Luigino fra la grazia e il merito

 Luigino fra la grazia e il merito

Siamo prevenuti dalla grazia

In Avvenire di domenica 20 settembre Luigino Bruni affronta nell’articolo Doni che chiamiamo meriti uno dei temi più ardui, più importanti e più classici della teologia: il rapporto dei nostri meriti con la grazia che ci viene da Dio.

Luigino esordisce con la costatazione che «l’eccedenza è una delle leggi auree della vita. È madre della generatività e della generosità». «L’eccedenza più importante non è quella che esce dal nostro cuore, è quella che vi entra». Si tratta dell’«eccedenza della grazia sui nostri meriti».

Luigino non intende negare i nostri meriti nei confronti di Dio, ma affermare che essi hanno radici profonde che ci superano e testimoniano dell’amore di Dio per noi. Commentando il Salmo 127, scrive:

«Nella Bibbia si può parlare dei beni come benedizione perché prima c’è la certezza morale che a un livello molto più profondo i beni sono dono. Dire che chi “costruisce la casa” non sono i costruttori ma “il Signore”, significa riconoscere che anche nelle cose più concrete e quotidiane, dove è evidente che siamo noi con il nostro lavoro ad aggiungere mattone su mattone, a un livello più profondo e quindi più vero quei mattoni e quel sudore sono grazia, sono provvidenza».

Sembra di notare una possibile polemica contro il criptopelagianesimo di un Rahner, che concepisce l’uomo come «autotrascendenza», intesa come moto ad un tempo della grazia e della libertà, verso l’«orizzonte della trascendenza», che sarebbe Dio stesso, dal che non si capisce come Dio dovrebbe essere trascendente e come la grazia dovrebbe entrare nell’uomo dall’alto e non uscire dall’uomo dal basso, riducendo così la grazia al merito.

Luigino già in un articolo passato su Avvenire, dove parla della cicogna che porta i bimbi, ci dice che dobbiamo essere grati a Dio per i doni ricevuti. Dobbiamo però ricordarci che se Egli ci manda la sventura, lo fa o perché ce la meritiamo o perché, se siamo innocenti, ci invita, come ha fatto con suo Figlio, a scontare per i peccati altrui.

Dio è misericordioso con tutti, vuole tutti salvi e dà a tutti i mezzi per salvarsi, per cui, se qualcuno non si salva, non è perché Dio non gli ha dato i doni, i talenti, le occasioni favorevoli, la grazia e i mezzi sufficienti, ma perché è lui che non ne ha approfittato, non ha voluto ringraziare Dio per i doni ricevuti, per le occasioni e le forze che gli ha dato di operare il bene, non ha voluto riconoscerli, ed impegnarsi coi suoi meriti per farli fruttare. Non ha voluto chiedergli aiuto e perdono dei propri peccati, non ha fatto penitenza, non ha saputo riconoscere nelle sventure e nella sofferenza l’occasione per convertirsi e migliorarsi, non ha voluto imitare Cristo nell’offrire le proprie sofferenze per la salvezza dei peccatori.

Dobbiamo dire peraltro che se nella vita presente notiamo da una parte mascalzoni che fanno fortuna e gente onesta perseguitata dalla sorte, se notiamo criminali ed eretici impuniti o che la fanno franca ed anzi hanno successo, e dall’altra persone sante e meritevoli disprezzate e perseguitate da fratelli di fede o lavoratori sfruttati dai padroni o innocenti ingiustamente puniti, tutto ciò non significa che non ci sia un Dio in cielo che vede tutto, un Dio paziente e comprensivo, che attende la conversione di tutti ed opera e manda grazie, distribuisce doni per la salvezza di tutti, ma anche un Dio giusto, al quale non sfugge nulla, un Dio che segna tutto nel suo libro dei conti, per chiedere conto a ciascuno al momento giusto del proprio operato, ciascuno secondo i suoi meriti, premiando i buoni e castigando i cattivi.

 È un Dio che fa sconti al peccatore umile e pentito, fino a rimettergli totalmente il debito, per amore di suo Figlio, ma che non fa sconti ed obbliga a pagare fino all’ultimo spicciolo o getta in un perpetuo carcere l’ostinato arrogante e l’impenitente, che vuole prenderlo in giro col pretesto della sua misericordia.

È vero, come fa notare Luigino, che nell’Antico Testamento, la prosperità economica, se ottenuta onestamente, è considerata una benedizione di Dio. Tuttavia, come è noto, il Vangelo mette in guardia dalle tentazioni che possono offrire le ricchezze, alle quali del resto anche l’Antico Testamento accenna. Ed è vero che i libri sapienziali della Scrittura deplorano la pigrizia, che è sorgente di miseria. Al riguardo Luigino non manca opportunamente di ricordare l’importanza dei meriti che vengono da una sana laboriosità, avvertendo però, dei rischi che provengono da quelle, che egli chiama le

 «economie della prosperità, che mentre lodano e legittimano eticamente e religiosamente successo e meriti, delegittimano religiosamente i perdenti, finiscono per leggere i non-talenti come non-meriti, fino a giustificare moralmente le diseguaglianze; e per poter chiamare benedetti i vincenti devono chiamare maledetti i poveri». Evidente riferimento alla concezione etica calvinista[1]

Luigino solleva allora la questione di come possono ringraziare Dio i miseri e gli sventurati, citando le parole della nipotina Antonietta: «noi ringraziamo Dio per il cibo, ma come pregano i bambini che il cibo non lo hanno?». E osserva: «Ogni uomo religioso che attribuisce le proprie benedizioni a Dio tende (quasi) inevitabilmente a separare Dio dalla parte maledetta del mondo».

Temo che con questa improvvida considerazione, sostanzialmente fuorviante, Luigino non sia riuscito a dare alla nipotina una risposta soddisfacente ad una domanda difficile, che dimostra nella piccola una notevole intelligenza ed attenzione ai bisogni degli altri.

Luigino avrebbe invece dovuto riflettere, da buon credente, al fatto che l’uomo veramente religioso (non un calvinista), che si scopre prediletto da Dio rispetto ad altri meno favoriti, sofferenti, disgraziati, peccatori, si sente pieno di confusione per i suoi peccati, e si domanda stupito e commosso come mai Dio ha scelto proprio lui, peccatore com’è.

