Da Hegel a Marx - Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo attraverso Feuerbach - Quinta Parte (5/5)

  Da Hegel a Marx

Il passaggio storico dal panteismo all’ateismo

attraverso Feuerbach

Quinta Parte (5/5)

La protesta di Marx contro lo sfruttamento capitalistico

in nome dell’ateismo

Quanto a Marx, egli, come materialista, al seguito di Feuerbach, apprezza la concretezza, la sensibilità e le passioni, anche in modo esagerato, tanto da disprezzare quell’ascetismo che consente allo sguardo ed all’appetito dello spirito di emergere al di sopra della materia per apprezzare e praticare dovutamente, col soccorso della grazia divina, gli eterni ed universali valori della morale e della religione.

Marx irride all’etica della persona, che ai suoi tempi era forse anche troppo rigorista e intimista, e tuttavia, come è noto, ebbe una forte percezione delle esigenze della giustizia sociale. Comprese i danni arrecati dall’avarizia sul piano sociale ed economico nella società del suo tempo e ne provò forte sdegno. Si accorse delle gravissime ingiustizie sul lavoro occasionate dal sorgere della società industriale inglese del suo tempo e insieme con l’amico Engels, si dette a studiare scientificamente la situazione alla ricerca di un rimedio e ne venne fuori la sua opera più famosa, Il capitale. Attaccò duramente le teorie economiche utilitariste e liberali come quelle di Adamo Smith, che giustificavano l’egoismo dei ricchi.

Occorre comunque far presente che lo scandalo dello sfruttamento capitalistico inglese della società industriale primi ottocento non va addebitato al cristianesimo in generale, ma al cristianesimo anglicano, che è una forma di cristianesimo eretico influenzato dall’individualismo di Ockham, Hobbes ed Hume.

Ad ogni modo bisogna riconoscere onestamente che Marx col suo intervento dimostrò sul momento una maggiore attenzione a quel tragico fenomeno che non la Chiesa stessa. Egli infatti precorse di 40 anni l’intervento della Chiesa. Il Manifesto del partito comunista è infatti del 1848; la Rerum novarum di Leone XIII è del 1891. Erano cose nuove per il Papa; ma non erano cose nuove per i comunisti, anche se è vero che la vera soluzione del problema fu data da Leone XIII e non certo dal Manifesto, che tuttavia continua ad essere per molti un punto di riferimento, come è testimoniato dal persistere nel mondo di partiti comunisti. Resta il pregiudizio, benché del tutto falso, che l’ateismo e non il teismo sia la vera strada per la liberazione e la grandezza dell’uomo.

Il fascino dell’afflato marxista è tanto grande, che addirittura già nel secolo scorso, come ho già accennato all’inizio,  in America Latina è sorta la cosiddetta «teologia della liberazione» ad opera del peruviano i Gustavo Gutiérrez, influenzato dal tedesco Johann Baptist Metz, a sua volta ammiratore di Rahner (sempre Marx da Hegel!), al quale fecero seguito molti altri teologi, che ritenevano di trovare elementi positivi nel metodo marxista di liberazione politica ed umana degli oppressi dal giogo delle classi dominanti. Come sappiamo, negli anni 1984-1985 la Santa Sede intervenne a precisare che cosa di quella teologia si poteva accettare e che cosa bisognava respingere.

Maritain si domanda amareggiato come mai i cattolici dell’’800 non sono stati all’avanguardia in queste cose, loro che hanno in mano la soluzione offerta addirittura dalla Parola di Dio. Potremmo rispondere notando che il cattolicesimo dei primi ottocento, vivendo del ricordo traumatico della Rivoluzione Francese, intimorito dal diffondersi dei moti rivoluzionari ispirati dalla massoneria, fu portato a trovare rifugio in una spiritualità evasiva, dolorista ed intimistica, aliena dallo studiare serenamente e con attenzione la situazione socioeconomica del tempo, impressionata sfavorevolmente dalle astoriche e pelagiane teorie russoiane che circa quella situazione facevano i primi movimenti del socialismo utopistico alla Proudhon.

Si potrebbe invece applicare a Marx, anche se con molta indulgenza, il detto del Salmo: «beato l’uomo che pensa al debole al povero» (40,2). Egli si accorse infatti che nell’organizzazione industriale del suo tempo, dominata dall’egoismo utilitarista dei padroni del capitale, il lavoratore non solo era duramente sfruttato, ma non era neanche padrone del prodotto del proprio lavoro, perché con salari da fame ne era derubato dal suo datore di lavoro, senza avere alcuna parte nella conduzione dell’azienda.

Marx apparve così ad alcuni il nuovo Mosè, che, avendo visto la classe operaia costretta a duri lavori, oppressa e illusa dalle false speranze della religione, le insegna come riappropriarsi della propria essenza umana alienata e a liberarsi dal faraone del regime capitalistico clerical-borghese.

Questa protesta è un tema già presente nella Bibbia. Si trattava, nel caso di Marx, del cosiddetto «proletariato», ossia delle povere famiglie con prole, categoria fondamentale del lessico marxiano, oggi del tutto accantonata, dato che gli operai marxisti di oggi non solo non sono prolifici, ma hanno perduto il senso della famiglia col farsi promotori delle coppie omosessuali, cosa che avrebbe scandalizzato tutti i contemporanei di Marx, teisti ed atei.

Sappiamo comunque come l’etica marxiana, con la sua teoria del «libero amore» non sia sufficientemente difesa contro le seduzioni della lussuria, cosa già evidente nel sensualismo di Feuerbach e del tutto comprensibile in una visione materialistica ed atea della vita.

Nel marxismo nulla l’individuo deve fare per il proprio bene, ma tutto deve fare per la comunità. La volontà dell’individuo è sempre egoista; la volontà del partito, che è la russoiana sempre giusta «volontà generale» o «volontà popolare», ha invece sempre ragione. Questo disprezzo dell’individuale sensibile per l’universale astratto c’è già in Hegel, salvo poi a creare il famoso «universale concreto», che, al di là della decantata universalità, non è altro che la materializzazione dello spirituale, cosa che in fondo è già la base del materialismo feuerbachiano-marxiano.

In Marx il servizio alla comunità sostituisce quello che per il teista è il servizio divino. La volontà della comunità sostituisce la volontà divina. Essa costituisce il tribunale della giustizia in ultima istanza al posto di Dio, il tribunale della Storia. Nulla l’individuo deve scegliere che non sia scelta della comunità. Il sociale sostituisce Dio nel dar sussistenza all’individuo. L’uomo come essere supremo non è più l’uomo concreto di Feuerbach o l’individuo sensibile ed unico di Stirner, ma è il Gattungswesen, il Genere umano. L’Umanità è la sostanza dell’individuo, come già in Hegel; ma c’è il rischio del capovolgimento occamista ed individualista: l’individuo è l’umanità. Io sono l’umanità. Il dirigente del partito è la voce del popolo.

