La guerra escatologica secondo l’Apocalisse - Prima Parte (1/2)

 La guerra escatologica secondo l’Apocalisse

Prima Parte (1/2)

Che cosa è propriamente la guerra 

Perchè ci sia la guerra non occorre il fragore delle armi, ma basta la lotta interiore tra la carne lo spirito, basta la lite fra marito e moglie, basta l’asprezza della lotta politica, basta l’annoso confitto nella Chiesa fra modernisti e passatisti. La guerra è l’espressione esterna di un conflitto che nasce nel mondo del pensiero, nel mondo delle idee. La guerra è certo una calamità, ma non una semplice calamità naturale; essa invece è una calamità che è effetto della volontà umana.

Questo vuol dire che a differenza delle sciagure naturali, come terremoti, alluvioni, siccità, gravi epidemie l’uomo è tuttora impotente a neutralizzarne gli effetti perché non sa agire sulle cause. Invece, le guerre, in linea di principio, sono mali evitabili ed allontanabili perché sono provocate dall’uomo: quella stessa volontà malvagia che provoca la guerra, se orientata al bene, può evitarla o spegnerla una volta scoppiata. Le guerre hanno sempre per causa delle idee sbagliate e si spengono correggendole. Per questo, quando scoppia una guerra, non basta deplorarne i danni e inveire contro i guerrafondai.  Non basta neppure chiedere a Dio che la faccia cessare, ma occorre restare lucidi, non farsi prendere dallo sdegno o dal panico o dalla rassegnazione, e indagare attentamente sulle cause o le ragioni della guerra.

In essa opera la ragione umana, per quanto distorta e la volontà, per quanto crudele e assassina. Dunque è in potere dell’uomo trovare le vie della pace con quella stessa ragione e volontà rettificate, le quali, col muover guerra, davano mostra di perversione e di stoltezza.

Occorre tuttavia intendersi sul termine «guerra». Se con questo termine s’intende volontà di distruzione e di morte, è chiaro la guerra è semplicemente da condannare come peccato mortale. La stessa Bibbia non esita ad esecrare la guerra in questo senso, mentre prevede che nel futuro regno messianico le guerre saranno estinte.

Ma la Bibbia usa questa parola anche in un significato positivo, quando si tratta dell’uso delle armi per difendersi da un’aggressione nemica o per salvare la vita o la libertà della patria o per liberare un popolo oppresso da una tirannide. In tal caso l’omicidio non è più peccato, in quanto è l’uccisione del malfattore. In questo senso il combattere può essere un dovere morale e un atto di virtù. In tal senso si parla di «valor militare», di eroismo, di sacrificio.

Il tal senso la Bibbia parla anche di guerre volute da Dio: Egli vuole punire il malfattore, difendere dall’aggressore, strappare il debole dalle mani del forte, rivendicare i diritti conculcati, abbattere i tiranni dai troni, restituire al derubato il bene che gli è stato tolto, liberare il territorio patrio dall’invasore straniero, o l’oppresso dalla prepotenza dell’oppressore, tutti atti comandati dalla giustizia. Per questo la tradizione etica cattolica, presente ancora nel Concilio Vaticano II[1], giustifica l’uso delle armi per le finalità suddette e si parla, quindi, in questi casi, di «guerra giusta».

Ad alcuni oggi questa espressione sembra una contradictio in terminis, come se dicessimo: un adulterio giusto, una sodomia giusta, una fornicazione giusta. Se allora la parola non piace, si trovi un’altra espressione, come per esempio «operazione militare» o – come ha fatto San Giovanni Paolo II - «intervento umanitario», ma il concetto dev’essere salvato, ossia l’uso delle armi nei casi suddetti.

La condanna indiscriminata di ogni guerra, senza verificare se si tratta di guerra giusta o ingiusta, nella convinzione che le controversie possano essere sempre risolte con mezzi pacifici, è un’illusione che finisce per dar campo libero ai prepotenti e per lasciare impuniti gli Stati dittatoriali ed oppressivi. Questo pacifismo imbelle, utopistico e buonista dovrebbe coerentemente proporre agli Stati che aboliscano le forze armate. Come si è giunti ad una simile idea?

