La morte che toglie la morte - Il mistero del sacrificio di Cristo

 La morte che toglie la morte

Il mistero del sacrificio di Cristo

O Morte, sarò la tua morte!

Os 13,14

 

La parte di verità della dialettica hegeliana 

La dialettica hegeliana ha una parte di verità sia dal punto di vista logico, sia nella sua applicazione alla realtà: dal punto di vista logico è vero che l’affermazione assoluta richiede la negazione della negazione e dal punto di vista della realtà è vero che l’affermazione della vita richiede la soppressione del nemico della vita e che per affermare il bene occorre togliere il male.

Dal punto di vista della dinamica della realtà e dell’azione morale, Hegel ha altresì ragione nel dire che la negazione della negazione, ossia la punizione del delitto, che è stato negazione pratica del giusto, ristabilisce la giustizia violata e riporta coercitivamente il delinquente all’interno dell’ordine, oltre il quale con la violenza è andato (tras-gredito, trans-gressus).

E poi Hegel osserva con finezza che con questo atto «il delinquente viene onorato come essere razionale»[1], perché è dargli il corrispettivo di ciò che egli stesso ha voluto fare. Il punire, infatti, suppone il rispetto della persona come soggetto libero e responsabile: non si puniscono i neonati, i dementi, le macchine o gli animali.

Hegel mostra così di avere un concetto giusto della giustizia punitiva divina e umana, come del resto l’aveva Lutero, il quale distingue bene l’inferno, dove metteva il Papa, dal paradiso, dove sarebbe andato lui, ed era ben lungi dall’immaginare che tutti si salvano, come fantasticano Von Balthasar e Rahner.

 «La coercizione – dice Hegel[2] - viene tolta con la coercizione», mentre nel contempo egli distingue la coercizione come sanzione penale dalla violenza come negazione della libertà e con ciò stesso della giustizia.  La punizione non violenta la volontà del castigato, perché, osserva Hegel giustamente[3], la volontà in quanto libera, non può essere violentata, ma la punizione non è altro che una «retribuzione», per la quale la giustizia «fa al delinquente quello stesso che egli ha fatto»[4], come dice il Salmo: «la sua violenza gli piomba sulla testa» (Sal 7,17). È vero che il malfattore non vuole essere punito e tuttavia vuole ciò che merita punizione. Non lo sapeva prima? Dopo non si lamenti.

Per quanto poi riguarda la misericordia divina, dobbiamo ricordare contro Lutero che essa non è che Dio che finge di non vedere o assolve il colpevole, ma è atto d’amore preveniente divino, col quale Dio, che conosce benissimo e riprova il peccato del peccatore, lo purifica dalla colpa col sangue di Cristo, inducendolo al pentimento, alla conversione ed alla espiazione del peccato.

Su questo punto purtroppo Hegel, invece, risente del misericordismo luterano, che suppone la riduzione dell’agire al patire, per cui il peccato non è visto come un atto volontario e responsabile meritevole di castigo, ma è debolezza o fragilità meritevole di compassione.

Avviene allora, nella visione hegeliana, come in Lutero, secondo il quale Dio perdona, ma intendendo il perdono divino non come cancellazione di una colpa, ma come «superamento» (Überwindung) del peccato, che pertanto resta come fattore dialettico costruttivo della sintesi concreta di positivo e negativo, che è il buono-cattivo dell’agire umano, justus simul et peccator.

Ricordiamoci che per Hegel non c’è bene senza male, non c’è vita senza morte e viceversa. È questa la famosa circolarità della dialettica hegeliana, assunta dalla massoneria esoterica («keine Leben ohne Tod, keine Tod ohne Leben»).

La storia umana non avviene per necessità logica

ma per effetto della volontà 

L’errore di fondo Hegel, come sanno tutti, è stato quello di ridurre la realtà alla logica. Che cosa è successo? Ne sono venuti due gravissimi inconvenienti. Primo, che l’esistenza e la soppressione del male non dipendono dalla volontà, ma sono una necessità logica. Quindi l’esistenza del male diventa metafisicamente necessaria: il male diventa bene o s’identifica col bene ovvero bene e male, vita e morte sono inseparabili. Il conflitto non si risolve, ma è assolutizzato. È la famosa circolarità hegeliana, rappresentata dalla svastica. E, secondo, che la morte e il male sono diventati insopprimibili, si sono assolutizzati. 

