Il principio del terzo escluso - Prima Parte (1/4)

 Il principio del terzo escluso

Prima Parte (1/4)

Aut aliquid est hoc aut non est hoc: tertium non datur
 
                            Più untuosa del burro è la sua bocca,

ma nel cuore ha la guerra

Sal 54, 22

 

L’et-et e l’aut-aut

 

Essendo il male la stessa cosa che il bene, 

proprio il male non è male, né il bene è bene,

ma piuttosto sono tolti e superati ambedue[1]

G.G.F.Hegel

 

Esiste nella cultura di oggi una tendenza a voler evitare le contrapposizioni nette ed assolute. C’è un bisogno di inclusività e si vuole evitare l’esclusività. Si tende a ridurre l’opposto al diverso. E si arriva a credere che, pur di realizzare questa universale inclusività, si possano ignorare le esigenze della verità e fare delle eccezioni allo stesso principio di non-contraddizione.

Si fa l’apologia dell’et-et, ossia dell’alterità o diversità e si pensa di poter evitare l’aut-aut, considerandolo segno di mentalità rigida, chiusa e settaria, creatrice di steccati, non aperta all’altro, all’immigrato, al diverso. Si pensa così di favorire l’unità, l’integrazione, l’accoglienza, la pace e l’amore. L’aut-aut sarebbe una fabbrica di nemici, mentre la sua abolizione sarebbe il trionfo della pace e della conciliazione.

Alcuni, che sentono l’esigenza dell’unità del tutto o, come dicono, dell’«Intero», simpatizzanti per il motto «tutto è Uno», avvertono il principio dell’aut-aut, come per esempio l’opposizione fra il bene e il male, come un’intollerabile scissione dell’Intero e credono, con Hegel, che questa opposizione sia relativa solo al nostro punto di vista umano, ma che non corrisponda al punto di vista di Dio, per il quale anche ciò che per noi è male e peccato, in realtà è bene e giustizia.  Il male, quindi, non sarebbe contro il bene, ma semplicemente altro e diverso dal bene.

Semmai, secondo questi seguaci di Hegel, il problema è quello di conciliare una visione astratta veterotestamentaria di Dio, che si oppone al male e castiga il peccato, alla concezione cristiana, del Dio concreto ed incarnato nella storia, ossia Gesù Cristo, il quale giustifica e perdona il peccatore non nel senso di renderlo giusto, libero dal peccato, ma nel senso di giustificare il peccato[2]. Questa visione è nella linea dell’escatologia di Marcione e di Origene, che furono condannati dalla Chiesa per questo monismo buonistico, che alla fine conduce al panteismo.

I modernisti credono che sia normale e consentito scegliere fra teismo e ateismo, fra Cristo e Maometto, fra realismo e idealismo, fra Aristotele e Cartesio, fra San Tommaso ed Hegel, fra Lutero e Papa Francesco, oppure metterli assieme, fare, come dicono, una «sintesi»

Ma le cose non stanno proprio così. Non si può mediare tra il sì e il no, ma solo tra due diversi sì; e il no va tolto per salvare il sì. Un conto è il distinguere, un conto è il contrapporre. Non si può ridurre tutto a un distinguere. Il sì si distingue da un altro sì. Ma il sì dev’essere contrapposto al no. Cristo non ha mediato fra Dio e Satana, ma fra Dio e l’uomo ed ha espulso Satana dall’uomo. Il fatto è che purtroppo non ci si accorge che in ogni caso è impossibile non operare scelte e quindi opposizioni radicali ed assolute, senza vie di mezzo, senza mediazioni tra termini che non sono assolutamente conciliabili.

È impossibile evitare l’aut-aut. Anche chi lo nega è costretto a farne uso, perché è la legge fondamentale del pensiero fondata sull’opposizione dell’essere al non-essere. Questo principio è quindi insito nel pensiero e nell’agire come tali, che devono scegliere tra il vero e il falso e tra il bene e il male. Così succede che invece di fare le vere scelte di fondo, si cade nella faziosità dei partiti contrapposti. Tutto il bene è a sinistra e tutto il male è a destra o viceversa. Oppure abbiamo la soluzione buonista: tutti buoni, perché l’opposizione bene-male non è oggettiva, ma soggettiva. 

