30 agosto, 2023

Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach - Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione - Quinta Parte (5/5)

 Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach

Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione

 
 Quinta Parte (5/5)

L’ateismo di Feuerbach

Feuerbach, come Hegel, distingue il materiale dallo spirituale, solo che per lui il reale primario ed originario non è lo spirito, ma la materia. Abbiamo una ripresa di Democrito e di Epicuro contro il platonismo di Hegel, benché Hegel apprezzasse anche Eraclito, il che implica materialismo.  

Hegel connette lo spirituale all’ideale, ma nel contempo lo spirito è il reale; è la vera sostanza, è la vera essenza; è il Soggetto, è l’Idea, è l’essere. Ma è essere come divenire, come storia, come mondo, come uomo e così vediamo che l’idealismo hegeliano non è come quello platonico, schifiltoso e guardingo nei confronti dei sensi, del corpo, delle passioni e della materia. D’altra parte per Hegel, come sappiamo bene, l’ideale (razionale) coincide col reale, per cui nasce uno spiritualismo materialista. Non è difficile allora cavar fuori da questo spiritualismo un materialismo spiritualista. Ed è quello che fece Feuerbach.

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Per Feuerbach l’essenza dell’uomo è l’essenza di Dio. Gli attributi divini sono gli attributi dell’uomo. Naturalmente questa identificazione dell’essenza umana con quella divina, non significa che l’uomo sia onnipotente come Dio, ma ciò non porta Feuerbach a rinunciare al suo panteismo perché in ogni caso per lui l’uomo resta onnipotente se non in senso effettivo, almeno in senso ottativo.

La gnoseologia di Feuerbach è realista; conosciamo le cose materiali che sono fuori di noi. Oggetto del sapere è il mondo materiale, è la natura, è l’uomo stesso in quanto sostanza sensibile ed amabile, perché l’uomo è fatto per l’uomo, così come uomo e donna sono fatti l’uno per l’altra.

L’ateismo più seducente ed intelligente è indubbiamente quello di Feuerbach, di tipo umanistico, affettivo, solidaristico e dialettico, che sarà ripreso da Marx. È l’ateismo che deriva direttamente dal panteismo hegeliano. È un ateismo chiaro e dichiarato, a differenza della perplessità nella quale ci lasciano Husserl, Heidegger o Severino.

Immagina da Internet: Ludwig Feuerbach

29 agosto, 2023

Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach - Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione - Quarta Parte (4/5)

 

 Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach

Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione

 
 Quarta Parte (4/5)
 

Io Sono

La ragione kantiana è diventata più pretenziosa di quella cartesiana: mentre Cartesio si sforza di fornire delle prove dell’esistenza di Dio, anche se tali prove alla fine sono petizioni di principio, Kant, più audace, ma conseguente riguardo alla concezione cartesiana della ragione, libero dal timore dell’inquisizione, mostra che se la ragione da sé costruisce quel proprio sommo fastigio, quel supremo coronamento e ricapitolazione di tutta l’attività sistematica della ragione, che è l’«ideale trascendentale», Dio si riduce alla rappresentazione simbolica dell’ideale della ragione, mentre Kant si premura di mettere in guardia dalla sottile se pur comprensibile tentazione di  trasformare questo che non è altro che un ideale in un personaggio celeste chiamato «Dio», al quale render culto come se si trattasse di una persona reale. 

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Per Schelling noi giungiamo a sapere che Dio esiste non partendo dall’esperienza delle cose ed applicando il principio di causalità, ma secondo il metodo cartesiano della riflessione sull’io così come fu intesa da Spinoza.

Per Spinoza, nel momento in cui io prendo coscienza di me stesso dal punto di vista dell’eternità, ossia assumendo la sguardo di Dio, sotto lo sguardo di Dio e nello sguardo di Dio, mettendomi dal punto di vista di Dio, concepito mediante l’occhio di Dio, necessariamente ho la conoscenza di Dio e so di essere in Dio e di essere concepito mediante Dio stesso. Dunque Spinoza crede che dal cogito si possa ricavare un esser pensato da Dio, in modo tale che l’io acquista lo sguardo col quale Dio stesso vede il mio io. Ma siccome lo sguardo di Dio è Dio, ecco che il mio io si presenta come divino, esistente in Dio ed identico a Dio.

