Un Rahner mite agnello

 Un Rahner mite agnello

Ho visto l’empio trionfante, ergersi come cedro rigoglioso

Sal 36,35

 

Una presentazione

 ingannevolmente edulcorata del pensiero rahneriano 

L’Osservatore Romano del 22 febbraio scorso ha pubblicato due articoli su Rahner in occasione dell’80° anniversario della pubblicazione di un suo famoso libro: Uditori della parola: Dimensione ignaziana di Mons. Ignazio Sanna e Una visione ottimistica dell’umano di Giorgia Salatiello.

Si tratta di un breve schizzo del pensiero rahneriano, che descrive indubbiamente taluni aspetti positivi e si nota uno sforzo di interpretazione benevola in sé buono, ma tutto sommato non riuscito, perché si nota un voler celare ad ogni costo i lati negativi, e questo non è bene, perché il metterli in luce serve a trovare il modo di correggerli.

La cura che gli Autori degli articoli mettono nell’accostare il pensiero di Rahner a quello di San Tommaso ha certamente qualcosa di positivo; ma purtroppo è notoria la radicale opposizione dell’idealismo rahneriano al realismo tomista, nota a tutti i tomisti, e messa già inconfutabilmente in luce da Padre Cornelio Fabro nel suo irrinunciabile libro La svolta antropologica di Karl Rahner del 1974.  Qui il grande filosofo cattolico mostra in modo lampante come Uditori della parola sia il manifesto programmatico o parola d’ordine dell’idealismo rahneriano, al quale Rahner resterà attaccato per tutta la vita, sordo a qualsiasi richiamo o critica gli venisse fatta.

Questo libro, quindi, ha certo un’importanza capitale e poteva ben meritare di essere ricordato da L’Osservatore Romano, non però con questo tono smaccatamente elogiativo, bensì con una seria e documentata rievocazione critica, alla quale dedicare ben più spazio di due articoletti, come il manifesto di quello che sarebbe stato il modernismo postconciliare, con tutti i danni che ha prodotto e che produce.

Dobbiamo ricordare a chiare lettere, al seguito di Padre Fabro, che ciò che al riguardo di questo infausto testo rahneriano maggiormente dispiace è lo stravolgimento in senso idealista fatto da Rahner dei testi tomistici con la pretesa fallace di cogliere in profondità il senso ultimo della speculazione dell’Aquinate. Il voler far passare il pensiero di Hegel sotto le sembianze della dottrina dell’Aquinate non è stata un’operazione onesta, ma una truffa, che, se può avere ingannato gli ingenui, non ha ingannato i veri tomisti.

Io mi domando: ma possibile che tra i veri conoscitori di Rahner L’Osservatore Romano abbia trovato solo gli Autori citati e nessun discepolo o continuatore del grande Padre Fabro o comunque un vero tomista? Dove sono i docenti dell’Angelicum? Dove sono i soci della Società Internazionale Tommaso d’Aquino (SITA)? Non ne abbiamo ancora abbastanza, dopo 60 anni, della retorica rahneriana? Non ci siamo ancora accorti dei suoi frutti?

Il fatto è che tuttora gli errori di Rahner seducono molti, che non si rendono conto dei guai del postconcilio. Altri invece credono che questi guai provengano dal Concilio, mentre invece è nel rahnerismo l’origine dell’attuale situazione di conflittualità irreconciliabili nella Chiesa, che soffre di un forte e pervasivo ritorno di modernismo, che vorrebbe presentarsi come continuazione ed ampliamento delle dottrine del Concilio Vaticano II e promozione del suo programma di crescita ecclesiale al servizio dell’umanità di oggi e per un avanzamento della vita cristiana in un dialogo proficuo con le religioni.

Ma in realtà l’interpretazione rahneriana del Concilio, inquinata di modernismo, non senza influssi massonici, non coincide col Magistero pontificio dei Papi del postconcilio e con l’esposizione della dottrina cattolica fatta dal Catechismo della Chiesa Cattolica. I rahneriani oggi, con fare adulatorio ed impudente, premono sul Papa e cercano di circuirlo, perché prenda posizione apertamente a favore di Rahner e giungono alla spudoratezza di presentar il Papa come un rahneriano.

I rahneriani, con l’aver diffuso e resa credibile una falsificazione modernista del Concilio, sono responsabili di aver provocato la reazione lefevriana, scatenando una maledetta catena di odio e vendette reciproche, che sta lacerando la Chiesa da 60 anni.

