La spiritualità della Religiosa oggi - La Religiosa ministra di Dio

 La spiritualità della Religiosa oggi

La Religiosa ministra di Dio

                       

Come gioisce lo sposo per la sposa,

così il tuo Dio gioirà di te

Is 62,5 

Il linguaggio spirituale deve tener conto del moderno mutamento

 della concezione della donna 

La Sacra Scrittura e la Tradizione posseggono delle categorie metaforiche o simboliche, non strettamente connesse col dato rivelato o col dogma, che hanno fatto fortuna per secoli e millenni, ma che, non avendo appunto un aggancio necessario col dato di fede, a un certo punto della storia, a causa di profonde mutazioni storiche, perdono la loro efficacia semantica e il loro senso per diventare addirittura equivoche o pericolose, intralciando il progresso dogmatico e quello generale del costume cristiano.

Una di queste categorie è l’attributo di «sposa di Cristo» dato da 2000 anni alla Religiosa, monaca o suora che sia. Non c’è dubbio che questo titolo, che ha sicuri agganci biblici, almeno indiretti, ha una onorevole storia, che ha coinvolto, sin dai primi secoli una serie infinita, di scrittori ed oratori sacri, agiografi, Padri e Dottori della Chiesa, Santi e Sante a non finire, autori mistici, predicatori di esercizi spirituali, confessori stimati, nonché la stessa liturgia e il Magistero della Chiesa fino ad oggi.

Questo titolo ha il suo precedente nella simbologia veterotestamentaria di Israele «sposa di Dio». Da qui tutta la tematica della «vergine figlia di Sion» per rappresentare il rapporto d’Israele con Dio, nonché tutta la letteratura profetica del Dio «sposo geloso» e del paragone delle infedeltà di Israele a quelle di una sposa nei confronti dello sposo. Lo stesso Cantico dei Cantici, come è noto, intende rappresentare il rapporto d’Israele con Dio sotto forma di un rapporto nuziale. San Giovanni della Croce applica poi lo schema del Cantico al rapporto dell’anima con Dio.

Questa simbologia nuziale è stata poi ripresa da San Paolo per rappresentare il rapporto della Chiesa, il nuovo Israele, con Cristo. Da qui l’immagine della Chiesa «sposa di Cristo» modello dell’amore fra gli sposi. La Chiesa in Ap 12 appare come una donna. Da qui parte la rappresentazione della Chiesa sotto forma di una persona femminile. La Madonna, allora, diventa, in quanto donna, immagine e modello della Chiesa. La figura della Religiosa «sposa di Cristo» si inserisce in questo quadro simbolico.

Non c’è dubbio che questa nobile immagine ha contribuito e contribuisce tuttora, ma credo sempre meno, a favorire la santità di innumerevoli anime femminili votate alla vita consacrata. Pertanto di essa ho un grande rispetto; ma come si rispetta un illustre documento o segno del passato, che tanto bene ha fatto, ma che ormai ha fatto il suo tempo, necessitando di essere sostituito con nuovi linguaggi che meglio esprimono o designano ciò che s’intende dire, senza che si metta minimamente in discussione il valore sacro ed immutabile della realtà di fede, che s’intende significare e che è il valore della vita consacrata femminile, valore, questo, indubbiamente connesso col concetto cristiano inviolabile della perfezione evangelica, ideale altissimo, che nessuna migliore interpretazione del Vangelo potrà mai scalfire o abrogare o superare, benché molti eretici, come per esempio Lutero, ci abbiano provato.

Ma per quale motivo, questo titolo di «sposa di Cristo», in passato usatissimo e stimatissimo, titolo che pare così innocente, suggestivo, sublime ed appropriato, dovrebbe mostrare difetti tali da consigliare il suo abbandono? E come mai questi difetti si notano solo adesso? Che cosa è successo?

La problematicità di questo venerato titolo ha cominciato ad apparire come riflesso del progresso della personalità femminile in atto nella Chiesa dai tempi di Pio XII, promosso dal Concilio Vaticano II nel famoso Messaggio alle donne, e poi dai Papi del postconcilio, nonché da San Giovanni XXIII, fino al Papa attuale, e soprattutto da San Paolo VI e da San Giovanni Paolo II.

