La nozione di pensiero in Giuseppe Barzaghi - Prima Parte (1/3)

 La nozione di pensiero in Giuseppe Barzaghi

Prima Parte (1/3)

I miei pensieri non sono i vostri pensieri

Is 55,8

 

Lo stile di Barzaghi 

Padre Giuseppe Barzaghi ha svolto la sua concezione del pensare in relazione al pensare cristiano in tre suoi libri: 1. Soliloqui sul divino. Meditazioni sul segreto cristiano[1], 2. Philosophia. Il piacere di pensare[2], 3. Oltre Dio ovvero omnia in omnibus. Pensieri su Dio, il divino, la deità[3].

La concezione di Barzaghi appare interessante in quanto tentativo di avvicinare la dottrina di San Tommaso al pensiero idealista, in particolare quello di Emanuele Severino. Barzaghi insiste molto sulla potenza e la dignità del pensiero, ma quasi nulla sui suoi limiti e le sue insidie. Sembra dimenticare che del pensiero si può fare buon uso e cattivo uso.

Pare che non vi sia nulla di più grande del pensiero, per cui trascura il primato del reale e l’eccellenza dell’azione. Il risultato delle sue numerose osservazioni, alcune senz’altro giuste e acute, è pertanto, tutto sommato, deludente. Segue la concezione severiniana e tenta di ridurre a questa la visione tomista, eliminando ciò che non si concilia con le idee di Severino.

Nel corso dei tre libretti, ciascuno in media di 130 pagine, Barzaghi va avanti per pagine e pagine con un susseguirsi ininterrotto di frasi brevi ed incisive, efficaci e sorprendenti, di tono più descrittivo che dimostrativo, di sapore fortemente autobiografico, benché con pretesa teoretica. Spesso più che delle vere e proprie sentenze ponderate, troviamo delle battute di spirito o dei flash luccicanti, che stimolano più il sogno e l’immaginazione, che non l’intuizione speculativa.

Tali insistenti pensieri, nel loro irruente susseguirsi, danno l’impressione di essere l’effetto nell’Autore di un imperioso impulso interiore, sicchè egli appare abbacinato da visioni straordinarie, e come un giocoliere della parola, che si esibisce per strappare l’applauso, o come un attore teatrale, che recita appassionatamente la sua parte immergendosi in essa come se ci credesse veramente, più che il filosofo che, senza cercare alcun successo umano, ma solo per dovere di coscienza, nella calma e con garbo, istruisce e guida a riflettere e a ragionare sulla realtà.

È interessante inizialmente la descrizione che Barzaghi fa del pensare, ma poi si lascia prendere da un entusiasmo eccessivo perdendo l’aggancio con la realtà ed appropriando al pensiero umano ciò che appartiene al divino ed è di sua esclusiva competenza. Parlando del pensare, spesso non si capisce di chi parla, se del pensare umano o del pensare divino, dando così largo spazio all’equivoco e lasciando intendere che l’uomo possa pensare come Dio.

Siamo qui davanti alla caratteristica produzione degii idealisti, come Hegel, Barzaghi e Rahner, la quale sembra essere l’effetto non di un calmo ragionare e meditare, ma della irrefrenabile spinta interiore di uno spirito, che s’impossessa della mente del teologo, la soggioga, e la rende veicolo entusiasta ed entusiasmate delle ispirazioni di questo spirito, che il teologo chiama «autocoscienza» o «io trascendentale» e che corrisponde al cogito cartesiano, come vedremo più avanti.

Così la mente sovraeccitata, sotto la pressione di questo spirito, si  esterna in una serie di pensieri, che irrompe sul lettore, come flusso irruente, che scaturisce da un torrente che ha rotto gli argini, e si diffonde abbondantemente nelle menti stupefatte, ammirate e  soggiogate dal fascino dello scrittore.