Severino fonda la sua filosofia sull’«essere-che-non-può-non-essere». Ora l’assolutamente necessario, come aveva ben visto Kant e aveva dimostrato San Tommaso d’Aquino, non può essere che Dio. Invece Severino dice che non si tratta di Dio, del quale anzi nega l’esistenza come supremo ente, causa prima delle cose. Severino ammette, come Parmenide, solo l’esistenza dell’assolutamente necessario e nega l’esistenza del contingente. E allora si capisce perchè il suo Assoluto non è Dio. Confondere infatti l’essere tout court con l’essere necessario non è teismo ma panteismo.

Noi possiamo sì cogliere l’Infinito, ma solo finitamente. Illusione del panteista o dello gnostico è invece quella di credere che il finito possa diventare infinito o che l’infinito sia finito o che l’infinito possa finitizzarsi.

Immagine da Internet: Baruch Spinoza

28 agosto, 2023

Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach - Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione - Terza Parte (3/5)

 Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach

Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione

 
 Terza Parte (3/5)

Col sorgere del razionalismo

il concetto dell’esistenza si degrada in quello dell’essenza.

L’ideale interessa di più del reale

Con Cartesio l’attenzione dei filosofi si sposta dall’attenzione alla realtà sensibile esterna, circa la quale si avanza il dubbio, alle nostre idee, che appaiono come i dati primi, «a priori», certissimi ed inconfutabili del nostro sapere. Ciò che appare interessante non è più la realtà, come nel realismo medioevale, ma sono le essenze concepite nelle idee, sono in sostanza le idee. Qui appare l’idea di Dio. In questa nuova visuale noi non cogliamo l’esistenza, ma l’idea dell’esistenza.

Più che sapere se Dio esiste, interessa sapere se esiste l’idea di Dio. Resta il problema se dall’idea di Dio e dell’esistenza, si può dedurre un Dio reale e un’esistenza reale al di fuori della nostra mente e indipendente dalla nostra mente. Ci si dimentica che noi formiamo le nostre idee in base all’esperienza del reale e non sappiamo che c’è il reale perché ne abbiamo l’idea.

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Il deismo, che è la posizione assunta da Kant, costituisce un indebolimento del teismo. L’immagine di Dio, passando dal teismo al deismo si sbiadisce. La visione si appanna e si annebbia. Il distinto diventa confuso. Gli attributi diminuiscono. Il mistero perde la sua misteriosità e si rimpicciolisce nelle dimensioni della nostra ragione.

Nel teismo Dio è una persona spirituale infinita e trascendente, un Tu col quale il credente parla e Che parla al credente, rivelandogli per mezzo di Cristo i misteri soprannaturali della sua intima essenza, formulati nei dogmi insegnati dal Magistero della Chiesa. Nel deismo Dio è ente supremo nel senso di una suprema idea come principio primo unificante ed originante tutto il sistema delle conoscenze e delle scienze razionali speculative e pratiche, naturali ed umane.

Possiamo dire che il Dio di Cartesio è ancora il Dio che si rivela nella dogmatica cattolica, che Cartesio come cattolico indubbiamente accettò.

Tuttavia il cogito, così come sarà esplicitato nei secoli seguenti, contiene di fatto, come lo dimostreranno gli stessi filosofi idealisti che si sono basati su di esso, pretese esorbitanti, che vanno ben al di là dei limiti consentiti dell’io umano e lo mutano in divino, come se io potessi dire del mio io “Io Sono” allo stesso modo in cui lo dice Gesù Cristo.

Il modo serio di porsi il problema dell’esistenza di Dio non è semplicemente quello se abbiamo o non abbiamo un’idea innata di Dio ed eventualmente, come fece Sant’Anselmo, affermare che Dio esiste perché abbiamo l’idea dell’id quo nihil maius cogitari potest.

Il problema è se esiste un Dio creatore. La massima potenza della ragione, il suo bisogno più profondo, la sua esigenza più radicale si manifestano quando la ragione affronta il problema della creazione. Perchè le cose esistono piuttosto che non esistere, dato che potrebbero non esistere? Chi le fa esistere? Come dev’essere il creatore della loro esistenza? Questo è il problema di Dio posto nei termini giusti, in maniera veramente seria e non come se si trattasse di un problema di idee. È un problema di realtà, non di idee.

