Padre Bergoglio ci parla di metafisica - Quarta Parte (4/4)

Padre Bergoglio ci parla di metafisica

Quarta Parte (4/4)

Il problema del linguaggio della metafisica

Ogni scienza ha il suo linguaggio o lessico appropriato e adatto ad esprimere le nozioni e le tesi proprie di quella scienza. La metafisica è il perfezionamento scientifico di un sapere originario, spontaneo e certissimo della ragione naturale, non ricevuto per apprendimento, ma solo in base all’esperienza e all’intuizione spontanea dell’intelletto[1], quella che San Tommaso chiama ratio naturalis e Antonio Livi e Garrigou-Lagrange chiamano «senso comune».  Su questa base la ragione successivamente, esercitando il ragionamento e con l’apprendimento scolastico, opera ulteriori e sottili distinzioni e collegamenti concettuali, che vanno a formare la metafisica come scienza.

Bergoglio osserva come se da una parte il sapere metafisico si acquista mediante un’opportuna concettualizzazione, dall’altra essa «risulta insufficiente per spiegare la totalità della realtà» per il fatto che i nostri concetti non comprendono esaustivamente l’essenza del reale, per il fatto che, contrariamente a quanto credono gli idealisti e gli gnostici, il nostro pensiero non coincide con l’essere, ma l’essere trascende e supera il nostro pensiero; non coincide con l’essere pensato immanente alla coscienza, ma è esterno al nostro pensiero e da questo essere, creato da Dio o che è Dio stesso, traiamo il nostro sapere.  Per questo Padre Jorge afferma che

«La concettualizzazione, d’altra parte, risulta insufficiente per spiegare la totalità della realtà così come, per apprenderla, la proiezione del concetto sulla realtà risultava insufficiente: mancava qualcosa, ed era una certa apertura di chi conosce a lasciarsi “toccare”, “impressionare” dalla realtà stessa, così com’è.

Si esplicita una realtà per mezzo di un linguaggio che non è né meramente concettuale né meramente intuitivo. Potremmo dire che, in senso etimologico, è poetico: dev’essere creatore dell’esplicitazione, di un modo di esplicitazione che comprenda sia il concetto sia l’intuizione che lo hanno avvicinato alla comprensione della realtà».

Bergoglio accosta il linguaggio metafisico, di tipo concettuale, a quello poetico, di carattere immaginifico, simbolico, metaforico e creativo. Entrambi i linguaggi ci mettono a contatto con la realtà. Il linguaggio concettuale è fatto di definizioni e sillogismi. Quello poetico coglie per analogie, paragoni, miti e parabole il mistero dell’essere e giunge là, nel mondo della concretezza, dove il concetto non sa arrivare.

Il fondamento linguistico della metafisica

Le parole fondamentali della metafisica compaiono nel linguaggio umano sin dall’infanzia, non appena la ragione comincia a funzionare e il bambino esprime i suoi primi giudizi. Per questo mi piace chiamare la metafisica la «scienza dei bambini», suscitando stupore e quasi incredulità un giorno in un mio confratello, che, come molti oggi, sentono ripugnanza per la metafisica perché se la immaginano come un assemblaggio di inutili sottigliezze o un vagare tra le nuvole o un’accozzaglia di frasi senza senso o un inestricabile groviglio di parole, dove quot capita, tot sententiae.

Quel discorrere che molti s’immaginano come il più lontano ed estraneo dalla quotidianità, è in realtà, senza che lo sappiano e possano evitarlo, il più quotidiano, necessario ed inevitabile di tutti i saperi e i discorsi umani. La metafisica si serve infatti di vocaboli che cominciamo ad usare sin dall’infanzia, che tutti usano e il cui significato è noto a tutti, parole che sono costretti ad usare anche coloro che vorrebbero negare la verità e l’utilità dei contenuti che esse esprimono.

Senza fare qui l’elenco completo di queste parole, basterà fare qualche esempio delle più significative. Tanti metafisici si sono affaticati nella storia per fondare il sapere metafisico con argomenti astratti, ricercati e peregrini, magari validi, ma che suppongono già nel lettore quell’intelligenza metafisica, che essi con quegli argomenti vorrebbero suscitare.