La predilezione non è necessariamente un’ingiustizia, se proviene dalla grazia, se nasce dall’amicizia o dalla generosità. Se un capo d’azienda paga secondo giustizia un suo dipendente ed in più per amicizia gli fa un regalo per il compleanno, non commette nessuna ingiustizia o favoritismo, ma si dimostra buono e generoso. Diverso è il caso di un giudice, che per amicizia o per timore del reo, lo giudica in modo troppo mite: questo giudice pecca contro la giustizia.

Bisogna distinguere l’amicizia dalla giustizia.

La giustizia compensa i meriti. L’amicizia dona al di là del merito. Essa assomiglia alla misericordia che benefìcia il bisognoso che non può pagare, oppure come il medico che cura gratuitamente un povero. La differenza fra la misericordia e la generosità propria dell’amicizia è che mentre la misericordia solleva il misero, l’amicizia dona a chi sta già bene.

La giustizia divina invece significa che Dio retribuisce secondo i meriti, come potrebbe fare un giusto governante o datore di lavoro. Non bisogna quindi, come fa Lutero, negare la possibilità e il dovere di farsi dei meriti davanti a Dio col pretesto che la grazia è gratuita, ma occorre invece corrispondere con le buone opere alla grazia preveniente e collaborare con essa, come dice San Paolo (I Cor 3,9; II Cor 6,1), per far aumentare la grazia fino al conseguimento della vita eterna.

Ad Antonietta, quindi, Luigino avrebbe dovuto dire: sì, cara Antonietta, noi siamo effettivamente di privilegiati, ma ricordati che Dio è presente in tutti e consola anche i bambini che muoiono di fame, e se muoiono di fame, la colpa non è la sua, ma di quegli uomini malvagi ed egoisti che potrebbero soccorrerli e non lo fanno, e che andranno all’inferno se non si pentono e non si correggono.

Se ci sentiamo dei privilegiati, ricordiamoci che quando Dio privilegia o predilige qualcuno, non lo fa come usava nell’Ancien Régime, ma il privilegio divino assomiglia piuttosto a quello che era il privilegium romano (lex privata), una legge speciale a favore di una categoria di persone che ne è degna e della quale ha bisogno per giustizia.

Chè se la legge è uguale per tutti, ciò si riferisce ai doveri e diritti che sono di tutti e non esclude affatto quel perfezionamento alla giustizia che sancisce il privilegio. Il rifiuto indiscriminato dei privilegi non è giustizia, ma somma ingiustizia, per cui la legislazione dell’antica Roma si rivela più saggia di quella nata dalla Rivoluzione Francese. L’esentare i poveri dalle spese per la salute è un giusto privilegio. Esentare dalle spese del treno un parlamentare è un privilegio ingiusto, perché il parlamentare se lo può pagare benissimo.

Nella sventura Dio non ci abbandona

Se ci ritroviamo dunque colpiti dalla sfortuna, se capitano tutte a noi, se ci troviamo maltrattati dagli altri, se siamo degli esclusi, se non veniamo compensati dei nostri meriti, se Dio favorisce altri più di noi, altri che non meritano, se non fa quello che vorremmo che facesse o le cose non vanno secondo le nostre aspettative, se falliamo nelle nostre imprese, se gli altri non ci sono grati per quello che facciamo per loro, ma anzi ci trattano a pesce in faccia, se ci pare che Dio non ascolti le nostre preghiere e non ci venga in aiuto, che non sia giusto e misericordioso nel permettere le sofferenze dei poveri e il successo dei ricchi, se ci sembra che Dio ce l’abbia con noi permettendo che cadiamo nel peccato o ci sembra che Egli sia incomprensibilmente adirato con noi o troppo esigente o severo, ebbene, non ci conviene assolutamente adirarci con Lui o cadere nella disperazione, ma occorre saper vedere la presenza di un Dio buono e provvidente anche in tutte queste contrarietà, un Dio che mandandoci la prova, ci garantisce insieme la forza di sopportarla e superala.

Se la madre della giovane brasiliana, della quale parla Luigino, la quale madre l’ha spinta alla prostituzione dall’età di 8 anni, è forse colpa di Dio? “No – forse la giovane risponderà – ma perchè però non ha impedito a mia madre una condotta del genere? Non può convertire i cuori? E come mai non ha convertito il cuore di mia madre?”.

Potremmo risponderle, se è disposta ad ascoltarci, che Dio non è come il vigile del fuoco che blocca per forza uno che dal tetto di una casa, minaccia di gettarsi giù. Il vigile del fuoco fa bene a fare quel gesto di forza e Dio lo approva. Ma se il tizio vuol proprio gettarsi giù, il suo libero arbitrio, che è la facoltà di scegliere fra il bene il male, può fisicamente farlo: ma la colpa – ammesso che sia compos sui e non un demente o un depresso - sarà solo la sua.

Aggiungiamo anche che Dio non è come un’altra creatura come noi, contro la quale possiamo indignarci se ci ha trattato male o contro la quale possiamo protestare o che possiamo obbligare a rispettare i diritti che ci spettano o a riconoscere i nostri meriti. Dio è giustissimo in tutti i suoi atti verso tutti e ciascuno, dato che è Egli stesso il fondatore del diritto di tutti. Ma sa Lui come e quando intervenire e dobbiamo fidarci di Lui

 Tuttavia, dobbiamo aver presente anche che Dio, per ragioni a Lui note ma certamente provvidenziali, non sempre fa quello che noi ci aspettiamo da Lui secondo i parametri o i nostri discutibili piani o aspettative umani. Non sempre fa sì che la giustizia umana riconosca i nostri meriti, non sempre soddisfa subito le nostre esigenze morali o materiali, ma ci lascia a volte nella miseria, nella sofferenza e nella sventura, fino a permettere prove durissime, come furono quelle per esempio sopportate dai poveri ebrei deportati ad Auschwitz. Ma anche in quei momenti estremi, Egli non cessa di confortarci intimamente perché ne usciamo vincitori.