Possono essere anche menti colte ed acute, anzi l’idealista e lo gnostico, che è la stessa cosa, miete discepoli e ammiratori proprio in questi ambienti scelti. Al riguardo è interessante il giudizio sul pensiero di Barzaghi dato da un illustre Prelato nella prefazione di uno dei libri di Barzaghi. Dopo aver esposto in sintesi il contenuto del libro, il Prelato afferma:

«L’abbiamo esposto in sintesi perché lo spericolato lettore conosca in anticipo ciò che lo aspetta e si renda conto dell’impegno non comune che gli sarà richiesto, se vorrà affrontare la formidabile impresa di misurarsi con la densità e l’acutezza di queste pagine».

Per la verità, il comune credente, col suo buon senso e il suo realismo biblico e tomista, davanti ai voli di Icaro dell’idealista, col suo linguaggio astruso ed esoterico, spesso incomprensibile, afferra solo pochissime cose di quello che dice, ma ciò gli basta per lasciarlo scettico ed anzi disgustato come davanti ad assurdità, insensatezze e pazzie, a differenza di coloro, i quali, pur intelligenti, non hanno però l’umiltà di assoggettarsi al dato oggettivo, e restano affascinati dalle fabulazioni dell’idealista come fossero l’espressione della più alta genialità. E anche se neppur loro capiscono tutto quello che egli dice, amano far la figura presso la gente comune, di essere degli intenditori e attingere ai vertici della sapienza ineffabile.

Così grandi teologi come il Beato Rosmini e il domenicano storico della filosofia Zefirino González y Tuñon nel sec. XIX non esitarono a qualificare Hegel come un «pazzo», benché non si possa non prender atto della sua volontà dichiarata di interpretare filosoficamente la sua fede luterana, e non si possa negare la sua genialità e il suo culto per lo «Spirito». Ma di quale Spirito si tratta? È lo Spirito Santo o qualche altro spirito?

Che cosa è il pensiero e cosa vuol dire pensare

 Così Barzaghi descrive il pensiero:

«Il pensiero è l’originario e la totalità. Nel pensiero puro la conoscenza, che concettualizza, è smarrita; ma nello stesso tempo è perfettamente accolta come nel suo ambiente vitale, perché il pensiero è la trasparenza dell’essere pre-concettuale e condizione di ogni concettualità»[4].

Barzaghi identifica il pensiero con l’autocoscienza senza distinguere l’autocoscienza umana dall’autocoscienza divina, per cui assegna all’uomo ciò che appartiene a Dio. È evidente infatti, che, parlando di autocoscienza «assoluta» e «originaria», egli non si riferisce all’autocoscienza derivata e relativa al reale esterno, ossia alla conoscenza dell’anima da parte di se stessa, della quale parla San Tommaso[5], ma si riferisce all’autocoscienza cartesiana, al cogito, pensiero senza oggetto esterno, non derivato dalla conoscenza della realtà esterna, ma condizione di possibilità di tale conoscenza, esattamente com’è l’Autocoscienza divina. Quello che da essa Barzaghi deduce è del tutto logico, ma appartiene solo a Dio e non all’uomo. Dice Barzaghi:

l’«autocoscienza è l’autotrasparenza del pensante pensante nel pensare pensato e si esprime come apprezzamento di sé assoluto originario e intrascendibile. … L’autocoscienza, per essere se stessa non rinvia ad altro da sé, rimanda semplicemente a sé perché è coscienza di sé e non di altro. … La coscienza di altro da sé implica la coscienza di sé»[6].

«L’autocoscienza è anche originaria. Proviamo a sforzarci di pensare che questo pensiero pensante o pensare pensante non sia originario, ma che abbia un’origine. Ebbene, il pensiero pensante pensa anche all’origine: in un boccone l’ha già mangiata, l’ha già inglobata! Se pensi che il tuo pensiero abbia un’origine, hai già pensato l’origine. Quindi l’origine non è estranea al contenuto del pensiero: è l’atto del pensare che se la mangia. Allora non è l’origine che fagocita il tuo pensiero e poi ti dice: “ci sono prima io”; ma la stessa origine è pensata.