In realtà, la negazione dell’affermazione è necessaria nella logica per riaffermare e confermare, negando la negazione, l’affermazione iniziale (tesi), col togliere la negazione (antitesi). Per esempio, se io voglio affermare che l’anima è immortale, per fare una buona dimostrazione, devo poter negare ciò che nega l’immortalità. Devo mostrare che non è mortale. Occorre una argomentata negazione, che poi viene negata o smentita per dimostrare la verità dell’affermazione.

Infatti, in logica è impossibile avere fondatamente e apoditticamente un concetto o una definizione senza opporgli il suo opposto. In ciò Hegel ha ragione. Per esempio, non si può avere il concetto dell’essere senza quello del non-essere, il concetto del vero senza quello del falso, il concetto del bene senza quello del male, il concetto della vita senza quello della morte, perché si illuminano e si definiscono a vicenda.

Per questo Hegel ha ragione quando dice che per affermare il vero occorre guardare in faccia al falso; per affermare la vita non dobbiamo temere la morte, il mortuum, come egli dice suggestivamente, ma occorre guardare in faccia alla morte. La semplice fuga dal falso o dal male, perché ne abbiamo paura o schifo non è il metodo giusto.

Il soldato che, pur sapendo che potrà vincere, si rifiuta di combattere per la salvezza della Patria, perché teme di venire ucciso, è un vigliacco. Il pacifista che, col pretesto di rispettare il V Comandamento, non difende il debole dall’oppressore, è un vigliacco. Il vescovo, che, col pretesto della divina misericordia, non punisce ma blandisce l’eretico, è un vigliacco. Tutti costoro, se non saranno giudicati dalla giustizia umana, saranno colpiti dai fulmini dell’ira divina.

Occorre, invece, ci dice Hegel, saper trovare il bene anche dove c’è il male, trovar qualcosa anche dove pare che non ci sia nulla, trovare il vero anche dove c’è il falso; occorre conoscere l’essenza sia dell’uno che del suo opposto e saper dimostrare per mezzo della negazione che li sappiamo smascherare e vincere. È lo stesso metodo di San Tommaso d’Aquino.

Osserviamo, inoltre, con un’interpretazione benevola di Hegel, che la vera vittoria non è distruggere il nemico ma sottometterlo. Così Cristo non annulla il demonio, ma se lo assoggetta. È il peccato che dev’essere annullato. Il che vuol dire che occorre distinguere il peccato dal peccatore. Se non dev’essere annullato il malvagio, però il peccato dev’essere annullato.

Ma a questo punto ci scostiamo dal luterano Hegel, il quale si lascia influenzare dal concetto luterano del peccatum permanens, del peccato «coperto» e non annullato, utilizzando la sua logica della contraddizione ed ancora una volta scambiando l’esistenziale col concettuale. È vero che il concetto del peccato serve per farsi il concetto della giustizia; ma ciò non vuol dire che uno possa essere giusto nel momento in cui pecca. Può restare l’inclinazione a peccare (concupiscentia), ma non l’atto del peccato.

Lo sbaglio di Hegel è dunque quello di accoppiare contradditoriamente affermazione e negazione e provocare, quindi, dal punto di vista morale, il vizio della doppiezza e dell’ipocrisia. Ed inoltre è quello di credere che anche nella realtà, qualunque realtà, anche Dio, non possa esistere nulla senza il suo opposto.

La pura identità per lui è una semplice vuota astrazione che non riflette il vero, perché per lui, come per Eraclito, l’essere è divenire, l’essere muta ed egli non spiega il divenire come Aristotele col passaggio dalla potenza all’atto, che mantiene l’identità analogica dell’essere, ma lo spiega con la famosa contraddizione di essere-non-essere.

Il fondamento metafisico del logicismo hegeliano

Infatti, come è noto, Hegel parte da una concezione dell’essere non come essere analogico come in San Tommaso, né come essere univoco come nel Beato Duns Scoto, ma come essere equivoco, perché egli parte da un concetto talmente astratto dell’essere, che esso appare come vuoto di qualunque contenuto, sicché gli sembra coincidere col nulla. Il termine «essere» è equivoco, perché può significare A e non A. Per esempio, il termine «uomo» può significare «uomo» e «non-uomo».