Dio invece ci accontenta subito e immancabilmente nei nostri bisogni che si riferiscono alla nostra salvezza sul momento. Come un buon medico del Pronto Soccorso, Dio ci fornisce sempre e subito i prodotti salva-vita, ossia quelle grazie che occorrono per mantenere in grazia la vita dell’anima.

Ma a questo punto Luigino esce dal sentiero della saggezza. Dice infatti:

«Se associo la grazia di Dio ai miei doni, come faccio a salvarlo dalle disgrazie degli altri? Un certo ateismo onesto è nato perchè non riusciva a trovare una risposta a questa domanda e ha preferito uccidere Dio per salvare i poveri».

Un discorso del genere suppone l’idea sbagliata per non dire blasfema che Dio faccia accezione di persone, il che comporterebbe l’obbligo da parte nostra di rifiutare Dio e di provvedere noi stessi all’eliminazione delle sperequazioni ed ingiustizie sociali. Ma questa è la soluzione di Marx. Luigino vuol farsi marxista?

La soluzione di Karl Marx

Karl Marx parte dalla filosofia hegeliana[2], secondo la quale Dio non trascende l’uomo, ma è il vertice ultimo ed assoluto dell’autotrascendenza umana, che procede secondo un movimento dialettico di affermazione-negazione, per il quale il negativo, che per Hegel è l’uomo, in quanto essere finito, «reale solo nella sua connessione con altro», negando se stesso, «guadagna una propria esistenza determinata e una sua distinta libertà», indipendenti ed assolute.

Ora, «tutto ciò è l’immane potenza del negativo», perché «lo spirito è quella forza che sa guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. Questo soffermarsi è la magica forza che volge il negativo nell’essere»[3], ossia l’uomo in Dio. Quindi il materialismo marxista è sì un materialismo che vede lo spirito come sovrastruttura della materia, ma solo perché la materia è un movimento dialettico, ossia razionale-spirituale.

E per questo il materialismo marxista non è un materialismo meccanicistico o sensista come quello del D’Holbach, Helvétius e Lamettrie, ma è un materialismo per il quale la materia diventa spirito e lo spirito diventa materia[4]. Se Hegel dice che la realtà è spirito, Marx dice che la realtà è materia. Ma vengono a dire la stessa cosa, perché Hegel riduce la materia a spirito, mentre Marx riduce lo spirito a materia. Entrambi confondono l’una con l’altro.

Il che viene a dire che l’uomo diventa Dio o è Dio. Il che significa che non si tratta di un ateismo empirista o fisicistico come quello dei suddetti materialisti francesi, ma di un ateismo teologico, per quanto l’espressione possa suonare paradossale. In sostanza Marx evita il termine «Dio», ma non rinuncia al concetto di Dio, solo che definisce l’uomo concependolo come Dio. E per questo dice anche con linguaggio hegeliano, che «l’uomo è Dio per l’uomo».

Marx parte da qui, per costruire il suo umanesimo, in quanto ha capito che Hegel, se ancora parla di «Dio», non è il Dio cristiano creatore dell’uomo, ma è il termine finale e il fondamento del processo dialettico della contraddizione, per il quale il finito diventa infinito e l’infinito diventa finito.

In tal modo Marx sostiene che il cristianesimo in 18 secoli non ha mantenuto le promesse di giustizia sociale e di liberazione dell’uomo, perché esistono ancora tutt’oggi gli oppressi e gli oppressori. E questo perché? Perché il rimedio proposto dal cristianesimo è illusorio ed inefficace. La religione fa comodo ai ricchi per opprimere i poveri con false promesse di un compenso alle loro sofferenze in un al di là che non esiste.

Inoltre, i ricchi danno da bere agli oppressi l’esistenza di un fantastico Essere assoluto, trascendente, buono, misericordioso, giusto ed onnipotente, che chiamano «Dio», il quale concede la grazia di sopportare i mali presenti, e raccomanda di farsi meriti sopportando le ingiustizie patite in vista di raggiungere un’eterna felicità celeste dopo la morte, che non esiste.

Secondo Marx la religione ha deprivato l’uomo delle sue capacità positive e le ha trasferite in questo fantastico Ente supremo, mentre concepisce l’uomo come misero e impotente peccatore, bisognoso della grazia di Dio e di farsi meriti presso di lui per salvarsi e andare in paradiso.

Marx crede che il cristianesimo insegni – in realtà si tratta del calvinismo - che le sperequazioni sociali sono ineliminabili, per cui gli oppressi devono portare pazienza, approfittare delle sofferenze per fare penitenza dei loro peccati, non ribellarsi ai ricchi che sono favoriti da Dio ed attendere la loro felicità dal cielo.

Secondo Marx l’uomo invece ha le forze sufficienti per liberare sé stesso e realizzare la giustizia sociale. Deve far proprie quelle qualità che la religione assegna a Dio: potenza, saggezza, premura, provvidenza, misericordia, giustizia, solidarietà. Per questo per Marx il vero amore per i poveri è fondato sull’ateismo.

Luigino, invece di parlare sconsideratamente in tono elogiativo di un «ateismo onesto», vera e propria contradictio in terminis, oltre ad essere un grave insulto a Dio, approvando, sembra, il gesto di colui che preferisce «uccidere Dio per salvare i poveri», avrebbe fatto meglio, da buon cattolico focolarino e collaboratore della Santa Sede, a rispondere adeguatamente a chi si domanda «come giustificare Dio di fronte a chi quei beni non li ha» e «se associo la grazia di Dio ai miei doni, come faccio a salvarlo dalle disgrazie degli altri».

E la risposta viene dal quadro teologico che ho esposto in questo articolo. Ma c’è anche da dire che quelle domande sono impostate male. Diciamo quindi, anzitutto, per entrare nel merito, che quando ci poniamo una domanda su Dio, non si tratta mai di «giustificarlo», come se avesse commesso una marachella e noi dovessimo correggerlo e giustificarlo. Si tratta invece di supporre comunque, apriori, che Egli è giusto ed ha agito giustamente. Altrimenti che Dio è? Occorre allora chiarire come Egli è giusto e non accusarlo in partenza di essere ingiusto, altrimenti partiamo col piede sbagliato e la nostra corsa intellettuale viene annullata.