Immagine da Internet: Statua di Anselmo d'Aosta, Cattedrale di Canterbury

27 agosto, 2023

Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach - Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione - Seconda Parte (2/5)

 

 Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach

Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione

 
 Seconda Parte (2/5)
 

L’esistenza di Dio non pare oggi

esser più oggetto di dimostrazione, ma di esperienza

Nei secoli passati, sin dall’antichità i filosofi hanno sempre discusso e dibattuto la questione circa l’esistenza di Dio, se essa si possa o non si possa dimostrare razionalmente.  I cattolici, consapevoli del valore e del potere della ragione e basandosi sull’insegnamento stesso della Scrittura (Sap 13,5 e Rom 1,20) hanno sempre avuto cura di portare prove convincenti dell’esistenza di Dio, confutando le posizioni fideistiche, scettiche, agnostiche ed atee, ed avendo cura di elaborare un giusto concetto di Dio, ben distinto da quello naturalistico, politeistico, antropomorfico o panteista. 

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La questione concernente l’esistenza di Dio non è tale per cui possa legittimarsi uno stato di dubbio e di indecisione, come può essere la questione se Atlantide sia o non sia esistita.

Infatti la scoperta dell’esistenza di Dio è effetto di un ragionamento spontaneo, che tutti fanno almeno implicitamente, sicchè tutti sanno che Dio esiste e che a Lui devono render conto del loro operato.

Non c’è dubbio che l’esistenza del male nel mondo, delle calamità naturali, dei difetti umani e della malvagità umana spesso impunita, accanto alla sofferenza degli innocenti, costituisce un motivo di difficoltà ad ammettere l’esistenza di un Dio infinitamente buono, giusto e misericordioso, che non vuole il peccato e castiga il malfattore.

San Tommaso, considerando il male nella massima ampiezza del suo significato, osserva che anche l’esistenza del male è una prova dell’esistenza di Dio.

Oggi non solo l’ateismo non fa problema, ma anche fra coloro che ammettono l’esistenza di Dio o si dichiarano cattolici, circolano su Dio le idee più strane ed assurde, attinte da altre religioni o da filosofie pagane, magari sotto pretesto della mistica o del fatto che l’essenza divina è al di sopra dei nostri concetti.  

In tal modo sono vastamente diffuse concezioni di Dio idealiste, storiciste, panteistiche, induiste, cabalistiche, antropomorfiche, mitologiche, teosofiche.

Il Concilio Vaticano II ha giustamente segnalato «l’ateismo come una fra le cose più gravi del nostro tempo» e vi ha dedicato particolare attenzione presentandone cause e rimedi.

 
Immagine da Internet: L'Atlantide, Makim Kantor

26 agosto, 2023

Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach - Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione - Prima Parte (1/5)

 

 Il concetto di Dio da Kant a Feuerbach

Da Dio come idea della ragione a Dio come alienazione della ragione

 Prima Parte (1/5)

La negazione dell’esistenza di Dio

è la conseguenza logica

di una falsa dimostrazione dell’esistenza di Dio

Lo scopo che mi propongo in questo articolo è di dimostrare che l’ateismo di Feuerbach è la conseguenza estrema del falso teismo di Kant, basato sul cogito cartesiano, per cui, per trovare le radici prime dell’ateismo moderno, bisogna arrivare al cogito di Cartesio.

Infatti, tanto la res cogitans quanto la res extensa sono princìpi di ateismo: la prima, in quanto ragione autosussistente non bisognosa di essere creata; la seconda, in quanto, come già notava lo stesso Voltaire, non ammette una vera realtà corporale esterna all’uomo, ma pone un mondo meramente meccanico sistemato dalla ragione matematica, sicchè vien meno la domanda di chi lo ha creato se non la ragione umana.

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Il problema dell’esistenza di Dio è il problema dell’esistenza dell’origine, del fondamento, del principio e del perché primo e radicale delle cose e dell’intera realtà, sperimentata dai sensi e conosciuta dalla ragione. È il problema dell’esistenza di un assoluto a cui tutto sia relativo. È il problema di sapere come si giustifica l’esistenza del contingente, del diveniente, del corruttibile, del transeunte, del finito.

Abituati come siamo nell’esperienza quotidiana a supporre che ogni fenomeno abbia bensì una causa, ma questa a sua volta causata, non è di immediata evidenza la necessità di porre una causa prima. Benché già Aristotele invece se ne fosse accorto col suo principio ananke stenai, «bisogna fermarsi».

La conclusione atea circa l’origine e il fondamento della realtà non è ragionevole.

