Siamo collaboratori di Dio - Che cosa ha inteso dire il Santo Padre a proposito della Corredentrice

Siamo collaboratori di Dio

Che cosa ha inteso dire il Santo Padre

 a proposito della Corredentrice 

Un titolo con una precedente illustre tradizione 

Sappiamo come al Santo Padre non vada bene il titolo mariano tradizionale di Corredentrice attribuito alla Madonna. Ha ripetuto questa sua convinzione nell’Udienza Generale di mercoledì 24 marzo scorso. Questo può stupire, perché questo titolo è stato usato anche da alcuni Papi, come Benedetto XV e San Giovanni Paolo II, mentre altri, come il Beato Pio IX, Leone XIII e Pio XI hanno usato espressioni tali da poterci far capire che cosa vuol dire Corredentrice senza con ciò mettere Maria alla pari di Cristo, come se fosse una dea accanto ad un altro Dio, per cui ricadremmo in pieno paganesimo.

Questi Pontefici arrivano a consentire al principio che Maria meritò in modo congruo per noi quella salvezza che Cristo ci ha meritato in modo degno, affermano che Maria «è indissolubilmente unita a suo Figlio nel meritare e soddisfare» (San Pio X), la definiscono «riparatrice di tutto il mondo» (Leone XIII), «consorte di Cristo nella redenzione del genere umano» (Pio XI), dicono che «ella ha redento il genere umano insieme con Cristo» (Benedetto XV)[1].

Quei Papi infatti ci spiegano che Corredentrice non vuol dire redentrice alla pari, perché ciò vorrebbe dire assegnare a Maria un ruolo divino che assolutamente non le conviene, perché ciò comporterebbe la negazione dell’unicità di Dio e l’ammissione di due divinità salvatrici. Infatti Cristo è l’unico Redentore e l’unico Mediatore, perché Dio è uno solo e, come riconosce lo stesso Corano, non ci sono altri dèi accanto a lui.

Nessuna creatura, per quanto santa, può pretendere di completare o perfezionare l’opera redentrice di Cristo o di aggiungervi qualcosa, come se mancasse qualcosa per la sua piena efficacia, come se Cristo avesse bisogno di un aiuto dalla creatura per compiere la sua opera, come se la creatura potesse avere lo stesso potere di Cristo nel meritare de condigno la salvezza per l’umanità. Di quale aiuto può aver bisogno Dio dall’uomo? In ciò i luterani hanno ragione. Sbagliano quando credono che l’uomo non possa essere collaboratore e ministro di Dio meritando de congruo la propria salvezza.

Non si tratta di aggiungere qualcosa di nostro ad un che di già perfetto, ma di partecipare indegnamente per grazia e per misericordia a un divino che ci trascende.

È vero che San Paolo dice «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24). Ma egli evidentemente non intende riferirsi all’opera divina, ma bensì alla parte umana, dato che parla di «patimenti» ed è evidente che solo l’uomo e non Dio può soffrire, perché attributo divino che distingue Dio dall’uomo è appunto quello dell’impassibilità.

Paolo dunque si riferisce a tutta quell’infinità e varietà di sofferenze fisiche, psichiche e morali, privazioni, frustrazioni, traumi, malattie, deformità, malformazioni, menomazioni, sventure, dai quali è afflitta l’umanità anche la più felice, tutte sofferenze che Cristo non ha subìto in vita, ma che l’anima pia sofferente può offrire a Dio in unione con la Croce di Cristo.

Come non vedere allora in questo riferimento al patire con Cristo e per Cristo un riferimento paradigmatico alle sofferenze di Maria? Come non pensare alla partecipazione somma, perfettissima ed esemplare per tutti di Maria alla Passione redentrice del Figlio? E che cosa è, questa, se non corredenzione?

Chi tra tutti noi, unendosi alla Passione espiatrice di Cristo, sul suo esempio si è fatto più di Maria carico delle pene dei peccati dell’umanità? E non è questa corredenzione? Certo, Maria, per la sua innocenza, non ci è modello di penitenza, perché, immacolata com’era, non aveva nulla di cui pentirsi e far penitenza. Ma, per amor nostro, a perfettissima imitazione dell’innocentissimo suo Figlio, come Lui ella ha voluto comunque, al posto nostro, subire i patimenti dovuti ai nostri peccati. E non è, questa, corredenzione?

Nell’asserire che Cristo è l’unico Redentore perché compie un’opera divina di salvezza che solo Dio può compiere noi cattolici concordiamo con i luterani, i quali però sbagliano nel rifiutare a Maria il titolo di Corredentrice, perché non capiscono che l’opera della redenzione è bensì opera divina, ma della quale siamo chiamati a partecipare mediante la grazia, che è appunto «partecipazione alla natura divina» (II Pt 2,4).

La corredenzione è un ruolo subordinato alla redenzione

Con-redimere è come con-lavorare, collaborare: cosa significa nel nostro caso quel «con»? Non va inteso nel senso di completare il lavoro di colui col quale si collabora, perché da solo non ce la fa, ma nel senso di partecipare, di fare imperfettamente ciò che l’altro, col quale si collabora, fa perfettamente e completamente e potrebbe fare anche da solo.

Quando Paolo ci dice che siamo collaboratori di Dio (synerguntes: I Cor 3,9; II Cor 6,1), intende proprio riferirsi a ciò che dal sec. XV si è cominciato a chiamare «corredenzione», iniziando a riferirla alla Madonna, senza accorgersi che il titolo, benché ad un grado inferiore, poteva e doveva essere attribuito al cristiano come tale. 

Di ciò ci hanno resi consapevoli i Papi a partire dal Beato Pio IX, i quali ci hanno spiegato il concetto di corredenzione in modo tale che si comprendeva che si poteva applicare benissimo, mutatis mutandis, ad ogni cristiano. Quindi il titolo non nasce affatto da un massimalismo mariano o addirittura da una mariolatria, ma è una rigorosa affermazione teologica, che discende logicamente dalla pienezza di grazia di Maria, come da questa verità la Chiesa ha dedotto i dogmi dell’Immacolata Concezione e dell’Assunzione al cielo.

E per questo la verità della Corredenzione, rettamente intesa, non nel senso falso giustamente condannato da Papa Francesco, ma nel senso giusto qui esposto, potrebbe essere dogmatizzato, per cui si comprende come sotto il pontificato di San Giovanni Paolo II, successe che un gruppo di Cardinali gli si rivolse per chiedergli di elevare a dogma il titolo di Corredentrice.

D’altra parte, i collaboratori del Papa, per esempio, che cosa fanno? Hanno lo stesso potere del Papa? Lo potrebbero sostituire?  Neanche per sogno! Sebbene forse a qualcuno piacerebbe. Invece sono degli umili e leali – speriamo- partecipi del suo potere e della sua autorità, dei semplici esecutori della sua volontà e trasmettitori dei suoi ordini e dei suoi insegnamenti al mondo e alla Chiesa.

