Può esistere un ateo in buona fede? Prima Parte (1/3)

 Può esistere un ateo in buona fede?

Prima Parte (1/3)

L’ateismo è un’opinione come un’altra?

L’ateo è in colpa o può essere in buona fede? Considerando il buonismo imperante, potrebbe sembrare una domanda provocatoria: ma è ovvio che è in buona fede! Anzi, considerando che tutti si salvano, l’ateo ha il paradiso assicurato! Eppure non è così certo e in questo articolo mi propongo scandalosamente di dimostrare che – a certe condizioni -  è in colpa, ammesso che il lettore non si ritragga disgustato alla sola vista del titolo e sia disposto ad ascoltarmi. Spero almeno di suscitare il dubbio, perché è solo così che dimostriamo vera carità verso l’ateo.

Ma innanzitutto: è possibile dimostrare a un ateo che Dio esiste? È possibile, dimostrargli che si sbaglia? Certo che in linea di principio è possibile, tanto più che egli non verrebbe a sapere una cosa che prima non sapeva, ma verrebbe a prender o a riprendere coscienza di ciò che, magari inconsciamente sapeva già. Ma purtroppo capita che gli atei sono persone già credenti, che hanno abbandonato la fede già da giovani e si sono induriti in quella convinzione con fare arrogante. Sono persone che non cercano la verità, ma vogliono trovare un pretesto alla loro cattiva condotta.

La Scrittura ci insegna chiaramente che nessuno ignora, almeno implicitamente, che Dio esiste e che ognuno deve renderGli conto delle sue azioni. «Dio renderà conto a ciascuno delle sue opere» (Rm 2,6).  Essa ci dice senza mezzi termini e senza troppi complimenti che chi nega l’esistenza di Dio è uno stolto. È impossibile ignorare in buona fede che Dio esiste, perché questo sapere non proviene da un’informazione accidentale, ricevuta per apprendimento e proveniente dagli altri, ma ognuno di noi, applicando rettamente e spontaneamente la propria ragione, che passa dall’effetto alla causa e chiedendosi qual è la causa prima della realtà, si accorge che Dio esiste.

Diciamo schiettamente che l’ateismo è un pretesto per fare la propria volontà al posto di quella di Dio. Come volontà di respingere la volontà divina per fare la propria, l’ateismo è peccato mortale. Se l’ateo è quindi un cultore dei valori morali, del bene comune o della fratellanza universale, non lo è certo in quanto ateo, ma per una sua scelta di convenienza, riservandosi sempre la libertà di trasgredire questi valori, quando possa fargli comodo. Il rispetto dei valori universali sottende la fede in Dio, che ne è il principio universale. L’ateismo invece di per sé porta il soggetto al soggettivismo e all’individualismo, ossia a infischiarsi del bene o degli interessi comuni, per badare solo al proprio tornaconto personale.

Dobbiamo considerare che la volontà umana, anche dopo il peccato originale, è da Dio costitutivamente inclinata verso di Lui, ma siccome essa è libera, ha la possibilità di costituire o considerare suo bene non Dio ma sé stessa. Essa è fatta per un bene assoluto che è Dio, ma per sua libera scelta può assolutizzare il relativo. È fatta per un bene infinito, ma per sua libera scelta può considerare il finito come fosse infinito. È fatta per l’eterno, ma può scegliere il temporale. È fatta per l’ipsum Esse, ma può preferire il divenire; è fatta per la vita, ma può scegliere la morte.

Ogni uomo, quindi, con un semplice ragionamento, sa che Dio esiste; ma la cosa può ripugnargli, perché la sente come un freno all’affermazione di sé e della propria libertà. L’ateismo non nasce da nessun bisogno di verità, come vorrebbe farci credere Nietzsche, né dal bisogno di vincere la superstizione, come vorrebbe Lucrezio, né da nobili ragionamenti scientifici, come vorrebbe farci credere Comte, o da sincere aspirazioni alla grandezza umana, come vorrebbe farci credere Feuerbach o dalla necessità di lottare per la liberazione degli oppressi, come vorrebbe farci credere Marx, ma da questi meschini, sordidi e sciagurati interessi.

Queste cose bisogna dirle con la dovuta discrezione agli atei affinchè prendano coscienza della loro situazione, si ravvedano e abbandonino la strada della perdizione. Bisogna liberarli dall’orrendo precipizio in cui cadde Leopardi, che credette che l’essere sia illusione e nulla, venga dal nulla e vada verso il nulla.