L’essere per Hegel è uno e tutto ad un tempo, quella che egli chiama totalità (Totalität). È univoco ed equivoco ad un tempo. Univoco perché è uno; equivoco perché è unità di essere e nulla. È uno perché non è analogico, ma è identità e sintesi di essere e non-essere, di Dio e mondo, di essere e pensiero, di essere e divenire, di finito e infinito, di uno e di molti.

L’essere è l’Assoluto, che tutto contiene in sé. E l’Assoluto è la totalità di tutto, unità sintetica e dialettica degli opposti. Nulla esiste all’infuori dell’Assoluto. Per questo il sistema di Hegel è stato definito con vari appellativi, ognuno dei quali designa un aspetto del sistema: monismo, idealismo panteista, panlogismo, storicismo assoluto, pantragismo.

Dio per Hegel non è creatore del mondo dal nulla, perché il mondo è la concretizzazione, la determinazione, la finitizzazione e la storicizzazione di Dio. Famosa è la frase di Hegel: «senza il mondo Dio non è Dio». L’uomo diviene Dio e Dio diviene uomo. Dio è ad un tempo eternità e storia. È quiete ed inquietudine. È autocoscienza e sillogismo. È spirito e natura. È soggetto ed oggetto.

Così l’essere, per Hegel, è tutto e il contrario di tutto. Da qui egli deduce che l’essere ha inscindibilmente in se stesso anche la propria negazione, il non-essere o nulla. E ciò varrebbe per ogni ente, anche per Dio. Ma a ciò si aggiunge con coerenza la sua gnoseologia idealistica, per la quale l’essere e il concetto dell’essere sono la stessa cosa. Per questo per lui come è impossibile formare il concetto dell’essere senza il concetto del non-essere, così l’essere, qualunque essere, Dio compreso, è essere che per essenza si autonega nel nulla, pur restando essere.

L’impostazione idealistica porta Hegel alla sua ben nota dichiarata identificazione della metafisica con la logica. Per cui l’oggetto della metafisica, che sarebbe l’ente reale esistente, id, cuius actus est esse, per dirla con San Tommaso, si risolve nell’ente pensato in quanto pensato, nel cogitatum, per dirla con Husserl, ossia nell’ente di ragione o ente ideale. Per questo, mentre l’oggetto della metafisica è l’esistente nella realtà esterna, oggetto della logica è il concetto dell’ente immanente alla ragione.

Da qui viene che mentre l’ente metafisico è analogico, ossia uno e molteplice, è trascendentale e sta oltre tutti i generi, superando infinitamente la limitata capacità della ragione, ed innalzandosi come puro atto d’essere fino all’ipsum Esse per se subsistens, l’ente della logica è un ente uno, astratto ed univoco, generico, semplicissimo ed universalismo, comprensibile dalla ragione, sul tipo dell’ente del Beato Duns Scoto, al di sotto del quale ci sono le differenze, prima fra tutte la distinzione fra essere e non essere. Al di sotto della categoria dell’essere la prima divisione è quella tra finito (mondo) e infinito (Dio).

In tal modo però c’è il rischio di concepire l’essere divino come fosse una differenza del genere «essere» e che quindi l’essenza divina diventi un contenuto interno della nostra ragione. Duns Scoto si salva dicendo che Dio è infinito, mentre noi siamo finiti, superando la logica e recuperando così l’ente reale della realtà esterna. Ma Hegel pone il finito e l’infinito come differenze dell’ente logico-razionale e cade nel razionalismo panteista. Tuttavia, ad essere coerenti fino in fondo al concetto scotista dell’essere, si finisce con Hegel.

Altra differenza fra l’ente metafisico e quello logico è che mentre l’ente metafisico esclude il contradditorio, in base al principio d’identità, perché è ente e non è non-ente (nulla), l’ente logico è ad un tempo ente e non ente, perché l’uno e l’altro sono pensati come enti di ragione sul modello dell’ente (ad instar entis). Per questo ciò che è contradditorio in metafisica non è contradditorio in logica. Infatti, mentre la metafisica, trattando del solo esistente, non dà spazio al non-essere, la logica dà spazio anche al non-ente.

A questo punto si capisce come mai la metafisica di Hegel identifica il pensiero con l’essere, l’essere col non-essere, l’essere razionale con l’essere trascendente, il mondo con Dio, e quindi è una metafisica razionalista, monista, univocista, idealista, panteista ed autocontradditoria.