In questa mentalità cambiano i contenuti; ma il meccanismo logico è essenziale al pensiero nel momento in cui pensiamo o dobbiamo scegliere. Per evitare l’aut-aut, dovremmo far coesistere i contradditori, cosa che per alcuni può sembrare segno di mente aperta, accettabile, ma questi tali non s’accorgono di confutarsi da sé, perché sono costretti a far leva proprio sullo stesso principio che vogliono negare.

La violenza che commettono contro la verità fa sì che siano puniti da quella stessa verità che negano. La loro violenza, come dice il Salmo, «piomba loro sulla testa» (Sal 7,17). In ogni caso, anche chi sostiene l’inclusione contro l’esclusione non può evitare l’aut-aut: o l’inclusione o l’esclusione.

Tanto vale allora formulare un aut-aut ragionevolmente accettabile. Occorre capire che et-et ed aut-aut possono e devono stare assieme. Tutto sta a capire dove e come funziona l’et- et e dove e come funziona l’aut-aut. Rifiutare l’aut-aut è impossibile. Si potrebbe dire in due parole quali sono i campi dell’uno e dell’altro: l’et-et vale quando si unisce questo essere e quell’essere, questo vero e quel vero, questo bene e quel bene. È l’unione dei diversi. Il suo principio è l’analogia.

L’aut-aut vale fra essere e non-essere, vero e falso, bene e male. È l’esclusione reciproca degli incompatibili e degli incompossibili. È quell’univocità schietta, sincera, chiara e leale, che evita l’equivoco, l’artifizio, il sotterfugio e l’ambiguità. Il caldo e il freddo possono succedersi l’un l’altro: ma non possono coesistere simultaneamente. Severità e misericordia possono alternarsi l’un l’altra. Ma non si può essere severi e misericordiosi con la stessa persona nello stesso momento.

 In altre parole: tra due diversi o reciproci vale l’et-et e si può includere un terzo e un quarto e così via. Per esempio: a Francesco e Giovanni, che sono diversi, si possono aggiungere e accompagnare Paolo e Filippo. Ma tra l’esistenza e la non-esistenza di Paolo non c’è una terza possibilità: aut-aut. La doppiezza e la disonestà nascono nell’ammettere in tal caso questa terza possibilità. Per questo è fallace, per esempio, la concezione hegeliana del divenire come contraddizione ovvero come identità di essere e non-essere.

Un campo dove emerge chiaro il problema di scegliere fra l’et-et e l’aut-aut è il campo della filosofia e comunque delle scelte di fondo della vita. C’è chi rispetta il principio tertium non datur, per cui contrappone lealmente, nettamente ed assolutamente due tesi che si escludono a vicenda.

Altri, invece, che si considerano concreti, aperti, pluralisti, liberali, dialoganti, accoglienti e comprensivi, non vedono questa netta opposizione e a loro pare che le due tesi siano semplicemente diverse e possano stare assieme.

Alcuni, per esempio, si chiedono perché mai, come dice San Giovanni, dovremmo scegliere fra il mondo e Dio? Essi in fondo si chiedono: perché dovremmo scegliere tra il sì e il no? La verità non potrebbe consistere nella loro sintesi, come dice Hegel? Rispettiamo le opinioni di ciascuno, anche se contrastanti! Che bisogno c’è di risolvere i conflitti? Non è normale che ci siano? Fanno bene alla salute!

E costoro, come per esempio i massoni e i relativisti, vanno oltre, entrando nel problema di una scelta fra due religioni diverse. Si domandano: con quale diritto Cristo pretende che il destino dell’intera umanità si debba risolvere tra lo scegliere lui o contro di lui? Non sono libero di preferire Maometto o Parmenide o Sai Baba o Budda o Dioniso o Prometeo o Pachamama o Giuseppe Mazzini o Edmund Freud o Charles Darwin o il Grande Oriente d’Italia?

Si passa, poi, alla questione dei diritti avanzati dalla Chiesa. Con quale diritto la Chiesa cattolica si presenta come l’unica infallibile salvatrice di tutta l’umanità intimando a tutti che chi non obbedisce a lei o non appartiene a lei va all’inferno? Con quale diritto pretende di far da maestra a tutta l’umanità? Di possedere la pienezza della verità nella conoscenza di Dio, nel campo della morale, nella conoscenza del destino dell’uomo, e nel guidare l’umanità alla felicità, quando si sa che la cultura sulla quale si fonda non è affatto universale, ma è una semplice cultura fra le altre, quale quella ebraico-greco-romana?

Si sente dire: bando ai dualismi! D’accordo. Ma che cosa è il dualismo? È contrapporre ciò che dev’essere unito; è lo scambiare l’et-et con l’aut-aut; è l’escludere ciò che va incluso; è il metodo dell’ideologia. È la faziosità.