Mi chiedo quanti restano sinceramente e fermamente convinti o che anche solo capiscono gli argomenti con i quali filosofi come Cartesio, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Husserl, Heidegger o Severino pretendono di dare fondamento assoluto alla verità e alla saldezza del pensare umano.

Pochi viceversa pensano a far ricorso, per tale fondazione, al semplice linguaggio di tutti giorni, usato anche dai fanciulli e dalle persone meno istruite. Certo, so bene che  le cose non sono del tutto semplici, perché la metafisica mette bensì in luce nozioni e princìpi che tutti conoscono ed usano, ma il problema è che essa richiede altresì onestà e non doppiezza nel pensare, mette l’uomo davanti alle sue responsabilità in rapporto a Dio e al prossimo, stimola il pensiero a sollevare lo sguardo dalla terra al cielo e l’uomo a nutrirsi non di solo cibo corruttibile, ma anche e soprattutto di un cibo incorruttibile, cose che non a tutti vanno a genio. Per questo spesso l’accusa di astrusità, di astrattezza e di vuotaggine fatte alla metafisica sono i pretesti di chi non vuol confessare, perchè forse se ne vergogna, il suo attaccamento ai piaceri e alle vanità di questo mondo.

Esaminiamo qualcuno di questi termini spontanei del linguaggio metafisico, che a questo livello, corrispondono col linguaggio di base umano universale.

ESSERE.  Tutti sanno che cosa è l’essere, anche se occorre un San Tommaso a parlarcene in termini sublimi, che denotano un’intelligenza straordinaria nell’averne penetrato il mistero e una facondia straordinaria nel descriverne le proprietà uniche fra tutti i contenuti della nostra mente, assimilabili solo a quelle dell’essere divino.

Che tutti sappiano che cosa è l’essere, almeno in modo elementare e spontaneo è evidentissimamente dimostrato dal fatto che tutti, sin dall’età di ragione usano il verbo essere con le sue persone, i suoi tempi e i suoi participi, sia all’infinito che coniugato. Nessuno che sia sano di mente o che non voglia scherzare usa dei vocaboli senza conoscerne il significato.  Ora questo significato del verbo essere non ce l’ha insegnato nessuno, ma lo abbiamo capito da soli.

D’altra parte, chiedersi che cosa è l’essere, è una domanda oziosa, perché l’uso della copula «è» nella domanda suppone che l’interrogante sappia già che cosa è l’essere. Infatti l’uso del verbo essere suppone nell’interrogante che sappia a che cosa pensa usando quella parola, altrimenti non la userebbe.

Nel contempo c’è da dire che l’essere propriamente non ha un’essenza, come ne fosse il soggetto, come ce l’ha l’ente o la cosa, ma semmai è l’essenza che ha l’essere. L’ente o la cosa o il reale sono ciò che esiste o ha l’essere. Il soggetto è il sussistente. Ma l’essere, salvo che nell’ipsum Esse, non è un soggetto che abbia un’essenza o l’essere.

L’essere e l’essenza possono essere ricevuti in un soggetto, ma esso a loro volta non può essere soggetto. Soggetto (sub-jectum) vuol dire che sta sotto, ma l’essere non è soggetto di niente e sta al di sopra e al vertice di tutto. L’essenza, l’ente, la cosa, il soggetto partecipano dell’essere, ma l’essere non partecipa di niente. Così l’essenza può essere soggetto, ma a sua volta non ha un’essenza. L’essenza, se è pura forma, può essere soggetto. È, questo, lo spirito. Tuttavia possiamo rispondere alla domanda: che cosa è l’essenza? È ciò per cui l’ente è ciò che è. Questa definizione suppone che si sappia che cosa è il soggetto, il «ciò» (id quod) e l’essere.