Immagine da Internet: Aristotele

24 agosto, 2023

Il parto della Madonna

 Il parto della Madonna

La visione di Santa Brigida di Svezia

In occasione di un pellegrinaggio a Betlemme nel 1372, Santa Brigida di Svezia ebbe una visione del parto di Maria, che essa descrive con queste parole:

«Con le mani alzate e gli occhi rivolti al cielo Maria stava in ginocchio come rapita in dolcissima estasi di contemplazione, inebriata di divina dolcezza. Mentre era così assorta nella preghiera, vidi muoversi Colui che era nel suo grembo e subito, in un momento, in un batter d’occhio, diede alla luce il suo Figlio. Dal Neonato emanava tanta indescrivibile luce e tanto splendore, che il sole non potrebbe reggere al confronto; e la torcia, che il vecchio aveva portato dentro la grotta, non dava più alcun chiarore, perché quel divino splendore aveva annullato il materiale chiarore della candela.
Ma il modo di partorire era stato tanto improvviso e rapido che io non potei né scorgere né distinguere in qual modo e in quale parte del corpo il parto sia avvenuto. Ma vidi subito il glorioso Bambino giacere a terra, luminoso, nudo ma pulitissimo
».

A tali parole mi permetterei il seguente commento. Si tratta di una narrazione molto edificante, che denota un’anima piissima, né diversamente poteva essere, trattandosi di una Santa. Ciò che dice Santa Brigida è molto utile per capire che cosa possa essere successo in quella specialissima circostanza, che segna una tappa dell’opera divina della salvezza, per quanto la nostra mente umana possa capire di questo splendidissimo miracolo, unico in tutta la storia dell’umanità. 

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E’ stato conveniente che Gesù nascesse da una Vergine e che quindi fosse figlio unico, benchè sappiamo come sia consigliabile ed educativa la famiglia numerosa. È stato conveniente perché è stato conveniente che il Figlio di Dio nascesse da una vergine, la cui verginità rappresenta l’eccellentissima unione di Maria con Dio, purissimo Spirito, del tutto esente da sessualità, benché creatore della sessualità.

Il parto verginale, preceduto dalla concezione verginale, vuol dire anche che l’utero di Maria è stato occupato solo da Gesù, a significare che Maria, Madre certamente dell’umanità e della Chiesa, ha voluto per disposizione divina concentrare ed esaurire tutta la sua potenza generativa nel solo Gesù, nel quale tutta l’umanità e la Chiesa stessa trovano la loro origine e il loro creatore.  

Sta di fatto che Dio ha voluto tutta l’umanità peccatrice e pentita indiscriminatamente ai piedi della Vergine per implorare parimenti la sua onnipotente intercessione di Madre presso il Figlio per la salvezza di ciascuno.

Immagini da Internet:
- La Madonna allatta il Bambino, Ludovico Trasi, XVII secolo
- La Vergine del Silenzio



23 agosto, 2023

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 3 (2/2)

 

  Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 3 (Parte 2/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 13 (A-B)

Bologna, 27 gennaio 1987 - Fine Ultimo n. 13 (A-B)

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

Poi c’è il finis operis, che è il fine. Non che con la sua attrattiva costituisca l’operante, ma è il fine immediato di ciò che si fa. E’ il bene immanente all’opera stessa. Dopodiché c’è la circostanza che consiste nel fatto che uno agisca secondo una determinata intenzione del fine, il quale non è più considerato nella sua bontà obbiettiva, il fine dell’operante, ma è considerato come presente precisamente nell’intenzione dell’agente, cioè l’agente esce con l’azione con l’intenzione del fine.

Quindi c’è un duplice modo di considerare il fine. C’è il fine in sé, prima che l’agente se ne lasci attirare, per così dire.  Esso costituisce appunto il fondamento di questo lasciarsi attrarre. E poi c’è il fine, in quanto ha già attratto l’agente e l’agente agisce sottoposto a questa attrattiva. Sembra una sfumatura, ma è molto importante, perché altrimenti non si capisce perché il fine possa aiutarci con questi tre titoli ben distinti.

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P. Tomas Tyn, OP

Immagine da Internet

Ovviamente la volontà si muove solo là dove l’intelletto pratico presenta una realtà come buona. Però può essere presentata come buona anche una realtà, che non lo è. È la scorciatoia del sillogismo del peccatore. Esemplifico con un argomento che riguarda i cibi.