In fondo ogni cristiano è un corredentore

Così l’attività del cristiano come tale, e non solo di Maria Santissima, si potrebbe paragonare a quella della  collaboratrice domestica, ossia di una lavoratrice che sotto la direzione della padrona di casa, eventualmente una generosa nobildonna, esegue alcuni lavori modesti, che la padrona ancora in buona salute potrebbe benissimo fare da sola, ma che ha piacere che vengano eseguiti dalla domestica per valorizzarla e darle la soddisfazione di ricevere un buono stipendio in pieno accordo con i sindacati.

Ora Maria, come ha detto lo stesso Pontefice, esegue in modo «eccellente»,  ciò che ogni cristiano in grazia compie  in vari gradi e in varia misura, a seconda delle sue forze, del numero di talenti e della grazia ricevuti. Maria, essendo l’unica creatura gratia plena e quindi esente dalla colpa originale e dall’inclinazione al peccato che ne consegue, chiaramente dà il massimo delle sue forze umane sorrette da una grazia, la cui quantità e qualità supera quella di tutti i più grandi santi, tanto che una grazia maggiore sarebbe impossibile, come quando un bicchiere è pieno: non si può aggiungere nulla. Invece tutte le altre creature umane sono bicchieri non perfettamente puliti e non del tutto pieni. Ma ciò naturalmente non vuol dire che gli altri cristiani non possano contribuire, nella misura in cui sono in grazia e liberi dal peccato, all’opera della redenzione.

Ma con tutto ciò, Maria non fa altro che fare perfettissimamente ed esemplarmente per tutta l’umanità ciò che ogni cristiano, anche il più peccatore ma penitente e dotato di grazia santificante, in fondo sostanzialmente fa: collabora a fare la sua parte nell’opera della redenzione. Quindi ogni cristiano come tale è sostanzialmente un corredentore: in Cristo e grazie a Cristo ci redimiamo e ci salviamo a vicenda.

Ci rendiamo conto di cosa vuol dire essere cristiani? Senza essere Dio, collaboriamo ad un’opera divina. I Luterani, che credono di salvaguardare la grandezza di Cristo negando o fraintendendo la corredenzione di Maria, in realtà limitano la potenza di Cristo che ci rende suoi collaboratori.

Precisazioni

Certo, non bisogna esagerare nel culto alla Madonna, come fanno alcuni oggi, che, valendosi di supposte apparizioni e messaggi della Madonna, pretendono che la Madonna prenda il posto del Papa nell’insegnamento della sana dottrina, nella fedeltà alla Tradizione e nel governo della Chiesa, o annunciano come prossima la rivelazione mariana di supposti segreti soprannaturali, la cui rivelazione dovrebbe costituire un appello miracoloso all’umanità in preparazione a una supposta imminente Venuta di Cristo, che puzza di millenarismo, come se i segni di credibilità del cristianesimo non esistessero già da 2000 anni, senza bisogno di annunciarne di nuovi, il quale annuncio, del resto, per poter essere creduto, avrebbe a sua volta bisogno di essere reso credibile da segni di credibilità, che non ci sono, il che crea un circolo vizioso, che fa temere l’impostura. 

Si può dire inoltre che Maria come donna abbia completato con le sue proprie qualità femminili, la stessa mascolinità di Cristo, come del resto a sua volta questa mascolinità ha completato la personalità femminile di Maria, così che tra Gesù e Maria sul piano umano si realizza perfettissimamente quella reciprocità, che Dio ha voluto all’atto della creazione dell’uomo e della donna.

D’altra parte, la stessa verginità miracolosa di Maria era motivata non dalla necessità di vincere la carne, dato che Maria era libera dalla concupiscenza, ma dalla vicinanza eccelsa ed unica di Maria come Madre di Dio al suo Sposo divino, il Padre celeste, purissimo Spirito infinito asessuato. Ora è evidente che anche questo privilegio della Madonna entra nella sua opera corredentrice, benché per il cristiano comune il voto religioso di castità sia motivato dal bisogno di un maggior dominio dello spirito sulla carne e, nel contempo, di una maggiore libertà dalla carne.

Paolo non usa il termine corredimere, ma quello di collaborare, che però significa la stessa cosa. Non facciamo dunque questione di parole: il concetto è lo stesso. Non litighiamo sulle parole, ma badiamo a condividere lo stesso concetto e poi designiamolo col termine preferito.  Non è questo il problema. Il problema è invece è che oggi esistono concetti sbagliati della grazia e della redenzione.

Il concetto di redenzione è analogico e partecipativo

Una cosa fondamentale da tenere presente è che il concetto di redenzione non è univoco, ma analogico e partecipativo. Redenzione non si dice in un unico senso o in un unico modo, ma a diversi livelli e in diversi sensi. Infatti, mentre il concetto analogico è polisenso, quello univoco è monosenso.

Dire che la nozione di redenzione è una nozione analogica e partecipativa, vuol dire che è una nozione graduata, soggetta a gradi di perfezione, dai significati proporzionatamente simili fra di loro, che vanno da un minimo a un massimo. La nozione di redenzione non è una nozione univoca come per esempio il comprare o il vendere. Non si vende o compra più o mano. O si vende o non si vende. O si compra o non si compra. Ugualmente per quanto riguarda, per esempio, la nozione del creare divino; non esistono gradi di creazione: il creare o c’è o non c’è.

Nel dialogo ecumenico, non dobbiamo essere acquiescenti rispetto al insufficiente concetto luterano di redenzione, di sapore monofisita, ma dobbiamo cercare di correggere con tutta carità ma anche con franchezza i nostri fratelli luterani, i quali, col pretesto che la redenzione è opera divina, sono erroneamente attaccati a un concetto univoco di redenzione, come se fosse un assoluto monolitico ed  impartecipabile e quindi non ammettesse gradi inferiori e analogici di partecipazione o somiglianza.

Col pretesto che è solo Cristo in quanto Dio a redimere l’uomo, non concedono all’uomo e quindi neppure alla Madonna alcuna parte nell’opera della redenzione, non concedono alcuna collaborazione umana. Il loro sola gratia è talmente estremistico, da non concedere alcuna parte alla natura, per loro totalmente corrotta.

Occorre aiutare i luterani a comprendere questo attributo di Maria

Quello che manca a loro, come è noto, è la percezione della nostra collaborazione umana all’opera della grazia per mezzo del libero arbitrio, della sana ragione, delle virtù umane, delle opere buone e del merito. Quello che dobbiamo cercare di ottenere dai  nostri fratelli, è il riconoscimento della necessità, per salvarci, del nostro libero e volontario contributo all’opera della nostra propria redenzione. Dalla grazia del fanciullo della Prima Comunione alla grazia della Madonna è sempre la medesima grazia che consente all’uomo di essere corredentore e collaboratore dell’opera di Cristo, anche se ciò ovviamente avviene in gradi diversi.