Il fenomeno macroscopico e di portata storica è ormai noto a tutti e non c’è che rallegrarsene come di esplicitazione della concezione cristiana della donna, che ha le prime radici bibliche nel racconto della creazione della coppia edenica. 

Nel corso dell’era cristiana il carisma femminile è stato per lunghi secoli in gestazione, nascosto sotto una concezione svalutatrice della donna di origine pagana, ma della quale purtroppo risente lo stesso Antico Testamento ed anche, seppur meno, il Nuovo: si pensi solo a San Paolo, il quale, però, ha anche delle profonde intuizioni sulla dignità della donna, ammettendo in lei il dono della profezia e non disdegnando di avere donne qualificate come sue collaboratrici.

I ministeri femminili

Interessante, nei primi secoli, è la figura della diaconessa, che oggi si sta cercando di ripristinare, indubbiamente un ministero non sacerdotale, essendo dato rivelato che il sacramento dell’Ordine è riservato al maschio.

Non si tratta quindi assolutamente del primo grado del sacramento dell’Ordine, anche se può avere con esso qualche somiglianza adatta, direbbe San Giovanni Paolo II, al «genio» femminile. Tuttavia, già in questo prezioso servizio ecclesiale compare, sin dagli inizi del cristianesimo, il termine ministra, ricavato dal termine ministerium presente nella religione romana.

Il concetto di ministero, poi, nella liturgia e nella sacramentaria cristiane designerà un termine generico per includere in se stesso tutti i servizi sacri della Chiesa, da quello del lettore liturgico fino a quello pontificio, quindi includendo i gradi del sacramento dell’Ordine. In questo senso nel Nuovo Testamento più volte si parla di ministri, diakonos[1],  yperetes[2]  leitourgòs[3] del Signore Gesù.

Oggi questo essere ministra del Signore è un titolo d’onore per la Religiosa, che da decenni ormai svolge preziosi servizi liturgici di lettrice alle Letture della Messa, di distributrice della Comunione, di ostensatrice e riposizionaria del Santissimo Sacramento all’adorazione eucaristica, di ministra del Battesimo, ministeri, alcuni dei quali, come l’Accolitato e il Lettorato, sono stati recentemente ufficializzati dal Santo Padre. Possiamo ritenere che il rito d’investitura concederà alla donna che ne è incaricata una speciale grazia di stato che la conforterà nell’esercizio di questo servizio.

Il termine Accolito viene dal greco akolouthos, che significa accompagnatore, compagno, assistente, servo, aiutante. Pensiamo assimilarla per esempio all’infermiera che accompagna o assiste il medico o alla segretaria di un avvocato. È originariamente un aiutante del diacono.

La ministra è qualificata per mediare l’attività del sacerdote presso i fedeli e costoro possono rivolgersi a lei, come il paziente che fissa per suo mezzo un appuntamento col medico o il cittadino che si rivolge a lei per avere un colloquio con l’avvocato. Attualmente nelle parrocchie molte donne stanno svolgendo questo ufficio per mettere i fedeli a contatto col parroco. Sono accolite e un domani potranno essere diaconesse.

Questi ministeri riguardano il servizio all’altare, cosa che ci fa meglio capire il rapporto della donna col sacerdozio. Col conferimento di questi ministeri la donna, benché non possa essere sacerdote, si presenta più che mai vicina e collaboratrice del sacerdote. Si potrebbero parafrasare le parole del Genesi: «non è bene che il sacerdote sia solo: voglio fargli un aiuto simile a lui». Mai come oggi la donna è in grado di capire e condividere la missione, le occupazioni, le preoccupazioni, i progetti, le gioie e le sofferenze del sacerdote.

