La consostanzialità col Padre - Tomas Tyn - Seconda Parte (2/3)

 La consostanzialità col Padre

Seconda Parte (2/3)

P.Tomas Tyn, OP

 Adesso abbiamo appena passato questo gioioso tempo natalizio. Nel Bambino nato a Betlemme, nella sua fragilità umana, nella sua piccolezza umana, dobbiamo considerare e contemplare la grandezza del Verbo che eternamente procede dal Padre.

Come il Figlio che è nel seno del Padre dall’eternità ci rivela il volto del Padre, come dice appunto San Giovanni nel suo Prologo, così questa preesistenza del Verbo che è sempre presso il Padre per cui è Lui solo che conosce il Padre, tramite la sua umanità assunta nel grembo della Vergine Madre, è in grado di rivelarci il volto del Padre.

Cristo è l’esegeta del Padre nei nostri riguardi, l’interprete, il rivelatore per eccellenza del Padre. Quindi il mistero dell’Incarnazione è quel mistero che ci introduce alla conoscenza della Trinità Santissima. Sono queste due le colonne su cui poggia la nostra fede. Esse sono un tutt’uno, se voi ci pensate bene, cioè l’Incarnazione che rivela la Trinità, e dipende dal fatto della Trinità, perché se non ci fosse stato il Verbo distinto dal Padre, il Verbo non avrebbe potuto farsi carne[1].

Questi due misteri sono strettamente connessi: Dio onnipotente vuole certamente che noi, nella nostra fede, partiamo dalla prospettiva stupenda della nostra salvezza, dal fatto del Dio-per-noi, l’Emmanuele, Dio in mezzo a noi, Dio che si compiace di stabilire la sua dimora in mezzo ai figli dell’uomo.

Ebbene, Dio vuole certamente che noi partiamo da dal fatto che siamo redenti in Cristo, vero Dio e vero uomo; però vuole anche che ci innalziamo alla contemplazione di Dio in se stesso, di Dio così come ci è rivelato in Cristo, cioè di Dio Uno e Trino.

Vedete, è per questo - adesso non vorrei adesso di nuovo mancare contro l’ecumenismo - che tuttavia va pur detto, ma è tipicamente un’insidia del nostro tempo, un’insidia insita nel protestantesimo, che è sbagliato dire, come fa Lutero, “ciò che m’interessa non è Iddio in sé, queste sono speculazioni oziose dei monaci, quello che invece m’interessa è - molto egoisticamente - il Dio per me”.

Invece no, stranamente[2] bisogna proprio, sì partire dal fatto del beneficio che noi riceviamo da Dio, ma per innalzarci a ciò che è Dio in se stesso. Questo Deus nudus maiestate, come lo chiama Lutero rifiutandolo come tale, noi invece dobbiamo proprio cercare di conoscerlo per quanto possibile alla luce di Cristo, del Verbo incarnato.

Allora è in tal senso che il Catechismo di San Pio X ci propone questa asserzione, diciamo così sintetica ma veramente fondamentale, secondo la quale Dio è uno solo ma in tre Persone, uguali e distinte, che sono la Santissima Trinità. Quindi vedete, miei cari, che il mistero della Trinità è il mistero di un Dio che è uno solo, inscindibile, assolutamente uno. Non dobbiamo cadere in nessun modo nella tentazione del triteismo; vedete come nella teologia ci si muove sempre con estrema prudenza tra due estremi, sempre in pericolo di cadere nell’una o nell’altra eresia.

Quindi noi non diciamo che ci sono tre dèi, ma che Dio è uno solo. Però nel contempo questo Dio, pur rimanendo anzi essendo uno, sussiste in tre persone distinte uguali e consustanziali. Infatti non si può parlare soltanto in termini di rimanere uno, perché noi nel Credo usiamo abitualmente l’espressione “della stessa sostanza del Padre”, anche se meglio sarebbe mantenere la parola latina “consustanziale al Padre”, omoùsios to Patrì. Ecco dunque l’espressione del Concilio di Nicea che noi pronunciamo anche nel Credo niceno-costantinopolitano durante la santa Messa.