Ora bisogna osservare che è vero che il nulla esiste, ma come ente di ragione, concepito a modo di ente (ad instar entis). Solo che per Hegel, ignorante della distinzione fra ente di ragione ed ente reale, il nulla è puramente e semplicemente essere. Punto e basta. Ma così Hegel non s’accorge, come hanno fatto notare alcuni critici, che appare nello sfondo del suo pensiero lo spettro sinistro e conturbante del nichilismo, giacché, se il nulla è essere, come l’essere non sarà nulla?

La metafisica di Hegel finisce in un’etica volontarista

Ma Hegel va diritto per la sua strada tirando le conseguenze, che diventano spaventose in teologia. Così per esempio, se Dio dice «proibisco l’adulterio», questo comando si potrebbe intendere sia nel senso che Dio proibisce l’adulterio, sia nel senso che lo permette. Una logica del genere, se così la vogliamo chiamare, si trova già in Guglielmo di Ockham, col pretesto che Dio è libero di fare e di ordinare e smentire quello che vuole.

E difatti anche il pensiero hegeliano ha un’impronta sostanzialmente da dove volontaristica, in base al suo assioma che «la volontà vuole sé stessa». E difatti da dove viene fuori il Dio hegeliano del sì e del no, che può cambiare le carte in tavola quando e come vuole, senza dover render conto a nessuno, se non dal volontarismo? Del resto, che cosa è la dialettica hegeliana se non l’intelaiatura concettuale dell’essere e dell’operare di questo Dio che è e non è, e che può affermare e negare simultaneamente la stessa cosa?

Detto questo, tuttavia, non possiamo non riconoscere nella dialettica hegeliana, che del resto Hegel volle elaborare per spiegare il mistero della Redenzione[5], alcuni elementi importanti di verità, che adesso vogliamo mettere in luce. È però vero, per esempio, come dice Hegel, che il vero assoluto e salvifico appare quando tutto sembra falso, la salvezza appare quando ci sembra di essere perduti o di non farcela più, la vita trionfa quando c’è «l’impero delle tenebre» (Lc 22,53) e così via.

Ma la spiegazione che egli dà di questo apparente paradosso non è soddisfacente, perché egli sostiene che il negativo, giunto o portato all’estremo o al massimo, ha in sè la forza e la necessità logica per volgere il negativo in positivo. Il fomentare la contraddizione e il conflitto otterrebbe quello che poi l’hegeliano Marx chiamerà «salto di qualità», ossia il passaggio alla liberazione dell’uomo.

Ora questo procedimento può valere nel concettualizzare, per evidenziare un contrasto di concetti, ma è dissennato e disastroso nella realtà, innanzitutto perchè implica un’assurdità: il male, il peccato e la sofferenza da sé non possono produrre alcune bene, alcuna salvezza. Se la sofferenza produce salvezza è solo perché, assunta da Dio in Cristo, che è la Vita, può espiare per noi («soddisfazione vicaria») il peccato e ottenere la misericordia del Padre.

In altre parole, la potenza salvifica della sofferenza, ossia di questo «negativo» esistenziale, è chiaro che non proviene dalla sofferenza come tale o da una necessità logica – è qui l’errore di Hegel -, meno che meno proviene dal peccato; proviene invece da un atto di libero amore divino che trasforma la sofferenza in espiazione e mezzo di salvezza. Il pretendere che la salvezza dell’uomo sia la conclusione di un sillogismo, è cosa blasfema e ridicola, che ci dice fino a dove può arrivare la superbia di un filosofo per altri versi geniale.

Certamente anche nel divenire della realtà esiste la sintesi che risulta dal ritorno della realtà iniziale ed originaria. Ma questa sintesi non sta nell’accoppiamento assurdo e sleale della tesi con l’antitesi (del sì col no) come invece avviene legittimamente in logica, ma nel superamento e nella vittoria della tesi sull’antitesi, la quale non è annullata, ma conservata.

Esiste però un’antitesi che scompare e una che rimane. È qui che Hegel confonde. Egli ha infatti la pretesa che la sintesi operi ad un tempo un toglimento (Aufhebung), un superamento (Überwindung), un’elevazione (Erhebung) e una conservazione (Aufbewahrung).

In particolare l’errore di Hegel è il confondere il togliere col superare. Il peccato non va superato (vedi Lutero), ma semplicemente tolto. Non si scende a patti col male. È solo la giustizia che va superata in una giustizia migliore. È questo il vero progresso, ben diverso dal barbarico sovversivismo e dallo stolto rifiuto modernista della Tradizione.