In Hegel la libertà è la proprietà dell’io; gli altri dipendono dalla mia libertà. In Marx la libertà appartiene al singolo non in quanto singolo, ma in quanto essere sociale e più precisamente membro di una classe: o quella degli oppressi o quella degli oppressori. In Hegel l’io, che è lo Spirito, libera se stesso da ciò che gli si oppone. In Marx l’azione liberatrice non spetta e non appartiene al singolo, ma all’umanità o alla classe organizzata nel partito: l’individuo agisce liberamente solo in quanto espressione della classe alla quale appartiene.

Nell’etica marxista non esiste la colpa e il merito, se non in relazione alle decisioni della comunità e nella supposizione che l’uomo non agisce mai per motivi ideali, ma solo perché mosso da interessi economici, anche se adduce come pretesto motivazioni ideali. Certamente si conduce una critica ideologica, si obbliga il deviante all’autocritica, ma non si distinguono buone da cattive intenzioni, bensì solo fatti esterni ed oggettivi, danni sociali ed economici, sempre riconducibili alla politica o all’economia.

L’ideale non è regola dell’azione, ma è l’azione che produce l’ideale, sempre per il principio materialistico in nuce presente nello stesso Hegel, che la materia si autotrascende nello spirito. Gli stessi obbiettivi della prassi marxista non sono visti da Marx come ideali da mettere in pratica, ma come logici e necessari effetti della prassi di liberazione. Marx non rifugge dal filosofare e si può certamente parlare di una filosofia marxista, ma lo stesso Marx, per sottolineare l’importanza della prassi, arriva a dire alla maniera di Hegel, che la stessa filosofia è «negata» nella prassi, cosa che Hegel non avrebbe mai detto, ma il modo di esprimersi è tipicamente hegeliano.

Certo la società comunista assegna premi e castighi. E tuttavia per Marx il processo di liberazione dell’uomo non dipende dalla volontà dei singoli, ma è una necessità storico-dialettica. La stessa volontà del partito obbedisce a questa necessità. Per Marx il processo della liberazione dell’uomo non è effetto della buona volontà, ma è un processo naturale logico ed ineluttabile, oggetto della scienza allo stesso modo col quale essa studia i determinismi della natura.

Certo il partito dà ordini e consegne, ed elabora programmi, ma la loro attuazione non è altro che l’inarrestabile progresso della storia. Anche ciò è un influsso hegeliano, per il quale tutto il reale, sia dello spirito che della natura, è governato dalla dialettica, che non è altro che la necessità logica dello svolgimento del’Assoluto, con la differenza che Marx al posto dell’Assoluto pone il Gattungswsen.

L’idealismo hegeliano comporta la divinizzazione dello spirito umano. Si ammette l’esistenza di Dio come Ragione, Concetto e Spirito assoluto, come Idea assoluta, uno, totalità, infinito, eterno, semplice, essere sussistente, ma si sostiene anche che lo Spirito muta, si finitizza, si storicizza, si umanizza, si materializza, si fa natura.

Osserviamo però che la dedizione marxiana alla causa dei poveri non è sincera ed è inefficace per due ragioni: prima, perchè ignora il primato dei bisogni spirituali su quelli materiali e, seconda, perché vuol curare l’avarizia negli altri con la propria avarizia. Perché di questo si tratta: diciamocelo schietto. È illusorio e controproducente infatti pretendere di operare per l’instaurazione della giustizia sociale sulla base di una concezione dell’uomo e della società atea e materialista, ossia spinti da un interesse, quello ateo-materialistico, che in fin dei conti mira al proprio interesse materiale, non avendo alcun interesse per i valori dello spirito e della religione.

Infatti il materialismo non è che effetto dell’avarizia, ossia di un eccessivo attaccamento ai beni di questo mondo e quindi la sua promozione dell’azione sociale non può che essere ipocrisia, ossia solo un pretesto per espropriare i ricchi al fine di ottenere vantaggi e privilegi economici e terreni, come hanno sempre dimostrato i capi di partito e i governanti dei regimi comunisti in barba al bene dei poveri. Questa sorte miseranda dei governi comunisti è ben illustrata dl famoso apologo di George Orwell, «la fattoria degli animali».

Quando nessuno ha una responsabilità personale e tutti sono collettivamente responsabili, il risultato è, come è testimoniato dalle economie socialiste, che tutti s’imboscano e nessuno si prende più cura del bene comune. Se il singolo non può prendere iniziative, ma tutti devono assoggettarsi ad un’economia razionata, l’economia ristagna, i privilegiati non scompaiono e si finisce in una miseria generalizzata.

D’altra parte, Marx non ha alcun appiglio né teorico né storico per sostenere che il teismo porti allo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi, giacchè, se c’è un incentivo che spinga a servire il prossimo, questo è proprio il cristianesimo, come è testimoniato da tutta la storia dei santi e delle istituzioni sociali del cristianesimo.

Il cristiano, infatti, trae una straordinaria carica di operosità sociale verso i più bisognosi proprio dal vedere nei poveri e nei sofferenti le immagini di quel Dio, che è al vertice del suo amore, proprio dal bisogno di mostrare al prossimo che cosa produce l’amor di Dio, dal bisogno di mostrar riconoscenza a quel Cristo che è morto per lui, dal bisogno di rispondere all’impulso dello Spirito Santo, proprio per creare le condizioni che gli consentiranno un giorno di essere ammessi alla casa del Padre celeste.

È stupefacente con quanta abilità sofistica Marx si sforza di dimostrare che il teismo è principio di egoismo e di oppressione dell’uomo sull’uomo, mentre sarebbe l’ateismo quella concezione e quella forza morale, che portano a sdegnarsi per l’ingiustizia sociale e a lottare efficacemente per la emancipazione della classe lavoratrice dallo sfruttamento capitalistico e più in generale alla liberazione dell’uomo da ogni forma di schiavitù, quando invece è vero tutto l’opposto e cioè che a ben guardare, è proprio l’ateismo che produce l’egoismo, mentre la religione è principio autentico di altruismo e dedizione al bene del prossimo, soprattutto per quanto riguarda i valori dello spirito, come dimostra la storia della santità cristiana.

Invece, a ben riflettere, quel poco di giustizia sociale che si realizza negli Stati a regime comunista non è certo motivata dall’ateismo, ma è perché, nonostante l’ateismo, resta nel cuore degli atei un senso di umanità e di rispetto per la dignità della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio.

L’altruismo. del quale l’ateo crede di essere esempio è in realtà una finzione, perché il vero servizio al prossimo non mira a convincerlo di essere Dio, ma ad assoggettarlo a Dio. E d’altra parte non è il teismo ma l’ateismo che è fondato sull’egoismo, perché l’ateo, ritenendosi l’ente supremo, ordina e finalizza tutto a se stesso. E che cosa è questo se non il più pretto egoismo?