Ad una tesi del genere soggiace l’ignoranza delle conseguenze del peccato originale. Esse infatti hanno provocato nell’uomo una tendenza alla violenza e all’omicidio, per frenare la quale l’opera di persuasione può non essere sufficiente. Esiste però in questo campo la necessità di un equilibrio, perché, come si può riporre eccessiva fiducia nell’uso della persuasione, così è possibile anche sottovalutarlo e passare affrettatamente all’uso della forza, quando col dialogo si potrebbe ottenere ciò che ora si vuol strappare con la forza, la quale con ciò stesso non è più lecita coercizione, ma ingiustizia e peccaminosa violenza.

Non è condannabile l’uso della forza o delle armi come tale, ma occorre vedere per qual fine viene impiegato. Occorre vedere se serve o non serve alla giustizia. È inoltre lecito e prudente questo uso, se c’è speranza di vincere, altrimenti è saggio desistere sopportando l’ingiustizia patita e rimettendo la propria causa nelle mani di Dio.

D’altra parte, non è detto che il vincitore abbia sempre ragione. Mentre la vittoria dei giusti procura la pace, La vittoria del prepotente o del vittorioso che umilia il vinto prepara altre guerre, come successe con i trattati di Versailles contro la Germania alla fine della prima guerra mondiale, i quali trattati posero le premesse per la seconda, benché sia fuor di dubbio l’eccesso di rivalsa da parte tedesca.

Non bisogna inoltre confondere la guerra con i crimini di guerra. Ciò suppone che non è detto che ogni guerra sia per ciò stesso un crimine; ma il crimine di guerra è la violazione del codice di guerra, la cui custodia è affidata al tribunale militare, anche se il crimine può riferirsi agli stessi intenti che hanno provocato la guerra, intenti che possono essere stati essi stessi criminali, come fu il caso della guerra provocata dal nazismo. In questo caso il giudizio non può più essere di competenza dello Stato che ha voluto la guerra, il quale passa dalla parte dell’imputato, ma di diritto il giudice sarà dello Stato che ha vinto la guerra, come avvenne a Norimberga nel giudicare dei crimini nazisti.

Occorre però precisare che è vero che in ogni guerra, anche se giustificata da valide ragioni, vengono comunque commesse, anche se accidentalmente, azioni criminali a diverso livello di gravità, dalla semplice diserzione e dall’indisciplina delle truppe o di superiori subordinati, all’uso di armi proibite, ai maltrattamenti ai prigionieri, ai danni ai civili, alle distruzioni inutili e indiscriminate, alla violazione di luoghi sacri, alle violenze alle donne, alle rapine ed alle ruberie, fino a crudeltà di vario genere, deportazioni forzate, eccessi di difesa, alla strage, al genocidio. 

I motivi scatenanti di una guerra possono essere tanti: una contesa per il possesso di un medesimo territorio o per l’accesso a fonti di energia o a risorse alimentari, una competizione commerciale, un espansionismo etnico, nazionale o religioso, la liberazione di popoli oppressi, la sottomissione di altri popoli, la difesa da una aggressione, la rivalsa per una umiliazione subìta, la vendetta per torti ricevuti.

Bisogna ogni volta vagliare con attenzione ed obbiettività questi motivi, in base a princìpi di giustizia, sulla base di buone informazioni, vedere quali sono i motivi reali e quelli pretestuosi, quelli sufficienti e quelli insufficienti. Occorre vedere se i motivi sono sostenuti da argomenti probanti o persuasivi.

Le guerre nascono sempre da un dissenso nel campo delle idee. Nascono dal disaccordo o dallo scontro di due volontà opposte. Per questo è essenziale per il costruttore di pace saper operare a livello e nel campo dello spirito, conoscere le vie e i segni dello spirito, il procedere dello spirito. Lo spirito si muta, si rafforza e si corregge con lo spirito. È lo Spirito Santo che scaccia lo spirito maligno. 