Così il redimere l’umanità è sì in sé stessa un’azione divina, di per sé incomunicabile come lo sono gli attributi divini. Tuttavia è incomunicabile ma non è impartecipabile. L’uomo in grazia non diventa Dio, ma resta creatura, però arricchita di una vita divina, che lo fa agire in modo soprannaturale.

Eppure, se la divinità di Cristo non è soggetta a gradi, la meraviglia e il miracolo della grazia sono proprio quelli di essere una vita divina soggetta a gradi, perché Dio, nella sua bontà e misericordia, ha voluto che l’uomo potesse essere partecipe per gradi e collaboratore e quindi libero strumento di quest’opera divina.

Come ciò possa avvenire non lo sappiamo, perché stentiamo a comprendere come una vita divina come la grazia non sia Dio, ma un suo dono creato, che riceviamo nell’anima e possiamo distruggere col peccato. Eppure, questa vita soprannaturale è un fatto che ci è assicurato dalla Rivelazione ed è anche, seppur in modo congetturale, un dato dell’esperienza cristiana, un fatto. che quanto meno si vede dagli effetti meravigliosi e miracolosi della presenza della grazia nell’anima del giusto.

Uno potrebbe obiettare: è vero che il titolo di Corredentrice è stato usato da altri Papi; ma ogni Papa fa avanzare la conoscenza dei misteri della fede, per cui possiamo credere che questa idea dei Papi precedenti sia stata superata dalla posizione di Papa Francesco, così come nessun Papa pensa oggi alle Crociate o alla pena di morte per gli eretici, e quindi non sia più il caso di parlare di Corredentrice, anche per non disgustare i luterani, che la rifiutano.

In realtà le cose non stanno così. Non è che in senso assoluto sia meglio negare la corredenzione piuttosto che affermarla. E Papa Francesco non si sogna neppure di censurare un attributo mariano che ha alle spalle una tradizione secolare tanto insigne. Egli esprime semplicemente un suo parere, che possiamo accettare come non accettare. Non si tratta di dottrina, ma di linguaggio pastorale più conveniente.

Non è una questione di vero e di falso, ma di convenienza o meno nell’attuale clima ecumenico, perché il titolo di Corredentrice, in se stesso certissimo, dev’essere però spiegato perchè si presta ad equivoci, che occorre dissipare per far splendere una verità della Tradizione, che un domani potrà essere dogmaticamente definita, come è avvenuto per gli altri dogmi mariani.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 25 marzo 2021

Solennità dell’Annunciazione del Signore

 


San Paolo dice «io completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24). 

Ma egli evidentemente non intende riferirsi all’opera divina, ma bensì alla parte umana, dato che parla di «patimenti» ed è evidente che solo l’uomo e non Dio può soffrire, perché attributo divino che distingue Dio dall’uomo è appunto quello dell’impassibilità.

 

Come non vedere allora in questo riferimento al patire con Cristo e per Cristo un riferimento paradigmatico alle sofferenze di Maria? Come non pensare alla partecipazione somma, perfettissima ed esemplare per tutti di Maria alla Passione redentrice del Figlio? E che cosa è, questa, se non corredenzione?




 

Maria, come ha detto lo stesso Pontefice, esegue in modo «eccellente», ciò che ogni cristiano in grazia compie in vari gradi e in varia misura, a seconda delle sue forze, del numero di talenti e della grazia ricevuti
 
 
 
 
Pietà di Michelangelo
 
Immagini da internet
 
 
 
 
 

[1] Traggo queste notizie dal classico trattato di mariologia dell’illustre mariologo Gabriele M. Roschini, Mariologia, vol. II, Pars prima, Editrice Ancora, Milano, 1942. Al tema della corredenzione l’Autore dedica ben 200 pagine: da p.272 a p.479.

20 commenti:

  1. Io dico soltanto, perché gli vogliamo al bene, che starebbe a Papa Francesco spiegarsi meglio invece di dover leggere da altri una spiegazione di quello che dice. Non é la prima volta che parla "strano" della Madonna "solo donna", "solo discepola" che si é "meticciata con Dio" (omelia per la Madonna di Guadalupe 12.9.2021; c'é il testo scritto sul sito del vaticano). Poi, anche la sua spiegazione, padre, l'avevo capita anche io, ma credo che Papa Francesco a volte non si renda conto di quello che dice, in buona fede.

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    1. Caro Alessandro, forse Papa Francesco ha spesso queste espressioni un po' strane, che fanno problema.
      Ma, d'altra parte, non sono da considerare come magistero, ma semplicemente come modi personali di esprimersi.
      Bisogna avere un po’ do pazienza, ma con la buona volontà si riesce a trovare un senso accettabile.
      D’altra parte, anche i Papi che si esprimono in una maniera più chiara, hanno bisogno ogni tanto di essere interpretati.
      Ed inoltre, uno dei compiti del teologo è proprio questo, di aiutare i comuni fedeli a comprendere il senso di certe frasi del Papa, onde evitare equivoci o fraintendimenti.
      Papa Francesco, come Pastore Universale della Chiesa, ha il compito di richiamare alla vera devozione verso la Madonna, evitando le esagerazioni, le confusioni circa la vera identità della Madonna, l’eccessiva credulità nei fenomeni straordinari di dubbia natura.