Non è nostro compito giustificare Dio, somma Giustizia e modello di ogni giustizia, ma semmai è Lui che giustifica noi. Detto questo, non nego che vi sono situazioni nelle quali sembra che Dio si comporti verso di noi ingiustamente. E una di queste situazioni è certamente quella alla quale fanno riferimento le domande.

Infatti l’ateismo nasce dal fatto che uno dice: un Dio così non lo voglio e non lo accetto. Se Dio è questo, ebbene allora io sono ateo. Rispondiamo allora dicendo che se gli altri sono meno favoriti di me, se hanno ricevuto una sola moneta come me, pur avendo lavorato tutta la giornata, mentre io sono l’operaio dell’ultima ora, Dio, come il padrone nella parabola, non é tenuto a giustificarsi, perché la moneta uguale per tutti non ha nulla a che vedere con il compenso di un particolare lavoro compiuto da questo o da quello, ma è il premio dovuto al giusto come tale, a qualunque giusto, lavori molto o lavori poco, ossia è Dio stesso, il medesimo per tutti, che si dona a tutti, è il bene comune di tutti, il premio di tutti, la beatitudine di tutti.

La scala dei meriti è invece evidentissima nelle parabole complementari a questa dell’unica moneta, che mostra che Dio vuol far grazia a tutti, mentre quelle dei talenti sono le parabole che mostrano la parte dell’attività umana, ossia il fatto che uno ha tanto più diritto a guadagnare quanto più lavora, analogamente a quanto avviene o deve avvenire nell’attività umana terrena. Ed è chiaro che ciascuno può sviluppare una maggiore quantità di lavoro in dipendenza dalle sue doti naturali, dai titoli conseguiti e dalla sua buona volontà, oltre che dalle grazie ricevute. Dunque in paradiso tutti godono di Dio, ma ne gode di più chi quaggiù ha lavorato di più.

L’ateismo è il peccato più grave che si possa commettere contro Dio.

Dalle considerazioni fatte sopra consegue, a mio giudizio, che bisogna essere più severi con gli atei. Il Concilio ha giustamente dedicato molto spazio al problema dell’ateismo. Mi pare però che essi a volte sfruttino troppo la loro libertà di pensiero e che assumano toni arroganti, facendo così il loro danno e recando disturbo al normale dibattito culturale e alla pratica del buon costume.

È vero che il Concilio ha fatto nascere un organismo della Santa Sede dedicato al dialogo coi non-credenti. Il tema dell’esistenza e degli attributi di Dio resta sempre di primaria importanza e mai come oggi si è rivelato nella sua complessità per la molteplicità e varietà delle idee e delle concezioni oggi a confronto.

Occorre tuttavia ricordare che, come risulta dalla Scrittura, nessuno ignora Dio in buona fede, ma tutti dobbiamo render conto a Lui, il che vuol dire che tutti sanno, implicitamente o esplicitamente, che Dio esiste e mentre vi sono ragioni per affermare Dio, non ci sono ragioni per negarlo. L’ateismo, dice la Scrittura, è stoltezza. Essere ateo non è un’opinione come un’altra, così come lo può essere l’essere di destra o di sinistra, purché si rispetti la Costituzione repubblicana.

La nostra Costituzione italiana ammette infatti il diritto alla libertà religiosa, ma non ammette un diritto all’ateismo, anche se poi di fatto un principio di tolleranza suggerisce una certa comprensione. Ma resta nei confronti dell’ateismo in ogni persona rispettosa della dignità umana e del bene comune il dovere di una continua vigilanza, perché, come sappiamo dagli esempi che ci ha lasciato la storia, l’ateismo rivoluzionario può sempre esplodere con le conseguenze sociali e morali più devastanti o finire in feroci dittature.

Gli atei onesti, se sono veramente atei e non pseudoatei o atei apparenti, non esistono, non nel senso che alcuni di essi non possano personalmente essere onesti, ma se lo sono, lo sono non grazie ma nonostante il loro ateismo. Può esistere però, come dice il Concilio, una conoscenza implicita[5] dell’esistenza di Dio, che può sembrare ateismo.

Bisogna dunque far capire agli atei che se la legge civile oggi non colpisce più come in passato l’ateismo, giustamente ritenuto lesivo del bene comune e dell’autorità dello Stato, la libertà religiosa non si può allargare al punto da includere una libertà di ateismo, che appare come negazione della prima. Non è questo infatti il senso del diritto alla libertà religiosa insegnato dal Concilio. Un conto è la libertà di scegliere secondo coscienza una data religione, e un conto è offendere o vilipendere la religione come tale.

Giusto è pertanto il motto inserito nel dollaro americano: «in God we trust»: il confidare in Dio, che è principio basilare della religione naturale, condiviso peraltro dalla massoneria, principio che è rimasto comune a cattolici e protestanti, i quali assieme hanno fondato la Federazione degli Stati Uniti d’America.

E nulla ci vieta di ritenere che l’attuale prosperità della società americana sia in parte dovuta alla protezione divina della quale gli Americani godono per questa fede religiosa comune espressa in quel simbolo che per la verità è il più materiale che esista dello scambio umano, ossia il denaro, segno e mezzo normale dello scambio e del traffico dei beni economici, mezzo normale per la realizzazione della giustizia economica, che è l’unità di misura con la quale Dio misura l’amore a Lui stesso, come appare evidente dalla parabola di Mt 25 sul giudizio universale.

Dobbiamo dire pertanto che l’ateismo, congiuntamente al panteismo idealista che lo prepara, è un’invenzione diabolica che nasce da una deformazione del dogma cristiano dell’Incarnazione, dove si prospetta il concetto di un uomo-Dio. Da qui infatti già Eutiche nel sec. III trasse occasione per sostenere che nell’Incarnazione avviene un mutamento della natura divina in quella umana.

