Il rimedio alla ambiguità del linguaggio - Prima Parte (1/3)

Il rimedio alla ambiguità del linguaggio

Prima Parte (1/3)

Ama la verità: mostrati qual sei, e senza infingimenti,

e senza paure e senza riguardi.

E se la verità ti costa persecuzione,

e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo.

E se per la verità dovessi sacrificare te stesso

 e tu sii forte nel sacrificio

                                                                       San Giuseppe Moscati

Vantaggi e difficoltà nascenti dal primo Papa gesuita

Papa Francesco sembra voler segnare una svolta rispetto alla pastorale dei Papi precedenti, nel senso di avviare una pastorale tale da scagionare il Papato dalle accuse tradizionali fatte alla Chiesa dai non-cattolici, ossia l’accusa dei massoni di essere superstiziosa, invadente, clericale, intollerante e antidemocratica, l’accusa dei liberali di essere autoritaria e illiberale, l’accusa degli scettici di essere rigida, dogmatica, inquisitoriale ed assolutista, l’accusa dei modernisti di essere trionfalista, conservatrice, medioevale, occidentalista, monolitica, immobile, fuori della storia, tradizionalista, arretrata e chiusa al nuovo e al mondo moderno, l’accusa dei protestanti di essere papista, pelagiana, aristotelica, scolastica, razionalista, burocratica, pedante, farisaica, piramidale, giuridista, legalista e meritocratica, l’accusa dei marxisti di essere borghese, reazionaria, capitalista, filoamericana e chiusa alle necessità dei poveri, l’accusa degli ortodossi di essere chiusa allo Spirito Santo, accentratrice, orgogliosa e di voler primeggiare.

Ora Papa Francesco, con la sua pastorale, ha messo un notevole impegno nel tentativo di scrollar di dosso al Papato tutte queste accuse, in parte giuste e in parte false e pretestuose e si è impegnato a mostrare al mondo un Papato aperto, fraterno, dimesso, egualitario, innovatore, riformatore, anticlericale, duttile, flessibile, accomodante, dialogante, misericordioso, attento alle necessità dei poveri, moderno, umile, indulgente, comprensivo, tollerante, pluralista, internazionalista, liberante, obbediente allo Spirito Santo, contro le astrattezze, il dogmatismo, il clericalismo, lo gnosticismo, il legalismo, il rigorismo, il conservatorismo, le nostalgie di un passato finito, le rigidezze, il tradizionalismo, il dottrinarismo, lo spirito inquisitoriale.

Ora, però, che cosa è successo? Come Francesco attua questo programma? Con quale linguaggio? È evidente che il Papa si è proposto di portare avanti la riforma conciliare e di sviluppare le dottrine del Vaticano II. E in ciò ovviamente fa il suo dovere. Il suo programma di rispondere alle critiche dei tradizionali nemici della Chiesa, su alcuni punti è senza dubbio centrato, per cui da una parte si è attirato la soddisfazione dei non-cattolici, che hanno visto riconosciute le loro critiche. Ma dall’altra parte su altri punti la linea di Francesco ha provocato un doloroso contraccolpo, pieno di malintesi, all’interno della Chiesa stessa. 

Sembra che Francesco non dia peso al lasciarci litigare tra fratelli di fede, lanciandoci reciproche accuse di falso cattolicesimo. Ma il mio timore è che Francesco nei suoi studi in Germania, a contatto con Romano Guardini, sia rimasto infetto dal virus hegeliano, secondo il quale il progresso e la sintesi non provengono dallo sviluppo e dall’esplicitazione nella continuità col magistero precedente, ma nel conflitto e nell’opposizione contradditoria fra il sì e il no.

Un mio amico Gesuita, ex-redattore de La Civiltà cattolica, ora defunto, s’incontrava spesso con Papa Francesco, il quale un giorno – come mi riferì questo stesso mio amico – gli confidò: «io sono un po’ furbo e un po’ ingenuo»: un autoritratto perfetto. Vediamo in quest’articolo la furbizia di Papa Bergoglio. L’ingenuità consiste nel circondarsi di collaboratori astuti, dei quali per ingenuità non s’accorge che non meritano quella fiducia che egli concede loro. Oppure altri dice che se li tiene vicino per tenerli sotto controllo, affinchè non facciano maggior danno da qualche altra parte. Altri dicono che deve sopportarli, per la difficoltà di poterli allontanare: tanto è diventato, persino alla Santa Sede, il potere dei modernisti!