Pertanto il suo operare per il prossimo, per quanto possa fare del bene, non è affatto disinteressato, ma gli serve per acquistare prestigio presso di lui, così che esso lo elegga a suo capo e la cosa è fatta, perché una volta che l’ateo ha conquistato un posto di comando, potrà trasformarsi in un dittatore col pretesto di servire gli interessi del popolo.

Quindi, quando Marx domanda retoricamente che cosa ha fatto in 18 secoli il cristianesimo per la liberazione e la felicità dell’uomo, si mostra o ignorante o in mala fede, e non tiene conto anche del fatto che Cristo non è venuto in questo mondo per creare il paradiso in terra, soprattutto se questo paradiso lo si concepisce come il paese dei bengodi, ma per indicare all’umanità la via per riconciliarci con quel Dio che abbiamo offeso, per dare la sua vita in riscatto di molti, per insegnarci la via della giustizia e della pace, e che siamo destinati ad una vita eterna dopo la morte, per ottenerci dal Padre con la sua croce il perdono dei peccati e per insegnarci che l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio, per donarci quello Spirito d’Amore che ci rende tutti fratelli e figli del Padre.

Hegel considera ancora il cristianesimo come la religione più alta, la religione della libertà e dello spirito. Ma Feuerbach ha una violenta reazione a questa concezione. Per quale motivo? Perché egli ha davanti agli occhi la pratica del cristianesimo luterano, il quale, con la dottrina della corruzione radicale della natura e quella della fede fiduciale, favorisce l’ipocrisia di chi crede di potersi salvare con la sola fede senza le opere, e quindi continuando tranquillamente ad accontentare i propri egoismi e le proprie concupiscenze, anche ai danni del prossimo e nello sfruttamento dei poveri, esortandoli a starsene buoni, giacchè per salvarsi è sufficiente la fede.

Eppure, una prova storica dell’esistenza di Dio sono gli effetti prodotti dai credenti nella promozione della civiltà, del progresso della scienza, della tecnica e delle virtù umane. È sbalorditivo che Marx non riconosca la differenza fra i risultati ottenuti nei secoli in questi campi dall’Europa cristiana e quelli, assai inferiori, prodotti nelle altre aree del mondo animate da altre religioni, tanto che la generale diffusione della civiltà, dell’umanesimo, della scienza e della tecnica nel mondo non ha altra origine da quella dell’Europa cristiana.

È vero tuttavia che ai tempi di Feuerbach era frequente la predicazione luterana, che da una parte tollerava l’egoismo dei ricchi e dall’altra pretendeva di consolare e dar speranza alle masse oppresse esortandole a non reagire e a portar pazienza in vista della ricompensa celeste. Non occorreva che gli uni e le altre operassero per la loro salvezza: era sufficiente la fede.

Occorre infatti tener presente che Lutero non condannava le opere in senso assoluto, ma solo quelle che pretendono di collaborare con la grazia in vista della salvezza. Viceversa, lodava le opere tese alla conquista del benessere in questo mondo e, considerando che l’uomo è inguaribilmente egoista, non disprezzava chi aveva le capacità di arricchirsi.

Calvino colse la palla al balzo e non se lo fece dire due volte. In una Svizzera amante ad un tempo del lavoro e della ricchezza, egli giunse addirittura a dire che chi fa fortuna negli affari e sa accumulare ricchezze col suo lavoro, era un uomo benedetto da Dio ed un predestinato. E così fu che in Svizzera, come illustrò a suo tempo Max Weber[1], nacque, anche col fiorire del sistema bancario, il capitalismo.

Ora c’è da notare che i ricchi che sono l’oggetto degli strali dei comunisti, benché fingano di essere credenti, hanno la stessissima concezione della vita dei comunisti: il sommo bene non è godere di Dio, ma del massimo dei godimenti materiali. L’interesse dei comunisti per i poveri è una finta per ottenere il potere con i loro voti, dopodiché approfittare del potere ottenuto per soddisfare le loro brame di beni terreni.

Marx tuttavia, bisogna riconoscerlo, è più attento all’evangelico «guai a voi, o ricchi!» che non uno sdolcinato e svenevole misericordismo di oggi, che scusa sia gli oppressi che gli oppressori promettendo il paradiso per gli uni e per gli altri: il mezzo migliore per consentire ai malfattori di farla franca e di perseverare nei loro crimini nella certezza dell’impunità, prendendosi gioco dei poveri.

Ma il concetto di Dio che sta dietro a un simile misericordismo, un Dio che non risponde all’appello dei poveri e degli oppressi che sia loro resa giustizia, un Dio che non punisce i delitti dei ricchi e degli oppressori, ma che li attende con tenerezza e comprensione in paradiso,  un  Dio svuotato della sua prerogativa di sommo giudice, che premia e castiga, un Dio del genere è una presa in giro, è un concetto vuoto ed anzi spregevole ed ipocrita, che equivale esattamente alla negazione di Dio, ossia all’ateismo. È questo il Dio che non esiste e niente affatto il Dio ipsum Esse, creatore e salvatore, che viceversa Feuerbach vorrebbe negare, mettendosi automaticamente dalla parte dei ricchi sfruttatori negatori del vero Dio con la loro finta religiosità.

Non è dall’ateismo che viene il vero benessere e progresso economici, la giustizia proporzionale, la vera soddisfazione dei bisogni, l’eliminazione delle discriminazioni e disuguaglianze, perché tutto ciò è esattamente ciò che Dio vuole e si deve procurare se ci si vuol salvare.

E se oggi la Cina dà prova di un efficiente sistema economico, che assicura al popolo un certo benessere ed una produzione di beni prodigiosa, che ha invaso tutti i mercati del mondo, ciò non è dovuto ai princìpi marxisti, ma alla proverbiale laboriosità del popolo cinese, al suo vivo senso del lavoro collettivo,  alla sua vita sobria ereditata dalla saggezza confuciana ed al fatto di avere mitigato il rigido e irrealizzabile collettivismo marxiano-staliniano con una l’introduzione di una certa iniziativa privata. Il governo cinese, come osservava il Card. Zen, è una classe politica che fa uso del marxismo solo per sostenere una dittatura che vuol restare aggrappata al potere.

Con tutto ciò bisogna dire che le recenti lodi di Mons. Sanchez Sorondo, preside del Pontificio Consiglio per le scienze sociali, al sistema sociale cinese, che per lui costituirebbe un modello di applicazione della dottrina sociale della Chiesa, sono smaccatamente esagerate.