Per questo il doppiogiochista, il pio ed empio Hegel è apparso maestro sia dei rivoluzionari che dei conservatori ed è noto come dopo la sua morte si formarono le due correnti contrapposte nemiche-amiche della «destra» e della «sinistra» hegeliana. Purtroppo questa maledetta divisione si è riprodotta oggi, da 60 anni,  nel contrasto fra modernisti e tradizionalisti. Difatti, sia la destra che la sinistra oggi nella Chiesa, hanno nei confronti di Papa Francesco in fondo lo stesso atteggiamento: non l’obbedienza ma la ribellione, abilmente e perfidamente celata nei modernisti; aperta e sbracata nei tradizionalisti.

La soluzione di questo drammatico contrasto sta nell’affermazione di una autentica posizione cattolica, la quale, nell’obbedienza sincera e non finta o utilitaristica al Papa, non è né rottura con la Tradizione né conservatorismo preconciliare, ma, come si espresse Benedetto XVI con un’ottima formula, è «progresso nella continuità», per cui il mistero della Croce non è né semplice liberazione politica né sacrificio dolorista, ma espiazione vicaria, amore eccessivo e principio di risurrezione.

Nella visione cristiana, l’antitesi che scompare è il peccato; quella che invece ha una sua propria insopprimibile sussistenza, è un soggetto reale malvagio, sia esso  il demonio o sia l’anima dannata. Invece nella dialettica hegeliana la negazione o antitesi, essendo puramente e solamente logica, è una semplice astrazione, è un ente di ragione; per cui manca dello sdoppiamento ontologico di azione e passione, che si trova nella creatura reale; non c’è quindi la distinzione, tra il peccato, come atto o male di colpa e sofferenza, come patimento o male di pena, propri della negazione reale, o meglio del negatore, ossia il peccatore che si oppone a Dio, che compie il peccato e patisce la pena del peccato.

Del resto anche in campo logico la riaffermazione della tesi non va fatta con la sintesi di affermazione e negazione, come ha fatto Hegel, ma con la semplice negazione della negazione, che conduce all’affermazione assoluta, libera dalla negazione e non più in compagnia della negazione. Altrimenti la contraddizione, invece di essere tolta, viene mantenuta e il conflitto non si risolve. È vero che Hegel parla di «superamento» della negazione. Ma questo non basta, se essa resta, sia pure al di sotto dell’affermazione, in quanto assieme del sì col no, che il Vangelo proibisce.

Il vizio di fondo della dialettica hegeliana, non priva di lati buoni, come abbiamo visto, è la metafisica di Hegel, nella quale non c’è una netta opposizione tra l’essere e il non-essere o il nulla, ma l’essere è non-essere e il non-essere è essere. Per questo la giustizia rimane col peccato e il peccato è via alla giustizia. In fondo è la metafisica che soggiace implicitamente all’etica luterana.

La salvezza non è effetto della dialettica, ma dell’amore

Ben diversamente vanno le cose nella realtà e nel vero piano divino della salvezza. Nella realtà il bene e il giusto potrebbero esistere benissimo da soli senza la compagnia tormentosa del male e del malvagio. Se il peccato originale non fosse esistito, l’uomo a quest’ora sarebbe libero dal male e tutti gli uomini sarebbero buoni. L’illusione del buonismo è appunto quella di dimenticare le conseguenze del peccato originale e credere che tutti gli uomini siano buoni.

Questo vuol dire che il male è entrato nel mondo non per necessità logica ma per la volontà della creatura. Mentre dal punto di vista logico è impossibile il concetto del bene senza il concetto del male, dal punto di vista della realtà il bene e il buono possono esistere benissimo senza il male e il malvagio.

Allo stesso modo occorre una volontà, in tal caso quella di Dio, per togliere all’uomo il male del peccato e della sofferenza e restituirlo al bene. E qui entra in funzione il sacrificio di Cristo, che utilizza la sofferenza e la morte, castigo del peccato, proprio per vincere la morte e la sofferenza. Per questo la ricostituzione del bene non è affatto, come credeva Hegel, l’effetto di una necessità logica, ma è l’effetto dell’amore e della misericordia del Padre per mezzo del sacrificio del Figlio.