Tutti i sociologi sanno che, quando nella società nasce un estremismo, subito ne sorge quello opposto. E se non si trova subito un punto d’incontro fra di loro eliminando l’estremismo che ha provocato il suo opposto, il meccanismo perverso è destinato a durare senza fine, come effettivamente sta accadendo nella Chiesa da 60 anni. Occorre allora fare ogni sforzo per togliere l’azione scatenante, vale dire per correggere i rahneriani: corretti i quali, i lefevriani[SM1]  non avranno più pretesti per continuare.

I Papi hanno condannato il rahnerismo senza nominare Rahner

La prima domanda che a questo punto molti si fanno è: ma perché allora i Papi del postconcilio non hanno mai condannato Rahner? Per la verità essi, fin dall’immediato postconcilio, denunciarono l’operazione perversa di coloro che pretendevano servirsi del Concilio per distruggere la Chiesa. Ognuno di questi Papi usò un’espressione particolare per designare in una parola questo fenomeno corruttore che devastava la Chiesa.

È vero tuttavia che essi non hanno mai nominato Rahner né per condannarlo né per lodarlo. Per quale motivo? Rahner aveva dato un contributo positivo al Concilio e godeva di grande prestigio in campo ecclesiale per un suo passato preconciliare indubbiamente valido. Nel contempo i rahneriani già dall’immediato postconcilio, aumentarono il loro prestigio e potere nella Chiesa diffondendo l’interpretazione rahneriana del Concilio.

I Papi hanno evitato di fare il nome di Rahner, probabilmente per evitare di dar l’impressione di essere contro quel Concilio che pure essi stessi avevano guidato ed approvato. Essi tuttavia manifestarono la loro opposizione a Rahner escludendo l’interpretazione rahneriana del Concilio, alla quale contrapposero quella autentica, ossia la propria, poi codificata nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, che è una netta smentita del famoso Corso fondamentale sulla fede di Rahner e correggeva il famoso Catechismo Olandese in perfetta sintonia con Rahner.

Inoltre i Papi si sono serviti della Congregazione per la Dottrina della Fede per condannare autori di minor calibro, ma sempre seguaci di Rahner o quanto meno in accordo con Rahner.

Ad ogni modo possiamo qui ricordare i principali interventi pontifici contro gli errori rahneriani.  Ricordiamoci che alla Chiesa interessa far presente l’errore e come lo si corregge, e non tanto chi l’ha inventato, così come al medico interessa mettere in guardia contro una certa malattia e non tanto fare i nomi di coloro che l’hanno contratta o la diffondono.

Elenchiamo pertanto qui brevemente alcuni tra i più significativi scontri del Papato col rahnerismo.

San Paolo VI parlò di «secolarismo», ovvero del «fumo di Satana penetrato da qualche fessura all’interno della Chiesa»; a 10 anni dalla fine del Concilio parlò un «pensiero non-cattolico», che era penetrato all’interno della Chiesa, e della «tempesta» che si era scatenata, mentre attendevamo la primavera promessa dal Concilio, e parlò altresì dell’«autodemolizione», che la Chiesa stava operando nei confronti di se stessa.

Famosa è rimasta l’inqualificabile arroganza con la quale Rahner osò accusare San Paolo VI di essersi sbagliato nel proibire gli anticoncezionali nella stupenda enciclica Humanae vitae, capolavoro di argomentazione razionale e di sapienza cattolica, programma profetico della pratica cristiana dell’unione fra l’uomo e la donna, tale che, se fosse stata applicata a dovere, avrebbe promosso efficacemente i valori della famiglia e della dignità della donna ed impedito lo spaventoso attuale dilagare di lussuria in tutte le sue forme, anche le più abominevoli e contro natura.

San Giovanni Paolo II si mosse con particolare energia nella sua battaglia per la verità e contro la menzogna su due direttrici di marcia: lotta all’ateismo e ricostruzione della morale, con un occhio particolare alla famiglia e alla giustizia sociale.

Chiaramente in Rahner non si trovano tracce esplicite di ateismo: e tuttavia nel suo «cristianesimo anonimo» anche gli atei si salvano. E del resto, nella sua visuale buonista e misericordista tutti si salvano, perché tutti sono in grazia e tendono a Dio. Rahner non parla mai di castighi divini e pare che per lui non esistano. La morte di Cristo non ha valore di sacrificio cultuale, espiativo e di soddisfazione vicaria, ma è solo la morte del martire.