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  2. Caro Padre Giovanni,
    per la terza volta, da quando è stato eletto al soglio di Pietro, Papa Francesco torna a ribadirci che la Vergine è solo un’umile discepola: “Questo è il ruolo che Maria ha occupato per tutta la sua vita terrena e che conserva per sempre: essere l’umile ancella del Signore, niente di più.”
    E con quell’inciso rafforzativo “niente di più”, sembra quasi che il Santo Padre voglia ridurre la spiritualità di Maria santissima a pura obbedienza passiva, annichilendoLe qualsivoglia creativa, libera iniziativa nell’adesione al disegno divino, che non sia totalmente predeterminata.
    Un conto è affermare, lecitamente, che la prescienza di Dio conosce da sempre quelle che saranno le libere scelte degli uomini, ben altro sarebbe, illecitamente, supporre che il dono della Grazia cancelli la libertà umana. Così si giungerebbe ad una concezione della Grazia propria del Protestantesimo radicale, che pare disconoscere la creazione dell’uomo “a immagine e somiglianza di Dio”, ovvero che la libertà dell’uomo inerisce la sua stessa dignità, e investe anche il significato della stessa Croce di Cristo. In fondo il Verbo incarnato, disattese quanti gli chiedevano di scendere dalla Croce per dimostrare Chi veramente fosse, anche perché se lo avesse fatto, rendendo drasticamente pressocché impossibile la libertà di non crederGli, avrebbe così violato la dignità che il Padre aveva conferito all’uomo dal momento della creazione.
    Pure oltrepassando i nostri limiti di comprensione, non è contraddittorio affermare che nonostante Dio sapesse dall’eternità del “sì” di Maria, e per questo l’avesse scelta e benedetta tra tutte le donne… se Maria non avesse pronunciato il suo libero, non passivo “sì” all’Angelo, non vi sarebbe stata l’Incarnazione e dunque nemmeno la Redenzione.
    Come disse San Giovanni Paolo II, in un’omelia del 1985 al Santuario ecuadoriano di Nostra Signora de La Alborada (http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1985/documents/hf_jp-ii_hom_19850131_santuario-alborada.html):
    “Maria però, miei cari fratelli e sorelle, non è l’aurora della nostra redenzione alla maniera di uno strumento inerte e passivo. All’alba della nostra salvezza risuona la sua libera risposta, il frutto, il suo sì incondizionato alla collaborazione che Dio attendeva da lei, come attende anche da noi. […] Il gioioso “fiat” di Maria testimonia la sua interiore libertà, la sua fiducia e la sua serenità. Non sapeva come si sarebbero realizzati concretamente i piani del Signore. Ma lungi dal temere e angustiarsi, appare sovranamente libera e disponibile. Il suo “sì” all’Annunciazione, significò sia l’accettazione della maternità che le era proposta, che il suo impegno nel mistero della redenzione. Questa fu opera di suo Figlio. Ma la partecipazione di Maria fu reale ed effettiva. Nel dare il suo consenso al messaggio dell’angelo, Maria accettò di collaborare in tutta l’opera della riconciliazione dell’umanità con Dio. Attua coscientemente e senza porre condizioni.”

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    1. Caro Bruno,
      rispondo per punti al tuo intervento.
      1. "E con quell’inciso rafforzativo “niente di più”, sembra quasi che il Santo Padre voglia ridurre la spiritualità di Maria santissima a pura obbedienza passiva, annichilendoLe qualsivoglia creativa, libera iniziativa nell’adesione al disegno divino, che non sia totalmente predeterminata.
      Un conto è affermare, lecitamente, che la prescienza di Dio conosce da sempre quelle che saranno le libere scelte degli uomini, ben altro sarebbe, illecitamente, supporre che il dono della Grazia cancelli la libertà umana. Così si giungerebbe ad una concezione della Grazia propria del Protestantesimo radicale, che pare disconoscere la creazione dell’uomo “a immagine e somiglianza di Dio”, ovvero che la libertà dell’uomo inerisce la sua stessa dignità, e investe anche il significato della stessa Croce di Cristo".
      Rispondo dicendo che secondo la dottrina della Chiesa iniziata già col Concilio di Quierzy dell'853, Dio gnon solo preconosce coloro che si salvano, ma anche predestina alla salvezza gli eletti. Infatti, siccome è Lui il Salvatore, Egli muove anche l'atto umano del libero arbitrio ad accogliere la grazia che salva; e non occorre temere che questa mozione divina impedisca o possa coartare la libertà dell'atto, perchè, tutt'al contrario, essendo Dio il Creatore, di ogni agente finito, crea questo stesso atto proprio come atto libero. I luterani, pertanto, hanno ragione nel credere alla predestinazione degli eletti. Sbagliano nel credere che la salvezza dipenda solo dalla grazia senza la collaborazione del libero arbitrio.
      Dire pertanto che Maria è stata l'umile ancella del Signore è sostanzialmente esatto. Maria è esempio eccellentissimo ed incomparabile in questa umiltà obbediente. Anche l'aggiunta "niente di più" è accettabile in quanto l'umiltà è effettivamente la radice di tutte le virtù, sicchè in tal senso all'uomo, per salvarsi, non è richiesto altro che l'essere perfetto nell'umiltà. Si sottintende però che l'umiltà fiorisca nella carità, perchè si potrebbe anche dire che per salvarsi non basta l'umiltà, se questa non fiorisce e fruttifica nella carità. L'umiltà riceve la grazia e la carità la fa fruttare nelle opere buone e nei meriti. Il difetto dell'etica luterana sta appunto nell'esaurire il compito del cristiano nell'umiltà del credente, senza però richiedere le opere buone e i meriti. Ma le cose non vanno così: dobbiamo collaborare - ecco la corredenzione! - attivamente all'opera della grazia, se no, non ci salviamo. Maria è la più eccelsa dei predestinati alla salvezza e siccome essere predestinati vuol dire collaborare all'opera della redenzione, è la corredentrice per eccellenza.

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  3. L’episodio delle nozze di Cana documenta, in modo meraviglioso, la grandezza non solo di Gesù ma anche di Maria, di cui risalta l’ispirazione creativa, originale, libera e coraggiosa nella sequela del mistero dell’Annunciazione e, in modo eccelso, il suo vivere la missione di Madre.
    Sin dall’inizio Giovanni evidenzia alla nostra attenzione la presenza della madre di Gesù, prima ancora di quella dei discepoli: “[…] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.”
    Il cuore di Maria si commuove per gli sposi, anela a che la loro felicità in un giorno così importante, non venga offuscata dalla mancanza di vino.
    Sin da quando era bambino, Ella non aveva mai mancato il dovere, la missione di essere madre, in particolare nell’educarlo: lo aveva presentato al Tempio per la circoncisione iniziandolo, assieme a Giuseppe, alla religione del tempo, conducendolo anche nella città santa di Gerusalemme per la festa di Pasqua; gli aveva comunicato l’amore nella, della e oltre la famiglia. E quando l’aveva ritrovato dopo tre giorni di angosciosa ricerca, non aveva rinunciato all’amorevole rimprovero, perché era giusto farlo, perché una madre ha non solo il diritto ma il dovere di farlo…
    Ma ora suo Figlio non è più un bambino, neppure un adolescente. Gesù presente alle nozze di Cana è un adulto, che per anni ha conosciuto anche la fatica del lavoro di falegname. Forse per un momento un dubbio ha attraversato la mente della Vergine: “Già quand’era un giovanetto ci aveva risposto risentito “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ora, chi sono io, umile serva del Signore, a dover richiamare l’attenzione del Figlio dell’Altissimo, a dargli un consiglio, oggi che Lui è un uomo adulto? Non sarebbe questa una mancanza di rispetto?”
    Qualunque altra donna dinanzi a questi pensieri si sarebbe fermata … qualunque altra donna, ma non Maria santissima. Ammesso e non concesso che possa esser stata sfiorata da tale perplessità, Ella non si è fatta fermare, con ammirevole coraggio ha liberamente scelto di non abdicare al suo essere e dover essere madre, neppure nei riguardi del Gesù adulto:
    “Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino”.
    E la risposta di Gesù possiede una duplice ricchezza di contenuti e insegnamenti: innanzitutto sgombra da noi l’idea che l’iniziativa di Maria possa esser stata da lui direttamente inspirata, e lo fa con una modalità che almeno, a un primo impatto, assume i toni di un risentimento emotivo, di un rimprovero… non le si rivolge chiamandola “madre”, ma “donna”, come se, in quel momento, la partecipazione alla S.S. Trinità del Verbo, la Divinità di Cristo abbia in qualche modo preso il sopravvento sull’umanità di Gesù, per cui Maria, per un momento, sia soltanto una semplice creatura dinanzi a Dio:
    “E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me?”
    Nella seconda parte della risposta di Gesù, ci viene rivelato che, nei disegni divini, la manifestazione della Gloria del Figlio sarebbe dovuta avvenire in un momento successivo alle nozze di Cana: “Non è ancora giunta la mia ora".