 L’autocoscienza apprezza se stessa come assoluto originario, perché se dovesse pensare una propria origine diversa da sé, la penserebbe, appunto! Allora non è più diversa da essa. … Se cerco di trascendere la coscienza, sono sempre nella coscienza: se penso che c’è qualcosa fuori dal pensiero, lo sto pensando; ma proprio per questo non posso dire che tutto sia dentro il pensiero: se non c’è un fuori, non c’è neppure un dentro. Il pensiero è pura trasparenza assoluta del tutto»[7].

Il pensiero per Barzaghi è intrascendibile, ossia non ha un essere al suo esterno, non è trasceso dall’essere e non dipende dall’essere, perchè egli in partenza concepisce il pensiero come pensiero assoluto e divino. È chiaro allora che davanti a questo pensiero tutte le cose sono pensate in atto, sono incluse in questo pensiero e ad esso immanenti, perché esse non sono altro che la realizzazione della volontà divina che le ha progettate e create.

Ma occorre dire che davanti al pensiero umano, le cose esistono al di fuori dell’anima umana, prima e indipendentemente dal pensiero. Tutte certo sono pensabili, ma solo alcune sono di fatto pensate, e pensate da quell’uomo e non da quest’altro, per cui esse, in quanto pensate, sono immanenti ed interne al pensiero del primo e, considerate in se stesse, sono esterne o al di fuori, perché ignorate, dal pensiero del secondo.

Invece Barzaghi, parlando del pensiero solo in senso assoluto, attribuisce anche all’uomo, in quanto pensa, il pensiero divino. È vero che parla del pensiero «derivato» come punto di vista proprio dell’uomo, descritto dalla gnoseologia realistica di San Tommaso. Ma questo pensare, secondo Barzaghi, non esprime se non il grado infimo del pensare, il pensare empirico, ordinario e corrente inconsapevole di se stesso, un pensare che non ha preso coscienza della sua massima possibilità come autocoscienza assoluta, come pensare «originario» ed assoluto, identico all’essere, rivelato dalla teoresi di Severino.

Inoltre, è chiaro che il pensiero divino, senza origine e senza fine, senza che abbia alcunché fuori di sé che non sia da lui pensato, non trae origine da qualcosa che lo precede e comprende esaurientemente se stesso. Il suo essere coincide col suo pensare e col suo essere pensato.

Ma Barzaghi non tiene conto del fatto che la nostra autocoscienza non è originaria, come credeva Cartesio, ma è dedotta dalla nostra precedente conoscenza delle cose esterne e, in quanto attuazione di un ente come la nostra anima, il cui essere è distinto dalla sua essenza, è un pensante creato, il cui comprendere è limitato, per cui essa può bensì pensare alla sua divina origine creatrice, ma ciò non vuol dire che Questa non resti infinitamente trascendente come realtà in se stessa esterna alla coscienza, benché pensata dalla coscienza. 

Inoltre è assurda e blasfema l’idea barzaghiana che l’origine trascendente dell’autocoscienza umana, ossia l’autocoscienza divina, debba «fagocitare» l’autocoscienza umana, quando invece ne è la causa creatrice, che col dono della vita di grazia, eleva l’anima umana alla gloria della visione beatifica e della vita eterna. Difficile capire come ad un teologo domenicano possa venire in mente un’idea così mostruosa.

È vero che quando la mente umana pensa al Dio trascendente, in qualche modo la mente s’identifica intenzionalmente con l’essenza divina ed essa viene immanentizzata nella mente umana mediante rappresentazioni concettuali, come per esempio i dogmi della fede. Ma è chiaro che Dio in Se stesso resta infinitamente trascendente nel suo infinito Mistero.

Il conoscere e il pensare

Chi ha conosciuto il pensiero del Signore?

I Cor 2,16

 

La posizione di fondo di Barzaghi sta nel distinguere due tipi di attività dell’intelletto umano: il conoscere e il pensare. Nel conoscere ritroviamo la concezione tomista di orientamento realista, la quale si vale dell’opera della concettualizzazione per costruzione della scienza, strutturata secondo le necessità logiche.