Per 2000 anni la donna è stata tenuta fuori dal presbiterio, detto appunto così perché è l’area riservata al sacerdote, in quanto in essa si trova l’altare per la celebrazione della Messa ed eventualmente il tabernacolo del SS.mo Sacramento. I ministeri del Lettore e dell’Accolito erano riservati ai maschi. Da notare che in passato lo spazio del presbiterio era nettamente distinto dalla famosa balaustra, che serviva quindi sia per segnare il confine, che per i fedeli che andavano a fare la Comunione.

Papa Francesco, col Motu proprio che istituisce questi ministeri anche per la donna, le consente quindi, per svolgere questi servizi, di essere presente all’interno dello spazio sacro del presbiterio, fino ad adesso riservato agli uomini per compiere alcuni atti, che dovranno essere precisati dalla Congregazione per il Culto divino, alla quale il Papa ha appunto demandato di fare queste precisazioni, essendosi egli limitato alla pura e semplice istituzione dei due ministeri. Siamo quindi in attesa che la Congregazione faccia queste precisazioni. Sembra conveniente privilegiare in questi compiti la Suora rispetto alla laica e la Monaca rispetto alla Suora. Ma staremo a vedere che cosa deciderà la Congregazione.

Comunque, stando alle mansioni che l’Accolito svolge sin dai primi secoli della sua istituzione, possiamo immaginare qualcuno di questi compiti, che del resto la donna sta già di fatto eseguendo, come per esempio quello di preparare e sparecchiare l’altare, curare le tovaglie e le suppellettili dell’altare, accendere e spegnere le candele e le luci della chiesa, preparare le oblate o eventualmente, nel corso della Messa, fare il lavabo per il sacerdote prima dell’Offertorio, nonché distribuire la Comunione ai fedeli e leggere gli avvisi alla fine della Messa. L’accolita, quindi, almeno per alcuni atti liturgici o preliturgici di sua competenza, può operare accanto al sacerdote celebrante. È possibile che la donna, soprattutto se Religiosa, permanga nel presbiterio, appartata, durante tutto il corso della Messa. Le converrà indossare un’apposita veste liturgica.

Che cosa implicava l’immagine della «sposa di Cristo»?

D’altra parte per capire come mai il titolo di sposa di Cristo abbia potuto resistere per tanti secoli, occorre fare due ordini di considerazioni: uno che spiega la sua auspicabile estinzione e uno che spiega la sua lunga e gloriosa permanenza.

La sempre più evidente inadeguatezza del titolo di sposa di Cristo è derivata di riflesso, come ho già accennato, dall’abbandono graduale di una antica concezione pagana della donna, presente anche nell’Antico Testamento, per una nuova concezione più conforme all’antropologia moderna e all’insegnamento del Vangelo.

Come è noto, l’antica concezione, che sembrava trovare appiglio nel racconto biblico del castigo del peccato originale, concepiva la donna come creatura seduttrice, bisognosa di essere dominata dall’uomo e a lui moralmente inferiore, similmente a come il minore è inferiore all’adulto.

Il Magistero della Chiesa ha sempre permesso accanto a quella concezione della donna, il titolo, per la Religiosa, di sposa di Cristo senza mai darne un riconoscimento ufficiale, che potesse far capo alla Rivelazione, perchè per la verità questo aggancio non esiste, anche se esiste il corrispettivo «sposo», che Cristo assegna a se stesso (Mt 9,15; 25,1) e che è titolo col quale Cristo è designato da San Paolo (II Cor 11,2) e dal Battista (Gv 3,29), in allacciamento all’immagine veterotestamentaria di Dio sposo d’Israele. Nel contempo, come è noto, San Paolo e l’Apocalisse presenta la Chiesa sposa di Cristo.

La Chiesa ha sempre lasciato sussistere quel titolo senza proibirlo, perché essa è magnanima nell’accogliere idee ed immagini di successo, le quali, senza essere vere e proprie verità di fede, tuttavia non appaiono sconvenienti ed anzi rendono un servizio; ma poi, quando capita che, col progredire della teologia o della spiritualità, la Chiesa si accorge che cominciano a stridere con nuove e più mature conoscenze dell’uomo e del dato rivelato, ecco che appare l’opportunità per non dire la necessità pastorale di abbandonarle per sostituirle con altre, adatte alla nuova situazione.