Non è detto che tutte le guerre siano volute dai potenti, mentre chi ci va di mezzo sono il popolo e i poveri. Esse possono essere volute dai governanti insieme col loro popolo, come fu il caso dell’intervento americano nella seconda guerra mondiale contro i nazisti. E d’altra parte anche una guerra espansionista e di aggressione può essere voluta da popolo e capi, come fu la folle impresa della Germania nazista.

Può essere desiderata da un popolo oppresso e impedita da capi inetti o succubi di forze superiori, come fu la ribellione dell’Ungheria all’oppressione staliniana del 1956. Nessun tiranno riesce a costringere un popolo a fare la guerra, se esso non è in qualche modo favorevole. Semmai è il popolo che abbatte il tiranno, come fece il popolo rumeno contro Ceausescu in occasione del crollo dell’Unione sovietica.

Diverso è il caso della rivoluzione, come è stata quella francese. Non è stato un moto del popolo francese contro una monarchia tirannica, come hanno voluto presentarla i rivoluzionari, ma un’azione sovversiva del movimento politico borghese illuminista-massonico, che con la violenza e il sangue è riuscito ad abbattere una monarchia plurisecolare e gloriosa, quando non ce n’era bisogno e sarebbe bastata un’azione riformatrice paziente e saggia, sia pur ispirata alla famosa triade, che del resto non è che una reminiscenza del Vangelo.

La Rivoluzione russa del 1917 pretese di essere una rivoluzione di popolo, ma in realtà anch’essa fu semplicemente organizzata dal partito comunista guidato da Lenin. Larghi strati del popolo per motivi religiosi erano ancora affezionati allo Zar, benché la corte fosse indubbiamente corrotta, e la maggioranza del popolo era per la proprietà privata.

Il caso tragico è quello dei popoli fanatizzati dai capi, come è stato il caso del nostro popolo fanatizzato da Mussolini ed imbarcatosi in una folle guerra alleato con la Germania nazista e contro la potentissima Russia staliniana.

Il credere che tutte le controversie e i contrasti fra Stati e Stati, popoli e popoli, nazioni e nazioni possano essere risolti con la semplice buona volontà e pacificamente mediante trattative diplomatiche, suppone un’umanità fatta di persone tutte virtuose, di retta intenzione e di buona volontà, libere da vizi, fiduciose nella grazia divina. Sarebbe bello se fosse così. Ma questa è l’illusione del buonismo negatore del peccato originale e del «tutti salvi». Ma qui siamo nell’eresia.

Dolorosissimi e dannosissimi sono gli effetti e le conseguenze della guerra: un numero grandissimo di morti, distruzioni di ogni genere, strascichi di odi, radicati rancori, vendette private, dissesto dell’economia, miseria diffusa, epidemie, smarrimento intellettuale, corruzione dei costumi morali.

Se il vincitore è un popolo amante della pace, che ha sconfitto un popolo guerrafondaio, si potrà avere una pace solida e duratura. Ma se il popolo vincitore è un popolo imperialista, bellicoso, prepotente, proclive alla violenza e a dominare su altri popoli, la pace sarà solo apparente, perché il popolo vinto non gode dei frutti della giustizia, soffre per il permanere dell’ingiustizia e cerca l’occasione per abbattere l’oppressore.

Quale uso fare della parola «guerra»

Il problema dunque non è quello di abolire la guerra, come ho detto sopra, ma semmai è quello di abolire la parola «guerra» per le risonanze odiose che essa evoca o perchè si va a pensare a una guerra nucleare.  Qualcuno però dice: escludendo assolutamente le armi atomiche, ammettiamo la liceità delle armi convenzionali, per esempio per cacciare i Russi dall’Ucraina. Costoro propongono eventualmente di sostituire l’espressione «guerra giusta» con «difesa armata». Senonchè come è giusto difendersi da un aggressore, così è giusto, se è possibile, sventare le trame del nemico e colpirlo per primi senza aspettare che sia lui a colpire noi.