Il pensare invece è visto come libero e indeterminato movimento o slancio infinito dell’intelletto fondato sull’autocoscienza originaria, chiaramente di matrice cartesiana, ad un tempo precedente la concettualizzazione e posteriore alla concettualizzazione, avente per oggetto l’Assoluto.

In tal modo il pensiero per Barzaghi è la «condizione di possibilità dei concetti»[8]: l’intelletto parte col pensiero e precisamente con l’autocoscienza, passa alla concettualizzazione, che sarebbe la conoscenza e, nell’esperienza mistica, supera i concetti e torna al pensiero non concettuale.

Barzaghi parla poi di un «pensiero puro», che sarebbe l’«Assoluto», e tutti noi potremmo a volontà elevarci a questo pensiero puro, che, da come Barzaghi lo descrive, non è altro che il pensiero divino, pensiero coincidente con l’essere, atto di pensare la totalità dell’essere pensato, autocoscienza originaria metaconcettuale o preconcettuale. Ma – potremmo chiederci - se l’uomo da sé può elevarsi al pensiero divino, che ne è del sapere soprannaturale di fede? Per Barzaghi la cosa è molto semplice:

«fede e ragione dicono la stessa cosa, perché sono la stessa cosa: sono identiche. E la loro identità consiste appunto nel pensiero puro, il sapere metaconcettuale previo alle distinzioni dell’evidenza e dell’inevidenza dovute alla concettualizzazione. … Come fides qua creditur, la fede è metaconcettuale, come la stessa visione beatifica e come lo stesso pensiero assoluto o atto puro di pensare o puro pensare. … Anche la fides quae creditur… è metaconcettuale»[9] 

Allora, se la fides qua, ossia la fede con la quale si crede e la fides quae, ossia ciò che ci crede sono atematiche e metaconcettuali, a che cosa servono i dogmi e il Simbolo della fede? A che cosa servono il Magistero della Chiesa, la Sacra Scrittura, la Tradizione, il Catechismo e la teologia? Solo a fare bella figura davanti alla comunità ecclesiale? A ripetere formule convenzionali? Ad avere un linguaggio creativo? A ricevere lo stipendio di docente? A pubblicare libri e a far conferenze? A poter fruire dei vantaggi economici della comunità o della parrocchia?

Barzaghi dà più importanza al pensare che al conoscere. E si capisce perché: perché da buon idealista vuol dare un primato del pensiero sulla realtà. Il che vuol dire che la sua volontà rifiuta di assoggettarsi al reale, di essere vincolata dall’oggetto, ma vuole essere libera di pensare quello che vuole, di stabilire lei l’oggetto. Il che è appunto proprietà del pensare. Un pensiero può anche essere geniale, ma per non essere una pura forma di eccitazione mentale, è veramente geniale solo se penetra, intus legit, oggettivamente nel cuore del reale: e questo è compito del sapere.

Questa distinzione di Barzaghi può valere in quanto il pensare può effettivamente proporsi oggetti di libera scelta, anche inesistenti, mentre il conoscere o sapere è vincolato al reale e deve adeguarsi al reale. Io posso pensare quello che voglio, come dice anche Kant, ma posso conoscere solo ciò che sono obbligato o necessitato (o per evidenza o per dimostrazione) a conoscere, se voglio essere nella verità.

Inoltre non è vero che, come dice Barzaghi, al conoscere corrisponda l’intelletto possibile, del quale parla San Tommaso, mentre all’intelletto agente corrisponderebbe al pensare, come pensare assoluto. Il pensare assoluto per San Tommaso è proprio solo di Dio, mentre il pensare umano è relativo alla finitezza dell’intelletto umano. Ed inoltre l’intelletto agente per San Tommaso non ha un oggetto e quindi non ha per oggetto né l’essere né l’Assoluto. L’intelletto agente, come vedremo, è soltanto la luce dell’intelletto che fà vedere. Ma l’intelletto che vede e conosce è solo l’intelletto possibile. Questo è l’insegnamento di San Tommaso.