È vero che normalmente usiamo il pensiero dell’essere come copula del giudizio, ma La Bibbia lo usa anche da solo, senza predicato nominale per designare Dio. Dio è in maniera assoluta, infinita, perfettissima. Aggiungere dei predicati nominali alla predicazione dell’essere divino, per quanto essi possano essere sublimi e convenienti solo a Lui, è già un restringere il valore dell’essenza divina, benché essi ci siano indispensabili per conoscere Dio e le sue operazioni. E per questo la Bibbia ce ne presenta molti.

LE DIVISIONI DELL’ESSERE. La loro comprensione richiede l’apprendimento, l’educazione, la scuola. Il passaggio dalla percezione dell’essere a quella dell’oggetto della metafisica avviene quando la mente apprende la nozione dell’ENTE IN QUANTO ENTE. L’uso del termine «ente» suppone che al giovane ne sia spiegato il significato concettuale, cosa che non è necessaria all’apprensione dell’essere, che può essere concettualizzato, ma solo per descrizione, non per definizione. Invece l’essenza dell’ente può essere definita: ente è ciò che ha un’essenza in atto d’essere.

La distinzione fra IDEA (ens rationis) e REALTA’ (ens reale) ovvero tra pensiero ed essere viene operata spontaneamente dalla mente del fanciullo una volta superato lo stadio mitico dell’infanzia. La mente comincia a formare il giudizio critico col distinguere ciò che appare o sembra da ciò che è e ciò che è fantastico da ciò che esiste. La mente comincia a distinguere il vero dal falso, l’oggettivo dal soggettivo, il certo dall’opinabile. Babbo Natale non esiste e invece esistono papà e mamma. Invece per percepire la distinzione fra pensiero ed essere occorre avere il concetto della conoscenza, concetto raggiungibile solo grazie ad una delicata opera educativa.

L’insieme delle cose costituisce la REALTA’. Anche del significato di questo termine si può dare una descrizione, indicando a dito le cose, che stanno attorno, ma non una definizione. È intuitivo per tutti che cosa è la realtà, perché essa è il punto di riferimento per distinguere il vero dal falso, l’apparente dal reale. Anche per l’idealista l’idea è la realtà. L’idealista si distingue dunque dal realista, non perché entrambi non invochino il riferimento alla realtà, ma per il fatto che mentre l’idealista considera realtà le proprie idee (coincidenza del pensiero con l’essere), il realista conforma le proprie idee alla realtà. Per il realista, come per Papa Francesco nella sua enciclica Evangelii gaudium, la realtà è superiore all’idea.

ESSERE ED ESISTERE. Affine all’essere è l’esistere. Entrambi dicono attualità, positività, datità, oggettività, effettività e realtà. Entrambi possono essere soggetti di attributi e modalità. Entrambi sono divisibili in categorie. Per esempio: esistenza materiale e spirituale, essere materiale e spirituale. L’essere è affine all’essenza; l’esistere al sussistere. L’essere dice atto di una potenza, l’esistere attuazione di una possibilità. L’essere va soggetto a gradi; l’esistere o c’è o non c’è.

Entrambi si oppongono al NULLA. L’essere si aggiunge all’essenza, l’esistere non si aggiunge a nulla. L’essere chiede un predicato nominale; l’esistere non ne ha bisogno, perché mentre il predicato dell’essere viene determinato dal predicato nominale, che determina le qualità o le proprietà sostanziali del soggetto del giudizio, il predicato dell’esistere non ha bisogno di precisazioni che ne determinino il contenuto intellegibile, essendo una semplice affermazione o negazione. Un ente, una cosa o è questo o è quello; un soggetto, una cosa esiste o non esiste, c’è o non c’è. Oppure esiste così, esiste qui, esiste adesso. Per esempio, l’affermazione: Dio esiste, oppure la negazione: l’etere non esiste.

La mente si apre alla metafisica quando capisce la differenza fra l’essere e l’esistere. E questa differenza la coglie quando concepisce quelle cose che non hanno essere e tuttavia esistono. Si tratta di quello che si chiama ente di ragione (ens rationis), come per esempio l’ideale, l’immaginario, l’ente matematico, il nulla, il male, il contradditorio.