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    1. 2. E' molto opportuna e pertinente, su questo argomento, la tua citazione del miracolo alle nozze di Caana: "Gesù presente alle nozze di Cana è un adulto, che per anni ha conosciuto anche la fatica del lavoro di falegname. Forse per un momento un dubbio ha attraversato la mente della Vergine: “Già quand’era un giovanetto ci aveva risposto risentito “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ora, chi sono io, umile serva del Signore, a dover richiamare l’attenzione del Figlio dell’Altissimo, a dargli un consiglio, oggi che Lui è un uomo adulto? Non sarebbe questa una mancanza di rispetto?”
      Qualunque altra donna dinanzi a questi pensieri si sarebbe fermata … qualunque altra donna, ma non Maria santissima. Ammesso e non concesso che possa esser stata sfiorata da tale perplessità, Ella non si è fatta fermare, con ammirevole coraggio ha liberamente scelto di non abdicare al suo essere e dover essere madre, neppure nei riguardi del Gesù adulto.“Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino”. Che cosa è infatti questo intervento di Maria se non un chiaro segno della sua opera di corredentrice?

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  4. Davanti a queste parole del Figlio, qualsiasi altra donna sarebbe ammutolita, pentendosi magari di aver osato tanto. Maria santissima no! Per la seconda volta, sfidando l’umana fragilità, Ella sente, sa, che nonostante le parole risentite, il Figlio non può restare insensibile al suo richiamo, perché nessuno come lei conosce il cuore del Figlio, sa quanto Lui ricambi il suo amore, sa come, assieme a Giuseppe, lo ha educato, ma soprattutto sa che è in potere del Figlio dell’Altissimo venire in soccorso dell’umanità, e a Lui si affida completamente, lasciandoci il perenne messaggio di affidarci anche noi a Lui per fare la Sua volontà:
    “Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela".
    Quanta valore, quanta pedagogia pastorale per noi in quelle poche parole: coraggio, libertà, iniziativa, creatività nella sequela del Signore, sublime senso della Maternità, le tre virtù teologali all’ennesima potenza… la Madonna ben altro che una semplice discepola!
    Ma ora il brano evangelico raggiunge il suo climax: Gesù, il Verbo incarnato, si commuove alle parole delle Madre, quasi che umanamente non possa più resisterLe… e decide di modificare i tempi divinamente prefissati per la manifestazione della Sua Gloria, e compie il miracolo.
    Sì, inaudito! Dio che cambia il suo disegno (nei tempi), dinanzi alla richiesta della Madre, che certo è creatura interamente umana, ma a cui il Figlio qui Le riconosce pienamente di poter intervenire nell’opera della Redenzione.
    Dinanzi a questo brano del Vangelo di Giovanni non possiamo che inginocchiarci, con le lacrime agli occhi, e il cuore colmo di ringraziamento per il Signore e per Maria. Mai un autore umano, tantomeno un ebreo di quei tempi, avrebbe potuto inventare un episodio del genere, a meno che non fosse inequivocabilmente accaduto, con l’opera dello Spirito Santo.
    E invece nelle recenti parole di Papa Francesco, l’episodio delle nozze di Cana, viene ricordato, ancora una volta, per enfatizzare l’obbedienza da discepola, senza iniziative, senza creatività, sino addirittura a sminuirne la Maternità:
    “[…] possiamo dire che è più discepola che Madre. Quella segnalazione, alle nozze di Cana: Maria dice “Fate quello che Lui vi dirà”. Sempre segnala Cristo; ne è la prima discepola.”
    Salvo poi, nel proseguo del discorso, riconoscerLe un certo merito:
    “A un certo punto, nei Vangeli, ella sembra quasi scomparire; ma ritorna nei momenti cruciali, come a Cana, quando il Figlio, grazie al suo intervento premuroso, fece il primo “segno […]”
    Che dire? Spesso il Papa richiama giustamente i fedeli a manifestare la gioia di essere cristiani, a non essere seriosi, tristi.
    Purtroppo, sono a volte proprio le parole del Santo Padre che ci lasciano un po’ di tristezza…

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    1. 3. Ottimo il tuo commento: "Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela".
      Quanta valore, quanta pedagogia pastorale per noi in quelle poche parole: coraggio, libertà, iniziativa, creatività nella sequela del Signore, sublime senso della Maternità, le tre virtù teologali all’ennesima potenza… la Madonna ben altro che una semplice discepola!", quanto meno è modello supremo dei dscepoli per la sua opera di corredentrice!
      "Ma ora il brano evangelico raggiunge il suo climax: Gesù, il Verbo incarnato, si commuove alle parole delle Madre, quasi che umanamente non possa più resisterLe… e decide di modificare i tempi divinamente prefissati per la manifestazione della Sua Gloria, e compie il miracolo.
      Sì, inaudito! Dio che cambia il suo disegno (nei tempi), dinanzi alla richiesta della Madre, che certo è creatura interamente umana, ma a cui il Figlio qui Le riconosce pienamente di poter intervenire nell’opera della Redenzione".
      Una osservazione; non è che Dio modifichi i tempi alla richiesta di Maria. Maria non è il mago che cambia la volontà del dio e lo obbliga a fare quello che vuole lui. Non esageriamo: nessuna creatura, neppure la Madonna, neppure Cristo uomo ha potuto far cambiare idea al Padre. Diciamo invece semplicemente che Maria, con straordinario intuito materno, ben conoscendo il divino potere taumaturgico del Figlio, ha intuito la vera volontà del Figlio di fare il miracolo, al di là delle parole apparentemente scortesi di Gesù, che significano solo che Gesù ha semplicemente ricordato alla Madre, se ce n'era bisogno, che ella era una semplice creatura supplicante, benchè con fiducia assoluta, l'intervento divino. In realtà l"ora" di Gesù era arrivata, eccome! Se no la Madre non avrebbe fatto la richiesta e il Figlio non l'avrebbe esaudita. Chi ha ispirato Maria a parlare se non lo Spirito Santo? Quindi Maria non interviene nell'opera della Redenzione in quel senso esagerato. Questo sarebbe un concetto esagerato di correndenzione; ma interviene semplicemente per collaborare alla volontà del Figlio, benchè ella abbia un tono imperativo verso i servitori.