Facciamo due esempi: quello de limbo e quello della tesi secondo la quale Adamo ed Eva, se non avessero peccato, dopo un certo periodo passato nel paradiso terrestre, sarebbero stati ammessi nel paradiso celeste alla visione beatifica.

Ora, queste dottrine erano nei secoli diventate comuni, sicchè erano presenti persino nel Catechismo di San Pio X. Al contrario, il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992 sostituisce la teoria del limbo con la speranza della salvezza anche per i bambini morti senza battesimo (n.1261), mentre della dottrina della salita al cielo di Adamo ed Eva non si fa parola.

Inconvenienti dell’immagine della «sposa di Cristo»

Ora, la concezione della donna che fa da sfondo al titolo di sposa di Cristo suppone alcune cose che, oggi come oggi, non sono più accettabili e una di esse addirittura sembra detrarre all’onore dovuto a Nostro Signore Gesù Cristo.

Vediamole. La prima è l’idea dell’uomo superiore alla donna e capo della donna, con conseguente dovere di questa di essergli soggetta. Pio XII sostituì questa idea, mai ufficialmente approvata dalla Chiesa col concetto – questo sì di dottrina cattolica – che uomo e donna appartengono alla medesima natura umana, sono di pari dignità personale, diversi per qualità individuali volute da Dio e quindi in uno stato di reciproca complementarietà.

Dalla concezione della subordinazione della donna all’uomo derivava l’idea veterotestamentaria del marito come «signore» della moglie. Così S.Pietro riferisce che Sara obbediva ad Abramo chiamandolo «Signore» (baal) (I Pt 3,6). Ora, essendo la Religiosa chiaramente soggetta a Cristo come Signore, è evidente, con queste premesse, la convenienza che la si chiamasse «sposa di cristo». Ma nella visuale moderna della sposa di pari dignità dello sposo, appare lo stridore dell’immagine veterotestamentaria con la moderna figura della moglie rispetto al marito.

In secondo luogo, la concezione antica del matrimonio non è monogamica, ma poligamica, come è ben noto da esempi come quelli di Abramo, di Davide o di Salomone. Ed è ben rappresentata dal versetto «Figlie di re stanno tra le tue predilette» (Sal 45,10). Ora, il chiamare Cristo «sposo delle vergini» combacia certo con questa visione antica del matrimonio, ma non certo con quella monogamica moderna.

In terzo luogo, oggi sposalizio dice reciprocità tra uomo e donna su di un piede di parità. Dunque la sposa non riceve solo passivamente dallo sposo, ma interagisce, agisce ed arricchisce lo sposo di qualità che egli non ha. Ma di che cosa può arricchire Dio una creatura, se Dio è già infinita perfezione? Per questo oggi l’immagine della sposa di Cristo non è più conveniente.

In quarto luogo, l’idea che la Religiosa, scegliendo Cristo lo ha preferito ad altri partiti, come avrebbe potuto in un ordinario rapporto umano, se si fosse sposata, non pare rispettare la divina ed unica dignità di Cristo e la radicalità della scelta della Religiosa, la quale non ha scelto – si suppone - un marito fra altri possibili, ma ha scelto Dio, infinitamente al di sopra di qualunque marito. E allora come fa a chiamarlo sposo? Non rischia forse di abbassare Cristo al livello di un qualunque pretendente umano fra altri? Che senso ha sposare Dio?[4]

Al riguardo sono significative le parole che Santa Lucia pronunciò davanti al carnefice: «non è lecito a una sposa attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo», come se per lei non si fosse trattato di scegliere Cristo al di sopra di qualunque partito umano, ma di scegliere Cristo semplicemente arrivato per primo fra altri possibili partiti umani; sicchè, se Cristo non fosse arrivato primo, Lucia avrebbe scelto il secondo.