I marxisti di oggi sembrano comunque aver abbandonato una categoria marxiana fondamentale: quella della lotta di classe e quindi ancor più quella della rivoluzione. Sembrano aver sposato il ripudio della violenza, il pacifismo, il dialogo, il pluralismo, la diversità, la democrazia, le libertà individuali. È sorto un certo rispetto per la persona. Che cosa resta del marxismo? L’ateismo materialista dialettico, l’homo faber, la giustizia sociale e il realismo socialista, che sono la sostanza del marxismo.

Lo Stato nell’edificazione dell’umanesimo marxista

Allorchè il partito ha conquistato il potere, il problema della liberazione dell’uomo non si pone più. E tuttavia il popolo deve tenere a freno il persistere della superstizione religiosa, deve vigilare per mantenere le conquiste fatte e non permettere il ritorno della reazione. 

Marx, nel delineare i pregi della futura società comunista, ha toni che fanno pensare al profetismo biblico, in particolare Isaia, ma successivamente Lenin e Stalin, con crudo realismo, hanno spiegato che la realizzazione del comunismo non va intesa come prospettiva storica concreta, ma come utopia, meta asintotica, perché la realtà è di per sé storica, dialettica e conflittuale.

Lo Stato comunista, quindi, per Stalin, è già la realizzazione del comunismo o del marxismo così come è realmente possibile in questo mondo. Non c’è da immaginarsi l’avvento del comunismo sul modello cristiano ultraterreno della vita eterna e beata. Non si tratta di attendere l’immortalità dell’individuo, né tanto meno la resurrezione del corpo; solo l’umanità come Gattungswesen è immortale. Questo è un tema già presente in Feuerbach, che interpreta in senso materialistico l’antropologia spiritualista di Hegel.

Il fatto, ormai sperimentato da più di un secolo dagli Stati socialisti, che la società comunista non riesca ad ottenere  la piena eliminazione della religione, l’effettiva uguaglianza, libertà, giustizia, benessere e la piena comunanza dei beni per tutti, per i comunisti non è la prova che il progetto marxista è fallito, e che quindi va abbandonato, ma è il segno che tale situazione è elemento intrinseco alla stessa natura dialettica del comunismo, per cui và considerato come stimolo ed incentivo ad un’incessante ripresa dell’ideale marxista.

L’importante è per loro restar fedeli ai princìpi marxisti dell’edificazione ed organizzazione della società civile e dello Stato. È vero che Lenin prevede ed auspica un’estinzione dello Stato; ma quando parla in questo modo egli si riferisce allo Stato borghese o monarchico o liberalcapitalistico, dato che sappiamo tutti che in realtà egli è stato il più efficace costruttore dello Stato sovietico.

I comunisti hanno ritegno a parlare di Stato comunista e si limitano a parlare di «Stato socialista», per riguardo all’utopia marxiana della mitica futura società comunista libera dall’autorità repressiva dello Stato. Lo Stato socialista, quindi, nella visione di Lenin e Stalin, non è uno Stato che non abbia un governo comunista, ma significa solo che non ha la pretesa irrealizzabile di realizzare l’utopia marxiana. Anche allo Stato socialista resta il dovere di punire e reprimere non più la classe lavoratrice ormai liberata, ma i rigurgiti reazionari dell’egoismo, dell’individualismo e della religione.

Le terribili purghe staliniane hanno voluto essere il castigo per coloro che hanno tentato di abbattere il governo comunista e di opporsi alla liberazione dell’uomo. È qui che appare nella sua crudeltà di questo regime, il volto della dittatura comunista, ancora presente, benché in misura minore, a testimonianza del Card. Zen, nell’attuale regime cinese.

È qui che si comprende perchè Pio XI nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937 chiamò il marxismo «sistema intrinsecamente perverso» e perché Pio XII comminò la scomunica a quei cattolici che avessero aderito al partito comunista. Naturalmente questi Sommi Pontefici non intendevano misconoscere quanto di buono si poteva recuperare nel pensiero di Marx o nella politica del partito comunista, considerando anche il fatto che in fin dei conti la nostra Costituzione repubblicana è sorta da una collaborazione fra cattolici e comunisti.

La Chiesa non ha tolto la scomunica comminata da Pio XII, per cui essa è tuttora in vigore. Ma di fatto molti vescovi e molti fedeli non ne tengono conto e frequentano ed amministrano tranquillamente (quanto validamente?) i sacramenti come niente fosse.  Ci sarebbe da chiedersi come si fa ad essere teisti ed atei nello stesso tempo. Questo vuol dire servire due padroni.

Questo non vuol dire che questi fedeli, se il decreto di Pio XII è caduto in oblio, siano effettivamente in comunione con la Chiesa, giacchè la comunione ecclesiale non si risolve in un fatto giuridico, ma è essenzialmente un fatto spirituale: si può essere fuori della Chiesa senza essere scomunicati (quanti ce ne sono oggi!); si può essere ingiustamente scomunicati pur restando in sostanziale comunione con la Chiesa. È il caso di un Savonarola o di una Santa Giovanna d’Arco.

Coloro che oggi disprezzano il decreto di Pio XII danno prova di prendersi gioco di questo venerabile Pontefice. E non vale il pretesto che i tempi sono cambiati, perché l’ateismo è sempre ateismo e non diventa teismo perché c’è stato il Concilio Vaticano II.

Indubbiamente, però, una scomunica può cadere automaticamente, se lo scomunicato si pente e rinnega quelle posizioni che hanno indotto l’autorità a scomunicarlo. Ma d’altra parte, non pare affatto che i cattolici marxisti di oggi abbiano l’intenzione di fare una cosa del genere.

Ricordo qui altresì che perché una scomunica cessi dal suo effetto, occorre che sia ufficialmente tolta da quell’autorità che l’ha irrogata o comminata. San Paolo VI tolse la scomunica al Patriarca di Costantinopoli dopo 1000 dalla sua irrogazione: non l’ha semplicemente lasciata cadere nell’oblio. Affinchè Don Minutella rientri in comunione ufficiale con la Chiesa, la scomunica che gli è stata irrogata dev’essere ufficialmente tolta e non lasciata nel dimenticatoio, salvo che egli dia chiari segni di pentimento e di ritorno alla comunione col Papa. Nel qual caso la scomunica cadrebbe da sé, anche senza sanzioni ufficiali. Se Lutero si fosse pentito, il Papa sarebbe stato pronto a togliergli la scomunica.

Bisogna comunque dire che indubbiamente concepire uno Stato fondato sull’ateismo, come volle fare la Rivoluzione russa del 1917 è una barbarie intollerabile, ed è stata quell’idea malsana che ha portato al crollo dell’Unione Sovietica[2] dopo le stragi del regime staliniano. Converrebbe pertanto che, come suggerisce il Maritain, e come si trova nella Costituzione degli Stati Uniti, la fede in Dio fosse nominata esplicitamente («in God we trust»). Nella nostra Costituzione questo Nome santo non ricorre, ma resta implicito dietro la proclamazione chiara di quella che è la dignità della persona nella sua singolarità e nel suo servizio al bene comune.