Quanto al caso dell’ambiguità, strumento prediletto della furbizia, non si tratta di accogliere il sì e di respingere il no, ma di accoglierli entrambi, nell’idea che la conciliazione non viene dalla soluzione del conflitto – cosa ritenuta impossibile e controproducente -, ma al contrario dal tenerlo acceso, perché l’accordo o «sintesi» non nascerebbe da un’identità e da un accordo di base e di partenza, ma sarebbe effetto della stessa contraddizione, la quale evidentemente resta irrisolta, per cui il conflitto resta. La pacificazione è solo di facciata, una pace a parole, ma il conflitto non si spegne.

La negazione (antitesi), negando se stessa, dovrebbe restaurare l’affermazione (tesi) iniziale. Ma il fatto è che in questo metodo dialettico di origine hegeliana, l’affermazione non può stare senza la negazione, il sì non può stare senza il no, per cui non si dà un’alternativa o sì o no, ma si dà e sì e no. L’aut-aut è ridotto ad et-et. Per questo l’alterità esiste al solo prezzo della contraddizione. La negazione è considerata il fattore del progresso al posto dell’affermazione.

Ora, capita a tutti, anche a coloro che maggiormente curano la proprietà e la lealtà del linguaggio, di pronunciare ogni tanto una frase ambigua, a doppio senso. Ma costoro si premurano subito di chiarire appena si accorgono di essere fraintesi, e manifestando quello che intendevano dire o dandone la retta interpretazione.

Questo Papa, al contrario, oltre a pronunciare molto spesso frasi ambigue o interpretabili in sensi opposti, non pare preoccupato di tenerle a freno, ma oltre a ciò, dopo averle pronunciate, benché sorgano subito gli inevitabili contrasti di interpretazione, non si cura di chiarire o spiegare qual è l’interpretazione giusta, prendendo le distanze da chi lo fraintende, e sembrando approvare sia l’una che l’altra interpretazione.

Tuttavia difficilmente si può ipotizzare nel caso di Papa Francesco una vera e propria malizia, che sarebbe piuttosto grave, atteso l’immenso pubblico che è in suo ascolto. Le sue esternazioni problematiche si potrebbero forse spiegare anche in altro modo, come segno di insufficiente cultura teologica, come forme di improprietà di linguaggio, o come espressioni umorali o impulsive o come lapsus psicologici o come modi di scherzare.

Ci pare di trovarci talvolta di fronte a un carattere bizzarro o a forme caratteriali. Tuttavia, per nostra consolazione, non le si riscontra nei documenti di massimo livello ufficiale. Se vi sono difficoltà interpretative, come nell’Amoris laetitiae, si possono risolvere.

Comunque, la predicazione del Papa richiede da noi fedeli un continuo sforzo interpretativo per far quadrare i conti con l’ortodossia. A meno che con i lefevriani, non lo giudichiamo senz’altro un eretico e un modernista. Ma ciò non ci è consentito per il fatto che un Papa non può essere eretico, perché se ciò potesse succedere – cosa che del resto non è mai successa – dovremmo dire che Cristo ci ha ingannati, quando ha dato a Pietro l’incarico di confermare i fratelli (Lc 22,32).

Del resto, anche ammesso che il Papa turbi la fede dei fedeli o dia prova di mal governare la Chiesa, non esiste sulla terra nessuna autorità superiore o arbitrale, che possa giudicarlo riguardo all’esercizio del suo ministero, come recita il diritto canonico: «La Santa Sede non è giudicata da nessuno» (Can.1404). Potrebbe essere giudicato dalle autorità civili nel caso commettesse un crimine contro il Codice civile.

Ma il problema è che Francesco non turba e non scandalizza solo i tradizionalisti infetti di fariseismo e ostinazione, che dopo cinquant’anni ancora non hanno capito che le dottrine del Concilio Vaticano II costituiscono un progresso, ossia una migliore conoscenza e promozione della Parola di Dio, per cui non creano affatto una rottura con la Tradizione, ma la confermano e sono in continuità con essa.