Non pare che tutto avvenga sul puro piano dell’umano? E la trascendenza di Cristo dov’è? Dalle parole di Lucia, sembra che la scelta fra l’uomo e Dio si abbassi alla scelta fra vari mariti o vari partiti. La vita religiosa femminile non dev’essere intesa come rinuncia a un partito per sceglierne un altro, migliore, sia pure Cristo, ma di trascendere totalmente il piano dell’umano, ossia della coniugalità e di elevarsi veramente al piano del divino, dove la coniugalità non c’entra per niente.

Occorre però rilevare che il titolo di sposa di Cristo aveva certamente un fondo di validità permanente e tuttora attuale, ma che occorre intendere correttamente. Che cosa infatti in fondo si intendeva esprimere con quel titolo? Io credo che ci si volesse riferire allo stato di intima unione di grazia con Cristo e di assoluta fedeltà a Lui, che la Religiosa è tenuta a raggiungere, e a mantenere e a recuperare, ove disgraziatamente l’avesse perduto.

Oggi possiamo indicare con migliori immagini

ciò che «sposa di Cristo» significa 

Tuttavia, questo stato di intimità con Cristo può essere espresso altrettanto bene con altri appellativi, senza bisogno di ricorrere all’immagine della sposa, titolo che per poter essere attribuito a una persona che pratica il voto di castità, non poteva non venire svuotato del suo riferimento al sesso e al matrimonio. Ma se noi togliamo dall’esser sposa ogni riferimento al sesso e al matrimonio, che cosa resta della specificità dell’esser sposa? Nulla.

E allora a che serve adoperare una parola svuotata del suo peculiare significato? Tanto più che non ne mancano altre, altrettanto espressive di quanto s’intende dire con l’immagine della sposa. Esistono infatti altri titoli ricavabili dalla Scrittura, come «amica di Dio», «donna dello Spirito Santo», «donna di Dio», «serva di Cristo», «sorella di Cristo», «ministra di Cristo». È vero che la Scrittura li riferisce a uomini; ma perché mai non potrebbero essere riferiti alla donna?

Bellissimi sono anche i titoli che troviamo nell’ufficio divino del Comune delle Vergini del Breviario Romano: «Cristo, re, gioia e corona delle vergini».

L’intimità con Cristo è meglio rappresentata, stando alla mistica della Scrittura ripresa e sviluppata dalla teologia spirituale di San Tommaso, dalla figura biblica del sapiente, ispirato dallo Spirito Santo, modello di santità ripreso da San Paolo nello stupendo cap.2 della Prima Lettera ai Corinti, dove Paolo parla dell’«uomo spirituale», che «giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (v,15).

È vero che Paolo, per quanto riguarda la vergine, presenta per lei la mistica della «sposa di Cristo» (I Cor 7, 25-35). Ma perché Paolo non presenta anche alla Religiosa il modello del sapiente e dell’uomo spirituale? Che bisogno ha di tirare fuori il sesso per la vergine, col rischio di turbare la sua fantasia piuttosto che purificarla? Alla Religiosa, per raggiungere una vera, affettuosa e ardente intimità con Cristo fa bene pensare non alla mascolinità di Cristo, ma alla sua divinità, al Verbo che manda lo Spirito di sapienza con i suoi sette doni.

È successo così che Paolo è stato all’origine di una doppia mistica: una, privilegiata, per gli uomini, la mistica della sapienza, ed un’altra, umiliante, per le donne, la mistica nuziale. Un po’ come se si dovesse distinguere una matematica maschile da una matematica femminile.

Il fatto è, come è noto, che il rabbino Paolo, che non riuscì del tutto a svestirsi dei suoi pregiudizi, sembra incapace di concepire che la donna possa elevarsi alla pura spiritualità della sapienza dello Spirito Santo, libera da ogni fantasia sessuale, per cui sembra esser ricorso, per la Religiosa, a un ripiego, nel quale dar spazio alla sessualità, per il pregiudizio di allora che la donna non riuscirebbe, a differenza dell’intellettualità maschile, ad astrarre del tutto dal sesso sia pur inteso nel senso più nobile, qual è quello del matrimonio.