Occorre allora fare attenzione a non mettere in contraddizione due termini che non lo sono a causa di falsi esclusivismi o per mancanza di rispetto della scala dei valori, come sarebbe per esempio se uno dicesse: bisogna praticare la misericordia e non la severità. Ma tra l’una e l’altra virtù non c’è un aut-aut, ma l’et-et! C’è un ordine gerarchico.

Per questo il discorso giusto è: occorre preferire la misericordia alla severità. Non bisogna peraltro confondere la dualità col dualismo. La dualità è vita e benedizione. Il dualismo è sciagura e i due termini devono essere conciliati. Dualismo è contrapporre ciò che va congiunto. Dualità può essere o l’unione reciproca dell’et-et, per esempio l’uomo e la donna, o l’esclusione reciproca dell’aut-aut, per esempio del bene e del male.

D’altra parte, il sì e il no sono fondati sull’opposizione fra il vero e il falso. E questi a loro volta dipendono dall’opposizione dell’essere al non-essere. Su questa opposizione si fonda il «sì, sì, no, no» evangelico, che significa il principio di obbedienza alla verità: dire essere ciò che è e non essere ciò che non è, mentre riguardo all’essere abbiamo il principio d’identità: ogni ente è ciò che è e non altro. È detto anche principio di non contraddizione: è impossibile che un dato ente sia e non sia simultaneamente sotto il medesimo aspetto. Anche il diveniente ha una sua identità. Non è vero, come crede Severino, che sia contradditorio.

Questo principio è detto anche del terzo escluso: ogni ente o è tale o non è tale. Non c’è una terza possibilità. A questo principio corrisponde il principio dell’identità dell’affermazione: non si può affermare e negare simultaneamente di una cosa la stessa cosa.

Con l’affermare che in Cristo non c’è stato il sì e no, ma c’è stato soltanto il sì (cf II Cor 1,19), San Paolo intende sostenere la perfetta linearità e limpidezza della condotta di Cristo nel pensare, nell’agire e nel parlare, in perfetta e costante obbedienza al Padre, nel totale ripudio di ogni doppiezza. Il sì di Cristo è stato un sì al Padre, al quale ovviante corrispondeva un no a Satana. Quindi Cristo ci dà l’esempio del servizio a un solo Padrone, il Padre.

Ma se da una parte c’è chi dissolve l’aut-aut nell’et-et, c’è anche chi esaspera l’et-et nell’aut-aut. Sono quei faziosi che vedono il proprio partito come la totalità del bene e il partito avversario come la totalità del male. I due avversari hanno la stessa mentalità: si oppongono fra di loro in maniera frontale, respingendo ogni mediazione.

Quello che cambia è solo il contenuto: per il lefevriano chi non è con lui, è modernista; per il modernista chi non è con lui è lefevriano; per il comunista chi non è con lui è fascista; per il fascista chi non è con lui è un comunista. La persona che tenta di interporsi per esortarli ad una piattaforma comune, integrandosi a vicenda e togliendo gli errori opposti, viene accusata da entrambi i partiti di doppiezza e doppiogiochismo, come se si tenesse in mezzo fra il vero e il falso, tra il bene e il male.  Ognuno dei due partiti si crede Gesù Cristo: «chi non è con me è contro di me».

 

I due padroni

 

Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo

Ap 3,15 

Il rifiuto dell’aut-aut è all’origine del vizio della doppiezza, che è quell’ipocrisia contro la quale si scaglia Cristo. La doppiezza è una falsa prudenza, è un calcolo astuto ed egoistico, che procede per vie contorte. La vera prudenza cerca vie oneste e leali, fondate in verità, che possono essere anche segrete, per operare il bene, non essere scoperti dal nemico e raggiungere un fine onesto. La falsa prudenza, invece, che corrisponde a quella «sapienza», che San Giacomo chiama «carnale e diabolica» (Gc 3,15) è un’astuzia maligna e malsana, che nasce dalla superbia e dall’egoismo. 

La Bibbia offre al riguardo l’immagine del serpente, dalla lingua biforcuta. È il simbolo della persona doppia, viscida, astuta, falsa, ipocrita e infida, il finto amico o l’«amico che tradisce» (cf Sal 55,14). Queste persone sono paragonate ai serpenti: «aguzzano la loro lingua come serpenti» (Sal 140,4).