Per quanto riguarda la morale, San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor del 1993 condanna, senza fare il nome dell’autore, la concezione rahneriana dell’«opzione fondamentale» col linguaggio stesso di Rahner. Il Papa respinge l’idea che l’agire morale buono sia originato da un dinamismo soggettivo originario inarrestabile, preconcettuale, atematico e trascendentale verso Dio, che si esprime in atti categoriali, propri del libero arbitrio e destituiti di rilevanza in ordine al conseguimento del fine ultimo dell’uomo. Il vero peccato non si troverebbe nel campo degli atti categoriali, ma solo nella mancanza di quella opzione di «fede» trascendentale.

Si tratta di una visione, che si avvicina a quella di Lutero, per il quale l’agire totale umano si presenta come determinato dalla volontà divina, che giustifica l’uomo gratuitamente, indipendentemente dalle opere inefficaci del libero arbitrio e dall’osservanza dei 10 comandamenti, che risulta inutile o al più facoltativa.

Ma se Dio per Rahner è l’«orizzonte della trascendenza umana» e se la grazia non si aggiunge alla natura umana, ma la conduce inarrestabilmente allo sviluppo finale divino, come, in questa visuale il teismo panteista di Rahner non si rovescerebbe nell’ateismo? Come l’uomo che diventa Dio non diventerebbe uomo senza Dio, dato che egli stesso è Dio? Marx non esce fuori da Hegel? Il materialismo marxiano è un materialismo idealista e l’idealismo hegeliano è un idealismo materialista. E Rahner è vicino sia all’uno che all’altro.

Benedetto XVI parlò di relativismo e di necessità dei «valori non negoziabili». Papa Francesco ha ripreso con tono vigoroso la medesima espressione di Benedetto, per sostenere alla fine dell’enciclica Fratelli tutti, il fondamento assoluto della fratellanza umana. Ma se andiamo a vedere a che cosa si riferiscono tutti questi Papi, ci accorgeremo che c’è sempre in gioco almeno un aspetto del rahnerismo.

Ai tempi dei lavori del Concilio Joseph Ratzinger fu amico e collaboratore di Rahner. Ma finito il Concilio, ed avendo Rahner manifestato la sua impostazione idealista, Ratzinger prese le distanze e svolse contro Rahner una severa critica: «fondamentalement Rahner a très largement repris le concept de liberté propre à la philosophie idéaliste – un concept de liberté qui en réalité ne convient q’à l’Esprit absolu – à Dieu – et nullement à l’homme»[1].

Nel 1981 Ratzinger fu fatto da S.Giovanni Paolo II Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede in quell’ufficio ebbe modo di censurare teologi più o meno legati a Rahner. I rahneriani non glie l’hanno perdonata, e certamente hanno avuto una parte per ottenere le sue dimissioni, dopo che la cosiddetta «mafia di San Gallo» guidata da rahneriani, aveva fatto un lavoro clandestino per intralciare il magistero di Papa Benedetto.

Papa Francesco colpisce il rahnerismo con un colpo netto e lo stende a terra nella sua formidabile condanna dello gnosticismo, testimonianza di straordinaria acutezza, speculativa, condanna che finora non era mai stata pronunciata dal magistero pontificio.   

Sono infatti quasi due secoli che i teologi cattolici più avvertiti denunciano un ritorno di gnosticismo, già con l’avvento di Hegel, e praticato dalla massoneria esoterica. Ebbene, toccava finalmente all’«antidottrinario» Francesco dare un colpo mortale al mostro, scegliendo il contesto dottrinale più adatto: un’Esortazione apostolica, la Gaudete et exsultate, del 2018, dedicata alla chiamata alla santità.

 Per converso, il silenzio di Papa Francesco su Rahner in tutti i suoi otto anni di pontificato, quando non ha mai nascosto a nessuno le sue preferenze, propensioni, simpatie ed agganci culturali e spirituali con molti autori, e peraltro non sempre cattolici, è estremamente significativo.

Osservazioni critiche

Da Dimensione ignaziana di Ignazio Sanna

Dice Rahner: «Meno di qualsiasi altro il cristiano dispone di risposte ultime, degne di portare questa etichetta: “adesso la cosa è chiara!”. Egli cioè non può inserire il suo Dio come una partita chiara nel calcolo della sua vita; lo può accettare soltanto come mistero incomprensibile in adorazione silente, come inizio e fine della sua speranza e quindi come sua salvezza unica, definitiva e totale».

Falsa affermazione. Dio è luce dell’intelletto. A che servono i dogmi? Sono favole? Che poi la luce divina sia molto maggiore di quella che viene a noi, per cui noi non vediamo il surplus, d’accordo. Ma tra il dire che questa luce ci supera e il dire che siamo al buio ci corre parecchio! Certamente il dogma non ha la chiarezza di un teorema di geometria; non però perché si tratti di una chiarezza minore, ma di una chiarezza infinitamente maggiore.