Certamente uno Stato non può proibire la diffusione della propaganda atea e tuttavia bisogna ricordare, come la storia dimostra, che l’ateismo, applicato nella prassi fino alle sue estreme conseguenze, mina dalle fondamenta la sicurezza dello Stato e le basi della convivenza civile con ogni sorta di crimini e delitti resi leciti dal fatto che l’uomo non si regola sulla legge divina, ma dà campo libero alla superbia della sua volontà e allo scatenarsi incontrollato di tutti i vizi e di tutte le passioni.

Disse bene Dostoevskij: «se Dio non esiste, tutto è lecito». Se l’ateo, nonostante tutto, dà prova di una certa rettitudine morale, non lo fa perché è ateo, ma perché gli resta in lui la coscienza di dover render conto a Dio. Lo Stato, quindi, che ha a cuore la sua legittimità, la sua sussistenza vitale e il bene dei cittadini, deve operare con tutte le sue forze per impedire che l’ateismo produca le sue conseguenze devastanti sul piano delle persone e in campo sociale.

Nel contempo lo Stato ha tutto l’interesse a promuovere e a proteggere il teismo e la religione, senza la pretesa di determinare una religione di Stato, come è usato per molto tempo a partire dall’imperatore Costantino, perché ciò comportava o una predilezione per la religione cattolica, che per la verità va al di là delle sue competenze, limitate a quanto in materia di religione è di competenza della ragion pratica, mentre è chiaro che per riconoscere il primato alla religione cattolica sulle altre confessioni religiose, occorre quel discernimento che viene dalla stessa fede cattolica, discernimento del quale è in possesso la Chiesa cattolica e non lo Stato, anche se i governanti sono cattolici.

Ma nel momento in cui essi sono al servizio del bene comune temporale, essi devono guidare i cittadini al compimento dei loro doveri civili e non al compimento della morale cattolica, essendo questo il compito della Chiesa ed anche il loro dovere di cattolici, ma solo in quanto cattolici e non in quanto governanti, che devono curare un bene comune condiviso da cattolici e non-cattolici, compresi i non-credenti.

Al riguardo ha svolto un compito storico tuttora attuale la famosa enciclica Pacem in terris di San Giovanni XXIII del 1963, nella quale il Papa avanza la possibilità di un’alleanza politica di governo fra cattolici e comunisti nel rispetto della legge naturale dei valori della Costituzione e salva restando la condanna degli errori del marxismo[3].

Purtroppo questo messaggio di grande saggezza politica e morale è stato frainteso e strumentalizzato da quei cattolici, che, invece di limitarsi a quel dialogo e a quegli accordi con i marxisti che servono per il bene comune, anche senza arrivare all’ateismo, si sono lasciati sedurre dalla prospettiva puramente terrena del marxismo, abbandonando lo sguardo rivolto verso il cielo e le prospettive ultraterrene del regno di Dio.

L’apertura di un dialogo fra cattolici e marxisti avviato dall’enciclica di San Giovanni XXIII suscitò nel 1970 in America Latina la corrente della teologia della liberazione avviata dal famoso libro dal titolo omonimo di Gustavo Gutiérrez. Avvicinandosi alla cosmologia marxista, egli negava l’esistenza di «due mondi»: uno al di qua infelice e un altro nell’al di là, felice, sostenendo che il cristianesimo ci assicura la felicità in questo mondo, non in un altro. Nel 1988 il domenicano Albert Nolan pubblicò il libro God in South Africa, dove sosteneva la stessa tesi. Che avrebbe detto San Paolo? «Se noi speriamo in Cristo solo in questa vita, noi siamo i più miserabili di tutti gli uomini» (I Cor 15, 18-23).

Già nel 1960 la rivista francese Esprit fondata da Emmanuel Mounier, aveva dedicato un numero monografico ad un interessante confronto fra cattolicesimo e marxismo evidenziando punti di contatto. Del resto, sin dagli anni del dopoguerra Mounier aveva scritto un interessante libro[4], che prospettava la possibilità di recepire alcuni temi di etica sociale dal pensiero di Marx.

Il guaio invece della teologia della liberazione sudamericana è stato che mancava di una sufficiente base filosofica e quindi di un adeguato criterio di discernimento, per cui, a parte la tendenza saggia ed equilibrata del Card. Pironio, essa si lasciò influenzare dalla visione antropocentrica tipica del marxismo, anziché sollevare i marxisti alla prospettiva religiosa. Famoso è stato al riguardo il caso di Leonardo Boff[5]. Cedimento al marxismo fu anche il movimento dei «cristiani per il socialismo», degli anni ’70, il cui esponente più famoso fu il Salesiano Giulio Girardi[6].

D’altra parte, esiste oggi un marxismo che sembra guardare con un certo rispetto alla Chiesa cattolica in special modo e alla religione in generale, senza per questo abbandonare la concezione del materialismo ateo. Dopo il fallimento dell’Unione Sovietica sembra essere il caso della Cina Comunista, che tuttavia persevera nel voler organizzare lo Stato secondo il modello ateo, materialista e marxista. Ma anch’essa, se insiste in ciò, finirà per incappare nei guai dello stalinismo.

Per questo, l’attuale concordato della Cina con la Chiesa è una cosa di cui rallegrarsi, generatrice per noi cattolici di speranza, ma non significa necessariamente un’apertura del governo cinese ai valori del teismo e della spiritualità, benché sappiamo come nella storia l’azione dello Spirito Santo abbia la forza di convertire il cuore dei popoli e delle nazioni.

Tuttavia il regime cinese ha tratto lezione dal fallimento del sistema sovietico, cercando di rimediare su due punti. I Cinesi si sono resi conto di due errori di Stalin: primo, troppa intransigenza nel pretendere il possesso collettivo dei mezzi di produzione e, secondo, alla luce del tradizionale umanesimo confuciano, si sono accorti dell’accentuazione esagerata nello stalinismo della concezione materialistica della vita, contro l’autentico pensiero di Marx, il cui materialismo non gl’impediva di coltivare l’umanesimo, di ammirare le opere del pensiero, della scienza, della filosofia e della letteratura.

Rahner ed Hegel

In conclusione a questo saggio mi è parso opportuno far presente che ancor oggi il falso teismo kantiano-hegeliano influisce nella Chiesa, sì da favorire il rafforzamento dell’ateismo. E ciò sta avvenendo per l’influsso di Rahner, il cui teismo è di marca hegeliana.  È pertanto tristissimo constatare la disgrazia che gli è capitata di andare a pescare il trascendentale kantiano nel suo esito hegeliano per costruire la teologia, mentre il trascendentale kantiano, basato sull’«io penso» di origine cartesiana, non è capace di trascendere l’esperienza sensibile e si riferisce solo al modo col quale l’io penso concepisce i fenomeni.