Come funziona la vera bontà

La sensazione di esser maltrattati da Dio o che Dio ci abbia esclusi o messi da parte rispetto ad altri da Lui favoriti, può nascere da un concetto puerile ed egocentrico della bontà divina. Vorremmo un Dio che ci accontentasse sempre ed in ogni modo. Ora, dobbiamo ricordare che la vera bontà, sia quella umana che quella divina, non comporta un accontentare il prossimo sempre e comunque o di impedire sempre e comunque che soffra, ma richiede a volte di scontentarlo per il suo bene. Altrimenti si confonderebbe la misericordia col favoreggiamento. Invece la prima è togliere la miseria al miserabile; il secondo è favorire il delinquente.

Così, se il giudice non infliggesse la giusta pena al delinquente, lo accontenterebbe, ma a scapito del bene comune. Se l’insegnante non bocciasse lo studente impreparato, lo accontenterebbe, ma a danno della sua cultura. Se il vigile non facesse la multa all’autista per eccesso di velocità, lo accontenterebbe, ma favorirebbe il disordine nel traffico. Se un medico non facesse soffrire il malato, lo accontenterebbe, ma non lo guarirebbe. Se la mamma accontentasse Paoletto di 5 anni che vuol giocare con la pistola carica di papà, lo farebbe piangere, ma certo per il bene di Paoletto.

Se l’arbitro non espellesse dal campo un giocatore violento, gli farebbe piacere, ma la regola del gioco sarebbe violata. Se la guardia costiera non respingesse un immigrato clandestino o irregolare, gli farebbe piacere, ma allora il territorio sarebbe invaso dai delinquenti. Se un confessore non negasse l’assoluzione a un penitente non pentito, questi sul momento ci resterebbe male, ma sarebbe per lui un monito a confessarsi bene. Se un teologo segnala un’eresia in un altro teologo, questi certamente si irriterebbe, ma intanto le anime sarebbero difese dall’errore. Se la CDF non condannasse un’eresia, certo farebbe piacere al suo autore, ma la Chiesa non sarebbe protetta dal contagio.

Se Dio ci togliesse la sofferenza ogni volta che ne siamo afflitti, se castigasse tutti i malfattori, se impedisse agli oppressori di opprimere i deboli, se facesse che non ci siano morti di fame, o che si diffondessero le epidemie, se facesse sì che la giustizia umana funzioni sempre, a noi pare che questa sarebbe la cosa ideale e la dimostrazione dell’esistenza, dell’onnipotenza, della sapienza, della bontà, della giustizia e della misericordia di Dio. Invece dobbiamo ragionare diversamente ed accettare con fiducia il piano divino della salvezza, che prevede la croce.

 La tentazione inoltre è quella di concentrarci esclusivamente su quei fatti dolorosi, trascurando tutte le infinite volte che Dio fa sentire la sua bontà, la sua provvidenza, il suo aiuto, la sua presenza, la sua onnipotenza col guarire, col punire, col consolare, col donarci le sue grazie, col concederci i suoi favori, col liberarci dalla sofferenza, dai pericoli, dalle tentazioni, dal peccato e dai nemici, col confortare, col far giustizia e misericordia.

La congiunzione della volontà umana nel merito

con la volontà divina che dona la grazia

Ho l’impressione che in questa difficile questione del rapporto della grazia col merito Luigino, pur offrendoci ottimi spunti di riflessione e finendo col darci un forte impulso a mettere i nostri doni al servizio del prossimo, non sia riuscito ad elevarsi alla comprensione dell’aspetto soprannaturale della questione. In tutti gli esempi che porta, quello dell’amico Giovanni, quello dell’economia della prosperità, quello delle benedizioni divine, quello della nipotina Antonietta e quello della povera brasiliana, Luigino sembra confondere l’uomo graziato con l’uomo fortunato, il merito davanti a Dio col merito sociale, i doni di Dio con i doni di natura, le benedizioni divine con il successo economico.

Da qui la sua constatazione, da uomo di buon cuore ed amante della giustizia, dell’esistenza di spaventose sperequazioni sociali, di enormi differenze nella condizione di partenza di ognuno di noi ed anche nel destino riservato a ciascuno di noi: a chi le cose vanno sempre bene e a chi invece ne capitano di tutti i colori.  

Da qui l’impressione che ci suggerisce Luigino di un Dio che non ama tutti e non benefica tutti allo stesso modo, non tratta tutti con lo stesso amore, ma preferisce ingiustamente gli uni agli altri, fa accezioni di persone, favorisce gli uni e scarta gli altri, un Dio che benedice i ricchi e maledice e colpevolizza i poveri, un Dio che predestina alcuni al paradiso ed altri all’inferno, senza tener conto dei rispettivi meriti, anzi un Dio che non tiene affatto conto dei meriti di ciascuno, ma fa tutto lui a capriccio come gli pare e piace, non si capisce con quale criterio, come un datore di lavoro del più crasso capitalismo. Ma questo non è il Dio della Bibbia. Questo è il Dio di Calvino.

Luigino sembra dimenticare che ogni forma di ingiustizia umana e sperequazione sociale non provengono da un’ingiustizia divina nella distribuzione dei suoi doni e delle sue grazie, ma semmai sono castighi divini e sono conseguenze del peccato originale e dei peccati dei singoli uomini. Dio punisce le ingiustizie e vuole che siano punite. Egli consente a ciascuno di meritare il paradiso grazie ai meriti di suo Figlio, ripaga secondo i meriti di ciascuno e dona in più grazie e favori molto al di là del merito. Questo è il vero Dio, che Luigino avrebbe dovuto mettere maggiormente in luce.

Meritare davanti a Dio è diverso dal meritare davanti agli uomini. Occorre fare con onestà anche questo, ma ciò che preme innanzitutto al cristiano è rendersi graditi e meritevoli davanti a Dio. Voler meritare davanti agli uomini può essere vanità. Meritare davanti a Dio dà pace, salvezza e gioia sempre, anche quando gli uomini non se ne accorgono o non riconoscono i nostri meriti. Gli uomini possono essere ingrati, ma Dio non dimentica ed è fedele, al momento giusto, nel ricompensare.  