Dice Rahner: «Il silenzioso arrivo di Dio può compiersi dappertutto nella storia umana, in innumerevoli epoche, luoghi e figure, anche se non possiamo additare sicuramente la circostanza né dire: ecco, qui è il compimento, seppur sempre avvolto nella equivocità radicale di ogni realtà umana».

L’equivocità non è affatto alla radice di ogni realtà umana, ma ne è la sua corruzione a seguito del peccato originale. Al fondo della realtà umana, così come Dio l’ha creata e la vuole c’è la regola dell’analogia e dell’univocità. Cristo ha detto: «il vostro parlare sia sì, sì; no, no; il resto appartiene al diavolo».

Dice Rahner: «Le realtà create non appartengono a Dio per il fatto che egli è la loro causa, ma per il fatto che esse sono la determinazione e l’ambiente del Logos stesso. Dal momento in cui il Logos ha preso un corpo umano, le cose del mondo non sono più dei semplici “mezzi” per raggiungere Dio. Esse sono dei quasi-sacramenti che mediano la presenza stessa di Dio».

Se le realtà create non fossero create da Dio, ma fossero la determinazione di Dio vorrebbe dire che le cose completano l’essenza di Dio, il che è panteismo.

Da Una visione ottimistica dell’umano di Giorgia Salatiello:

 Dice l’Autrice: «La concezione di fondo, ovvero l’affermazione della coincidenza della filosofia della religione con l’antropologia metafisica».

No, la coincidenza di fondo in Rahner è l’identità di pensiero e di essere, di marca tipicamente hegeliana, che Rahner ha la sfrontatezza di presentare come la sostanza della concezione tomista.

Ancora L’Autrice: «Avendo l’essere umano la capacità di ascoltare un’eventuale Rivelazione, tale capacità costitutiva rappresenta un preciso dovere che pone il soggetto nelle condizioni di accedere alla più alta realizzazione della propria essenza».

Osservo che l’ascolto della divina Rivelazione non è per l’uomo «la più alta realizzazione della propria essenza», ma il superamento del pensare umano nella partecipazione al pensiero di Cristo.

Ancora l’Autrice «La filosofia è intrinsecamente cristiana perché “costituisce l’uomo nell’ascolto di un messaggio di Dio” (p. 51), quel messaggio che la teologia rivelata attesta non essere puramente eventuale, ma di fatto pronunciato nella storia».

La filosofia è intrinsecamente, come dice San Tommaso, il perfectum opus rationis. Potrà diventare cristiana accogliendo i dati di ragione contenuti nella Rivelazione e in quanto praticata del cristiano.

Avvelenamento indolore

Facciamoci una domanda: se Rahner fosse veramente il genio speculativo, il grande maestro del nostro tempo, il nuovo San Tommaso che supera e sostituisce il precedente, perché i Papi non lo confermano ed invece nei loro insegnamenti continuano a rifarsi a San Tommaso? Perché allora tale silenzio?

È un messaggio chiarissimo ai rahneriani perché non si facciano illusioni e frenino la loro audacia. Non è il caso di dire: chi tace acconsente, perché i Papi ovviamente sono ben lontani dall’assumere gli errori rahneriani ed insegnano esattamente l’opposto. I modernisti non hanno ancora capito la lezione? Per quanto tempo continueranno ad abusare della pazienza dei Sommi Pontefici?

La presentazione edulcorata della spiritualità rahneriana fatta dagli articolisti non convince chi conosce veramente Rahner. Può essere dovuta in parte al fatto che essi stessi non si rendono conto del pericolo che Rahner costituisce per l’integrità della fede cattolica.  Oppure – ma non vorrei pensarlo - sembra il tentativo di fare ingerire il veleno propinando un cibo dal sapore gradevole.

Può essere il tentativo di presentare un Rahner estraneo ed innocente rispetto alle eresie ed alle divisioni che stanno oggi mettendo drammaticamente cattolici contro cattolici, modernisti contro tradizionalisti, conciliaristi ed anticonciliaristi. In ogni caso si tratta di un’operazione di copertura, che non ci guarisce affatto dalle nostre malattie, ma evitando di metterle in luce, fa sì che esse permangano e si aggravino.

Certamente Rahner sa presentarsi in una veste apparentemente mite e conciliante, ma purtroppo questa è un’apparenza che nasconde uno spirito profondamente sovversivo e sedizioso. Rifugge dall’apparire rivoluzionario. Gli scalmanati gli fanno orrore. E quindi egli ha sempre lo stile del signore beneducato. Ma ciò gli serve proprio per propinarci il dolce veleno senza che ce ne accorgiamo.