Le famose cinque vie di San Tommaso per dimostrare l’esistenza di Dio che scopo dunque hanno? Dimostrare che Dio esiste a uno che non lo sa, così come io potrei dimostrare in un processo che è stato il marito ad uccidere la moglie, come avvenne sessant’anni fa per il delitto Nigrisoli? Niente affatto. San Tommaso non intende portare il lettore alla conoscenza di qualcosa che non sa, ma rafforzare la convinzione già posseduta, almeno implicitamente, dal lettore.

In base a questo presupposto la morale tradizionale ha sempre considerato l’ateismo come gravissimo peccato di superbia, ossia come rifiuto volontario in nome di un io che vuol sostituirsi a Dio, di una fondamentale verità salvifica che tutti conoscono o possono facilmente conoscere. Tuttavia dobbiamo riconoscere che nell’età moderna la questione dell’esistenza di Dio si è estremamente complicata per i mille intralci che ciarlatani e filosofi sofisti hanno voluto frapporre al cammino della ragione verso Dio e a causa della nascita di gnoseologie negatrici delle prime evidenze dei sensi e della ragione, evidenze che fanno da base per la dimostrazione dell’esistenza di Dio.

Se non si crede alla verità, come si può giungere alla scoperta della somma Verità che è Dio? Che interesse può avere una simile prospettiva? Se non si crede nel potere veritativo della ragione, è logico che si finisca nell’ateismo, perché è la ragione che conduce a Dio. E non serve a nulla una «fede» irrazionale, che pretenda di  sostituire la ragione, perché la fede presuppone la ragione, se no non è fede ma fanatismo e criptoateismo, come lo dimostra il cammino che da Lutero va ad Hegel e da Hegel va a Marx e  da Marx va a Nietzsche[1].

È successo allora che gli stessi moralisti cattolici, davanti a questa situazione che ha provocato il diffondersi dell’ateismo, dell’incredulità e dell’apostasia, hanno cominciato a riprendere in mano il problema dell’ateismo per il fatto che non poteva essere credibile che tutte queste crescenti masse umane che si dichiaravano atee fossero tutte composte di persone in stato di peccato mortale.

Nel frattempo la Chiesa ha ritenuto opportuno di far buon viso a cattivo gioco comprendendo l’opportunità che sul piano della convivenza civile non dovesse esserci problema a riconoscere lo statuto di cittadini anche agli atei. E così avviene che nelle nostre società moderne nate della Rivoluzione Francese e da quella Americana, basate non più come quelle precedenti sull’obbligo del suddito di rispettare la religione cristiana del sovrano[2], ma sul comune impegno dei cittadini di rispettare i diritti universali dell’uomo, la professione di ateismo non figura più come delitto contro lo Stato, ma le Costituzioni, col consenso della Chiesa, concedono pari diritti ai cittadini credenti e a quelli atei in nome del diritto alla libertà di pensiero, che non è solo libertà religiosa, ma libertà di credere o non credere in Dio[3].

Così nella società medioevale gli atei erano rarissimi e suscitavano una generale ripugnanza ed orrore non tanto presso le autorità civili, quanto piuttosto presso la totalità della popolazione composta esclusivamente da battezzati. Nell’età moderna, viceversa, con l’affermazione del comunismo ateo, abbiamo visto il sorgere di Stati atei, nei quali i credenti sono a mala pena tollerati se non perseguitati, all’opposto della cristianità medioevale, nella quale erano gli atei ad essere puniti per non dire condannati a morte.

Oggi viceversa, siamo abituati, credenti ed atei, a convivere gli uni con gli altri nella società, come se l’esser teista od ateo sia una semplice opinione e quindi una legittima scelta personale, che non compromette il bene comune e la lealtà del cittadino. Su questo punto si è verificato un contrasto fra lo Stato e la Chiesa, mentre questa, ancora col Concilio Vaticano II[4], condanna l’ateismo come irragionevole e contrario al bene della persona umana e della società.

Oggi sembra esser rinato il rischio di confondere il teismo con l’idolatria, come è capitato nell’incresciosa vicenda del culto di Pachamama. Il problema oggi è che girano molti concetti errati o lacunosi o contradditori o insufficienti di Dio, di tipo maomettano, occamista, cusaniano, luterano, fideista, cartesiano, spinoziano, massonico, illuminista, razionalista, kantiano, fichtiano, hegeliano, schellinghiano, pseudomistico, ontologista, panteista, modernista, heideggeriano e rahneriano di Dio. E molti cattolici bevono queste bevande avvelenate forse senza accorgersene.