Papa Francesco mette a disagio ogni cattolico normale, tradizionalista o progressista che sia, il quale pensa e vive all’interno dell’orizzonte dell’ortodossia così come risulta dalle dottrine del Vaticano II, così come sono interpretate dal Catechismo e dai Papi del postconcilio fino a Francesco.

Certo, questi cattolici, spesso con uno sforzo, danno un’interpretazione benevola. Ma perché non esprimersi con chiarezza, come hanno fatto i Papi del passato? Certo anche nel loro caso capitava che certe loro affermazioni suscitassero dubbi o discussioni su come andavano interpretate. Ma succedeva di rado.

Oggi, considerando che Francesco parla molto spesso, tante sue frasi sono oggetto di immediate controversie ermeneutiche, considerando anche la più ampia e facile diffusione delle notizie consentite dai moderni mezzi di comunicazione. Certo ai modernisti Papa Francesco va bene così com’è. Ma questo fatto dovrebbe allarmarlo e renderlo proclive a correggersi, perché i modernisti, constatando che in quelle frasi ambigue il Papa sembra un modernista, se lo accaparrano ritenendolo senz’altro e sbandierandolo come uno dei loro.

Capisco quindi che Francesco non si occupi dello scandalo dei farisei, del resto una piccola minoranza nella Chiesa. Ma perché non tiene conto neppure di quello dei buoni cattolici? Non si rende conto di quanto li delude e li fa soffrire? Cercano in Francesco un pastore che li conforti e invece trovano uno che li getta nello sconcerto. Cercano luce e trovano ambiguità. Cercano un terreno solido e trovano le sabbie mobili. Si rende conto di quanto egli mette alla prova la loro fede? Ma essi non sono già provati abbastanza da altre parti perché adesso ci si metta anche il Papa? Non c’è nessuno che lo informi? Non è capace di correggersi?

Quello che dispiace è anche il fatto che questo disagio è manifestato soprattutto da laici, giovani, seminaristi, preti, religiosi, giornalisti, intellettuali, scrittori, professionisti, filosofi o teologi. Ma i vescovi e i Cardinali non si sentono, salvo pochissime eccezioni. Difficile capire la loro condotta: hanno tentato di parlare al Papa? È impossibile che gli elementi buoni non siano preoccupati. Pare che il Papa non accetti osservazioni e sia sensibile alle lodi dei modernisti. Anche questa è ingenuità o sensibilità alla vanagloria. Non bisogna tuttavia perdersi d’animo, perché il Papa dà qualche segno di correggersi.

Possibile che non ci sia qualche buon vescovo o Cardinale che non sappia suggerire pubblicamente al Santo Padre una via d’uscita, una condotta e un linguaggio adatti a suscitare rispetto per lui da ambo le parti, a farle conciliare fra di loro in una fraterna reciprocità, nell’obbedienza al Padre comune e nella condivisione dell’unica fede? Possibile che si debbano sentire solo voci amareggiate o adulatorie? Non comprende il Papa che i modernisti lo stanno circuendo e che non tutto è sbagliato nelle critiche dei lefevriani? Tra Don Minutella e il Card. Kasper chi è che sa meglio qual è l’autorità del Papa?

Il caso più eclatante di equivocità, come tutti sanno, è quello di Amoris laetitia, documento ufficiale trattante un argomento di somma importanza, come il tema del matrimonio e della famiglia. L’enciclica contiene ottimi insegnamenti, nel solco della tradizione.

Ma ecco che, proprio su quel punto circa il quale tutti erano in attesa di una chiara ed autorevole risposta del Papa – se sia lecito o no che i divorziati risposati ricevano i sacramenti -, argomento che avrebbe richiesto per la sua delicatezza, un documento a parte, come fece San Paolo VI per la questione degli anticoncezionali, ecco che tutto quello che il Papa dice si restringe alla breve nota 351, nella quale non è neppur chiaro se si tratta di una vera legge o di una semplice ipotesi di legge.