Non c’è quindi solo la difesa, ma anche l’attacco o, come si dice appunto in guerra, l’«offensiva», che non ha nulla a che vedere con l’offesa nel senso di insulto o ingiuria. Ciò che è ingiusto è aggredire un popolo che se ne sta in pace. Ma se è possibile con un’operazione mirata e tempestiva impedire l’attacco nemico in preparazione, è doveroso farlo. A questo punto vediamo l’insufficienza del termine difesa.

È possibile abolire l’uso del termine «guerra»? Il termine è una parola-chiave, talmente alla radice della vita umana da sempre e dappertutto, che, come tutte queste parole che esprimono la condotta di base dell’uomo nella vita presente, è impossibile toglierla dal vocabolario col suo significato da tutti inteso: conflitto armato fra due Stati.

Si potrà mai cancellare la parola «guerra» dai vocabolari e riservarla ad un’azione odiosa e peccaminosa? Certo, esistono parole, le quali, partite con un significato accettabile, oggi non usiamo più per tristissimi fatti ai quali esse sono legate, come per esempio «duce», «Lager», «ghetto», «impero», «crociata», «inquisizione».

Oppure si può dire che vocaboli che si possono mutare o sparire sono invece quelli connessi con cose, idee, usanze, costumi, artefatti, credenze, abitudini contingenti, passeggeri, particolari, legati ai tempi e alle diverse culture e civiltà, come per esempio «computer», «malocchio», «alchimia», «astrologia», «strillone», «baciamano», «etere», «cielo empireo», «colonne d’Ercole», «sfere celesti», «generazione spontanea» e simili.

Tuttavia un termine come guerra, significante un atto umano inevitabile presente da sempre e in tutti i popoli, non può non riflettere nella sua permanenza l’inamovibilità, almeno per la vita presente, della realtà da esso significata.

Possiamo sostituire parole-base come «vita», «morte», «amore», «odio», «malvagità», «vizio», «peccato», «colpa», «castigo», «premio», «libertà», «giustizia», «virtù», «felicità», «fraternità», «bontà», «pace» e simili? Certo ognuna di esse può avere significati diversi e contrastanti, e quindi prestarsi all’equivoco. Da qui il dovere, per onestà, di precisare in che senso intendiamo usarla, se c’è il rischio dell’equivoco. Ma si tratta di fare solo questo e non altro.

Quando parliamo di «guerra», dobbiamo allora precisare in che senso intendiamo questo termine. È vero che oggi il termine evoca un che di odioso o vergognoso, perché pensiamo subito alla guerra atomica. Ma esiste il confronto armato fra Stato e Stato. E come non dovremmo usare il termine «guerra» anche per questo fatto, benchè in un senso diverso da quello usato sopra?

Se non distinguiamo questi due significati del termine, finiremo per confondere un atto peccaminoso con un atto giusto, il peccato o crimine di Putin che ha fatto invadere l’Ucraina e l’azione dell’esercito ucraino che tenta di respingere l’esercito russo. Allora ha senso accusare Putin di essere un criminale di guerra e nel contempo dire che la guerra è sempre ingiusta? Tutte le fonti d’informazione ci parlano di «guerra» in atto fra esercito ucraino ed esercito russo. Hanno torto entrambi perchè fanno la guerra?

Dicono però alcuni: «L’esercito ucraino si difende, non fa la guerra. Si tratta di una difesa armata. E questa è un’azione giusta perché è giusto respingere l’aggressore. Ma le forze armate dell’Ucraina non pensano affatto ad un attacco nucleare ai Russi». Dunque sembra che il problema sia quello di sapersi moderare, come dobbiamo fare nel dominio dell’ira o in generale delle passioni. In fondo ogni guerra è un’espressione calcolata della passione dell’ira. Si tratta di sapersi moderare, di non eccedere e non cedere alla tentazione di ricorrere alle armi atomiche. Ma il timore di cedere a questa tentazione non dev’essere tale da farci rinunciare all’uso delle armi convenzionali; altrimenti, per non peccare d’imprudenza, finiremmo per peccare di codardia e rifiuto di soccorso.