 Molti di costoro, che non credono neppure nell’oggettività e veridicità del concetto, a maggior ragione pensano che il concetto o addirittura la formula dogmatica teologica sia un concetto relativo e mutevole, perché, col pretesto che l’essenza di Dio è infinita e incomprensibile, la considerano inintellegibile, non concettualizzabile, e indefinibile, ma come Mistero del tutto ineffabile.

Oggi è diffusa l’idea di un Dio falsamente misericordioso, il quale chiede che gli si creda senza ragionare, un Dio che non ci ricorda le conseguenze del peccato originale, non spiega il perché della sofferenza degli innocenti, non punisce il peccato, non incolpa nessuno, lascia liberi e impuniti i malfattori, scusa tutti i peccati, non toglie il peccato ma non lo guarda, perdona senza esigere penitenza, non chiede nessun sacrificio espiatorio o soddisfazione riparatrice, salva tutti, teisti ed atei, santi e bestemmiatori, incondizionatamente e senza meriti, giustifica tutte le religioni, confonde il naturale col soprannaturale, l’uomo con Dio, mette Cristo accanto a Budda e Maometto, non libera dalla sofferenza, non determina né la natura umana né fonda la legge morale, è inseparabile dal mondo e dalla materia, promette la felicità sulla terra.  E il bello è che molti lo considerano il Dio cattolico! Essere atei e maledire questo «dio» non è ateismo, ma opera santa e salutare, sacro dovere per meritare il paradiso in ordine alla eterna beatitudine.

A riguardo di questo gravissimo problema, S.Paolo VI ebbe l’idea, subito dopo il Concilio, di affidare alla Compagnia di Gesù, in occasione della XXXII Congregazione della Compagnia nel 1974[5], l’arduo mandato di sconfiggere l’ateismo, sulla scia delle grandi imprese compiute dai Gesuiti nei secoli passati. Senonchè, purtroppo, la Compagnia non era più quella di un tempo, ma anch’essa, come molte altre forze della Chiesa, aveva iniziato uno scriteriato rinnovamento sulla base di una falsa interpretazione della riforma conciliare.

Alla XXXII Congregazione i Gesuiti formularono un ragionamento di questo tipo: l’ateismo è provocato dallo sdegno degli oppressi nei confronti dei padroni, che cercano di tenerli buoni assicurando loro che sopportando il loro disagio, meriteranno il paradiso come il povero Lazzaro. Ma questa evidentemente è una strumentalizzazione del Vangelo, per la quale i padroni si ritengono esentati dal rispettare i diritti dei lavoratori. Non occorre che ci impegniamo in polemiche dottrinali contro l’ateismo – sostennero i Gesuiti -, cose d’altri tempi. Siamo pratici. Abbattiamo invece il potere dei padroni, lottiamo per la giustizia sociale e l’ateismo perderà il suo mordente e scomparirà.

Ma oggi – continuavano gli astuti Gesuiti - quali sono le forze politiche che lottano efficacemente per l’emancipazione degli oppressi? Sono quelle marxiste. Uniamoci dunque ad esse e l’ateismo sarà vinto. Ma il risultato fu che, collaborando coi marxisti, per essere accettati da loro nella lotta contro i padroni, i Gesuiti rinunciarono a confutare l’ateismo marxista. Quindi finirono col fare l’opposto di quello che il Papa si aspettava[6].

Fu così che in America Latina e soprattutto in America Centrale i Gesuiti in questa falsa lotta per la giustizia sociale non rimediarono affatto né alla piaga dell’ateismo, né a quella della miseria, ma anzi ne favorirono la diffusione dell’ateismo e l’incrudelire dei ricchi, finché San Giovanni Paolo II, nella speranza di porre qualche rimedio a tanto danno e a tanto scandalo, pensò nel 1981 di sostituire prima il Preposito Padre Pedro Arrupe, con un Delegato personale nella persona del Padre Paolo Dezza e poi di deporlo nominando nel 1983 il nuovo Preposito nella persona de Padre Hans Peter Kolvenbach. Il Papa riuscì a mitigare l’insipienza dei Gesuiti, favorì un’autentica promozione sociale delle classi povere, ma non riuscì a frenare il nefasto influsso di Rahner sulla Compagnia[7], tanto che ancor oggi con Papa Francesco il problema è lungi dall’essere risolto.