Quando il medico prescrive: non devi mangiare molti dolci, eccetera. Ma uno si ferma, qui a Bologna, dove ci sono di quei negozietti, che veramente fanno venire l’acquolina alla bocca. 

 

Ebbene, se uno poi si lascia travolgere dalla passio, allora succede che effettivamente in tal caso il suo intelletto pratico gli presenta come buono, ciò che obbiettivamente buono non è, quando il medico dice: figliolo, proprio non giova alla tua salute.

Però è necessario, affinchè la volontà si muova, che l’oggetto le sia presentato come buono. Quindi si può dire che in genere la volontà tende al bene. Non però la volontà come facoltà. Ovviamente la volontà come facoltà sceglie tra il bene e il male. È chiaro. Ma è la volontà come atto di volontà, cioè il volere è sempre del bene.

20 agosto, 2023

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 3 (1/2)

  Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 3 (Parte 1/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 13 (A-B)

Bologna, 27 gennaio 1987 - Fine Ultimo n. 13 (A-B)

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

Miei cari. Dunque, adesso, iniziamo la settima questione della I-II. Dopo il volontario e l’involontario, iniziamo, cominciamo ad indagare sulle circostanze dell’atto umano. Premetto che S.Tommaso riprenderà, e noi assieme a lui, questo discorso delle circostanze, quando parlerà delle fonti della moralità, le cosiddette fonti della moralità, cioè da dove nasce il bene e il male negli atti umani. Tra tante determinazioni ci sarà anche quella delle circostanze.

Ora, che cosa sono esattamente le circostanze? Fin dal primo articolo S.Tommaso precisa che le circostanze sono propriamente gli accidenti, to symbebekòs, direbbe Aristotele, to katà symbebekòs, ciò che accade a una cosa. Quindi, sono praticamente gli accidenti dell’atto umano. Ciò che sono gli accidenti rispetto alla sostanza, o meglio, rispetto all’essenza di una sostanza, - poi vi spiego il perchè - lo sono le circostanze rispetto all’atto umano. 

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P. Tomas Tyn e P. Patrizio Pilastro
La parola circostanza è presa da un qualche cosa di nettamente spaziale, circumstare, che significa semplicemente stare attorno a. Quindi, si potrebbe dire che circostante è il luogo propriamente parlando. Voi conoscete la concezione aristotelica del luogo: circostante è proprio il corpo contenente un altro corpo collocato. Per esempio, l’orologio è circondato dall’aria. Ora, l’aria è il corpo contenente e l’orologio è il corpo contenuto. Ora, ovviamene il luogo non è l’aria che ci sta attorno, ma la superficie prima immobile attorno a questo oggetto. Quindi ovviamente il luogo è poi un’astrazione.

Tuttavia la circostanza è desunta da questo fatto della collocazione dei corpi: un corpo che si trova in un altro. Per esempio, noi tutti, anche queste cose che ci troviamo dinnanzi sono in qualche modo immerse nell’aria. L’aria è circostante. Quindi c’è un corpo che circonda un altro corpo. Questo è, diciamo così, il senso proprio della parola circostanza. Da qui la parola circostanza è stata presa per significare ciò che sta attorno, appunto, ma nel senso non più spaziale, locale, materiale, ma nel senso spirituale: ciò che sta attorno all’atto umano.
Immagine da Interne

Quindi è importante afferrare è questo, che l’atto umano non è un accidens in senso assoluto, una pura qualità dell’uomo; è un qualcosa che quasi esce dall’uomo. Vedete di nuovo come abbiamo un linguaggio materiale: una specie di tendenza che esce dall’uomo per raggiungere il termine che ci si propone. E per strada si incontra tutta quella concretezza di realtà, in cui l’azione viene posta. E questo insieme di determinazioni della situazione si chiama appunto circostanza o insieme di circostanze. Vedete come appunto l’insieme di circostanze determina la situazione concreta in cui si agisce.

E notate come è proprio falsa e ridicola l’accusa che si fa da parte dei nostri immoralisti moderni a S.Tommaso, secondo cui egli avrebbe avuto una morale astratta. Mentre non c’è nessun dubbio che S.Tommaso tiene ben conto della situazione, anche se dice ovviamente che la legge non nasce dalla situazione; sarebbe troppo comoda una morale del genere.