Così parimenti la grazia non è da confondersi con le doti naturali, l’ambiente favorevole, la buona educazione ricevuta, una base economica, le circostanze favorevoli, le persone buone che ci hanno amati per prime, i favori della sorte, ciò che ci ha preparato il terreno. Certo anche tutto ciò viene da Dio, ma non costituisce l’essenza e peculiarità propria della grazia divina. La grazia è un dono spirituale e divino non per far fortuna su questa terra, ma per guadagnarci il regno dei cieli. E per corrispondenza i meriti che essa ci fa acquistare non sono in vista di un successo terreno, ma dell’ingresso nel regno dei cieli.

Il merito e la grazia

Ricordiamo che cosa è in generale il merito a prescindere dalla distinzione fra merito naturale e merito soprannaturale. Il merito è uno stato della volontà umana conseguente ad un atto buono o cattivo, per il quale, in riferimento a un patto precedente stipulato con una persona abilitata a giudicarci, costui per un principio di giustizia ci conferisce rispettivamente un premio o ci infligge un castigo. Il merito si estingue allorché il soggetto è premiato o castigato.  Il patto al quale fa riferimento il merito soprannaturale è il patto biblico dell’Alleanza fra l’uomo e Dio. Merito naturale è quando meritiamo davanti ad un’autorità umana. Merito soprannaturale è quando meritiamo per grazia in Cristo presso il Padre celeste.

Il merito soprannaturale non richiede l’utilizzo di eccelsi doni naturali, non richiede di essere favoriti dalla sorte; anzi Dio, come dovremmo sapere bene,  rende meritevoli del paradiso, come il povero Lazzaro, proprio i poveri, gli emarginati, le vittime dell’ingiustizia, i disgraziati, i disprezzati, gli scartati,  coloro che agli occhi del mondo sono i falliti, purché si aprano alla grazia, riconoscano i talenti ricevuti, facciano penitenza dei loro peccati, stiano uniti a Dio, vedano in ogni avvenimento la presenza di Dio, sopportino con pazienza le prove, accettino le umiliazioni, amino i nemici, richiedano il soccorso della grazia, sperino di salvarsi e si dedichino alle opere buone. Anche per la giovane brasiliana, a queste condizioni, c’è spazio nel regno dei cieli. Non c’è nessuno che sia tanto disgraziato da non aver ricevuto da Dio speciali doni di natura e di grazia, nonché la capacità di meritare il paradiso.

Secondo la Rivelazione cristiana, l’uomo dunque arriva alla salvezza unendo la propria volontà a quella divina. L’iniziativa di questo rapporto parte da Dio, che dona la grazia della giustificazione. L’azione della grazia muove la volontà del peccatore dallo stato di peccato allo stato di grazia. La volontà da cattiva diventa buona. L’uomo che comincia a meritare nello stato di grazia, si procura dei meriti soprannaturali che gli guadagnano il paradiso. Il libero arbitrio nella vita presente è indebolito ed è inclinato a peccare e resta tale, nonostante la guarigione che gli viene dalla grazia.  E tuttavia esso è indispensabile perchè ci salviamo. Non dobbiamo essere dei pesi morti trascinati dalla grazia.

Ricordiamo allora che cosa è la grazia. Essa, secondo la Rivelazione cristiana, è una partecipazione alla natura divina (theias koinonòi fyseos, II Pt 1,4), che il Padre celeste, in conformità a Cristo, nello Spirito Santo, offre a tutti gli uomini per la loro salvezza per la remissione dei peccati (grazia sanante) e santificazione come figli di Dio (grazia elevante).

Come agisce la grazia 

La grazia indirizza l’uomo al possesso di Dio come fine ultimo soprannaturale, ossia conosciuto nella fede, atteso nella speranza ed amato nella carità, da contemplare faccia a faccia in paradiso. Essa mette in moto il processo della giustificazione del peccatore (grazia preveniente ed operante), mutando la sua volontà da cattiva a buona, sicché la sua volontà, mossa dalla grazia (grazia attuale), comincia ad amare efficacemente Dio e il prossimo nella carità (grazia conseguente e cooperante), in modo tale che il possesso della grazia diventa un abito permanente (grazia abituale), che però può essere perduta col peccato mortale, ma subito riacquistata col pentimento (reviviscenza dei meriti), che Dio ispira al peccatore.

Dio opera nei confronti dell’uomo a due livelli: dona la grazia e retribuisce i meriti. Nel retribuire i meriti fa riferimento a come l’uomo si è comportato. Nel donare la grazia fa riferimento alla sua sola generosità. Nel primo campo secondo la misura che è richiesta dal merito: a parità di condizioni dà la stessa retribuzione. Invece nel campo delle grazie dà ad uno di più, ad un altro di meno.

Dio crea il grande come il piccolo, dà a questi 10 talenti e a quello 100, senza dover rendere conto a nessuno. Ma una volta fatto questo, s’impegna a dare a ciascuno il suo, secondo i suoi bisogni, i suoi diritti, i suoi meriti. E in più aggiunge ai meriti ulteriori doni di grazia, a chi di più a chi di meno, senza dover render conto a nessuno. Dobbiamo ringraziare Dio sia quando ci dà secondo i nostri meriti che quando ci gratifica al di là dei meriti. Nel primo caso facciamo l’esperienza della sua giustizia; nel secondo, della sua generosità e della sua misericordia.

Dio è dunque libero di preferire uno ad un altro come vuole. Chi ha di meno non può lamentarsi, perché comunque riceve la grazia sufficiente alla salvezza e chi ha di più non può vantarsi, perché suoi meriti sono effetto della grazia efficace. Chi è in piedi ed ha meriti deve stare attento a non cadere e chi è a terra, senza meriti, deve confidare nell’aiuto della grazia. 

Degna di nota è la grazia della predestinazione alla salvezza, che causa la salvezza di quelli che si salvano. Con la predestinazione (Rm 8,29) Dio dà a tutti la grazia sufficiente per salvarsi, ma solo ad alcuni dà la grazia efficace per la quale effettivamente si salvano. Coloro che non si salvano sono coloro che col rifiuto colpevole della grazia, impediscono alla grazia sufficiente di diventare efficace.