Ma come se ciò non bastasse, alla richiesta di chiarimenti fatta da alcuni illustri membri del Sacro Collegio, il Papa non si è degnato neppure di rispondere, egli che predica e pratica continuamente il dialogo anche con i più lontani.

Anche la reticenza circa le verità di fede è per un pastore segno di ambiguità, perché non è chiaro se le tace per opportunità o perché non ci crede. Certo, nel caso di Papa Francesco, non possiamo pensare che le verità che tace le rifiuti, sempre per il motivo che un Papa non può essere eretico, e tuttavia amareggia il fatto che Francesco taccia sistematicamente su talune verità di fede, che, guarda caso, dispiacciono ai modernisti e ai luterani, come l’esistenza dell’inferno, la necessità dei meriti per entrare nella vita eterna, l’infallibilità pontificia, l’immutabilità dei dogmi, la natura dell’eresia, l’esistenza del purgatorio, il valore espiativo e soddisfattorio del sacrificio di Cristo, il primato del cattolicesimo sulle altre religioni, il dovere dei non-cattolici di convertirsi al cattolicesimo, la differenza fra giustizia e misericordia, i privilegi celesti della Madonna.

Uno scalatore di montagna vuole esser certo che i chiodi che ha piantato nella roccia lo reggano. Il paracadutista che deve gettarsi nel vuoto, vuol essere certo che il paracadute si può aprire. il pilota che deve attraversare l’oceano verifica che il carburante sia sufficiente. Il cercatore di funghi vuol esser certo di non aver raccolto funghi velenosi. Il paziente vuol esser certo che il farmaco che ha preso sia quello giusto.

Ora, il Papa è un fratello che Cristo ha incaricato di assicurarci che siamo sulla via giusta, di proteggerci e di avvisarci contro il pericolo o l’errore, di indicarci il cammino della verità in un affare così importante qual è il nostro eterno destino. Il Papa può sbagliare in tante cose, ma non in questa.

La prima delle misericordie che il Papa deve usare nei nostri confronti, il compito che egli solo in tutta la Chiesa, assistito dallo Spirito Santo, può svolgere infallibilmente, è proprio quello di presentarci con chiarezza il Vangelo e tutto il Vangelo.

Se quindi un Papa, all’esposizione dei nostri dubbi, alla nostra richiesta di indicarci il cammino nelle risposte, è evasivo, ambiguo o addirittura non risponde, che dire? Il Papa è la roccia sulla quale poggiare con sicurezza; ma se anche la roccia traballa, che fare?

Ci attendiamo un padre che dissipi l’equivoco e non che lo ripeta, che ci dia serenità e non preoccupazione, che semplifichi e non complichi le cose. Il direttore spirituale gesuita, col suo famoso «discernimento», è rinomato per far luce, dar conforto e certezza al penitente. Francesco non ha imparato qui dai grandi maestri della Compagnia di Gesù?

Nelle discussioni fra teologi cattolici e teologi modernisti o lefevriani il fedele comune difficilmente capisce chi ha ragione ed anzi viene facilmente frastornato dai sofismi e dalle ambiguità degli eretici o scismatici.

Perché Papa Francesco non incarica qualche Cardinale o vescovo o teologo di sua fiducia per dar ragione a chi ha ragione, mettendo in chiaro le cose, magari servendosi de L’Osservatore Romano, come è stato d’uso fino a Benedetto XVI? Oppure servendosi del Teologo della Casa Pontificia, il Padre domenicano Giertich, che invece da quando Francesco è Papa non si è mai sentito? Che cosa sta a fare?

Un elenco di frasi problematiche

1.«Chi sono io per giudicare?». Non intende negare l’esistenza di una legge morale oggettiva ed universale, ma la sua inabilità a giudicare delle decisioni personali nell’intimo della coscienza, prese in foro interno. Tuttavia sembra un pronunciamento permissivistico, come molti l’hanno inteso.

2. «Non esiste un Dio cattolico. Dio non è cattolico ma universale. Dio è di tutti e ciascuno lo legge a suo modo»[1].  Vuol dire che Dio è Dio di tutti, non dei soli cattolici. Tuttavia la lettura cattolica è quella migliore di tutti perché ci è rivelata da Cristo, al quale tutti devono credere. A parte che «cattolico» vuol dire «universale», sembra escludere la validità di una concezione cattolica di Dio.