È importante, per esempio, sapere che il nulla, benché sia il non-essere, esiste, giacchè, se non esistesse, Dio non potrebbe trarre l’essere dal nulla. Ovviamente non che il nulla sia una specie di serbatoio, dal quale Dio trae gli enti. E tuttavia, se proprio il nulla non esistesse in nessun modo, come faremmo a parlare del nulla? Un concetto senza contenuto? Il nulla sarebbe una vuota parola, priva di significato e invece tutti sappiamo che cosa è il nulla. Il nulla può essere pensato. Il che non vuol dire non pensar nulla, perché questo è un non pensare. Dunque lo concepiamo come se fosse ente (ad instar entis). Ecco l’ente di ragione.

ESSENZA. L’essenza è il contenuto nozionale che viene proposto alla mente del fanciullo che chiede: «che cosa è?». L’essenza della cosa o di un dato ente è appunto ciò che la cosa o l’ente è o ciò per cui (quo) l’ente è ciò che è. Anche la nozione di essenza è una nozione spontanea e originaria. Invece il significato del termine «essenza» dev’essere normalmente spiegato dall’educatore, il quale, ciò facendo, trova riscontro nella mente dell’educando, che è già in possesso della nozione. È però possibile sbagliare nel concepire l’essenza confondendola o con l’ente o con l’esistere. La mente distingue spontaneamente la differenza tra il chiedere che cosa è una data cosa (quid sit) e se la cosa esiste (an sit). È il segno che la mente distingue l’essenza dall’essere.

LA COSA. Anche questo è un termine il cui significato intellegibile è afferrato spontaneamente senza apprendimento dalla mente del fanciullo. Questo termine è connesso col QUALCOSA. Qui entra un gioco la capacità del bambino di distinguere una cosa dall’altra. La cosa che il bambino apprende è la cosa materiale. Solo negli anni giovanili è in grado di distinguere cose visibili da cose invisibili. A questo punto la mente varca la soglia della metafisica: le cose che sono oltre la fisica.

Anche la parola «cosa» l’uomo comincia ad usarla sin dalla più tenera età. Anche per il termine «cosa» vale quello che abbiamo detto per il termine «essere». La mente impara da sé senza bisogno di spiegazioni terminologiche o concettuali il significato di queste parole. Invece il significato di termini come «realtà», «ente» ed «essenza», benché le nozioni corrispondenti siano apprese intuitivamente, necessita normalmente di essere spiegato dell’educatore perché sottendono nell’intelletto dell’educando un ampliamento e una complessificazione del suo orizzonte ontologico.

La mente del giovane si apre alla metafisica quando si accorge dell’esistenza di cose invisibili, che vanno oltre l’esperienza sensibile, la quale forma un concetto di ente puramente univoco («categoriale»), ossia materiale, anche se astratto come quello matematico. Invece, con la scoperta del mondo dello spirito, la sua nozione di ente diventa analogica («trascendentale»), perché si accorge che sono realtà tanto le cose materiali, quanto quelle spirituali, anzi queste lo sono di più. E come le scopre? Mediante l’autocoscienza, ossia la presa di coscienza del proprio io e del suo mondo interiore di intuizioni, idee, giudizi, ricordi, affetti, volizioni, valori morali e religiosi. È allora che scopre l’esistenza dell’anima e di Dio.

Quando dunque distinguiamo il pensiero dall’essere, non intendiamo dire che il pensiero sia al di fiori dell’essere, perché al di fuori dell’essere non c’è che il nulla. E se l’essere è al di fuori del pensiero, è extramentale (extra animam), non vuol dire ancora che il pensiero non sia nulla. Tutt’altro! «Pensiero» vuol dire due cose: atto del pensare e l’essere intenzionale (esse intentionale) rappresentativo, l’idea o concetto prodotto dal pensiero. È chiaro che l’atto del pensare, in quanto atto dello spirito, è sommamente essere, mentre l’idea o concetto, come ho detto e ripetuto, è semplice essere di ragione funzionale all’essere reale.