Se però da una parte Gesù accusa i farisei di essere dei serpenti (Mt 23,33), dall’altra, paragonandosi al serpente di bronzo fatto erigere da Mosè nel deserto, presenta se stesso come serpente guaritore, che trasforma il veleno in medicina (Gv 3,14) e ordina di essere «prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10, 16).

Evidentemente qui essere serpente significa il recupero ragionevole di quella circospezione e di quel calcolare, che si riscontra anche nell’ipocrita, ma qui tale qualità è a fin di bene. Invece il serpente benefico è il simbolo del prudente che sperimenta ogni cosa e tiene ciò che è buono, quel saggio dal discernimento critico, che distingue il vero dal falso e il bene dal male, del quale parla San Paolo (cf I Ts 5, 21). Così si spiegano le assicurazioni date dal Signore ai discepoli: «Prenderanno in mano dei serpenti, ma non recheranno loro danno» (Mc 16,18); «cammineranno sopra i serpenti senza che ciò rechi loro danno» (cf Lc10,19).

È interessante come Cristo utilizzi l’immagine del serpente per simboleggiare persone ipocrite. Esse hanno solitamente un fare untuoso e apparentemente mite e innocuo, evitano di adirarsi e mostrano una finta carità. Istillano il veleno senza che il malcapitato se ne accorga, come il coronavirus. Bene li descrive il Salmista: «più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole; ma sono spade sguainate» (Sal 55,22), «veleno d’aspide sotto le labbra» (Sal 144,4). Degna di lode invece è la persona schietta che si adira facendo un giusto rimprovero o protestando per un’ingiustizia.

La doppiezza contravviene al principio di non-contraddizione. La Scrittura lo nota: «Ogni peccatore si riconosce dalla lingua doppia» (omnis peccator probatur in duplici lingua, Sir 5,11[3]). Nel peccato è sempre presupposta una certa doppiezza, un certo doppio gioco.

Doppiezza è includere ciò che va escluso. È la pretesa di operare una sintesi tra il di sì e il no. Il terzo non è escluso, ma incluso. Nella doppiezza, la contraddizione consiste nell’oscillazione volontaria e nell’indecisione immotivata fra due opposti o fra il vero e il falso. Assomiglia al dubbio, ma in realtà è un dubitare insincero e immotivato. Si esprime nell’ambiguità o nell’equivocità o nei termini a doppio senso, un senso buono e un senso cattivo, in modo tale che il soggetto, se è messo alle strette, può sfuggire citando il senso buono. Ma intanto il danno l’ha fatto. È il linguaggio incoerente di chi dice: è così ma non è così o nel dire sì e no simultaneamente.

L’esempio di un metodo di pensare basato sulla doppiezza lo possiamo trovare in queste parole di Hegel:

 

«il vero e il falso appartengono a quei pensieri determinati che, privi di movimento, vorrebbero valere come particolari essenze delle quali l’una sta di qua e l’altra sta di là rigidamente isolate e senza reciproca comunanza»[4].

 

La doppiezza conduce all’ideologia. Infatti l’ideologia è un sistema di pensiero viziato dal fatto che l’idea invece di essere aperta a tutto il reale, ne prende solo un aspetto assolutizzandolo come se fosse la totalità del reale. L’ideologia riduce l’et-et all’aut-aut. È un’applicazione sbagliata del principio del terzo escluso.

Il buon pastore deve avere misericordia per le pecore deboli, ma dev’essere pronto e severo nel cacciare i lupi travestiti da agnelli. Invece la doppiezza produce dei cattivi pastori, i quali, per sembrare liberali e misericordiosi, per non avere noie e mantenere l’ambita cattedra, danno ragione sia chi ha ragione sia e chi ha torto, non smascherano i lupi travestiti da agnelli, ma permettono che sbranino il gregge, consentono al mestiere del lupo come a quello dell’agnello di operare liberamente, come fossero due mestieri semplicemente diversi, dando pari opportunità agli uni e agi altri.

Il modernismo infatti è un’ideologia fascinosa e perversa, che favorisce la doppiezza sotto pretesto di valutare la modernità. Esso è basato, come disse San Pio X, sull’idea della «mutabilità della verità» non nel senso di ammettere l’esistenza di cose mutevoli, il che è cosa doverosa, ma nel senso dell’infedeltà al vero e quindi nella negazione di valori assoluti. Così si può dire che il modernismo è maestro di doppiezza.