Per questo ci sono state tante lotte nella Santa Chiesa di Dio attorno a questa formula contro gli Ariani, che aggiungevano un solo iota, che però cambia tutta la proposizione della fede. Infatti gli Ariani dicevano omoiousios, cioè “simile”: il Verbo è simile al Padre.

No, diceva Sant’Atanasio, da buon cattolico, il Verbo è della stessa sostanza, identico al Padre quanto alla sostanza, omousios to Patrì. Purtroppo nei nostri giovani quanta superficialità. Ho tanta paura di questo, sono educati alla superficialità, per cui spesso mi sgomento. Cercate di prendervi cura dei nostri cari giovani, per difenderli dalla superficialità che è una grande piaga, perché spesso mi dicono: “ma questi sono discorsi oziosi! - un po’ alla maniera di Lutero - Voi monaci che non avete niente da fare, pensate alla Trinità”.

Non è così, miei cari, non è così, perché questa è la cosa, è l’unum necessarium, è la cosa, il pensiero più importante da essere pensato. Spesso mi dicono: “Ma insomma, che cosa sono queste lotte del passato, dove ci si ammazzava per uno iota!?” Ebbene, oso proprio dire che, se c’è qualcosa per cui, ci si deve ammazzare e far ammazzare[3] è proprio quell’iota dell’omoùsios.

Ad ogni modo, bisogna proprio far capire a questi cari giovani che una certa intolleranza del cattolico non è dovuta ad aggressività, a malizia o a cos’altro, ma è proprio dovuta a questo attaccamento alla verità al disopra dell’uomo. Bisogna credere alla verità, abbiamo creduto alla verità e nella verità vogliamo rimanere. Allora, in tal senso bisogna appunto partire da questa verità della Trinità delle persone divine, ossia le Persone divine sono consustanziali, della medesima sostanza, però nel contempo realmente distinte.

Questa è la difficoltà. La difficoltà più grave è quella cioè di concepire come in Dio ci possa essere questa unità inscindibile, non solo unità di essenza, ma unità di sostanza, e nel contempo la distinzione reale, ripeto reale, non solo di ragione, perchè sennò saremmo appunto nella teoria del modalismo o del sabellianismo.

Bisogna invece concepire in Dio la reale distinzione delle persone e nel contempo la loro identità di sostanza. E qui, miei cari, la nostra intelligenza umana ha bisogno di tanta propedeutica filosofica, non si scappa. Cioè senza filosofia non c’è teologia, checché ne dicano i nostri teologi cosiddetti aggiornati, i quali snobbano San Tommaso e poi cadono in eresie veramente abbominevoli.

Vedete, miei cari, bisogna appunto cercare di partire da questo fatto che la rivelazione divina è data all’intelligenza umana, per cui occorre supporre l’intelligenza umana. È come un paterno invito alla nostra intelligenza, come se il Padre dicesse: “Figlioli miei, io vi ho creati secondo la somiglianza del mio essere, vi ho dato al disopra di ogni altra creatura il privilegio di essere degli enti pensanti. Ebbene adesso vi rivelo i miei pensieri; però tali che voi dovete pensarli, i miei divini pensieri, con i vostri pensieri umani”.

Vedete, la fede è sempre una teologia, cioè un discorso razionale su un qualche cosa che riguarda il mistero di Dio. Non abbiamo altro modo di avvicinarci a Dio. Il Signore stesso vuole che ci avviciniamo così a Lui così, se no dovremmo essere altri dèi. Vedete quanta superbia si cela in questa pretesa della teologia moderna che dice facciamo a meno della filosofia; sembra che siano tutti umili e dimessi, dicendo: “ma no, la filosofia lasciamola da parte, è sapienza umana, noi siamo dei pii, quindi riceviamo tutto dal Padre e solo dal Padre, abbiamo il filo diretto con il Padre eterno”.