16 agosto, 2023

Discussione sul libro di Padre Lanzetta

 Discussione sul libro di Padre Lanzetta

Mie risposte a Dorotea

Una lettrice, Dorotea Lancellotti, laica domenicana, mia conoscenza di vecchia data, mi ha inviato alcune osservazioni, nella mia pagina Facebook - https://www.facebook.com/giovanni.cavalcoli/ - sulla recensione del libro Super hanc petram del Padre Serafino Lanzetta, alle quali rispondo punto per punto.

 

Caro Padre Giovanni Cavalcoli, seppur ritrovo e mi ritrovo di ben ragionare con lei su alcuni spunti di base, debbo anche riconoscere, però, alcuni suoi errori di valutazione che mi permetto di sottolineare e sintetizzare così (perdoni la lunghezza): che ci sia una sorta di "continuità" tra il Magistero (intendo dottrina immutabile) della Chiesa di sempre, con il magistero del papa regnante, è palesemente falso. Possiamo discuterne all'infinito ma se prima non si dice onestamente di questa situazione, riconoscendo quanto sta accadendo, difficile uscire fuori da questa confusione.

Cara Dorotea,

negare la continuità dottrinale dei Papi precedenti con l’attuale significa considerarlo un traditore e questa è un’ingiuria intollerabile in una persona che vuol essere cattolica e ancor più domenicana come te. Ogni Papa è assistito da Cristo nella conservazione integra, fedele ed inalterata della dottrina di Cristo fino alla fine del mondo.

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Dorotea - da immagine Facebook

15 agosto, 2023

Una luce dalla Madonna di Fontanellato (PR)

 Una luce dalla Madonna di Fontanellato (PR)

Propongo con molto piacere il testo di un articolo apparso ieri, 14 agosto, in “AVVENIRE”, nel quale l’articolista Filippo Rizzi cita l’omelia fatta da P. Riccardo Barile, Priore della Comunità Domenicana alla quale appartengo, in occasione della solennità dell’Assunta.

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/maria-e-icona-gloriosa-della-chiesa-barile-una

Per il frate domenicano Riccardo Barile è un'occasione per comprendere il significato più intimo dei dogmi mariani: l'Immacolata Concezione e l'Assunta. A Efeso Maria fu dichiarata «Madre di Dio» 


 

«Assunzione», dipinto di Guido Reni

Una festa che deve essere vissuta e percepita dal popolo di Dio come un sicuro «anticipo del paradiso» in cui riconosciamo soprattutto nella Vergine Maria, assunta alla gloria celeste in anima e corpo l’autentica «icona gloriosa della Chiesa».

 

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13 agosto, 2023

Il governo dell’universo - Conferenza di P. Tomas Tyn, OP - Seconda Parte (2/2)

 Il governo dell’universo

Conferenza di

P. Tomas Tyn, OP

Seconda Parte (2/2)

 Quindi, in questo senso, Iddio non solo vuole l’essere per le cose, ma vuole che ogni cosa abbia un essere diverso da ogni altra. Questo è il punto. Ora, San Tommaso, per spiegare questo, dice che le opinioni al riguardo sono state molteplici e molto diverse. Anzitutto c’è l’opinione di alcuni filosofi antichi, i quali dicevano che la distinzione tra le cose viene dalla materia, o dalla materia sola, come pensava Democrito, per esempio, gli atomi, che si combinano secondo modi e figure diverse, oppure la materia sotto l’influsso di una causa agente, come pensava Anassagora, secondo il quale all’origine c’era un miscuglio primordiale di tutte le cose, dove tutto era in tutto sotto l’influsso del nus, come lo chiama Anassagora, cioè la mente divina.

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Padre Tomas Tyn e Padre Bernardo Boschi
La materia è fatta per la forma, cioè è finalizzata alla forma e non viceversa, cioè la forma non è per la materia. 

Quindi la distinzione delle cose avviene secondo le forme proprie, cosicchè la distinzione non deriva dalla materia, ma piuttosto la materia è creata multiforme, per sottostare, per adattarsi a forme diverse.

In questo senso la differenziazione delle cose falsamente viene attribuita alla materia; è la diversità ad essere l’elemento perfetto, l’elemento di struttura, l’elemento formale, l’elemento essenziale.

Padre Tomas Tyn

Di per sé la materia, come tale, è un qualcosa di caotico, di disordinato, di informe; diventa multiforme in quanto la forma perfeziona la materia, attua la materia, struttura la materia. 