Ricordo quando alla fine degli anni ’80 lavoravo come officiale della Segreteria di Stato, che un giorno scrissi al Card. Luigi Mario Ciappi, mio Confratello, il Teologo della Casa Pontificia, una lettera nella quale gli aprivo il mio animo circa il problema Rahner, definendo questi «lupo travestito da agnello». Il Cardinale era solito alla domenica fermarsi a pranzo con noi suoi confratelli al convento che noi Domenicani possediamo nei pressi del Vaticano.

In una di queste domeniche mi avvicinai trepidante a lui per chiedergli se aveva letto la mia lettera. Ed egli: «Sì. L’ho letta. Sono perfettamente d’accordo». Ora, il Teologo della Casa Pontificia è consigliere personale e confidente del Papa nel campo delle questioni dottrinali. Il giudizio del Cardinale mi fece dunque capire quale poteva essere il giudizio del Papa su Rahner.

A che cosa si è ridotto L’Osservatore Romano

Nessuno nega in Rahner l’esistenza di lati positivi ed anche importanti, soprattutto nella fase giovanile del suo pensiero. Egli appariva addirittura una promessa della teologia, finché non fu avvelenato dal veleno heideggeriano.

Nessuno nega la sua genialità e vivacità di pensiero. Nessuno nega in lui la proposta di interessanti iniziative pastorali. Nessuno nega la sua prodigiosa capacità di lavoro. Ma da ciò si vede chiaramente che Rahner non ha puntato alla qualità, ma alla quantità, cosa biasimevole nelle opere dello spirito. Una Santa Teresa di Gesù Bambino ha scritto mille volte di meno di quanto ha scritto Rahner, eppure essa è Santa e Dottore della Chiesa: cose che Rahner non diventerà mai.

 Devo dire con grande dolore e stupore che queste lodi incondizionate e svianti di Rahner degradano L’Osservatore Romano da imparziale ed oggettivo «osservatore», erede storico di una pregiatissima tradizione giornalistica, tradizionalmente autorevole interprete, equilibrato giudice degli avvenimenti, portavoce ed informatore degli atti dei Papi e della vita della Chiesa,  al basso e miserando livello di un foglio di partito, che deve fare propaganda senza scrupoli per il proprio leader perché possa vincere le elezioni.

Ma presentare Rahner solo in questo tono elogiativo, senza l’ombra di una critica, mostra immediatamente il partito preso degli autori, quando si sa che è lecito fare critiche agli stessi Dottori della Chiesa, e quando da 60 anni i migliori teologi cattolici conoscono benissimo le sue imposture.

Questo modo di procedere sembra dunque un voler prendersi gioco di chi ha smascherato con acume critico i suoi errori e tentare di aumentare il numero dei cattolici ingannati da Rahner, col risultato di aumentare anziché togliere i mali della Chiesa e mettere il Papato nelle condizioni di non riuscire a disciplinare un cattolicesimo prepotente, ipocrita e ribelle e a sedare i conflitti intraecclesiali provocati dai rahneriani, col risultato di tirarsi addosso la derisione dei nemici della Chiesa e della religione, i quali si domandano con quale faccia la Chiesa pretende di presentarsi come luce del mondo e maestra di fratellanza universale, quando al suo interno c’è un continuo litigio e lo scatenarsi dell’odio e della vendetta .

Non si deve temere di fare, come già tanti studiosi hanno fatto in questi 60 anni, un’analisi critica realistica della teologia di Rahner, perché, per quanto gravi siano i mali che essa provoca, a tutti c’è rimedio nella perenne sapienza della verità cattolica e della sana ragione. Per curare una malattia non si deve minimizzarne le proporzioni, ma occorre guardare in faccia oggettivamente alla realtà, altrimenti i provvedimenti adottati restano inefficaci. Se poi addirittura la malattia non la si vede o la si nasconde col pretesto che per altri aspetti il malato sta bene, è ancora peggio.

Purtroppo è questa la miserevole operazione fatta dagli articolisti: presentare un Rahner pio, santo, conciliante, mistico, devotissimo di Sant’Ignazio, promotore dell’umanesimo cattolico, profeta del futuro della Chiesa, tacendo su tutti i suoi errori e i guai che il suo pensiero provoca ed ha provocato in essa.