In forza di questo clima sociale che stiamo vivendo di relativismo ed indifferentismo religioso e dottrinale, molti anche fra i cattolici, si sono fatti la convinzione che l’essere o proclamarsi ateo non è poi così una grande disgrazia o un grave peccato, ma è un’opinione come un’altra, che va rispettata e al massimo tranquillamente tollerata.

Questa posizione indifferentista trae occasione dal fatto che molti confondono i rapporti umani nella vita politica con i propri doveri di cattolici verso gli acattolici, quindi compresi gli atei e non riflettono al fatto che se in politica è possibile e normale una collaborazione fra teisti ed atei in vista di obbiettivi onesti e limitati sulla base dei comuni valori riconosciuti dalla Costituzione, il loro essere cattolici li impegna in un’opera di evangelizzazione ed umanizzazione della società, finalizzata, tra l’altro, a fare il possibile per condurre a Cristo anche gli atei e quindi a prendersi a cuore il loro dramma per aiutarli a risolverlo offrendo loro la luce della fede.

Vi sono bensì oggi dei cattolici, i quali ritengono che non sia cosi il caso di farsi un cruccio dell’esistenza di atei, come faremmo per un parente colpito dal cancro. Gli atei si salvano lo stesso, perché sono in buona fede. L’importante, secondo loro, è amare il prossimo. Amare il prossimo è già amare Dio. Esistono atei più generosi, onesti e più sensibili ai bisogni dei poveri che non certi credenti. Se la coscienza dell’ateo gli impone di essere ateo – ci suggerisce Rahner -, lasciamolo in pace nella sua buona fede. Per Rahner, infatti, teismo e ateismo, in quanto espressi in concetti – che sono di per sé mutevoli e relativi - non hanno incidenza ai fini della salvezza, alla quale comunque tutti giungono, come invece ce l’ha l’opzione fondamentale atematica preconcettuale e trascendentale per Dio, comune ad ogni uomo.

Rahner infatti parla tranquillamente e ripetutamente di «ateo senza colpa»[8]. Egli infatti, con una falsa interpretazione di Lumen Gentium 16, dove si parla della possibilità di salvezza di «coloro che non sono ancora giunti ad una conoscenza esplicita Dio», crede che il Concilio si riferisca agli atei. Il che è falso, perché conoscenza implicita di Dio non è ateismo, ma appunto conoscenza, per quanto implicita, di Dio. Così Rahner fa dire alla Chiesa quel che in realtà pensa lui, che è contrario alla dottrina della Chiesa: «secondo la dottrina della Chiesa esiste certamente un ateo senza colpa, che trova la salvezza, la cui prassi conforme a coscienza contraddice ultimante il suo ateismo teorico»[9].

Rahner ricorda qui la sua tesi che il teismo salvifico, comune a tutti gli uomini, atei o teisti, consiste in un’«esperienza originaria, apriorica preconcettuale ed atematica di Dio», indifferente restando al fine della salvezza comunque assicurata a tutti dalla misericordia di Dio, indipendentemente da come tale esperienza venga categorizzata, se nel teismo o nell’ateismo. Quindi, per questo motivo, per Rahner, non è assolutamente il caso di persuadere l’ateo che si sta sbagliando. Del resto, è poi così sicuro che sbaglia? – soggiunge Küng come vedremo meglio più avanti –. La scelta infatti dell’ateo, per Küng, è una scelta affettiva, che non c’entra con la ragione, per cui come non è razionalmente motivata, così non può essere razionalmente confutata. 

D’altra parte, come di recente Luigino Bruni ha scritto su Avvenire: è possibile che esista un «ateismo onesto». Che cosa c’è di male? Secondo Luigino, ci possono essere ragioni valide per essere atei, ragioni alle quali il credente non saprebbe che cosa rispondere. Certo Luigino è credente. Ma con quanta convinzione? Se un musulmano gl’imponesse di credere in Allah, pena il taglio della gola, sarebbe capace di resistere? Glielo auguriamo. Queste comunque sono le idee correnti. Il donabbondismo è imperante col solito pretesto della misericordia e del rispetto per il «diverso». Ma quanto valgono?