Volendo riferirci alla famosa disputa De auxiliis fra Domenicani e Gesuiti, possiamo osservare che secondo il Gesuita Luigi Molina Dio dà la grazia efficace se vede che l’uomo compie un atto meritorio della salvezza. Invece secondo il Domenicano Domenico Bañez Dio dà la grazia efficace di propria iniziativa, prima che l’uomo compia l’atto meritorio, per cui l’uomo merita perchè mosso dalla grazia, il che corrisponde esattamente a quanto dice il Concilio di Trento (Denz.1582), come vedremo più avanti.

il Servo di Dio Padre Tomas Tyn commenta in questo modo:

«La grazia efficace non ha in sè qualcosa di umano, ma di divino, antecedente al consenso umano, che la distingue dalla grazia solamente sufficiente». Egli poi fa parlare il Padre Molina in difesa del merito e della libertà dell’atto umano: «Come voi Domenicani a questo punto salvate il libero arbitrio? Se la libertà umana non può dissentire sotto l’influsso della grazia efficace - la grazia efficace è proprio tale che l’uomo di fatto non dissentirà -, quindi, se il libero arbitrio non può dissentire sotto l’influsso della grazia efficace, vuol dire che il libero arbitrio è annientato, quando subentra l’efficacia della grazia»[6].

La preoccupazione di Molina che se la mozione della grazia ottiene infallibilmente il consenso del libero arbitrio, così che, non potendo il libero arbitrio dissentire, il consenso non sarebbe più libero, non ha alcun fondamento ragionevole, perché è proprio della causalità divina causare infallibilmente i suoi effetti, liberi o deterministici che siano, l’atto dell’uomo come l’atto dell’animale o della pianta o del sole. Se l’uomo dissente è solo perchè non ha ricevuto la grazia efficace e si oppone a quella sufficiente. Ma non è degno della causalità divina che l’effetto possa dissentire.

D’altra parte, non si vede per quale motivo l’atto libero di una creatura dovrebbe perdere la sua natura di atto libero nel momento in cui viene mosso dal suo divino Motore. Dio, movendo la creatura, attua e potenzia la creatura, non la degrada. Se l’atto è libero, Dio fonda e muove l’atto libero. O vogliamo sottrarre la libertà umana alla causalità divina e renderla indipendente dal suo creatore? Vogliamo trasformarla in una libertà divina?

Coloro che si salvano si salvano perché sono scelti da Dio. Sono gli eletti (cf Mt 22,14; 24,22; Rm 8,33; II Tm 2,10; Ap 17,14). Dio offre a tutti la salvezza, tutti possono salvarsi, ma di fatto, come appare chiaro dalla Scrittura, non tutti accettano l’offerta, per cui Dio sceglie solo alcuni da Lui predestinati.

Nell’interpretazione di Molina la scelta umana del libero arbitrio sembra rivestire più importanza della scelta divina. Pare di trovarsi davanti alla trattativa fra un acquirente e un venditore: questi offre la sua merce, il compratore vaglia l’offerta e accetta la proposta dell’offerente comprando la merce.

Molina pare trascurare la trascendenza della causalità divina nel rapporto di Dio con l’uomo. Occorre dire infatti che, a differenza di un commerciante umano, che può solo persuadere e prender atto della scelta dell’acquirente, Dio muove efficacemente ed infallibilmente la volontà dell’uomo ad accettare la grazia.

Questa impostazione di Molina è in certo modo ancor oggi attuale nell’importanza esagerata che alcuni danno al momento della libertà nel processo della salvezza. Lo stesso Lutero, che pur negava il libero arbitrio, sosteneva che poi di fatto il cristiano fruisce di una libertà spirituale irresistibile, che lo guida infallibilmente sotto l’impulso dello Spirito alla salvezza.

Abbiamo così una tendenza oggi diffusa nella Chiesa ad esaltare questa libertà irrazionale e trascinatrice, negando nel contempo il merito e il libero arbitrio alla maniera di Lutero, per risolvere tutto l’atto umano in un effetto della sola grazia, ma, mancando il fattore razionale del libero arbitrio, la spinta della grazia ha tutta l’apparenza di uno spontaneismo emotivo fideista, che ben poco ha a che vedere con la vera libertà. Troviamo dunque una somiglianza con Molina, che sottrae la libertà umana alla causalità divina avvicinandosi pericolosamente a Pelagio, la cui condanna è stata di recente rinnovata da Papa Francesco.

Astuta è la soluzione di Karl Rahner, il quale trova la maniera di mettere d’accordo Pelagio con Lutero, escogitando la sua famosa «opzione fondamentale atematica»[7], che compie un atto di «autotrascendenza» umana, che ha come «orizzonte» la grazia, mentre nel contempo Rahner trova il modo di accontentare Lutero estromettendo gli atti del libero arbitrio dall’opzione fondamentale, che corrisponde alla libertà gnostica ed assoluta[8] dell’etica hegeliana.

Nello stato di grazia l’uomo con le buone opere può e deve aumentare i propri meriti, rafforzandosi nelle virtù e mortificando i vizi. Dio non aumenta la grazia tenendo conto dei meriti, ma aumenta i meriti perché aumenta la grazia, ossia il meritare è distinto dalla grazia, perché è atto umano, mentre la grazia è energia divina; ma il poter meritare soprannaturalmente, ossia in grazia, e lo stesso farsi meriti è causato dalla grazia e dono della grazia.  

Dio quindi, di sua iniziativa, con la forza della grazia, muove la volontà umana in grazia a muovere sé stessa verso Dio. Abbiamo quindi un muovere a muoversi, una doppia mozione. È l’unione sinergica della volontà umana con quella divina. La volontà divina muove la volontà umana. Questo è il motivo per il quale il teologo domenicano spagnolo Domenico Bañez, alla fine del sec. XVI, coniò il termine «premozione», al quale aggiunse l’aggettivo «fisica», ossia ontologica, un muovere che riguarda l’essere dell’atto del libero arbitrio per distinguerla dalla premozione morale, per significare che questa mozione mette in gioco la causalità motrice divina. L’atto del libero arbitrio, col merito conseguente, è quindi effetto ontologico – Bañez dice «fisico» per sottolineare il realismo di questo atto, ovviamente in sé spirituale -.