Nella visuale giusta è il malvagio che resta nella condizione di vinto e sottomesso al giusto: ma il male va puramente e semplicemente soppresso e annullato col risultato della pura e semplice esistenza del bene e del buono, benchè nel processo morale (non logico), che si conclude col trionfo del bene e del giusto, è bene che ci sia stato il male e il malvagio.

Se diciamo che questo trionfo finale del bene sul male, del giusto sul malvagio è un evento della libertà e quindi un fatto reale ed ontologico e non una conclusione logica, come vorrebbe Hegel, ciò non vuol dire che sia qualcosa di illogico o che sia contro la logica, tutt’altro. Esso è dettato e voluto dalla ragione, non però nella sua funzione logica, ma nella sua funzione pratica. Ora la logica e la morale vanno perfettamente d’accordo, ma non vanno confuse.

Non bisogna ridurre la morale alla logica, come fa Hegel. Agire bene è conforme alla logica, ma non è un’operazione semplicemente logica, non è un sillogismo, benchè sia la messa in pratica di un sillogismo pratico. Agire male va contro la logica non nel senso di violare il principio di non-contraddizione, perché purtroppo il peccato esiste, mentre il contradditorio non può esistere. E anche in ciò Hegel sbaglia sempre per la sua riduzione del reale al concettuale, per cui identifica il contradditorio col contrario.

L’esistenza del male e del peccato giustifica la proibizione di commettere il peccato, per esempio: non uccidere. Ma che significa non uccidere? Non uccidere chi non uccide, ossia non uccidere l’innocente. Siccome infatti non siamo più nell’Eden, ma ci troviamo in questa vita mortale, dove esistono il peccato e le conseguenze del peccato, ecco che la morale non può imporre solo comandi positivi, ma è obbligata, se vuole assicurare il bene, a imporre anche precetti negativi.

Volendo esprimerci secondo categorie logiche, come farebbe Hegel, dobbiamo dire che per vivere virtuosamente non basta la semplice affermazione, ma siccome esiste la negazione, cioè il male, se vogliamo conservare la vita, occorre  negare la negazione, ossia, per esprimerci in termini ontologici, occorre uccidere ciò che uccide la vita.

Ecco il senso di tutte le pratiche che in questa vita ostacolano o impediscono nei modi più diversi la vita fisica e spirituale, quella personale e quella sociale: le pratiche ascetiche, la mortificazione, la rinuncia, la fuga dal mondo, i consigli evangelici, le veglie, i digiuni, il sacrificio, l’espiazione, la severità, la giusta ira, la chirurgia, le cliniche psichiatriche, le case di riposo per anziani, il sistema giudiziario, le forze armate, la legittima difesa, la sanzione penale, la pena di morte, la carcerazione.

Non siamo nell’Eden, e tuttavia camminiamo verso l’uomo nuovo

Sarebbe molto bello se potessimo vivere tutti in pace gli uni con gli altri,  contenti e tranquilli, nella serena fruizione delle reciproche diversità, in un perenne affabile dialogo di tutti con tutti, come fratelli, nell’amore reciproco, senza privilegi e disuguaglianze, in un agire libero, spontaneo e creativo, senza obblighi, controlli, costrizioni, sorveglianze, punizioni, digiuni, veglie, sacrifici, espiazioni, rinunce o minacce o repressioni, in un continuo progresso morale, grazie agli effetti di un piacevole sistema educativo e ricreativo, caratterizzato da un premuroso accompagnamento da parte dei formatori e la loro assistenza amorevole, un programma esclusivamente promotore di opere buone senza condanne o punizioni, oppure, se non siamo capaci di opere buone, nella certezza di essere comunque giustificati dalla grazia, senza subire castighi e senza proibizioni, con un Dio tenerissimo e dolcissimo, un Dio che è solo approvazione, comprensione, misericordia e compassione, un Dio permissivo, che  promette salvezza a tutti, mediante la persuasione e senza alcuna imposizione o comando perentorio.

È vero comunque che mano a mano che la vita cristiana si rafforza nel mondo, diventano sempre meno necessari l’ascetismo, la mortificazione, la severità, la coercizione, l’uso della forza, l’austerità, l’’astinenza e la rinuncia. «Se il tuo occhio ti scandalizza – dice il Signore (Mc 9,47) - toglilo», come a dire: se non ti scandalizza, puoi conservarlo, giacchè Dio lo ha creato per godere del bello.