La vera proposta rahneriana[2]

La categoria fondamentale del pensiero rahneriano è quella che egli chiama «esperienza trascendentale»[3]. Si tratta di uno sviluppo del cogito cartesiano ovvero del’autocoscienza cartesiana, per il quale il contenuto di questo cogito, che è esperienza spirituale personale, per espressa dichiarazione di Rahner, è, in una inscindibile unità, il mio io, l’essere, Dio e la grazia di Dio, ovvero la sua misericordia perdonante.

Questa esperienza non è ricavata a posteriori dall’esperienza dei sensi, ma è apriorica, perché precede l’esperienza sensibile e, come dice Kant, ne è la «condizione di possibilità». Rahner, sulla scorta di Heidegger, la chiama anche Vorgriff, che vorrebbe dire «precomprensione», s’intende comprensione atematica dell’essere, previa a quella concettuale, propria della metafisica. Heidegger la chiama Vorverständnis[4]

Se vogliamo invece esprimere apertamente, senza  vane indulgenze o senza specchietti per le allodole, negli stessi termini rahneriani la proposta rahneriana, dobbiamo dire che è stata quella  di fare l’esperienza trascendentale apriorica e preconcettuale della grazia perdonante come esistenziale soprannaturale necessario dello spirito nell’evoluzione storica del  mondo, nonché del divenire di Dio mistero incomprensibile, orizzonte della trascendenza dell’autocoscienza della persona, che nella libertà della morte determina e plasma la propria natura davanti a Dio.

È ciò che già San Pio X, nel definire la concezione modernista della conoscenza di Dio, descrive come «sentimento» concettualmente inesprimibile, che nasce «senza verun atto previo della mente», quindi apriori, «dal bisogno della divinità». Tale sentimento, come lo descrive San Pio X, nasce «nella subcoscienza, ove la sua radice rimane occulta e incomprensibile»[5].

Per questo, Dio è concettualmente «inconoscibile»: il concetto dogmatico, dice Rahner, è solo un «idoletto» da noi costruito davanti il Mistero innominabile, incomprensibile, inesprimibile, ineffabile e silente.

La cristologia di Rahner, basata sulla concezione hegeliana del Dio che diviene uomo e dell’uomo che diviene Dio, confonde il soprannaturale col trascendentale, la natura umana con la natura divina, e conduce ad un tempo al panteismo e all’ateismo: panteismo per cui l’uomo si fa Dio: ateismo, per cui l’uomo nega Dio per affermare se stesso.

In Rahner, come in Lutero, manca il problema della liberazione dal peccato e quindi sono svalutate o diventano insignificanti o semplicemente facoltative le opere prescritte da Cristo e dalla Chiesa al fine di ottenere il perdono divino e conquistare il regno di Dio.

Non occorre espiare, non occorre purificarsi, non occorre astenersi, non occorre fare rinunce, offrire sacrifici, fare penitenza, sforzarsi per raggiungere la virtù, perché non siamo castigati, ma soltanto oggetto della divina misericordia; non è necessario chiedere perdono, perché siamo già perdonati o quanto meno siamo certi di salvarci perchè Cristo ce lo ha promesso: è sufficiente credere in questa promessa. C’è solo da fare esperienza della grazia e dell’ineffabile amore che Dio ha per noi. In una formula breve: non c’è più l’ascetica, ma solo la mistica.

I sacramenti per Rahner non sono segni che conferiscono la grazia o che producono la grazia da essi significata, ma sono segni che manifestano ed esprimono la grazia già ricevuta.

La fede in Cristo ha un carattere originariamente trascendentale, nel senso che non nasce dall’ascolto del Vangelo, principio della cristologia categoriale, che corrisponde alla predicazione ecclesiale, ed è l’esplicitazione concettuale, nei dogmi cristologici, dell’esperienza cristologica trascendentale già avvenuta. La fede trascendentale e preconcettuale in Cristo, comune a tutti gli uomini e in linea di principio sufficiente alla salvezza, è quella propria del famoso rahneriano «cristiano anonimo». Resta comunque che per Rahner, l’esplicitazione concettuale costituisce l’espressione suprema della rivelazione cristiana.

L’evangelizzazione per Rahner non è l’annuncio di una verità precedentemente ignota all’evangelizzato, ma è il condurre l’evangelizzato alla presa di coscienza esplicita della verità trascendentale già atematicamente ed inconsapevolmente sperimentata. La grazia non è conferita a chi non ce l’ha e non può essere perduta, ma tutti siamo sempre in grazia senza saperlo, «tutti siamo figli di Dio». La Chiesa non salva il mondo, ma è quella parte di mondo che è consapevole tematicamente del fatto che il mondo già salvo, e così via.