      4. "Nelle recenti parole di Papa Francesco, l’episodio delle nozze di Cana viene ricordato, ancora una volta, per enfatizzare l’obbedienza da discepola, senza iniziative, senza creatività, sino addirittura a sminuirne la Maternità: “possiamo dire che è più discepola che Madre. Quella segnalazione, alle nozze di Cana: Maria dice “Fate quello che Lui vi dirà”. Sempre segnala Cristo; ne è la prima discepola”
      Anche S.Agostino osservava che per Maria, ai fini della sua salvezza, è contato più l'essere discepola che essere Madre di Cristo in quanto atto per cui Lo ha fisicamente generato. certante se l'esser Madre lo intendiamo in senso spirituale come opera educativa, evangelizzatrice, caritativa ed espiativa, allora è chiaro che in questo esser Madre entra l'opera corredentrice, che però è l'esplicazione e l'attuazione del suo essere discepola. Insomma, nel suo essere discepola è implicito il suo essere corredentrice.

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  5. Gentile Padre,
    Perché la cooperazione alla Redenzione da parte di Maria non potrebbe anche applicarsi a San Giuseppe?
    Chi più di San Giuseppe ha difeso il progetto redentivo durante i primi anni di Gesù?
    San Giuseppe credette a Maria, alla divinità del Figlio, al suo ruolo di padre protettore di Dio Uomo.
    Secondo questa interpretazione di correndenzione come "collaborazione" o "cooperazione" al progetto redentivo, quest'uomo non è anch'esso un corredentore?

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    1. Caro Attilio, le tue domande sono molto interessanti e stimolanti, soprattutto pensando che siamo nell'Anno di San Giuseppe. Innanzitutto io direi che San Giuseppe corredime immediatamente al di sotto di Maria, inquantoché egli, a differenza di Maria, essendo nato con la colpa originale, soffre delle conseguenze del peccato originale.
      In secondo luogo è evidente che egli non è il padre di Gesù, allo stesso livello col quale Maria è Madre di Gesù, perché egli è solamente padre putativo, mentre Maria è realmente Madre di Dio.
      San Giuseppe però dopo Maria, è al di sopra di tutti gli altri santi per il ruolo privilegiato di custode della Sacra Famiglia.
      Invece possiamo dire che altri santi, come per esempio San Paolo, San Giovanni, San Pietro o San Giovanni Battista, lo superano in quanto autori sacri.

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  6. Caro Padre Giovanni,
    lei mi ha giustamente replicato:
    “Dire pertanto che Maria è stata l'umile ancella del Signore è sostanzialmente esatto. Maria è esempio eccellentissimo ed incomparabile in questa umiltà obbediente. Anche l'aggiunta "niente di più" è accettabile in quanto l'umiltà è effettivamente la radice di tutte le virtù, sicchè in tal senso all'uomo, per salvarsi, non è richiesto altro che l'essere perfetto nell'umiltà. Si sottintende però che l'umiltà fiorisca nella carità, perchè si potrebbe anche dire che per salvarsi non basta l'umiltà, se questa non fiorisce e fruttifica nella carità. L'umiltà riceve la grazia e la carità la fa fruttare nelle opere buone e nei meriti.”
    Accetto di buon grado la sua correzione al mio eccessivo impeto di critica e delusione per le recenti parole del Santo Padre. Mi permetto solo di notare che la sua analisi, teologica e insieme pastorale, dell’umiltà, come radice di tutte le virtù e che deve però fruttificare nella carità, supera ciò a cui, non il teologo o lo studioso, ma il credente comune, pensa quando sente dire, per la terza volta che Maria è solo umiltà obbediente e nulla più…
    Ciò che intendevo dire è che pur nell’obbedienza al Signore, all’ispirazione dello Spirito Santo, è la libertà della sua adesione, l’aspetto attivo della carità di Maria e, che resta, in questi interventi di Papa Francesco, per l’orecchio della persona comune, non direttamente esplicitato, col rischio che questi finisca per considerarlo trascurabile.
    A differenza, per esempio di tanti interventi di San Giovanni Paolo II, che nell’enciclica Redemptoris Mater scriveva:
    “Maria si pone tra suo Figlio e gli uomini nella realtà delle loro privazioni, indigenze e sofferenze. Si pone “in mezzo”, cioè fa da mediatrice non come un'estranea, ma nella sua posizione di madre, consapevole che come tale può - anzi “ha il diritto” - di far presente al Figlio i bisogni degli uomini. La sua mediazione, dunque, ha un carattere di intercessione: Maria “intercede” per gli uomini. Non solo: come madre desidera anche che si manifesti la potenza messianica del Figlio, ossia la sua potenza salvifica volta a soccorrere la sventura umana, a liberare l'uomo dal male che in diversa forma e misura grava sulla sua vita. […]
    A Cana, grazie all'intercessione di Maria e all'ubbidienza dei servitori, Gesù dà inizio alla “sua ora. […] la figura di Maria di Nazareth proietta luce sulla donna in quanto tale per il fatto stesso che Dio, nel sublime evento dell'incarnazione del Figlio, si è affidato al ministero, libero e attivo, di una donna.”

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    1. Caro Bruno,
      ho letto con molto piacere le belle parole di San Giovanni Paolo II, che sottolinea l’iniziativa e la premura di Maria nei confronti dei bisognosi.
      Tuttavia, io insisterei su quella spiegazione che ti ho dato circa il “nulla più”, e cioè che nell’umiltà sono virtualmente contenute tutte le virtù, fino al vertice della carità.
      Per questo, se hai a che fare con qualcuno che è rimasto deluso dall’espressione di Papa Francesco, ti consiglierei di proporgli la spiegazione che io ti ho proposto e che tu stesso hai accettato.