Esso confonde la fermezza con la rigidità, la fedeltà con l’ostinazione e il conservatorismo, la certezza con l’arroganza, la duttilità con il relativismo, la flessibilità con l’opportunismo, l’aggiornamento col camaleontismo, il rinnovamento con la sovversione, ciò che è stabile con ciò che è inerte, ciò che vive con ciò che muta, la canna sbattuta dal vento con la docilità alle sorprese dello Spirito Santo.

Bisogna dire viceversa che nessuna filosofia come quella di San Tommaso è nemica della doppiezza del pensiero e del linguaggio, in forza del fatto che nessuna è tanto filosofia dell’identità dell’essere e dell’ipsum Esse, quanto la sua. Nessuna è così rigorosa nel rispetto del principio di non-contraddizione. Per questo la Chiesa la raccomanda fra tutte.

La vera filosofia è la filosofia dell’essere, di ciò che è, perché così essa è aperta a tutto il reale, dato che ogni cosa è un ente. Quindi chi coglie l’ente o l’essere, coglie virtualmente ogni cosa. Tutto è nell’essere; nulla è al di fuori dell’essere. Anche il non-essere lo pensiamo come fosse essere. Questa filosofia non esclude nulla e include tutto. Esclude solo ciò che non può esistere. E questo è precisamente il cosiddetto «terzo escluso».

Diciamo che qualunque sistema filosofico che riduce l’essere ad un aspetto dell’essere lo si chiama ideologico. L’idea prevale sulla realtà e la restringe. Molte filosofie fanno questa operazione, che restringe l’orizzonte dell’intelligenza, riducendo l’essere a un dato essere, magari di grande rilievo e importanza, ma pur sempre quel dato essere e non l’essere come tale nella sua infinita vastità, varietà e perfezione. Al riguardo esistono due grandi generi di ideologia:

§  O per riduzione o limitazione dell’essere all’apparire, al divenire, allo spirito, al pensiero, all’io, alla coscienza, al fenomeno, al soggettivo, all’oggettivo, all’idea, al concetto, all’agire, al fatto, all’individuo, all’evento, al molteplice, alla storia, alla vita, all’uomo, al linguaggio, al sensibile, alla materia, alla natura. Esiste solo il mondo. Ed ecco l’ateismo.

§  O per assolutizzazione o enfatizzazione dell’essere: ammettere solo l’essere uno, unico, identico, assoluto, totale, necessario, immutabile, immobile, eterno, infinito. Esiste solo Dio. Ecco il panteismo.

Fine Prima Parte (1/4)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 12 aprile 2021

L’esempio di un metodo di pensare basato sulla doppiezza lo possiamo trovare in queste parole di Hegel:

«il vero e il falso appartengono a quei pensieri determinati che, privi di movimento, vorrebbero valere come particolari essenze delle quali l’una sta di qua e l’altra sta di là rigidamente isolate e senza reciproca comunanza».


Bisogna dire viceversa che nessuna filosofia come quella di San Tommaso è nemica della doppiezza del pensiero e del linguaggio, in forza del fatto che nessuna è tanto filosofia dell’identità dell’essere e dell’ipsum Esse, quanto la sua. Nessuna è così rigorosa nel rispetto del principio di non-contraddizione. Per questo la Chiesa la raccomanda fra tutte.

La vera filosofia è la filosofia dell’essere, di ciò che è, perché così essa è aperta a tutto il reale, dato che ogni cosa è un ente. Quindi chi coglie l’ente o l’essere, coglie virtualmente ogni cosa. Tutto è nell’essere; nulla è al di fuori dell’essere. Anche il non-essere lo pensiamo come fosse essere. Questa filosofia non esclude nulla e include tutto. Esclude solo ciò che non può esistere. E questo è precisamente il cosiddetto «terzo escluso». 

Immagini da internet: 
Georg Wilhelm Friedrich Hegel - San Tommaso d'Aquino


[1] Cit. da Vito Mancuso, Hegel teologo e l’imperdonabile assenza del «Principe di questo mondo», Piemme, Milano 1996, p.179.

[2] Questa visione di Hegel è descritta con molta chiarezza e è ben documentata dal citato libro di Mancuso, pp.180-183.

[3] Secondo le Concordanze bibliche della Vulgata a cura del Bechis del 1888 e quelle del De Raze-De Lachaud-Flandrin, Lecoffre, Paris 1902.

[4] Fenomenologia dello Spirito, La Nuova Italia, Firenze 1988, vol.I, p.30.

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