Un problema particolare è posto dal comunismo ateo di origine marxista. L’ateo comunista è convinto che l’ateismo è la condizione per possedere il senso del bene comune e della giustizia sociale, mentre il teista sarebbe un egoista e uno sfruttatore del prossimo. Questo ragionamento lo trasferisce a livello degli Stati, così da affermare per esempio che mentre gli Stati Uniti, basati sulla libertà religiosa[10], sfruttano i popoli dovunque arrivano, la Cina, la cui Costituzione è fondata sull’ateismo marxista, sarebbe, come di recente ha affermato Mons. Sanchez Sorondo, alto prelato della Santa Sede, il «popolo che meglio di ogni altro realizza la dottrina sociale della Chiesa».

Ora giudizi di questo genere presuppongono il suddetto errore gravissimo, che è quell’inganno che attrae molti ingenui al comunismo. Occorre dunque dimostrare all’ateo che il vero senso del bene comune si fonda sulla religione e non sull’ateismo, il quale viceversa, come dimostra la storia degli Stati atei e quanto oggi avviene realmente in Cina, crea degli Stati imperialisti, tirannici, liberticidi ed affamatori dei popoli.

Che invece l’ateismo si sposi col materialismo, questo è verissimo e del tutto logico. È chiaro che la soppressione nell’uomo della sua aspirazione al bene divino non può che degradare la dignità umana al livello delle bestie, rendendola occupata soltanto nella ricerca del piacere materiale, centrata solo su se stessa e sui propri interessi individuali. Viceversa, innamorare gli uomini del valore dello spirito, suscitare in loro l’amore del sapere, della virtù e della cultura, vuol dire tenerli lontano dal contagio nefasto dell’ateismo e dalle sue disastrose conseguenze morali e materiali.

 Per converso, per quanto riguarda la massoneria, esistono nei suoi confronti polemiche eccessive che la accusano di favorire l’ateismo. Per la verità, nelle Costituzioni massoniche londinesi di Anderson del 1723 la massoneria esclude dalle sue fila l’ateo definendolo addirittura come «stupido», appellativo di sapore biblico.

È vero tuttavia che la massoneria, ammettendo solo la religione naturale, ma non quella rivelata, concepisce un teismo, che, come quello di Küng o di Rahner che vedremo più avanti, al lato pratico, manca della forza razionale per controbattere l’ateismo e scende facilmente a patti con esso, provocando quell’agnosticismo o indifferentismo religioso, che consente alla massoneria di presentarsi come saggia organizzatrice della convivenza internazionale ed arbitra imparziale capace più della Chiesa cattolica di garantire la convivenza pacifica tra i fedeli delle varie religioni, compresi gli stessi atei.  

Fine Prima Parte (1/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 14 novembre 2020


L’ateismo non nasce da nessun bisogno di verità, come vorrebbe farci credere Nietzsche

Leopardi credette che l’essere sia illusione e nulla, venga dal nulla e vada verso il nulla.

 

 

Friedrich Nietzsche 

Giacomo Leopardi

(Immagini da internet)


[1] Cf K.Löwith, Da Hegel a Nietzsche, Einaudi,Torino 1999.

[2] Come ancora si convenne nel Trattato di Westfalia, distinguendo cattolicesimo da protestantesimo: cuius regio, eius religio.

[3] Il diritto alla libertà religiosa con relativo diritto all’agnosticismo religioso è stato sancito per la prima volta nella storia dalla Rivoluzione americana con la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Lesivo invece del diritto dei popoli è il principio dell’ateismo di Stato sancito dalla Rivoluzione Russa del 1917 e ribadito dalla Rivoluzione cinese del 1950.

[4] Cost.Past. Gaudium et spes, nn.19-21.

[5] Cf Antonio Caruso, Tra grandezze e squallori, Edizioni Viverein, Monopoli (BA) 2008, p.167. La vicenda è raccontata anche da Malachi Martin, I Gesuiti. Il potere le la segreta missione della Compagnia di Gesù nel mondo in cui fede e politica si scontrano, Sugarco Edizioni, Milano 1987.

[6] Il P. Caruso espone in sintesi questo ragionamento a p.181 del libro citato.

[7] Nonostante la pubblicazione dell’enciclica Veritatis splendor del 1993, dove è condannata l’«opzione fondamentale» rahneriana.

[8] Vedi Chiesa e ateismo in AA.VV., L’ateismo. Natura e cause, in Editrice Massimo, Milano 1981, pp.173-177.

[9] Ibid., p.177.

[10] Vedi J. Maritain, Réfléxions sur l’Amérique, Arthème Fayard, Paris 1958.

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