Inoltre, c’è da notare che non solo la difesa armata, ma anche l’aggressione può essere lecita e doverosa. Come il chirurgo aggredisce un cancro prima che esso faccia morire il paziente, così è dovere di uno Stato lungimirante intervenire almeno con sanzioni in un altro Stato nel quale sono presenti, per ipotesi, forze sovversive che hanno con la violenza preso in mano le redini di quello Stato, sì da renderlo una minaccia mortale per altri Stati.

Esiste così un pacifismo che nasce dalla codardia e dalla indifferenza per le ingiustizie patite dal prossimo o dal rifiuto egoistico di sacrificare la propria vita o metterla a repentaglio per la salvezza del prossimo. Il problema, semmai, è quello di una giusta valutazione del significato morale di una guerra, per vedere se intervenire o no.

Proprio perché nelle guerre si scatenano la passioni, nel giudicare di una guerra, per sapersi condurre in una guerra, per poter individuare le cause e gli scopi di una guerra o per poter por fine o rimedio a una guerra, occorre più che mai la lucidità razionale del giudizio per non cadere in quella «pazzia» con la quale il Papa ha definito la presente guerra in Ucraina.

Con tutto ciò, non escludo in modo assoluto l’opportunità di intendere la parola «guerra» come ingiustizia. Allora è chiaro che, in questo senso, non può esistere una guerra giusta. Resta tuttavia il fatto innegabile che la guerra è un’azione statale che fa uso di forze armate contro un altro Stato. Ora l’azione sociale cade nella competenza della virtù della giustizia, dove un certo atto può essere giusto o ingiusto. Si parli di «guerra» o si usi un altro termine, si vede allora come non si può sfuggire alla necessità di distinguere fra la possibilità che l’azione sopra definita possa essere giusta o ingiusta.

San Giovanni Paolo II chiamò «intervento umanitario» l’operazione militare della NATO in Bosnia negli anni ’90 per castigare i responsabili della guerra civile, veri e propri criminali di guerra e ristabilire la pace.  I nemici della pace che non ascoltano ragione, debbono essere costretti con la forza, vincendoli sul campo di battaglia, ad assoggettarsi a un popolo che vuol vivere in pace nel rispetto del diritto e della giustizia.

Da cosa nasce la guerra secondo la Bibbia

Le lodi di Dio sulla loro bocca e la spada a due tagli nelle loro mani.

                                                                                                       Sal 149,6 

Oggi ferve più che mai il dibattito sul significato da dare alla parola «guerra». Molti di noi, spaventati, disgustati e scandalizzati per l’attuale guerra in corso in Ucraina, si stanno facendo la convinzione che, dopo tante amare esperienze nel corso della storia, sia giunto il momento, come dicono, di «abolire» la guerra, così come si abolisce la pena di morte o la tassa sugli alcolici o la dogana alla frontiera. 

È una grande ingenuità, che suppone l’ignoranza del fatto che ancora a tutt’oggi l’umanità, benché redenta da Cristo e quindi in grado di fruire della sua grazia sanante, si trova ancora in uno stato di natura decaduta a seguito del peccato originale e quindi inclinata, o per ignoranza o per fragilità o per malizia a commettere il peccato.

Certamente la Bibbia insegna che l’origine prima della guerra è quella volontà di morte, volontà omicida, la quale, sorta nel demonio all’atto di ribellarsi a Dio alle origini del mondo, ha poi spinto e spinge l’umanità a dividersi – homo homini lupus - in se stessa, nazione contro nazione, razza contro razza, popolo contro popolo, gruppo contro gruppo, individuo contro individuo. Ci si isola gli uni dagli altri, ognuno assolutizza se stesso, si dimentica il bene comune e ognuno pretende che gli altri siano a suo servizio, anziché mettere a frutto o a servizio degli altri e della società i talenti ricevuti, fruendo dei valori comuni che la società gli offre.