3. «Dio si è rivelato come storia, non come un compendio di verità astratte»[2]. Intende riferirsi al Verbo incarnato. Tuttavia perché non precisare che Cristo manifesta la sua dottrina nei dogmi della fede?

4. «Alcuni continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere»[3]. Non si riferisce al principio dell’aut-aut e del terzo escluso, ma rigetta quelle mentalità estremiste, che non vedono un punto medio fra due estremi. Però sembra che non accetti il sì, sì, no, no.

5. «Non esiste una verità assoluta. La verità è una relazione. È l’amore di Cristo per noi». Intende riferirsi a Cristo. Tuttavia occorreva precisare: Cristo è bensì verità assoluta, ma Verità che per amor nostro si pone in relazione a noi. Dal punto di vista trinitario la Verità è Relazione: è il Figlio.

Comunque suona male ed anzi è errato negare l’esistenza della verità assoluta. Infatti verità assoluta è la verità sic et simpliciter e senza condizioni, universale sovratemporale, immutabile, eterna ed incondizionata. Essa al limite è Dio stesso: «Io sono la Verità». Esistono verità speculative e morali assolute non sotto ogni punto di vista, ma relativamente al loro contenuto. La verità assoluta può essere umana e divina. Verità relativa è la verità relativa o al soggetto o alle circostanze di tempo e di luogo. Cristo è Verità assoluta divina che si relaziona a noi. Ma non per questo diventa verità relativa. Qui il Papa si mostra troppo sbrigativo nel toccare un tema di tanta portata.

6. «Ciascuno di noi esprime la verità a partire da sé, dalla sua storia e cultura e dalla situazione in cui vive». Si riferisce all’origine dal nostro io dell’atto col quale concepiamo la verità. Non nega che la verità dipenda dall’adeguarsi della nostra idea alla realtà. Anzi altrove sostiene proprio questo. Forse però gli conveniva fare questa precisazione, perché quest’affermazione da sola ha un sapore soggettivistico, relativistico e situazionistico.

7. «Ascoltare ed obbedire alla coscienza significa decidersi di fronte a ciò che viene percepito come bene o come male»[4], supponendo che la coscienza si sia informata su ciò che è bene e ciò che è male.

8. «Ciascuno ha una sua idea del bene e del male e deve scegliere di seguire il bene e di combattere il male come lui li concepisce»[5]. Deve però previamente far sì che la sua idea corrisponda a ciò che oggettivamente è bene ed è male.

9. «Ciascuno di noi ha una sua visione del bene e del male e deve scegliere di seguire il bene e combattere il male come lui li concepisce»[6]. È vero che ciascuno deve seguire la propria coscienza. Ma ciò che io concepisco come bene è veramente ed oggettivamente bene?

10. «L’anima non è immortale e l’inferno non esiste». È quanto riferisce Scalfari. Ma ne siamo sicuri? Eppure il Papa non ha smentito.

11. «La Trinità sono tre individui che litigano a porte chiuse e fanno sapere all’esterno che sono d’accordo». Queste parole sconcertanti sono probabilmente una battuta scherzosa. Ma è conveniente scherzare su queste cose?

12. «Non ho mai capito l’espressione “valori non negoziabili”[7]». Sorprende che il Papa non capisca un’espressione così intuitiva, seppur metaforica. Sono i valori che non hanno prezzo, che non sono in vendita. Sono i valori irrinunciabili, i valori morali. Su di essi tanto ha insistito Benedetto XVI. Di recente, tuttavia, nell’enciclica Fratelli tutti, il Papa ne fa le lodi e li raccomanda.

13. «Vai a convincere un altro che si faccia cattolico? No, no, no! Vai ad incontrarlo: è tuo fratello! E questo basta. Tu vai ad aiutarlo, il resto lo fa Gesù, lo fa lo Spirito Santo»[8]. Intende dire che l’agente principale della conversione è lo Spirito Santo. Ma ad esprimersi così c’è il rischio di non tener conto della parte riservata al predicatore della fede.