Rahner, invece, avrebbe avuto a disposizione il vero trascendentale, quello realista e tomista, autentica garanzia per la ragione di salire dalle cause seconde alla causa prima per dimostrare razionalmente ed inconfutabilmente l’esistenza di Dio. Rahner, invece, che utilizza il trascendentale kantiano anziché quello tomista, per dargli forza, lo integra con un’iniezione di autocoscienza hegeliana, col risultato che il soggetto umano si gonfia e si autotrascende verso il proprio orizzonte illimitato, che è Dio, ma c’è da chiedersi che Dio è un Dio che è l’orizzonte dell’uomo. E come fa l’uomo, spirito finito, ad avere un orizzonte infinito, anche se è vero che l’uomo è fatto per conoscere il Dio infinito.

Così il cammino di Rahner certamente non è quello che ha fatto Feuerbach e che introduce a Marx. E tuttavia, se è vero che Rahner vuol mantenere il Dio cattolico, l’influsso che riceve da Hegel genera nella teologia di Rahner un ateismo implicito, che potrebbe essere esplicitato in modo simile a quello col quale Feuerbach esplicita l’ateismo implicito nella filosofia hegeliana. 

Infatti Rahner, circa la questione dell’ateismo, commette quattro gravi errori. Primo, fa una falsa distinzione fra teismo a livello dell’esperienza trascendentale e ateismo a livello del sapere categoriale. Secondo, sostiene che ogni uomo tende a Dio almeno a livello trascendentale, perdonato e sostenuto dalla grazia, per cui tutti si salvano. Terzo, concepisce Dio hegelianamente, come orizzonte ultimo infinito e vertice sommo ineffabile dell’autotrascendenza o autoelevazione (Erhebung) dell’uomo e l’uomo come finitizzazione, autocomunicazione, extraposizione, autoestrinsecazione o autoalienazione (Selbstentfremdung) di Dio nel finito. Quarto afferma l’esistenza di un ateismo senza colpa.

La differenza da Hegel è data dal fatto che mentre per Hegel Dio è colto nel concetto razionale in quanto Dio è il Concetto assoluto, oggetto della filosofia, per Rahner Dio è, come oggetto di fede, il mistero assoluto non concettualizzabile, innominabile ed ineffabile, sperimentato immediatamente dall’esperienza mistica universale, trascendentale soprannaturale.

Rahner prende il concetto di mistero assoluto dall’apofatismo assoluto di Dionigi l’Areopagita, dove il risultato è quello di confondere l’essere col nulla. Per evitare il razionalismo casca nell’irrazionale. Infatti, se si accentua troppo la trascendenza divina si perde il contatto con Dio. La pietà si trasforma in ateismo.

Commentiamo i quattro punti.

Primo. Nella vita presente possiamo conoscere Dio solo mediatamente per mezzo della concettualizzazione; non esiste un’esperienza immediata di Dio atematica. Chi pertanto è ateo a livello concettuale non può essere teista ad un più profondo livello di sapere sperimentale o coscienziale, ma è puramente e semplicemente ateo.

Secondo. Ogni uomo tende necessariamente, per natura ad un fine ultimo ed assoluto intellettualmente concepito, ma non necessariamente a Dio, perché è nel potere del suo libero arbitrio scegliere come fine ultimo ed assoluto un bene creato, diverso da Dio.

Terzo. È vero che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio, che la sua mente è capace di pensare Dio, e che Dio è la beatitudine dell’uomo; ma non bisogna esagerare nello stringere il rapporto dell’uomo con Dio, come se Dio fosse la pienezza e la perfezione dell’uomo. Il fatto che l’uomo, ente finito, abbia un rapporto con l’Infinito, non vuol dire che possa diventare infinito, ma semmai comporta che egli conosca ed ami l’Infinito in modo finito.

Il credere di poter chiudere Dio nel concetto (Hegel) o nell’esperienza (Rahner) porta a confondere Dio con la propria autocoscienza e quindi a cadere nell’ateismo. Si attribuisce all’uomo ciò che appartiene a Dio e a Dio ciò che appartiene all’uomo. Se l’uomo è Dio (panteismo), allora Dio è l’uomo (ateismo). Così Feuerbach e poi Marx non fanno che esplicitare l’ateismo implicito in Hegel mettendo l’uomo al posto di Dio: «l’uomo è Dio per l’uomo». Ma la Scrittura maledice l’uomo che confida nell’uomo e non in Dio (Ger 17,5). È questa la tragedia dell’ateismo.

Il vedere o sperimentare Dio senza mediazione concettuale non è dato in questa vita, ma solo nella vita futura post mortem. Definire Dio come mistero assoluto non è male, purchè si ammetta che questo mistero è luce per l’intelletto, per cui è da esso parzialmente comprensibile. Se il mistero divino fosse un qualcosa dove non si capisce niente o un buio assoluto per l’intelletto, l’intelletto non potrebbe attingere a Dio e come essere intellegibile e si cadrebbe nell’ateismo nichilista.

Occorre distinguere mistero assoluto e mistero relativo. Il primo è totalmente mistero, intendendo il mistero infinito di Dio; il secondo è solo parzialmente mistero, è mistero per noi, ma non in se stesso. Hegel rifiutava Dio come mistero per il fatto che Dio è effettivamente concepibile da noi, e pensava che il cristianesimo, essendo rivelazione concettuale del mistero, per il cristiano non esistono più misteri, ma Dio è perfettamente comprensibile dal concetto razionale filosofico.

Dio certamente non è mistero a Se stesso in quanto il Logos divino è lo stesso concetto che Dio ha di Se stesso. In ciò Hegel aveva perfettamente ragione. Tuttavia Dio è mistero infinito, il che è come dire che è mistero assoluto. Rahner, sotto questo punto di vista, ha ragione di dire che Dio è mistero assoluto.  Sbaglia nel credere che noi possiamo attingere a questo mistero assoluto, possiamo sperimentarlo senza capirci niente, cioè senza ricavare nessuna luce, nessuna informazione, niente di intellegibile, comprensibile, rappresentabile, concettualizzabile, esprimibile, nominabile e comunicabile nella parola e nel linguaggio.

Invece, tal senso Dio, come mistero rivelato per noi, è un mistero relativo, ossia relativo al fatto che noi di questo mistero comprendiamo qualcosa, benché non tutto. Se no Cristo che cosa è venuto a rivelare? Qui ha ragione Hegel, benchè egli, come gnostico, creda di comprendere completamente il mistero nel concetto.