Ma in ognuno di noi questa ostilità che manifestiamo socialmente all’esterno, a cominciare dai litigi, dai diverbi, dalle faziosità, dalla lotta di classe, fino agli scontri bellici fra gli Stati, ha origine nel nostro stesso cuore, dove spesso si scontrano aspirazioni opposte, in contrasto fra di loro, il pensiero in contraddizione con se stesso, o in contrasto con l’azione, le passioni contro la volontà, lo spirito contro la carne, uomo contro donna, fratello contro fratello, individuo contro il bene comune. A ciò si aggiunge l’azione di Satana, «omicida sin da principio», che attizza il fuoco, mette gli uni contro gli altri e spinge ai peggiori eccessi.

La Bibbia, come vedremo più avanti, narra di un conflitto fra gli angeli ai primordi dell’esistenza del creato. Certamente fu un conflitto non voluto da Dio, ma da un gruppo di angeli ribelli al seguito di Satana. I fedeli rimasero con Dio in cielo, come ministri di Dio; gli altri precipitarono nell’inferno, ma con la possibilità di vagare per la terra per indurre l’uomo alla stessa ribellione contro Dio e a dividere gli uomini fra di loro, a metter gli uni contro gli altri.

Ecco il sorgere delle guerre fra noi uomini. Questa caduta dell’uomo dalla comunione con Dio e sul piano sociale, avvenne, come sappiamo dalla Bibbia, col peccato originale, istigato dal demonio. Il paradigma del conflitto sociale è il conflitto fra l’uomo e la donna.

La presentazione della donna come creatura tentatrice, sensuale, infida, sfruttatrice e crudele, è evidentemente il punto di vista maschile, dato che la Bibbia fu scritta da maschi. Ma è chiaro che è sottinteso anche il punto di vista femminile: basta che la donna cambi l’indirizzo del giudizio negativo. Il suo contenuto resta lo stesso; cambia solo la persona alla quale si riferisce, la quale da donna passa ad uomo.

C’è tuttavia in noi, istillato da Dio, anche un inestirpabile bisogno di pace. L’uomo sente una gran nostalgia e desiderio di riconciliarsi con Dio; l’uomo avverte ancora che in fondo Dio ha creato la donna per lui e lui per lei. L’unione e la pace con Dio restano sempre desiderabilissime e beatificanti. Ma la concupiscenza e l’insidia del diavolo tendono a svalutarle e le rendono difficili. Tuttavia, l’unione uomo-donna, benchè adesso fragile e precaria, ha conservato qualcosa della felicità che essa procurava prima del peccato.

La Bibbia ci narra poi del realizzarsi di un’altra guerra conseguente alla guerra dell’uomo ribelle contro Dio (torre di Babele) e contro il prossimo (Caino contro Abele; conflitto tra Adamo ed Eva). Questa volta la guerra è voluta da Dio per la salvezza dell’uomo: è la lotta che Cristo ingaggia contro Satana, per liberare l’uomo dalla sua schiavitù, guerra che si conclude con la vittoria di Cristo, benché non tutti si lascino liberare, ma alcuni preferiscano restare con Satana all’inferno.

Il desiderio della pace è connesso con l’amore per la vita, dove si trovano i veri piaceri e la vera gioia. Volontà di pace e volontà di guerra si oppongono continuamente in noi. Ora prevale la prima ed abbiamo la giustizia. Ora prevale la seconda ed abbiamo il peccato.

Non sempre sappiamo che cosa è veramente la pace, quella che ci dà Cristo e non il mondo, come la si procura, come la si conserva, come la si difende, che cosa è che la distrugge, che cosa bisogna fare per ritrovarla. Tutto ciò lo insegna la Bibbia. Spesso la cerchiamo nell’egoismo, nel quieto vivere, nel qualunquismo, nell’opportunismo, credendo magari di essere imparziali e invece siamo doppi, di essere pacifici e invece siamo dei codardi, di essere miti e invece siamo delle pappemolli.