14. «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea»[9], probabilmente si tratta di un difetto d’espressione. Se il Papa fosse stato esatto, avrebbe dovuto esprimersi così: «Il Vaticano II è stato un’interpretazione e una valutazione della cultura contemporanea alla luce del Vangelo». È il Vangelo che deve giudicare il mondo, non viceversa. L’esprimersi come Papa Francesco ha un sapore modernista.

16. «Gesù pronuncia solo la parola pel perdono, non quella della condanna»[10]. Forse intendeva riferirsi al passo evangelico in cui si dice che Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare il mondo. Ma l’esprimersi a questo modo rischia di far cadere nell’errore, perché in realtà Gesù condanna i malvagi (Mt 25,41).

17. Le lodi di Lutero. Qualificare Lutero come «intelligente, vero riformatore con l’intenzione di non dividere la Chiesa, e che offre la medicina», è estremamente equivoco se non si precisa che questo fu soltanto il Lutero giovane, prima della rottura con la Chiesa.

18. «La fine della storia sarà un’immensa tenda, dove Dio accoglierà tutti gli uomini per abitare definitivamente con loro»[11]. Appare evidente il contrasto con le previsioni di Cristo della separazione dei giusti dai malvagi (Mt 25). Che dire, allora? Non si tratta di magistero autentico, ma di opinione privata ad esso contraria. Qui il Papa non parla a nome di Cristo, ma di se stesso.

19. «Alla fine della storia c’è Gesù misericordioso e tutto verrà salvato. Tutto»[12]. Francesco si è dimenticato delle altre parole del Signore: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!» (Mt 25,41). Del resto, se amiamo veramente la virtù, non possiamo amare nel contempo anche il peccato: aut-aut. Tertium non datur.

20. L’acquiescenza a Pachamama. Papa Francesco avrebbe dovuto distinguere l’uso dell’immagine di Pachamama per l’inculturazione della liturgia amazzonica intesa come immagine della madre terra creata da Dio e il culto di Pachamama come dea madre terra.

21. «Il Padre ha reso Cristo peccato». Qui il Papa ha cambiato le parole di San Paolo: «lo trattò da peccato» (II Cor 5,21). Vuol dire che Cristo ha preso su di sé non il peccato, ma la pena del peccato. Sembra affermare che Cristo ha peccato.

22. «Non conosciamo il perchè della sofferenza dei bambini». In base alla semplice ragione. Ma la fede ci dice che anche i bambini patiscono le conseguenze del peccato originale.

23. «La salvezza è gratuita ed incondizionata». Si riferisce alla perseveranza finale, che non è meritata. Ma se vogliamo entrare nella vita eterna, dobbiamo osservare i comandamenti. In questo senso la salvezza è ad un tempo meritata e gratuita.

24. «La diversità delle religioni corrisponde alla volontà di Dio». Dice la diversità e non i contrasti. In tal senso è vero: sarebbe falso se per «diversità» intendesse «contrasti», i quali invece sono conseguenza del peccato originale

25, «La Madonna non è corredentrice». Avrebbe dovuto distinguere due sensi della medesima parola. Se per corredentrice s’intende redentrice alla pari di Cristo, certamente Maria non è corredentrice. Ma se con la parola s’intende partecipe della redenzione di Cristo, la cosa può essere senz’altro ammessa, tanto più che l’espressione è tradizionale sin dal sec. XV ed è stata usata anche da Papi come Benedetto XV e San Giovanni Paolo II.

26. «La Madonna non è nata santa». Occorreva distinguere santità iniziale e santità finale. Altrimenti sembra negare l’Immacolata Concezione.

27. «Siamo tutti fratelli e figli di Dio». Quest’affermazione, che ha ripeto molte volte, può essere intesa bene nel senso di una fratellanza laica o naturale e di una figliolanza di Dio in senso metaforico, come si trova nell’Antico Testamento e nello stesso paganesimo. Ma dovrebbe nel contempo chiarire la differenza fra la paternità divina in senso naturale e quella in senso cristiano e così pure tra fratellanza umana universale basata sulla ragione e sulla comune natura umana e fratellanza cristiana fondata sul battesimo e sull’esser fratelli in Cristo.