Mi domando, del resto, se Dio è così oscuro, perché mai Rahner ha prodotto un’infinità di pubblicazioni di teologia? Stando infatti a quei suoi princìpi, avrebbe dovuto starsene sempre zitto, trovandosi completante al buio, come faremmo di una cosa che siamo convinti che non esista o nella quale non si ci capisce nulla.

Invece Rahner pontifica a tutto spiano su Dio (non commento adesso che cosa dice) e vuol parlare di una cosa della quale egli stesso dice che non si può parlare. Quindi, quando nomina Dio, non si capisce di che cosa parli e forse non lo capisce neanche lui o quanto meno favorisce l’equivoco.

Un’alleanza certamente utile all’ateismo è inoltre la posizione di tanti, che non hanno l’audacia o la sfrontatezza di negare apertamente, ma si limitano all’indifferenza o a trascurare la grave questione, restando freddi, indifferenti ed insensibili al sacro, alla religione ed alla spiritualità, tutti immersi in affari terreni, e credendo così forse di mostrare una posizione neutrale ed equidistante, non faziosa.

Sono invece dei vili e degli opportunisti, sempre attenti al vento che tira, sono persone doppie, le quali vogliono servire due padroni, pensando di tenerseli buoni entrambi all’occorrenza o di poter fruire dei benefìci dell’uno e dell’altro, credendo così di non avere noie da nessuno ma, per quanto effimero successo mondano possano ottenere, vanno invece catalogati, per dirla con Dante, tra coloro che vivono senza infamia e senza lode, approvando tutti e senza prender posizione per nessuno, nulla prendendo seriamente se non se stessi.

Altre forme di ateismo

Potremmo dire a questo punto, quasi per inciso, per fare un discorso generale che va al di là di Feuerbach, che nel caso dell’ateo questa creatura adorata o idolatrata è soprattutto il proprio io come spirito autocosciente (Fichte) o il proprio io sensibile materiale (Feuerbach) o la propria potenza (Nietzsche) o la libertà (Schelling) o il sapere (Hegel) o il Dasein (Heidegger) o la proprietà privata (Hobbes) o il proprio istinto sessuale (Freud) o la propria unicità (Stirner) o il proprio genio artistico (Baudelaire). Altrimenti è un qualunque ente naturale, che può essere l’evoluzione (Darwin), l’universo (Bruno), l’umanità (Comte). la società (Marx), la natura (Goethe), la patria (Hölderlin), il Führer (Rosenberg).

Il nichilista non adora una creatura, ma odia l’esistente e, come dice la Scrittura, ama la morte (Sap 1,16). È dunque un vero discepolo del diavolo, colui che, come dice Cristo, è «omicida per principio» (Gv 8,44). Nel nichilismo è evidentissimo come l’odio per Dio è congiunto con l’odio per l’uomo. Nichilismo, in pratica, non significa affermare che non in esiste nulla, tesi che è di una tale assurdità, che nessuno sostiene, ma è solo l’abbassare il livello dell’essere, come per esempio affermare la materia e negare lo spirito, affermare il tempo e negare l’eterno, affermare i molti e negare l’uno, affermare il divenire e negare l’essere, affermare il finito e negare l’infinito, affermare il relativo e negare l’assoluto e così via.

Tra tutte queste forme di ateismo le più squallide sono quella di Comte e quella di Freud. La prima è l’apologia dell’avarizia; la seconda, della lussuria. Infatti in esse la visione beatifica è sostituita nel primo dai vantaggi edonistici materiali assicurati dalla tecnica e dalla scienza sperimentale. Nel secondo è sostituita dall’esperienza sessuale. Le più diaboliche sono quella nazista, quella nichilista e quella stirneriana, che è il colmo dell’anarchia, dell’egoismo e della superbia.

Quanto alla concezione marxiana dell’uomo, essa risulta da quattro fattori. 1. Abbiamo un elemento fichtiano: l’uomo come io che pone il non-io nell’io; 2. un elemento hegeliano: l’uomo è Spirito assoluto, essenza-essere, che si fa natura, ossia individuo materiale sensibile; 3. un elemento feuerbachiano: l’uomo è ente sensibile, l’apparire individuale dell’ente supremo al posto del Dio del teismo: 4. un elemento aristotelico: l’uomo è un animale ragionevole-sociale[7].

L’uomo è quindi l’Ente supremo, esistente assoluto, il genere umano, Gattungswesen, la cui essenza coincide col suo esistere, che oppone sé a sé nel lavoro come natura sensibile animale nella natura e torna a sé negando sé nella storia. È il cosiddetto «materialismo storico-dialettico».

Aggiungiamo che in generale l’ateismo non esclude il politeismo, ma anzi ne ha tutte le caratteristiche, giacchè, se la sostanza del politeismo è il culto di una pluralità di assoluti presi ciascuno di volta in volta come l’Assoluto, l’ateo, che non ha in Dio per la sua vita un punto fisso e costante di unificazione e di orientamento, è un voltagabbana che sta col vento che tira, crea il suo dio come gli pare e piace di volta in volta, senza problemi di coerenza, e senza rifuggire la doppiezza e la finzione, a seconda di come gli conviene, pur di restare sempre a galla e di salvare la pelle.

La convivenza civile con gli atei

Nei secoli passati l’ateo era considerato un criminale sovversivo anche davanti allo Stato. Ma a partire dal sec. XVIII l’ateismo è riuscito talmente ad attirare gli spiriti e a diffondersi, che gli Stati, anche se retti da cattolici o da credenti, hanno dovuto adattarsi ad una presenza sempre più massiccia e pervasiva  di cittadini atei.

Questi Stati hanno dovuto, come si suol dire, far buon viso a cattivo gioco, quando non è successo addirittura, con la Rivoluzione russa del 1917, che l’ateismo è diventato principio dell’ordinamento dello Stato. Sicchè, se nei secoli passati erano gli atei ad esser perseguìti a norma di legge, adesso erano i teisti ad essere perseguitati.

Ora questo fenomeno sociale, per il quale si è dovuto volere o volare trovare un modus vivendi fra credenti ed atei, oggi è ormai diffuso ovunque, se si escludono certi paesi musulmani integristi. È ormai tutto sommato consentita, in linea di massima nella vita civile la coesistenza pacifica e addirittura una collaborazione fra credenti e non-credenti.

Però quasi dappertutto si sono venuti a creare, una situazione sociale e culturale, un habitus diffuso, per il quale molti credenti hanno finito per non preoccuparsi più di tanto per l’esistenza e la condotta degli atei, catalogandoli tra le persone di opinione semplicemente diversa, considerando anche il comportamento molto civile e dignitoso di molti di essi. Pensiamo all’esempio tipico di un Giorgio Napolitano o di un Sandro Pertini, che hanno rivestito le massime cariche dello Stato.