Notate già bene come la differenza delle cose non deriva dalla materia, ma dalla forma, perché la differenziazione è perfezione, non è una caduta dal perfetto, ma anzi è un elevarsi  ad una maggiore perfezione.

12 agosto, 2023

Il governo dell’universo - Conferenza di P. Tomas Tyn, OP - Prrima Parte (1/2)

  Il governo dell’universo

Conferenza di

P. Tomas Tyn, OP

Prima Parte (1/2) 

Adesso parlerò della concezione tomista del governo degli enti. San Tommaso, dice che la creazione consiste essenzialmente nella donazione di tutto l’essere, così che essa si distingue da ogni altra azione essendo ben più profonda, in quanto le altre azioni sono o modifiche di tipo accidentale o modifiche sostanziali, però sempre tali da presupporre una qualche materia.

Pensate all’opera di un artefice, un falegname, per esempio, che deve fare qualche oggetto di legno. Presuppone la materia, cioè che ci sia il pezzo di legno, l’albero o qualche cosa per poter farne un’opera d’arte. Infatti una statua di legno, per quanto concerne la sua struttura essenziale, è sempre legno, non ha cambiato per nulla l’essenza, ha cambiato le sembianze esterne, che è qualche cosa di accidentale, ma di per sé, sostanzialmente rimane legno.

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Poi bisogna fare delle distinzioni, dicendo che la materia presupposta all’opera dell’artefice, quindi al mutamento accidentale, si chiama materia seconda, perchè è già formata da qualche struttura: il legno ha già una sua struttura propria, e poi una materia più profonda, che non è afferrabile sperimentalmente, nessuno l’ha mai vista, però deve pur esserci.

È la cosiddetta materia prima, quella che soggiace al mutamento di tipo sostanziale. Infatti, affinché il legno passi in cenere, è necessario che quel mutamento avvenga in un substrato. Ma che cos’è questo substrato? Non lo sappiamo. Prima vediamo del legno, dopo vediamo un mucchietto di cenere. Però che cosa c’è come substrato di quel mutamento, non lo sappiamo. Sappiamo però che ci deve essere. Perché se non c’è un qualcosa che muta, anche il mutamento non può aver luogo.

Invece che cosa avviene nella creazione? Non si tratta nemmeno di una mutazione vera e propria, perché proprio nella creazione si tratta di porre in atto di esistere ogni possibile soggetto di ogni possibile futura mutazione.

Quindi la creazione è ciò che precede, è la condizione di ogni altro mutamento, di ogni altro cambiamento delle cose poste nell’esistenza. Prima le cose devono esistere, poi possono cambiare, possono evolversi, possono mutare, possono esser soggette ad azioni e passioni, cioè possono agire e patire.

Però prima bisogna che le cose ci siano. E quel dare alle cose il loro semplice esserci avviene nella creazione. Ora, quando Dio crea, cioè elargisce l’essere alle cose, non presuppone nulla, perché tutto ciò che è, appartiene all’essere; quindi, se Dio dà l’essere, con l’essere dà tutto ciò che è racchiuso nell’essere, ovvero tutta la cosa, perché non c’è nulla della cosa essente che non abbia l’essere.

Tutto ciò che la cosa possiede, di essenza, di accidenti, di proprietà e di perfezioni, tutto questo ha l’essere. Se non c’è, è un nulla. 

Ora all’essere finito non è dovuto l’essere infinito.


Immagini da Internet:
- legno, fuoco, cenere
- Dio Creatore, Michelangelo

11 agosto, 2023

Un giudizio su Papa Francesco - Seconda Parte (2/2)

 Un giudizio su Papa Francesco

Seconda Parte (2/2)
 
Pregi e difetti della predicazione di Papa Francesco

Il Papa ha un modo di esprimersi del tutto insolito nei precedenti Papi; un modo estroso, scanzonato e a volte addirittura burlesco, che ricorda il Giullare di Dio. Se non fosse che a volte scherza, verrebbe voglia di dire che dice delle empietà. Quando non parla seriamente nei documenti ufficiali egli si abbandona a cose che sembrano eresie: non dobbiamo dar loro peso.

Un difetto della predicazione di Papa Francesco non riguarda ciò che dice, ma come lo dice. Capita che si esprima in modi inappropriati ed ambigui, senza che peraltro egli successivamente chiarisca che cosa intendeva dire. Magari il suo pensiero appare chiaramente espresso in altre occasioni. È opportuno in questi casi interpretare in bonam partem.