Ma c’è poi il problema pratico – del quale Barzaghi non parla per nulla - e cioè che per la corretta prassi non basta il pensare, ma occorre il sapere oggettivamente che cosa è bene e che cosa è male. Il nostro pensare, lasciato libero, tende ad inventarsi lui ciò che è bene e ciò che è male. Ma, date le conseguenze del peccato originale, non è detto che quello che pensiamo o vogliamo sia bene, lo sia realmente ed oggettivamente. Per stabilire questo, occorre conoscere e ragionare su dati oggettivi, non basta pensare.

Barzaghi non si rende conto quindi che il conoscere è più importante del pensare. Il pensare dev’essere fondato sul sapere e non viceversa. L’autocoscienza è un sapere, non è un semplice pensare. Per raggiungere la realtà non basta pensare, occorre il sapere. Questo vale anche per il pensare divino. Dio coglie la verità di ciò che crea perchè lo conosce, non per il semplice pensarlo. Il suo semplice pensare si riferisce alle idee divine, ai possibili, non necessariamente realizzati. Il pensiero può avere per oggetto anche ciò che non esiste: il sapere ha per oggetto l’esistente.

Pensare, certo è importante come progettare, ideare, immaginare delle possibilità. Ma poi, per giudicare del vero e del falso, del bene e del male, non basta che io pensi: devo conoscere e sapere, per mettere in pratica nel dovuto modo, per il mio vero bene. La morale non può essere regolata dal semplice pensare. La legge morale non è un semplice oggetto del pensiero, ma dev’essere conosciuta. Non dev’essere inventata, ma scoperta. Il pensiero inventa, la scienza scopre.

Pensare a Dio non vuol dire ancora sapere che esiste. Si può veramente pensare a Dio solo dopo aver scoperto nella realtà che esiste. E questo è il compito della conoscenza non del puro pensare. E ciò che conta non è il Dio pensato, ma il Dio reale. Se no, chi m’impedisce di ideare per conto mio un Dio secondo i miei gusti? Non basta che io pensi a Dio, sia pure con un giusto concetto di Dio, per sapere che esiste, ma devo guardare in faccia alla realtà. È lei, non il mio pensare a dirmi che Dio esiste, perché Dio è causa della realtà, non un prodotto o una bella idea del mio pensiero.

Pensare non è sufficiente per cogliere la verità oggettiva, se non si conosce. La tesi di Barzaghi deve quindi essere capovolta. La verità viene dal conoscere prima che dal pensare, perché essa si basa sulla realtà e non dipende dalla volontà, se non è la volontà divina. Certo è suggestiva l’espressione leopardiana ne L’infinito: «infiniti spazi nel pensier mi fingo». Ma ciò non vuol dire ancora cogliere la realtà.

E la stessa mente divina certamente pensa il possibile, ma quando Dio crea, conosce ciò che crea e il suo stesso intelletto vincola se stesso all’oggetto e, benché lo abbia voluto Egli stesso e in tal senso l’oggetto sia frutto del suo pensiero, tuttavia Dio stesso ci dà l’esempio di adeguazione del suo intelletto al reale, insegnandoci come si deve rispettare la realtà, quand’anche l’avessimo creata noi stessi.

Da come Barzaghi descrive il pensiero, è facile riconoscere il pensiero divino: è pensare identico all’essere, appunto così come Dio è il suo pensare.  Però sorprende alquanto che tale identità del pensiero con l’essere venga attribuita al pensare umano, cosa che produce alcune gravi conseguenze, delle quali Barzaghi sembra non accorgersi: prima, che l’essere può essere anche materiale, per cui identificare il pensare con l’essere porta a materializzare il pensiero; seconda, identificare l’essere a col pensiero o col pensato porta a vanificare la materia nel semplice pensato e confondere la realtà con le proprie idee.

Terza, lo sganciare il pensare dal concepire conduce in morale la volontà a sganciarsi, magari col pretesto della «mistica», da qualunque norma morale, evidentemente formulata in concetti e quindi a sostituire la propria volontà a quella di Dio. È vero che il piano concettuale non viene disdegnato. Ma allora esso serve solo come copertura per ottenere il consenso sociale e per i propri affari terreni, ma intimamente il soggetto si riserva di pensare e fare tutto quello che vuole indipendentemente da qualunque riferimento al reale e a Dio.