Pertanto i metodi repressivi ed ascetici svolgono certo una funzione importante e anche necessaria nelle persistenti condizioni di fragilità, di miseria, di concupiscenza e di contrasto fra la carne e lo spirito proprie dell’attuale natura decaduta. Ma è chiaro che nella misura in cui già da adesso, in forza della grazia della redenzione, l’«uomo nuovo» sostituisce l’«uomo vecchio» e l’uomo spirituale quello carnale, e appaiono le primizie della futura risurrezione, le stampelle, le protesi, le armi, le prigioni, le pene di morte e vari ritrovati ed espedienti che usiamo per difenderci dal peccato, dagli aggressori e dalle tentazioni, risultano sempre meno urgenti, come l’ingessatura al braccio non serve più quando l’arto è guarito.

Occorre tuttavia in questo graduale cammino di sostituzione procedere sì con decisione e fiducia, ma anche con cautela, realismo ed  equilibrio, senza utopie e senza pessimismi, dualismi ed eccessivi timori, per evitare da una parte il lassismo, l’edonismo e la mollezza col pretesto dell’«uomo nuovo» sull’esempio di Lutero che abolisce i voti religiosi o dei comunisti che vogliono abolire la proprietà privata o dei nudisti che credono di essere tornati nell’Eden o dei pacifisti che vogliono abolire il servizio militare e la pena di morte.

Se si può avanzare, bisogna avanzare. Si prova e se l’esperimento fallisce, si torna indietro e si attendono tempi migliori. Non si deve essere spericolati, ma neanche paurosi e troppo amanti della sicurezza, se no si perdono delle buone occasioni.

Il buonismo, dal canto suo, per potere in qualche modo funzionare e dare l’illusione di poter evitare l’ascetismo e il sacrificio, ricorre ai miseri espedienti di abbassare l’ideale cristiano di perfezione al livello di una banale e squallida terrenità o di ignorare le conseguenze del peccato originale o far finta di non vedere il male o fare accezione di persone o evitare di far giustizia.

 Non è il peccato che toglie il peccato, ma è la morte di Cristo innocente che toglie il peccato e la morte. Non si rimedia al male col male, ma col bene. Bisogna che la negazione sia un bene, che può essere un male di pena, può essere la stessa morte, ma, essendo una morte espiativa o sacrificale come quella di Cristo, è una morte salvifica, una morte che uccide la morte e ridona la vita.

Ex morte vita. Hegel parlava dell’«immane potere del negativo», che negando sé stesso ottiene il positivo. Per Hegel questo non è altro che un necessario processo logico. La negazione della negazione ricostituisce l’affermazione. Questo può valere nella logica, ma non nella vita.

La vita può essere restituita all’uomo solo dalla volontà umana congiunta a quella divina e dalla potenza infinita del Dio della vita, agente in Cristo, il quale prende su di Sé la sofferenza del meritato castigo dell’uomo è dà ad essa, male di pena, in forza della sua divinità, il potere di cancellare il peccato, male di colpa, e di ridare la vita.

Il negativo hegeliano non distingue tra male di pena e di colpa. Da qui l’idea hegeliana della guerra come fattore necessario di progresso e della conflittualità come elemento normale della convivenza umana. E invece, come si è detto, non è il peccato che ristabilisce la giustizia, ma è il male di pena, la sofferenza, che fatta propria da Cristo, toglie la colpa ed espia la pena, ottenendoci una vita beata e senza sofferenza.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 7 marzo 2021

 

 

 

 

Occorre, invece, ci dice Hegel, saper trovare il bene anche dove c’è il male, trovar qualcosa anche dove pare che non ci sia nulla, trovare il vero anche dove c’è il falso; 


 

occorre conoscere l’essenza sia dell’uno che del suo opposto e saper dimostrare per mezzo della negazione che li sappiamo smascherare e vincere. 

È lo stesso metodo di San Tommaso d’Aquino.

 
 
Immagini da internet

[1] Lineamenti di filosofia del diritto, Editori Laterza, Bari 1990, p.90.

[2] Ibid., p.85.

[3] Ibid.

[4] Ibid., p.91.

[5] Vedi per esempio Emilio Brito, La christologie de Hegel. Verbum Crucis, Beauchesne, Paris 1983; Hans Küng, Incarnazione di Dio, Queriniana, Brescia 1972; il mio libro Il mistero della redenzione, Edizioni ESD, Bologna 2004, c.VI.

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