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Padre Lanzetta non è riuscito a comprendere in una luce serena quanto è avvenuto con le dimissioni di Benedetto XVI. Certo, non è tra coloro che giudicano invalide le dimissioni di Benedetto e per conseguenza invalido il pontificato di Francesco. Quello che non riesce a capire è come Benedetto sia rimasto Papa, pur avendo abbandonato l’esercizio del ministerium.

Padre Serafino si trova in un impasse perché non vuol separare munus, cioè l’esser Papa, da ministerium, cioè fare il Papa, mentre il segreto per capire quanto è successo sta proprio nel fare questa separazione indicataci dallo stesso Benedetto quando disse che egli restava Papa «per sempre», quindi conservava il munus petrino, pur avendo lasciato il governo della Chiesa, ossia l’esercizio del ministerium a Francesco.

Padre Lanzetta è rimasto attaccato alla concezione del rapporto munus-ministerium che è invalsa fino a Benedetto ed è tuttora presente nel Diritto canonico e cioè il concetto che se un Papa dà le dimissioni non perde solo il ministerium, ma anche il munus: non più Papa e basta. 

Non si è accorto che Benedetto, separando munus, che egli ha conservato, da ministerium, che ha lasciato, ha mostrato alla Chiesa un aspetto del papato che finora era sconosciuto e del quale il Diritto canonico dovrà tener conto, e cioè che un Papa che dà le dimissioni diventa «Papa emerito», cioè conserva il munus e lascia il ministerium.


Immagini da Internet:
- Papa Benedetto XVI annunzia la sua decisione di diventare Papa emerito
- Padre Serafino Lanzetta

10 agosto, 2023

Un giudizio su Papa Francesco - Prima Parte (1/2)

 Un giudizio su Papa Francesco

Prima Parte (1/2)

Rimprovera il saggio ed egli ti amerà

Pr 9,8

 

Si può esprimere un giudizio sulla sua pastorale

Il teologo Padre Serafino Lanzetta, docente della Facoltà Teologica di Lugano, convinto discepolo del magistero della Chiesa e acuto critico delle eresie del nostro tempo, ha pubblicato l’anno scorso uno studio sul rapporto di Papa Francesco con la Chiesa con relazione a quella che è l’autorità del Papa, i suoi limiti e i suoi poteri: Super hanc petram. Il Papa e la Chiesa in un’ora drammatica della storia[1]. 

Giudicare l’operato di un Papa, specie se tuttora vivente, non è facile. Occorre avere le idee giuste sul suo ufficio e sulla sua missione. Padre Lanzetta parte pertanto ricordando quello che è il fondamento dell’autorità del Papa: il mandato fatto da Cristo a Pietro e di conseguenza ai suoi Successori di confermare i fratelli nella fede, aprire e chiudere la porta del regno dei cieli, pascere il suo gregge, cioè governare la Chiesa con amore. 

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Occorre distinguere il magistero pontificio dalla dottrina della Chiesa, che interpreta la dottrina della Tradizione e la dottrina della Sacra Scrittura, che sono registrazioni scritte dell’insegnamento orale di Nostro Signore Gesù Cristo.

Ora Cristo ha istituito l’ufficio di Pietro affinchè egli, recepita la dottrina del Signore, la trasmettesse ai suoi Successori. Se quindi Pietro si è trovato ad apprendere la verità di fede direttamente dalla bocca del Signore, i suoi Successori recepiscono e trasmettono ai Successori quanto Pietro ha udito dal Signore.

Questa trasmissione è la Tradizione e il suo contenuto è la dottrina tradizionale. Ma Pietro e i suoi Successori trasmettono anche la dottrina della Scrittura, che essi imparano dalla stessa Scrittura. La dottrina che essi elaborano o da soli o con l’aiuto di un Concilio o servendosi di collaboratori come il Dicastero per la Dottrina della Fede formula la dottrina della Chiesa.

Ora Padre Lanzetta formula l’ipotesi che un Papa non si attenga alla dottrina della Chiesa; ma ciò è impossibile, per il motivo che ho già detto e cioè che ogni Papa è assistito dallo Spirito Santo nella recezione, interpretazione, conservazione, spiegazione, difesa, approfondimento e predicazione del deposito rivelato, contenente la dottrina tradizionale e quella della Scrittura interpretate dal Magistero della Chiesa.


Immagini da Internet:
- statua di San Pietro, Roma
- Padre Serafino Lanzetta