Fine Prima Parte (1/3)

P. Giovanni Cavalcoli 

Fontanellato, 4 luglio 2021.

 

È evidente che il Papa si è proposto di portare avanti la riforma conciliare e di sviluppare le dottrine del Vaticano II. E in ciò ovviamente fa il suo dovere. 

Il suo programma di rispondere alle critiche dei tradizionali nemici della Chiesa, su alcuni punti è senza dubbio centrato, per cui da una parte si è attirato la soddisfazione dei non-cattolici, che hanno visto riconosciute le loro critiche. Ma dall’altra parte su altri punti la linea di Francesco ha provocato un doloroso contraccolpo, pieno di malintesi, all’interno della Chiesa stessa. 

Immagine da internet

[1] Cit. da Antonio Socci, Non è Francesco. La Chiesa nella grande tempesta, Mondadori Editore, Milano 2014, p. 162.

[2] Cit. da José Antonio Ureta, Il «cambio di paradigma» di Papa Francesco. Continuità o rottura nella missione della Chiesa? Instituto Plinio Correa de Oliveira, Sao Paulo, 2018, p.104.

[3] José Antonio Ureta, op.cit., p. 152.

[4] Antonio Socci, op.cit.,p.154

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Antonio José Ureta, op.cit., p. 21

[8] Socci, op.cit., p.165

[9] Ibid.

[10] Ibid., p.166.

[11] Discorso del 23 agosto 2017.

[12] Discorso dell’11 ottobre 2017.

9 commenti:

  1. P. Bergoglio non ha compiuto nessuno studio in Germania, avendovi soggiornato per solo tre mesi...

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  2. «Gli insegnanti e gli studenti della Scuola Superiore di Filosofia e Teologia Sankt Georgen si rallegrano per l'elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio a Vescovo di Roma e a Capo della Chiesa Cattolica. L'ex [Padre] Provinciale della provincia argentina dei Gesuiti è legato alla nostra scuola superiore, poiché egli, in occasione di un soggiorno di studio in Germania alla metà degli anni ottanta, trascorse alcuni mesi a Sankt Georgen per consultarsi con singoli professori su un progetto di tesi di dottorato. Egli a Sankt Georgen non ha conseguito alcun diploma. Noi auguriamo al nuovo Papa un felice e prospero periodo di governo e siamo uniti a lui nella preghiera»

    ((DE) Papst Franziskus, su sankt-georgen.de, Sankt Georgen, 14 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 12 aprile 2013). (traduzione propria))

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  3. In link la biografia di p. Bergoglio.
    Potrà leggere al capoverso 6 con quanta ambiguità si tratta la questioone degli studi in Germania.
    https://www.vatican.va/content/francesco/it/biography/documents/papa-francesco-biografia-bergoglio.html
    Buona giornata!

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    1. Caro Jaine Carlos, per quanto mi risulta Padre Bergoglio nel 1986 andò in Germania col progetto di fare una tesi di dottorato su Romano Guardini, ma dopo pochi mesi rinunciò e tornò in Argentina. Cf. Massimo Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaka Book, Milano, 2017, p.118.

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  4. E per concludere sugli studi teologici di p. B.:
    https://www.catalunyareligio.cat/it/node/159731

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    1. Caro Jaine Carlos, per quanto mi risulta Padre Bergoglio nel 1986 andò in Germania col progetto di fare una tesi di dottorato su Romano Guardini, ma dopo pochi mesi rinunciò e tornò in Argentina. Cf. Massimo Borghesi, Jorge Mario Bergoglio. Una biografia intellettuale, Jaka Book, Milano, 2017, p.118.

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  5. Non "dottore in teologia" ma dottorando...ossia un Papa che non è dottore in teologia. Un caso unico nella storia del Papato?!

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    1. Caro Jaine Carlos, per la verità, secondo la biografia ufficiale della Santa Sede, Padre Bergoglio prese la laurea in teologia nel Collegio San Giuseppe di Buenos Aires.
      Ma per essere Papi non c’è bisogno di essere dottore in teologia!
      Come può affermare che è un caso unico nella storia del Papato?
      Il dottorato in teologia è un istituto che risale al 13mo secolo.

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