L’etica rahneriana non comporta l’applicazione o messa in pratica nel concreto di una legge morale naturale universale ed oggettiva, nella quale Rahner non crede, ma è sufficientemente fondata sulla decisione personale esistenziale[6], per la quale l’io determina il proprio essere ed esistere e plasma la propria natura liberamente, secondo la sua volontà.

L’etica rahneriana respinge come illusoria l’idea di una legge naturale universale, comprensibile da tutti, valida sempre e per tutti, fondata su di una natura umana fissa e definita, uguale per tutti, basata sulla ragione e sulla fede ed insegnata dal magistero della Chiesa.

Rahner non ammette quindi criteri di giustizia oggettivi, universali ed immutabili. Non ammette il diritto naturale, ma solo il positivo. La legge non è uguale per tutti, ma varia a seconda dei tempi e dei luoghi. Il giudice non giudica quindi in base a una legge a lui precostituita, ma la legge è ciò che egli decide vota per volta a seconda delle circostanze. Etica della situazione.

Per questo Rahner, dato il suo soggettivismo gnoseologico, non è capace di fondare un’autentica fratellanza umana, fondata su di una verità umana universalmente conosciuta e praticabile, ma, portato com’è  a concepire i più profondi contrasti dottrinali come inevitabili e ad essere scettico sulla possibilità di una comune, immutabile e certa conoscenza della verità, vede di conseguenza come cosa normale l’assenza di valori non-negoziabili ed inviolabili, nonché l’assenza di interessi vitali oggettivi e comuni, e quindi appaiono secondo lui come inevitabili e come espressione della libertà della persona, la violenza, la conflittualità sociale, il soggettivismo, l’egoismo e l’individualismo.

Rahner si presenta come continuatore della riforma voluta dal Concilio. Ma poi il suo modo d’intenderla, non è quella dei Santi, ma quella di Lutero: disprezzo del Magistero, della Tradizione e della teologia scolastica, interpretazione soggettivistica della Scrittura, convinzione di essere sempre guidato dallo Spirito Santo e di salvarsi senza merito. Oltre a queste idee di Lutero, Rahner assume anche la concezione modernista dell’ammodernamento della Chiesa come assunzione acritica degli errori della modernità.

Lo stile di Rahner, il suo periodare lungo, solenne, oscuro  e complesso, fatto di molte frasi dipendenti, precisazioni, riserve, limitazioni, incisi, ipotesi, allusioni, con il fare di chi esprime tentennando un’esperienza mistica ineffabile o col tono premuroso di si atteggia a consigliere dei Vescovi, dà impressione di trovarsi davanti a un pensatore profondo e prudente; ma poi alla fine di una faticosa lettura, dalla quale all’inizio pareva di poter ricavare lumi o certezze ben fondate, ti accorgi che in realtà mette in dubbio verità già note e dà per certo l’opinabile.

La conturbante domanda che, al termine di questa disamina, si affaccia alla nostra mente è la seguente: ma Rahner, con tutta la sua cultura, con l’accurata formazione ricevuta nella Compagnia, con tutte le sue doti intellettuali, con tutte le opportunità che ha avuto di essere corretto da più sapienti lui, con tutte le confutazioni dei suoi errori fatte da sapienti teologi durante la sua lunga attività teologica, possibile che non si sia mai accorto di sbagliare? Con quale faccia egli si considera cattolico e fedele discepolo di Sant’Ignazio?

Oppure il male che ha fatto lo ha fatto intenzionalmente e risponde sotto innocue apparenze, a un ben preciso subdolo e segreto piano massonico di demolizione della Chiesa, della morale e della religione? Rimettiamoci qui al giudizio di Dio.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 1marzo 2021

 

 

Ai tempi dei lavori del Concilio Joseph Ratzinger fu amico e collaboratore di Rahner. 

Ma finito il Concilio, ed avendo Rahner manifestato la sua impostazione idealista, Ratzinger prese le distanze e svolse contro Rahner una severa critica: «fondamentalement Rahner a très largement repris le concept de liberté propre à la philosophie idéaliste – un concept de liberté qui en réalité ne convient q’à l’Esprit absolu – à Dieu – et nullement à l’homme»



 

 

 

 

Immagini da internet



[1] Les principes de la théologie catholique, Téqui, Paris 1982, p.188.