Conclusione

Tutti posseggono spontaneamente le prime nozioni della metafisica, ma pochi, ne abbiano o non abbiano colpa, comprendono che la metafisica è la più certa, la più universale, la più fondamentale, la più fondata e la più sublime di tutte le scienze, superata solo dalla teologia naturale, perché, se la metafisica ha per oggetto l’ente in quanto ente, la teologia ha per oggetto l’ente supremo, ossia Dio.

La metafisica pone altresì le basi teoretiche inconcusse della morale, ossia dei «valori non negoziabili». Capita allora che molti che disprezzano o calunniano la metafisica, lo fanno perché la metafisica scopre i loro altarini, come osserva argutamente Gesù Cristo: «chiunque fa il male, odia la luce» Gv 3,20).

Kant, dal canto suo, ha falsamente creduto che ancora ai suoi tempi la metafisica non avesse ottenuto lo statuto di scienza, lasciandosi confondere dal fatto dei disaccordi esistenti fra metafisici. Bastava che avesse preso in considerazione spassionatamente la tradizione aristotelico-tomista e si sarebbe accorto, se era leale, che le sue preoccupazioni erano inconsistenti. L’ignoranza della storia della filosofia fa deviare dalla verità anche grandi menti come quella di Kant.

Egli infatti non si è accorto che la metafisica ha ricevuto una volta per tutte da Aristotele il suo statuto scientifico, così come la geometria è stata fondata una volta per tutte da Euclide. Ma Kant, ingannato dalle sofistiche «meditazioni metafisiche» di Cartesio, ha creduto di dover stabilire i «prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia presentarsi come scienza», riproponendo la concezione cartesiana fondata non sulla percezione dell’ente oggettivo extramentale (extra animam), ma sul cogito cartesiano, che riduce il reale all’ideale.

Kant, quindi, non ha rifondato affatto la metafisica, ma l’ha corrotta, sostituendo l’idealismo al realismo. L’intelligenza naturale invece accede alla metafisica come scienza, allorché, sulla base delle nozioni e dei princìpi primi della ragione naturale, soprattutto il principio di non-contraddizione e di causalità, comincia a indagare il mondo dell’essere interrogandosi circa il significato e le cause dell’essere, nonché traendo conclusioni argomentate da premesse evidenti ricavate dalle nozioni originarie della ragione naturale e del senso comune.

Su queste basi e con questo metodo la metafisica progredisce continuamente sempre con nuove interrogazioni e più approfondite risposte atte a soddisfare la sete di verità dell’uomo circa il senso dell’esistenza e il fine ultimo della sua vita. E ci auguriamo che Papa Francesco, nella linea dei suoi Predecessori, continui a essere testimone della verità umana, che conduce a Colui che ha detto «chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18,37).

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 26 april2 2021

Le parole fondamentali della metafisica compaiono nel linguaggio umano sin dall’infanzia, non appena la ragione comincia a funzionare e il bambino esprime i suoi primi giudizi. 

Per questo mi piace chiamare la metafisica la «scienza dei bambini»

 

La mente si apre alla metafisica quando capisce la differenza fra l’essere e l’esistere. 

E questa differenza la coglie quando concepisce quelle cose che non hanno essere e tuttavia esistono. 

Si tratta di quello che si chiama ente di ragione (ens rationis), come per esempio l’ideale, l’immaginario, l’ente matematico, il nulla, il male, il contradditorio.


 Immagini da internet



[1] L’essere è percepito intuitivamente dall’intelletto al vertice di un processo astrattivo, che parte dalla percezione sensibile di una data cosa implicitamente intesa come ente, il cui concetto è quello ed è l’unico, nel quale, come dice l’Aquinate, si risolvono tutti i concetti della nostra mente. Questa intuizione è espressa nel verbo essere, propria della mente umana come tale, che si serve della copula del giudizio per la formulazione del giudizio. Cf B.-M.Simon, Esiste un’«intuizione» dell’essere? Edizioni ESD, Bologna 1995; J.Maritain, Sept leçons sur l’être et les premiers principes de la raison spéculative, Téqui, Paris 1933; Court traité de l’existence et de l’existant, Paul Hartmann Editeur, Paris 1947.

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