Al riguardo è interessante notare come ancor oggi, dopo che una Santa Teresa o una Santa Caterina da Siena sono state proclamate Dottori della Chiesa, molti sacerdoti e religiose non celebrano per la loro festa l’ufficio dei Dottori, ma quello delle Vergini. Sarebbe come se per la festa di San Tommaso, invece di ricordare San Tommaso Dottore della Chiesa, ricordassimo San Tommaso Vergine. Si pensava che tutto il mondo della donna ruotasse attorno al sesso e al matrimonio, per cui persino per la vergine occorreva escogitare qualche espediente, che non la lasciasse del tutto digiuna dal sesso, e si è trovata l’immagine della «sposa di Cristo».

È stata la psicologia moderna, a partire dal sec. XIX a scoprire nella donna risorse di spiritualità intuitiva superiore a quella del maschio, anche se a lui resta il primato nell’esercizio della razionalità sillogistica. Ma già San Tommaso nota che l’intuizione intellettuale è più simile al divino che non il processo della razionalità, legato alla materia.

Per questo la vera mistica cristiana, a differenza della mistica nuziale del Cantico non è fondata su metafore matrimoniali, ma sulla dottrina trinitaria, libera da immagini di quel genere, che invece di favorire la castità, se non sono tenute sotto controllo, la possono turbare od offrire celate compensazioni, che finiscono per provocare le neurosi analizzate da Freud.

A meno che non si voglia dire che l’immagine della «sposa» non ha nulla a che vedere col sesso. Ma allora si cade nella vuotaggine semantica che ho già denunciato. Facciamo a meno di usare la parola, se dobbiamo svuotarla del suo peculiare significato.

Il mio metodo nella guida delle Religiose

Devo dire che, sebbene io sappia che San Giovanni della Croce abbia fama di essere il principe dei Dottori mistici, nel mio ministero di guida delle Religiose, con tutto il rispetto per questo grande Maestro e Santo, che venero tra molti, ho sempre preferito attenermi alla teologia mistica del Dottore Comune della Chiesa, San Tommaso d’Aquino.

San Tommaso, infatti, nella sua teologia mistica ignora completamente la mistica nuziale e si basa esclusivamente sulla dottrina dei doni dello Spirito Santo, sulla mistica apofatica e del «pati divina» di San Paolo e di Dionigi l’Areopagita, sulla dottrina dell’esperienza mistica elaborata da San Gregorio Magno come conoscenza affettiva, ispirata alla gnoseologia giovannea dell’amore come fonte di conoscenza, e sulla dottrina dell’inabitazione della Santissima Trinità nell’anima. Tommaso mostra che in questo orizzonte di discorso, saldamente appoggiato alla Scrittura, al dogma e alla tradizione dei Padri, il ricorso a immagini nuziali o a sposalizi non è assolutamente necessario.

Per questo, nella mia esperienza cinquantennale di guida di Religiose ho sempre provato disagio a parlare del loro essere spose di Cristo o a far riferimento a questo loro titolo. Non ne ho mai sentito il bisogno, se non per il riferimento contenuto in quell’espressione alla loro speciale vita di grazia e di intimità con Cristo.

È ovvio che per la Religiosa tale intima unione con Cristo è il centro e la molla della sua spiritualità; ma non ho mai provato la necessità di definirla in termini nuziali o sessuali, quali quelli che sono inevitabilmente evocati dall’immagine della sposa. E neppur loro si sono mostrate interessate a questo titolo o desiderose di essere designate in tal modo.

Ho sempre invece indirizzato la Religiosa alla ricerca della sapienza, della contemplazione, della sottomissione agli impulsi dello Spirito Santo, e alla docilità alle sue mozioni ed illuminazioni, ad un incontro e ad un’intimità affettuosa con Cristo crocifisso e risorto, con Cristo eucaristico e capo della Chiesa, un incontro del tutto interiore e spirituale, effetto non dell’immaginazione o dell’affetto sensibile, ma dell’l’intelletto e della volontà, incontro fecondo, orientato alla testimonianza, alla predicazione e al linguaggio della sapienza» (I Cor 12,8) – contemplata aliis tradere –, al servizio del prossimo e al bene della Chiesa. . 