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  7. Rimango invece perplesso da questa sua risposta:
    “Una osservazione; non è che Dio modifichi i tempi alla richiesta di Maria. Maria non è il mago che cambia la volontà del dio e lo obbliga a fare quello che vuole lui. Non esageriamo: nessuna creatura, neppure la Madonna, neppure Cristo uomo ha potuto far cambiare idea al Padre. […] “In realtà l"ora" di Gesù era arrivata, eccome! Se no la Madre non avrebbe fatto la richiesta e il Figlio non l'avrebbe esaudita”.
    Quando ho scritto “Dio che cambia il suo disegno (nei tempi), dinanzi alla richiesta della Madre, che certo è creatura interamente umana, ma a cui il Figlio qui Le riconosce pienamente di poter intervenire nell’opera della Redenzione”, non intendevo certamente affermare che Maria compia una sorta di magia o che “obblighi” il Padre a cambiare idea, quanto che, in qualche modo, la commozione del Gesù uomo per le parole di sua Madre, unendosi mirabilmente al progetto divino della Maternità mediatrice di Maria per tutta la Chiesa, fa sì che Cristo, vero uomo e vero Dio, decida di anticipare con un segno quella “sua ora” che Lui stesso ha appena detto non essere ancora giunta.
    Ha scritto Benedetto XVI nel suo “Gesù di Nazareth”:
    “Se Gesù in quell’istante parla a Maria della sua ora, lega con ciò il momento in cui si trovano al mistero della croce come sua glorificazione. Questa ora non è ancora giunta, occorreva precisarlo per prima cosa. E tuttavia Gesù ha il potere di anticipare misteriosamente questa “ora” a modo di segno. Il miracolo di Cana si caratterizza pertanto come anticipazione dell’ora ed è interiormente a essa legato”.
    Anche il Servo di Dio Padre Tyn, in un’omelia sulle nozze di Cana (La Beata Sempre Vergine Maria Madre di Dio. Omelie mariane di padre Tomáš Tyn, O. P., s.l. [Bologna], Associazione Figli Spirituali di Padre Tomáš Tyn, s.a., p. 111-121 ):
    “[…] il primo prodigio di Gesù è operato proprio per intercessione della sua Madre Santissima; si potrebbe quasi dire in modo straordinario, perché questo vangelo è davvero sorprendente: vedete, Maria ha ottenuto questo miracolo accelerando i tempi.
    Infatti Gesù dice: "E che importa a me e a te, Donna? Non è ancora giunta la mia ora". Che cosa significa questo per noi? In quale modo questo ci riguarda? "Il mio tempo non è ancora venuto". Gesù dice chiaramente: "No, non farò il miracolo, il mio tempo non è ancora venuto". Maria, con pazienza straordinaria e soprattutto con fede incrollabile dice: "Fate tutto quello che vi dirà"; allora Gesù compie il miracolo e dice: "Attingete l'acqua", e l'acqua che attingono diventa vino.
    Vedete, la beata Vergine ottiene proprio quello che è quasi l'impossibile. Ecco perché si diceva giustamente di Maria che Ella gode di una onnipotenza di intercessione presso Dio. […]
    Il primo miracolo di Gesù, è impetrato dall'intercessione insistente e difficile della sua Madre SS., perché per Gesù, di per sé, non è venuto il suo momento, non è venuta la sua ora e la madre sua accelera i tempi, fa venire l'ora, prima ancora che dovesse venire, certo intendiamoci bene, non che Maria possa qualcosa contro Dio, questo sicuramente no, ma può tutto in quanto Ella intercede per quello che Dio già vuole concedere, ma precisamente per la sua intercessione. Vedete care sorelle, senza la sua intercessione Dio non avrebbe concesso, ecco perché non è l'ora di Gesù; l'ora è venuta perché Maria ha pregato per quegli sposi. È così. […]”
    Con l’occasione, Padre Giovanni, le auguro, di cuore, buona Santa Pasqua del Signore.

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    1. Caro Bruno,
      innanzitutto complimenti per le tue citazioni di Papa benedetto e di P. Tyn.
      Vorrei rispondere in alcuni punti.
      1. Io ritengo che questo episodio è uno dei tanti nei quali Gesù interloquisce con altre persone: fa domande, accetta richieste, cambia pareri, risponde, discute, si adatta.
      2. Qui Gesù manifesta i limiti propri della condotta umana, che si svolge in un confronto e in un dialogo con gli altri.
      3. Maria si rapporta con suo Figlio nel quadro di questi rapporti interpersonali del tutto normali, nella convivenza umana. Nel quadro di questa dialettica della conversazione umana si inserisce l’iniziativa di Maria.
      4. Stante questa dialettica normale, non dobbiamo avere disagio nel riconoscere che Maria fa cambiare idea a Gesù.
      5. Questo vuol dire che Maria fa cambiare idea a Dio? Ma neanche per sogno! E questo perché? Perché Maria, al di là dell’opposizione che le viene dall’umanità di suo Figlio, intuisce che in realtà il Figlio, come Dio, voleva esattamente quello che voleva Maria. E per questo ella procede con tanta sicurezza e per questo viene esaudita.
      6. L’espressione di P. Tyn “accelerare i tempi” non mi piace, perché sembra che Maria ottenga un mutamento della volontà divina. Infatti noi, creature, non possiamo accelerare i tempi di Dio, ma al contrario bisogna che comprendiamo quando è l’ora e ci adeguiamo a quest’ora. Ora, il punto è proprio questo, che Maria intuisce l’ora di Gesù, benché egli, come uomo, l’abbia contraddetta. Ma è evidente che se Gesù l’accontenta, ciò vuol dire che la volontà divina di Gesù era che quella fosse la sua ora di fare il miracolo. La grandezza di Maria sta nell’avere intuito la presenza di quest’ora, in contrasto con le stesse parole umane di suo Figlio.
      Ringrazio di cuore per gli auguri e ricambio nella preghiera.

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  8. Caro Padre Giovanni,
    mi consenta di ritornare ancora sulla frase del Papa “’umile ancella del Signore, niente di più”.
    La Chiesa ha riconosciuto, unicamente per la Vergine Maria, il culto di iperdulia, superiore a quello di dulia che è dovuto a tutti gli altri santi, ed ha infallibilmente definito, unicamente per la Vergine Maria, ben quattro dogmi di fede: Immacolata Concezione, Maternità divina di Maria, Verginità perpetua di Maria e Assunzione di Maria.
    Il Concilio della Madre di Dio afferma: “colei, che nella Chiesa santa occupa, dopo Cristo, il posto più alto” (Lumen Gentium, 54), “dal Signore esaltata quale regina dell'universo” (ivi, 59), “generosa socia della sua [di Cristo] opera a un titolo assolutamente unico […] cooperò in modo tutto speciale all’opera del Salvatore” (ivi, 61).
    Mi perdoni la domanda, ingenua quanto si vuole, ma che tanti credenti comuni si sono fatti dopo le parole di Francesco:
    “ma se la Madonna è stata niente di più che un’umile discepola del Signore, perché la Chiesa gli ha riconosciuto così tanti onori?”