In secondo luogo, sembra che Barzaghi concepisca l’attività intellettuale umana come esplicantesi su due gradini o come scaturiente da due fonti: una originaria e l’altra derivata.  L’uomo pare abbia di sua volontà la facoltà, quando ciò gli aggrada o gli conviene, di salire dal primo gradino umano al secondo gradino divino oppure può, a suo piacimento, esprimersi in modo originario, ossia divino e in modo derivato, ossia umano.

Il gradino più basso e la sorgente derivata corrispondono al realismo di San Tommaso; il gradino più alto e la fonte originaria del pensare sono le idee di Severino. È chiaro che l’intento di Barzaghi nel presentare questi due livelli del pensiero è un intento educativo e liberante, ossia è quello di mostrare al pensiero umano il vertice divino della sua realizzazione, in modo tale che mentre il povero Tommaso è fatto per la mentalità del ragioniere e del pizzicagnolo, chi vuol raggiungere il vertice della gnosi deve seguire l’insuperabile Severino, del quale Barzaghi è umile interprete. Chi vuol vivere nella banalità quotidiana segua pure San Tommaso. Chi aspira ad essere un genio, segua Severino.

Fine Prima Parte (1/3)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 13 giugno 2021  


Barzaghi non tiene conto del fatto che la nostra autocoscienza non è originaria, come credeva Cartesio, ma è dedotta dalla nostra precedente conoscenza delle cose esterne e, in quanto attuazione di un ente come la nostra anima, il cui essere è distinto dalla sua essenza, è un pensante creato, il cui comprendere è limitato, per cui essa può bensì pensare alla sua divina origine creatrice, ma ciò non vuol dire che Questa non resti infinitamente trascendente come realtà in se stessa esterna alla coscienza, benché pensata dalla coscienza. 

     Inoltre è assurda e blasfema l’idea barzaghiana che l’origine trascendente dell’autocoscienza umana, ossia l’autocoscienza divina, debba «fagocitare» l’autocoscienza umana, quando invece ne è la causa creatrice, che col dono della vita di grazia, eleva l’anima umana alla gloria della visione beatifica e della vita eterna. Difficile capire come ad un teologo domenicano possa venire in mente un’idea così mostruosa.

      È vero che quando la mente umana pensa al Dio trascendente, in qualche modo la mente s’identifica intenzionalmente con l’essenza divina ed essa viene immanentizzata nella mente umana mediante rappresentazioni concettuali, come per esempio i dogmi della fede. Ma è chiaro che Dio in Se stesso resta infinitamente trascendente nel suo infinito Mistero.

Barzaghi dà più importanza al pensare che al conoscere. E si capisce perché: perché da buon idealista vuol dare un primato del pensiero sulla realtà. Il che vuol dire che la sua volontà rifiuta di assoggettarsi al reale, di essere vincolata dall’oggetto, ma vuole essere libera di pensare quello che vuole, di stabilire lei l’oggetto. Il che è appunto proprietà del pensare.

Questa distinzione di Barzaghi può valere in quanto il pensare può effettivamente proporsi oggetti di libera scelta, anche inesistenti, mentre il conoscere o sapere è vincolato al reale e deve adeguarsi al reale. Io posso pensare quello che voglio, come dice anche Kant, ma posso conoscere solo ciò che sono obbligato o necessitato (o per evidenza o per dimostrazione) a conoscere, se voglio essere nella verità.

Immagini da internet:
- G. Barzaghi
- R. Cartesio
- E. Kant


[1] Edizioni ESD, Bologna, 1997.

[2] Edizioni Il Poligrafo, Padova 1999.

[3] Giorgio Barghigiani Editore, Bologna 2000.

[4] Philosophia, op.cit., p.52.

[5] Sum.Theol., I, q.87, a.1; De Ver., q.10.a.7.

[6] Oltre Dio, op. cit., p.56.

[7] Ibid.

[8] Ibid., p.66.

[9] Ibid., p.68.



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