incarnatosi per la nostra salvezza: ecco il mistero del Natale a cui ci stiamo preparando.
 
Immagini da internet

[1] Nella creatura l’essere si restringe all’esser questo della creatura.

[2]Da notare qui un velata polemica con la concezione idealista della persona, che risolve l’io nel suo pensare. Questo equivoco, come è noto, nasce storicamente dal “cogito” cartesiano, benchè, ad onor del vero, Cartesio mantenga la concezione ontologica dell’io come “res cogitans”. Ma tale concezione, nell’idealismo seguente non tarderà a sparire, fagocitata dall’invadenza dell’“autocoscienza” come costitutivo della “persona”. Infatti anche l’idea della persona come “res cogitans” favorisce lo sviluppo posteriore. Cartesio avrebbe dovuto dire: “res CAPAX cogitandi”.

[3] aggiungi: “ammettere la loro esistenza”.

[4] Forse sarebbe meglio dire: “formalità”.

[5] Lo spirito è caratterizzato, come dice S.Tommaso, dal potere di riflettere totalmente su di sé. Quindi o c’è questo atto o lo spirito non c’è. Tuttavia esiste una coscienza animale, la quale non torna totalmente su se stessa, perché l’oggetto non è spiritualizzato come nel caso dello spirito, ma è un oggetto sensibile.

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