Ma l’opposizione pace-guerra viene a volte intesa in modo troppo semplicistico. La Bibbia ci insegna ad avere una percezione più sottile di questo rapporto. Pace e guerra non si escludono in maniera assoluta come a tutta prima potrebbe sembrare. Non è detto che la guerra, intesa nel senso di lotta o di combattimento, sia sempre da escludersi, perché esiste per la Bibbia una guerra al peccato, al vizio, alla carne, al mondo e a Satana, che sono salutari. E la pace dipende dalla vittoria in questa guerra. C’è una guerra per la conquista della pace ed è la condizione per ottenere la pace. In tal modo tutta la storia sacra è concepita come un conflitto fra gli amici e i nemici di Dio.

Presentemente è assai difficile distinguere gli uni dagli altri. Ma per tutto il corso della storia avviene un processo di decantazione, per il quale chi è per Cristo e chi è per Satana appare sempre più chiaramente, fino alla battaglia finale, conclusiva, che segnerà la fine del mondo e il ritorno di Cristo.

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 30 marzo 2022

Picasso - La cappella della guerra e della pace
A differenza delle sciagure naturali, come terremoti, alluvioni, siccità, gravi epidemie l’uomo è tuttora impotente a neutralizzarne gli effetti perché non sa agire sulle cause.

Invece, le guerre, in linea di principio, sono mali evitabili ed allontanabili perché sono provocate dall’uomo: quella stessa volontà malvagia che provoca la guerra, se orientata al bene, può evitarla o spegnerla una volta scoppiata. Le guerre hanno sempre per causa delle idee sbagliate e si spengono correggendole.

In essa opera la ragione umana, per quanto distorta e la volontà, per quanto crudele e assassina. Dunque è in potere dell’uomo trovare le vie della pace con quella stessa ragione e volontà rettificate.

Non è detto che la guerra, intesa nel senso di lotta o di combattimento, sia sempre da escludersi, perché esiste per la Bibbia una guerra al peccato, al vizio, alla carne, al mondo e a Satana, che sono salutari. E la pace dipende dalla vittoria in questa guerra. C’è una guerra per la conquista della pace ed è la condizione per ottenere la pace. In tal modo tutta la storia sacra è concepita come un conflitto fra gli amici e i nemici di Dio. 

Presentemente è assai difficile distinguere gli uni dagli altri. Ma per tutto il corso della storia avviene un processo di decantazione, per il quale chi è per Cristo e chi è per Satana appare sempre più chiaramente, fino alla battaglia finale, conclusiva, che segnerà la fine del mondo e il ritorno di Cristo.

Immagini da internet


[1] Gaudum et spes, n.79.


3 commenti:

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  2. Padre Cavalcoli,
    lei dici: "Certo, esistono parole, le quali, partite con un significato accettabile, oggi non usiamo più per tristissimi fatti ai quali esse sono legate, come per esempio «duce», «Lager», «ghetto», «impero», «crociata», «inquisizione»...".

    Mi ha fatto pensare alle parole che non sono più usate nei "mondi" modernisti e pasatisti.
    Negli ambienti modernisti non si usano più parole come "dogma", "dottrina", "diabolo", "inferno", "peccato mortale", "adulterio", "sacro", ecc.
    Negli ambienti pasatisti sono presenti anche parole proibite o quasi "demoniache", quali: "ecumenismo", "collegialità episcopale", "progresso della dottrina", "libertà religiosa", "concelebrazione liturgica", "tradizione viva", "progresso di tradizione" ecc.

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    1. Caro Silvano,
      sono pienamente d’accordo con le sue argute osservazioni di carattere linguistico.
      Indubbiamente l’uso delle parole nasconde un certo modo di concepire la realtà. L’assenza nei modernisti di quelle parole, che lei cita, denota purtroppo la loro dimenticanza dei valori che ad esse corrispondono. Viceversa, il significato negativo che i passatisti danno a parole che di per sé hanno un significato positivo denota purtroppo la loro incomprensione per le novità dottrinali, che esse significano.

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