Altro obbiettivo che ho sempre proposto alla Religiosa è stato quello della figliolanza del Padre. Scopo del cristianesimo, infatti, non è tanto lo «sposalizio con Cristo», che peraltro è valido per le sole donne, se non vogliamo evocare equivoche immagini, soprattutto al giorno d’oggi, quanto piuttosto quella figliolanza divina, uomini al pari delle donne, assicurataci da Cristo, che ci consente di salire con Cristo al Padre per contemplare in cielo in eterno il suo Volto.

È vero - mi sono sempre detto -, lei è donna e Cristo e maschio; ma che c’entra lo sposalizio con l’unione spirituale dell’anima con Dio, puro Spirito senza sesso? Forse che l’anima è femmina e Dio è maschio? Non rischiamo di finire nella mitologia pagana della donna sposa del dio? Sì, è vero, Cristo è maschio; ma che cosa interessa che il Verbo si sia incarnato in un maschio, se ciò che conta è unirsi al Verbo al di là del suo esser uomo? Se Dio avesse voluto, non potremmo averLo raggiunto anche attraverso una donna?

A questo punto, se mi è consentito, se si tratta di spiritualità, a parte il panteismo – quasi preferisco Fichte, Hegel o Husserl, i quali, quando parlano della Coscienza assoluta nel rapporto con l’io empirico, non si sognano neppure di far intervenire il maschio e la femmina.

Questa dualità invece è essenziale sul piano umano e quindi nel rapporto del Sacerdote con la Religiosa. Qui il Sacerdote rappresenta certo la mascolinità di Cristo, senza che occorra naturalmente mettere in gioco lo schema sposo-sposa. Ma nulla impedisce alla Religiosa di completare la mascolinità del Sacerdote con la propria femminilità, dato che la stessa mascolinità di Cristo poteva essere completata dalla femminilità di sua Madre o della Maddalena. E non disdice che il Sacerdote veda nella femminilità della Religiosa un riflesso della femminilità della Madonna.

C’è inoltre da precisare che il concetto di sposa non si presta per rappresentare l’unione mistica con Cristo, perché non è un concetto analogico, quali sono quelli che si usano per parlare dei nostri rapporti con Dio analogicamente da noi conosciuto a partire dalle creature (Sap 13,5); ma è un concetto univoco, racchiuso nel genere animale, quindi ristretto nell’orizzonte della corporeità.

E per questo il concetto univoco, essenzialmente legato al mondo materiale, vale solo per i rapporti interumani. Non possiamo rapportarci a Dio come fosse un’altra persona umana, uno «sposo», anche se è vero che noi siamo creati a sua immagine come persone. Così è possibile un rapporto con Dio come da persona a persona, ma occorre ricordare che la personalità divina non è alla pari della nostra, quasi fosse una persona di diverso sesso.

Per colloquiare convenientemente con Dio, bisogna che noi partiamo dal concetto della persona divina, infinitamente superiore alla nostra, anche se le assomigliamo, e per questo sono possibili con Dio il dialogo, l’affetto e l’amore. Ma occorrono immagini migliori a quelle del matrimonio, anche se data la limitatezza del nostro comprendonio, non si possono escludere del tutto quelle nuziali, come del resto la stessa Bibbia ci suggerisce.

E queste immagini migliori, supposta la nozione analogica di persona, sono molto semplici, come per esempio il fuoco, il vento, l’acqua, la nube, la rugiada, il cielo, la stella, la lampada, il sole, il pane, il vino e così via. Parlare con queste cose? Certo! A patto che ci sia il supporto del concetto metafisico e rivelato di persona. Occorre essere anche poeti, come Leopardi, che parlava con la luna o San Francesco, che parlava con la madre terra.