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    1. Caro Bruno, mi sembra che il “nulla di più” voglia dire semplicemente che Maria è una creatura. Che cosa ci potrebbe essere di più che essere discepolo? L’essere maestro. Ma si può dire che Maria è nostra maestra? Se per “maestra” intendiamo un magistero che ci conduca al Vangelo, possiamo dire che Ella sia maestra. Se invece per “maestra” intendiamo il magistero ufficiale del Vangelo, allora bisogna dire che questo ufficio è riservato a Pietro e agli Apostoli.
      Io credo che quel “nulla più” significhi che Maria è soltanto maestra in quanto ci guida alla conoscenza del magistero degli Apostoli, ma il suo magistero non va posto allo stesso livello del magistero apostolico. In altre parole, il Papa ha voluto escludere che il magistero di Maria possa essere pareggiato al magistero apostolico. In questo senso Ella è soltanto discepola.
      In base a quanto detto, bisogna mettere i privilegi mariani all’interno del discepolato. Il che comporta un allargamento di questo concetto, così da estenderlo a ciò che Maria stessa dice di se stessa, è cioè l’essere ancella.
      Dunque i privilegi mariani, secondo quanto dice Papa Francesco, non stanno al di sopra dell’essere discepola o ancella del Signore, ma sono contenuti in questa sua condizione. Per questo il Papa dice “nulla di più”, perché tutto è all’interno dell’essere discepola.
      Infatti il concetto evangelico di discepolo o discepola è un concetto molto ricco, che non comprende soltanto l’aspetto intellettuale, come siamo abituati noi nel linguaggio corrente, ma è uno stato della persona, che coinvolge anche gli affetti e la prassi, per cui, a questo punto, si può capire come in questo discepolato di Maria ci sia la maternità, l’immacolatezza, la verginità e l’assunzione.

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  9. Sull’altra frase del Papa “possiamo dire che è più discepola che Madre”, lei mi ha riportato il pensiero di Sant’Agostino: “per Maria, ai fini della sua salvezza, è contato più l'essere discepola che essere Madre di Cristo”.
    Mi permetto di notare che Sant’Agostino muore nel 430, mentre l’attribuzione del titolo di Theotókos alla Beata Vergine, da parte del Concilio di Efeso, avviene nell'anno successivo.
    Possiamo ritenerci sicuri che qualora il santo d’Ippona fosse invece vissuto sino a tale solenne attribuzione dogmatica, si sarebbe comunque espresso allo stesso modo?
    Peraltro lo stesso Papa Francesco, in altra occasione, durante l’omelia del 1° gennaio del 2014 (http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/papa-francesco_20140101_omelia-giornata-mondiale-pace.html), aveva esaltato la Divina Maternità come qualità essenziale e principale per Maria, invitando tutti a rivolgersi a Lei con tale titolo:
    “Madre di Dio. Questo è il titolo principale ed essenziale della Madonna. […] Ricordiamo quel grande momento della storia della Chiesa antica che è stato il Concilio di Efeso, nel quale fu autorevolmente definita la divina maternità della Vergine. […] La donna che alle nozze di Cana di Galilea aveva dato la sua cooperazione di fede per la manifestazione delle meraviglie di Dio nel mondo […] e la invochiamo tutti insieme, e vi invito ad invocarla per tre volte, imitando quei fratelli di Efeso, dicendole “Madre di Dio”: Madre di Dio! Madre di Dio! Madre di Dio! Amen.”

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    1. Caro Bruno,
      io ritengo che la tesi di Sant’Agostino sia tuttora valida e che il Concilio di Efeso non abbia detto cose che la possano infirmare. E’ evidente che il titolo di Madre di Dio è il più alto tra i privilegi di Maria. E su ciò sia Sant’Agostino che il Papa e tutti noi concordiamo.
      Il problema che resta è che cosa dobbiamo intendere per discepola, ed io ritengo che dobbiamo prendere questo termine nell’accezione evangelica, che ho esposto nella prima risposta.
      Perché si può dire che sia stata più discepola che madre? Infatti, che cos’è che ha contato di più nella vita di Maria? La sua condotta. Quindi il suo essere discepola. E il suo essere madre, che cosa ha significato per lei? Un semplice e purissimo dono straordinario ed unico della grazia divina. Qui Maria non ha meritato un bel nulla, cioè non ha meritato di essere Madre di Dio. Ma dove ha meritato? Nel dire il suo sì. E quindi dove ha meritato? Nel suo essere discepola.

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  10. Forse O.T, ma mi preme una risposta. Se l'uomo è creato ad immagine di Dio vuol dire che al concepimento ogni uomo è creato, così su due piedi da Dio? Senza l'intervento di Dio che crea l'anima non si nasce? grazie

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    1. Caro Vincenzo,
      nell’origine dell’uomo da Dio bisogna distinguere due cose: la creazione dell’uomo, anima e corpo, e la creazione dell’anima.
      E’ chiaro che ognuno di noi è creato da Dio, a sua immagine e somiglianza, uomo e donna.
      Tuttavia bisogna tenere presente un fatto: come avviene la generazione dell’uomo da parte dei genitori? Qual è l’opera propria dei genitori nella generazione del figlio?
      Qui interviene sia l’opera dell’uomo che l’opera di Dio. I genitori forniscono il corpo, ossia dal punto di vista biologico forniscono la prima cellula, che è lo zigote, la quale sorge dall’unione del gamete di papà e mamma.
      Nel momento in cui i due gameti si uniscono per formare lo zigote, interviene Dio a creare la forma dello zigote e a dare forma allo zigote. Che cos’è questa forma? È l’anima razionale, che è la forma sostanziale del corpo, come insegna il dogma definito nel Concilio di Viennes del 1312.
      A questo punto abbiamo l’individuo umano o persona umana, composta di anima e corpo.
      Ecco perché già uccidere lo zigote è un omicidio, perché il nostro corpo, che contiene miliardi di cellule, non è altro che la moltiplicazione di quella cellula iniziale, che è lo zigote.
      Concludendo possiamo dire che, senza l’intervento creatore di Dio, non si nasce, non perché i genitori non possano formare i gameti, ma perché lo zigote non può esistere se non in quanto la sua anima è creata da Dio.
      Nella nascita di un figlio interviene sempre l’amore. Innanzitutto la creazione dell’anima è frutto della libertà e dell’amore di Dio. Per quanto riguarda i genitori certamente è frutto dell’amore sessuale, inquantoché un figlio può nascere anche da una unione con una prostituta. Tuttavia è evidente che in questo caso questo amore è puramente fisico e non è proporzionato all’amore vero, che occorre per fare nascere dignitosamente un figlio.
      Perché avvenga questa nascita per vero amore, non solo sessuale, ma anche spirituale o addirittura sacramentale, occorre il matrimonio.
      In ogni modo, ogni figlio concepito, anche da un amore peccaminoso o da violenza carnale, è voluto ed amato da Dio, che ama ogni singolo individuo umano con un amore eterno, cioè dall’eternità.

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