Aggiungi la falsa convinzione oggi diffusa che comunque il non credente è un cristiano anonimo e che la professione di ateismo non è una colpa che non impedisce la salvezza e ci rendiamo conto dell’inerzia e della cecità nella quale molti cattolici si trovano nei confronti del gravissimo fenomeno dell’ateismo, nonostante il Concilio Vaticano II abbia preso molto sul serio il problema.

San Paolo VI affidò alla Compagnia di Gesù come primario compito quello di combattere l’ateismo. Senonchè la Compagnia assunse un comportamento doppio, come narra il dotto Gesuita Padre Antonio Caruso[8], perché interpretò la lotta all’ateismo come azione tesa alla liberazione degli oppressi, finendo, come denuncia anche il Gesuita Malachi Martin[9], per affiancarsi in nome della teologia della liberazione alla sedizione marxista nell’America Centrale. Dunque l’opposto di quello che aveva chiesto il Papa!

Sappiamo inoltre come esista presso la Santa Sede un Segretariato per i non-credenti. Ci sia lecito chiederci che cosa sta facendo questa istituzione per assolvere ai compiti assegnatile dal Concilio? Riesce a persuadere gli atei? Chi mai ne parla? Quali risultati ha ottenuto dopo sessant’anni dalla sua nascita? Intanto l’ateismo continua a prosperare tranquillo dovunque ed ancor oggi uno dei più potenti Stati del mondo, la Cina, è retto da un governo comunista.

Occorre costruire il dialogo con l’ateismo sulla base della ragione. Dimostrare all’ateo che Dio esiste e che egli sbaglia resta sempre un dovere. Occorre il confronto fra chi dimostra che Dio esiste e chi vorrebbe dimostrare che Dio non esiste. L’ateismo feuerbachiano è un esempio di ateismo lungamente ragionato. Esso riveste una speciale importanza per il ben noto credito che Marx ed Engels danno all’ateismo feuerbachiano. Esso deriva da un teismo, che è un falso teismo, quello di Hegel. Dal che possiamo vedere come un falso teismo che sfocia nel panteismo, può produrre l’ateismo, perché contiene un ateismo implicito, che Feuerbach non farà che esplicitare. Feuerbach confuta il teismo hegeliano credendo di aver confutato il teismo. Ma il vero teismo è quello di San Tommaso d’Aquino. Provino i feuerbachiani a confutare questo: come abbiamo visto, sarà come sparare ad un leone con una pistola ad acqua.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 20 dicembre 2021

Ad ogni modo bisogna riconoscere onestamente che Marx col suo intervento dimostrò sul momento una maggiore attenzione a quel tragico fenomeno che non la Chiesa stessa. Egli infatti precorse di 40 anni l’intervento della Chiesa. Il Manifesto del partito comunista è infatti del 1848; la Rerum novarum di Leone XIII è del 1891. 

Erano cose nuove per il Papa; ma non erano cose nuove per i comunisti, anche se è vero che la vera soluzione del problema fu data da Leone XIII. Resta il pregiudizio, benché del tutto falso, che l’ateismo e non il teismo sia la vera strada per la liberazione e la grandezza dell’uomo.

Disse bene Dostoevskij: «se Dio non esiste, tutto è lecito».

 Occorre costruire il dialogo con l’ateismo sulla base della ragione. Dimostrare all’ateo che Dio esiste e che egli sbaglia resta sempre un dovere. Occorre il confronto fra chi dimostra che Dio esiste e chi vorrebbe dimostrare che Dio non esiste. 

L’ateismo feuerbachiano è un esempio di ateismo lungamente ragionato. Esso riveste una speciale importanza per il ben noto credito che Marx ed Engels danno all’ateismo feuerbachiano. Esso deriva da un teismo, che è un falso teismo, quello di Hegel. Dal che possiamo vedere come un falso teismo che sfocia nel panteismo, può produrre l’ateismo, perché contiene un ateismo implicito, che Feuerbach non farà che esplicitare. Feuerbach confuta il teismo hegeliano credendo di aver confutato il teismo. Ma il vero teismo è quello di San Tommaso d’Aquino. Provino i feuerbachiani a confutare questo: come abbiamo visto, sarà come sparare ad un leone con una pistola ad acqua.

Immagini da internet: - Leone XIII - Dostoevskij - Leone (Babilonia - Istanbul Museo Archeologico)

[1] Cf il suo famoso studio L'etica protestante e lo spirito del capitalismo (Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus), 1904-5.

[2] Il crollo dell’Unione Sovietica negli anni 1989-90, aveva dimostrato il fallimento dell’applicazione dei princìpi marxisti nel tentativo di fondare uno Stato ateo e nell’illusione che la giustizia sociale possa basarsi sull’ateismo. Negli anni successivi sorse nella Chiesa la speranza di un’apertura dei comunisti ai valori della dignità della persona umana e della democrazia. Da allora i marxisti hanno dato segnali positivi in questo senso, ma l’esempio attuale della Cina mostra che ancora essi hanno del cammino da fare. Chi volesse informarsi sul clima che noi cattolici vivemmo nei primi anni ’90 a tal riguardo, può leggere il mio articolo Dove va il marxismo? In Sacra Doctrina , 2, 1992, pp.246-275.

[3] Aldo Moro e Berlinguer tentarono nel 1978 di realizzare un avvicinamento tra DC e PCI, al quale probabilmente San Paolo VI era favorevole in linea con San Giovanni XXIII. Ma l’ala estremista delle Brigate rosse, timorosa che la DC potesse condizionare il PCI, reagì nel modo che sappiamo. Oggi purtroppo domina il PD perché i cattolici non sono uniti fra di loro.

[4] Rivoluzione personalista e comunitaria, Milano, Edizioni di Comunità, 1949-50.

[5] Occorre tuttavia ricordare la lettera che Papa Francesco inviò a Leonardo Boff il 5 gennaio 2019 per ringraziarlo dell’invio del suo ultimo libro. Ovviamente questa lettera non smentisce la precedente condanna inflittagli dalla CDF nel 1985, e tuttavia esprime parole di apprezzamento per quel libro, che vuol sottolineare la misericordia di Dio per l’uomo fragile e peccatore, che si rivela in Cristo: un Cristo che ci guida al cielo utilizzando e purificando i valori della terra.

[6] Cf Marxismo e cristianesimo, Cittadella Editrice, Assisi, 1972; Cristiani per il socialismo: perché? Cittadella, Assisi, 1976; Fede cristiana e materialismo storico, Edizioni Borla, Torino 1977.

 

[7] Cf Cottier, op.cit., pp. 269-276.

[8] Tra grandezze e squallori, Edizioni Viverein, Monopoli (BA), 2008.

[9] I Gesuiti. Il potere e la segreta missione della Compagnia di Gesù nel mondo in cui fede e politica si scontrano, SugarCo Edizioni, Milano 1988.

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