L’immagine dello sposalizio può dunque essere usata metaforicamente per dire intimità; ma allora dobbiamo stare attenti a non appoggiarci troppo su di essa, perché sennò succede che è come un vino al quale si aggiunge tanta acqua che diventa acqua. Tanto vale parlare dell’acqua.

Il rapporto uomo-donna semmai riguarda il rapporto del Sacerdote con la Religiosa, anche se pure qui ovviamente non è il caso di parlare di sposalizio. Tuttavia è importante qui notare che la reciprocità uomo-donna non riguarda solo il matrimonio, ma anche la vita spirituale. Da qui la possibilità di utilizzare quella reciprocità che è compatibile col voto di castità per fare un cammino assieme verso la santità.

La reciprocità uomo-donna non significa necessariamente reciprocità sposo-sposa, tanto è vero che essa permarrà nella futura risurrezione, mentre non esisterà più il matrimonio. Questo vuol dire che nulla impedisce la reciprocità Sacerdote-Religiosa come uomo e donna, senza che per questo occorra far riferimento allo schema qui ovviamente disdicevole sposo-sposa.

Per queste ragioni ho sempre proposto con frutto e loro soddisfazione alle Religiose anzitutto se non esclusivamente la mistica sapienziale, praticando la nostra  reciprocità di uomo-donna, mettendo in comune i nostri doni spirituali, lavorando assieme ad opere di carità, ponendo in secondo piano e presentando al massimo come facoltativa la mistica nuziale, senza per questo mancare di rispetto ai grandi maestri e ai santi del passato, nonché alla simbologia liturgica ed agiografica tuttora vigente, che non ho alcuna difficoltà ad accettare e celebrare, ma come venerabili cimeli giacenti e diligentemente conservati e custoditi nel museo della spiritualità, preziosi messaggi dei Padri per il compito odierno dei figli.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 6 febbraio 2021


È stata la psicologia moderna, a partire dal sec. XIX a scoprire nella donna risorse di spiritualità intuitiva superiore a quella del maschio, anche se a lui resta il primato nell’esercizio della razionalità sillogistica. 

Ma già San Tommaso nota che l’intuizione intellettuale è più simile al divino che non il processo della razionalità, legato alla materia.



Oggi questo essere ministra del Signore è un titolo d’onore per la Religiosa, che da decenni ormai svolge preziosi servizi liturgici di lettrice alle Letture della Messa, di distributrice della Comunione, di ostensatrice e riposizionaria del Santissimo Sacramento all’adorazione eucaristica, di ministra del Battesimo, ministeri, alcuni dei quali, come l’Accolitato e il Lettorato, sono stati recentemente ufficializzati dal Santo Padre. Possiamo ritenere che il rito d’investitura concederà alla donna che ne è incaricata una speciale grazia di stato che la conforterà nell’esercizio di questo servizio.


  

Per colloquiare convenientemente con Dio, bisogna che noi partiamo dal concetto della persona divina, infinitamente superiore alla nostra.

Ma occorrono immagini migliori a quelle del matrimonio.

E queste immagini migliori, supposta la nozione analogica di persona, sono molto semplici, come per esempio il fuoco, il vento, l’acqua, la nube, la rugiada, il cielo, la stella, la lampada, il sole, il pane, il vino e così via. Parlare con queste cose? Certo! A patto che ci sia il supporto del concetto metafisico e rivelato di persona. Occorre essere anche poeti, come Leopardi, che parlava con la luna o San Francesco, che parlava con la madre terra.


[1] I Cor 3,5; II Cor 3,6; 6,4; 11,15.23; Ef 3,7; Col 1,7.25; I Tm 4,6.

[2] I Cor 4,1.

[3] Rm 5,16; Eb 1,7; 8,2.

[4] Mi viene in mente una frase di Lenin, che lessi quasi sessant’anni fa e che tuttora mi è rimasta in mente, frase con la quale Lenin intende deridere la mistica cristiana, che egli qualifica come un «flirt col buon Dio». A parte l’espressione blasfema, non sono forse parole che fanno riflettere?

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