[2] Vedi il mio libro Karl Rahner. Il Concilio tradito, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011, nel quale espongo, con una puntuale documentazione, come e perché Rahner ha mistificato il vero senso delle dottrine conciliari, procurandosi una falsa fama di interprete del Concilio, e provocando nella Chiesa già da 60 anni la reazione polemica, di coloro che, ingannati dalla sua falsa interpretazione, credono di colpire il Concilio, mentre in realtà, senza avvedersene, colpiscono giustamente Rahner. Con questo non escludo affatto che vi sia anche chi si oppone al Concilio, pur cogliendone il vero senso e fantasticando di un Concilio «modernista» e di Papi postconciliari «modernisti». Qui Rahner non c’entra e può esser citato da loro in modo pretestuoso.

[3] Vedi il mio articolo «Rivelazione originaria» in Karl Rahner, in Sacra Doctrina, 6, 1985, pp.537-559.

[4] Cf il suo libro Kant et le problème de la métaphysique, Gallimard, Paris 1953. La Vorverständnis heideggeriana deriva dal trascendentale kantiano, che a sua volta è un’esplicitazione del cogito cartesiano.

[5] Enciclica Pascendi, nn.10-11.

[6] Cf Tomas Tyn, Saggio sull’etica esistenziale formale di Karl Rahner, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.


 [SM1]

5 commenti:

  1. Caro Padre, Lei si stupisce che l' Osservatore non mantenga una distanza critica nel presentare il pensiero del Rahner, ma il mio timore è che ormai, tra i teologi (e in genere gli uomini di Chiesa) sia IMPOSSIBILE alcun pensiero critico, nel senso di dare una valutazione a proposizioni e dottrine che si presentano come cattoliche. E ciò perchè non esiste più, non dico una ortodossia, ma nemmeno, appunto, la POSSIBILITÀ di una tale dottrina, che sia norma, e misura di valutazione. La filosofia anti-metafisica ha corrotto la teologia; le ha sottratto la capacità (e il dovere) di cogliere la Verità, di coglierla come essa è in sè, intendo, e non "costruirsela" colla propria volontà e colla propria esperienza, come insegna il pensiero moderno. Questo io ho imparato dal Fabro, dal Tyn, e anche da Lei, Padre; e (spero in ciò di sbagliare) ho imparato pure che senza una "restaurazione tomista" nei seminari e nelle università pontificie, una filosofia cattolica non rinascerà (sulla teologia non oso pronunciarmi, ma, privata della sua ancella come farà a difendersi?).
    La ringrazio per la sua battaglia, quasi solitaria....

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  2. Correggere "colla propria esperienza" in "colla propria esistenza", grazie.

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    1. Caro Anonimo, la ringrazio delle sue osservazioni, che condivido in pieno. Io ho fiducia che ci sarà una rinascita tomistica, come nei secoli passati è già avvenuto più volte, quando la Chiesa ha preso atto di forti crisi dottrinali, come per esempio è accaduto con la riforma protestante, nel secolo XIX, che ha portato alla enciclica Aeterni Patris, e all'epoca di San Pio X con la sua battaglia contro il modernismo.
      Ricordiamo inoltre che lo stesso Concilio Vaticano II ha raccomandato San Tommaso, come maestro per il nostro tempo.
      Quindi anche oggi, in cui sembra trionfare il modernismo, dobbiamo avere fiducia che San Tommaso dal cielo ci otterrà un rinnovamento del pensiero teologico in vera fedeltà al magistero della Chiesa.

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  3. Da semplice fedele, effettivamente oggi é difficile capire chi ha ragione fra i teologi. Mi stupisce però che questo capiti su punti fondamentali che sembravano assodati. Direi che ciò succede se si dimentica del Magistero della Chiesa ( o non si vuole ricordarlo). Se ne sentono di tutti i colori. Personalmente, leggo il Catechismo, le encicliche e anche Lei e i Domenicani...(dei Gesuiti non so più cosa pensare, francamente). Certo se un Rahner si mette a dire che tutto cambia a seconda del tempo e delle conoscenze in cui si vive si sprofonda nelle sabbie mobili, altro che stare sulla roccia.

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    1. Caro Alessandro, questa anarchia e questo disordine in campo teologico è un male che si trascina da decenni, sotto pretesto del pluralismo e della libertà di pensiero. Bisognerebbe che i vescovi vigilassero di più, ciascuno nella propria diocesi, soprattutto avendo cura di affidare i seminaristi ad insegnanti fedeli al magistero, perchè l'uomo è come una pianticella, che se viene ben indirizzata fin dall'inizio sorge un albero buono, ma quando ormai un albero è cattivo, non c'è niente da fare, sebbene questo paragone non regge del tutto, perchè, avendo ciascuno di noi il libero arbitrio ed essendo continuamente sollecitato dalla grazia, ha sempre la possibilità di convertirsi e la quaresima serebbe il periodo più adatto.

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