In questo senso San Paolo parla di «coloro che sono mossi (àgontai) dallo Spirito Santo» (Rm 8,14). La Bibbia della CEI traduce con «guidati», ma questo termine sa più di direzione o stimolo o persuasione morale, quale può essere esercitata da un semplice uomo.

Invece qui, come dimostrò il Padre Bañez, in occasione della famosa disputa De Auxiliis[9], esplicitando il pensiero di S.Tommaso, si tratta dell’azione causale di Dio, il quale, se è causa universale di tutti gli atti delle creature, a maggior ragione dovrà essere considerato causa motrice dell’atto più nobile che esiste in tutto il creato, che è l’atto libero dello spirito, nella fattispecie l’atto del libero arbitrio sorgente del merito. I nostri atti dunque sono nostri e ne abbiamo il merito, ma nel contempo sono mossi da Dio, per cui sono al contempo suoi doni, come dice appunto il Concilio di Trento riprendendo un’asserzione di Sant’Agostino:

«Le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, così da essere anche buoni meriti dello stesso giustificato, ovvero il medesimo giustificato per mezzo delle sue opere buone che vengono compiute da lui per grazia di Dio e per il merito di Gesù Cristo (del quale è membro vivo), meritano veramente un aumento della grazia, la vita eterna e la stessa consecuzione della vita eterna (se tuttavia muore in grazia) ed anche un aumento della gloria» (Denz.1582, n.32). 

Tuttavia occorre ricordare col Concilio di Trento (Denz.1541) che la perseveranza finale non può essere meritata, ma dev’essere insistentemente chiesta nella preghiera, per esempio con l’Ave Maria, con piena fiducia di ottenerla, se ogni giorno compiamo il nostro dovere. Ma appunto adesso come adesso non sappiamo se faremo ciò ogni giorno fino al fine, perché possiamo sempre cadere.

Quel che possiamo e dobbiamo fare è chiedere a Dio di porci nel numero degli eletti e dobbiamo operare ogni giorno per dar ragione a questa speranza e fondamento a questo desiderio. Resta comunque che l’ultimo atto del nostro libero arbitrio può e deve essere meritorio del paradiso, se, come speriamo, saremo in grazia. Per questo, il Concilio di Trento condanna la vana speranza luterana di salvezza, fondata su di una supposta rivelazione e promessa divina che ci salveremo (Denz. 1533-1534).  

Cristo ci promette di salvarci non in modo incondizionato, ma se saremo stati obbedienti ai suoi comandamenti, ossia se ci saremo meritati il premio. Egli dona incondizionatamente a tutti la grazia preveniente della giustificazione, ma non quella che consegue ai nostri meriti, che poi è quella che ottiene la salvezza finale. 

Quindi, per essere precisi, occorre osservare a Luigino che non è che noi «chiamiamo» meriti quelli che sono doni. No. Noi chiamiamo meriti quelli che sono veramente meriti. Non si tratta di una parola per dire «doni». Meriti e doni sono due cose diverse: i primi sono effetti del volere umano in grazia; i secondi sono effetti della volontà o grazia divina. Il discorso del Concilio del Trento che i meriti sono doni vuol dire che i meriti ci sono donati dalla grazia, in ordine alla salvezza, tanto che la grazia da sola non basta, come credeva Lutero ed occorrono anche i meriti, così come la volontà divina di salvare non salva effettivamente, se la volontà umana non vi corrisponde con l’atto del libero arbitrio. 

P. Giovanni Cavalcoli, OP

Fontanellato, 25 settembre 2020

 

 

Domingo Báñez

Luis de Molina

 

Immagini da internet

 



[1] Cf la famosa opera di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

[2] G.M.-M.Cottier,OP, L’athéisme du jeune Marx et ses origines hégéliennes, Vrin, Paris 1959.

[3] Fenomenologia dello Spirito, vol.I, La Nuova Italia, Firenze 1988, p.26.

[4] L’evoluzionismo di Teilhard de Chardin è la stessa cosa, salvo l’assenza del meccanismo dialettico. Per questo piace ai marxisti.

[5] Cf Cost. Dogm. Lumen Gentium, n.16.

[6] Corso inedito sulla Grazia e Carità AA.1987-1988 Lezione n. 10 presso lo Studio Teologico Accademico Bolognese (Rif. Archivio Tyn: R.a.3.10).

[7] Cf. Enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II, n.65.

[8] Joseph Ratzinger, Les principes de la théologie catholique, Téqui, Paris 1982, p.188.

[9] della fine del ‘500 con i seguaci di Luigi Molina. 

2 commenti:

  1. “Dio è misericordioso con tutti, vuole tutti salvi e dà a tutti i mezzi per salvarsi, per cui, se qualcuno non si salva, non è perché Dio non gli ha dato i doni, i talenti, le occasioni favorevoli, la grazia e i mezzi sufficienti,”

    A proposito dei “mezzi sufficienti”, Padre, non le sembra che sotto questo aspetto la concezione baneziana di grazia efficace è sufficiente abbia delle lacune quasi insormontabili? Infatti secondo il tomismo baneziano la grazia sufficiente ha bisogno di un ulteriore impulso da parte di Dio per essere accettata, cioè la Grazia efficace. Perché di per se, la grazia sufficiente viene sempre e comunque frustrata dalla resistenza colpevole di chi la riceve.

    Le chiedo: una Grazia sufficiente che ha bisogno di un’ulteriore pre-mozione da parte di Dio affinché diventi efficace e possa portare frutto, è una Grazia veramente sufficiente?

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    1. Caro Anonimo, la grazia efficace non è che risulti da una aggiunta ad una grazia sufficiente, ma Dio, nel mistero della sua predestinazione, semplicemente ad alcuni dà la grazia efficace, e questi sono quelli che si salvano. Ad altri dà una grazia sufficiente per salvarsi, ma, siccome rifiutano la grazia, non possono ricevere la grazia efficace.

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