A questo punto, notate però la pretesa di sostituirsi a Dio, la pretesa di pensare i pensieri di Dio in modo divino. Ma questo non ci è dato: noi possiamo sì pensare i pensieri di Dio, ma sempre pensandoli con la nostra testa, senza pretendere di identificarsi con il Padre eterno in persona. Quindi la filosofia in ogni teologia ortodossa sarà sempre il presupposto assolutamente imprescindibile, e oso dire, di nuovo lamentationes Ieremiae prophetae, oso dire, vedete miei cari, che i guai del nostro tempo non sono solo i guai della fede in se stessa, ma anche e soprattutto i guai della ragione che non è più se stessa.

L’alienazione della ragione chiude la ragione stessa al messaggio della fede. Quindi c’è tanto discorso filosofico da fare. Bisogna riscoprire la sapienza umana per ridiventare in qualche modo recettivi della sapienza divina e soprannaturale.

Bene, miei cari, allora che cosa dice la filosofia a tale riguardo? La filosofia ci aiuta soprattutto con la distinzione della natura e della sostanza. Vedete, bisogna dire questo: la natura è ciò per mezzo di cui una cosa è ciò che è; la natura coincide praticamente con l’essenza. Natura o essenza è il costitutivo della cosa, ciò per mezzo di cui una cosa è ciò che è. La natura peraltro si colloca a due livelli: c’è la natura specifica e la natura individuale. Facciamo un esempio: Tizio è uomo. Ora in Tizio ci sono due costitutivi, uno che lo costituisce come uomo: la sua umanità. Questa è la natura specifica; l’altra è la differenza numerica, direbbe San Tommaso, la sua “tizietà”, ciò che lo costituisce nell’ambito dell’essere uomo, essere precisamente Tizio e non Caio o Sempronio.

Questa è la differenza numerica, che è principio di individuazione. La natura quindi può essere o specifica o individuale. Poi c’è la sostanza, la quale si definisce come quella essenza alla quale compete essere e sussistere in se stessa e non in qualche cos’altro. Così la sostanza si distingue dall’accidente, il famoso accidente. Le qualità, le proprietà accidentali non esistono in se stesse, ma esistono sempre nell’altro, mentre le sostanze esistono in sé.

Per esempio, l’uomo esiste in sé, Tizio esiste in sé. Se io dico “Tizio corre”, il correre esiste in sé? No, il correre esiste sì, ma in Tizio, in Caio e in Sempronio, ma non mai in sé. Vedete, quindi: ciò che sussiste in sé è sostanza; ciò che sussiste nell’altro non è sostanza, ma è qualche cosa di accidentale.

Ora, notate questo miei cari: in Dio l’esistenza stessa, l’essere o ipsum esse, dice San Tommaso, l’atto di esistere si identifica perfettamente con la sua essenza, con ciò che Dio è. In Dio non c’è differenza tra il suo essere ed essere tale. Invece nell’uomo c’è la differenza tra essere uomo ed esistere, perchè l’esistere si può realizzare anche in tante altre cose.

Io, con il mio essere uomo non esaurisco tutte le possibilità dell’essere, mentre in ciò che è Dio sono esaurite tutte le possibilità dell’essere. Vedete quindi che in Dio non c’è distinzione tra essenza ed essere; per di più in Dio non c’è distinzione tra essere identico all’essenza e il soggetto[4]. Quindi Iddio è l’Ente per sé sussistente. Dio è una sola sostanza, anzi supersostanza, perché in Lui non c’è distinzione tra essenza ed essere, perciò Dio è assolutamente unico, unico come supposito, come sussistente, come sostanza, come ente.

Come è possibile? Ora, questa è la problematica trinitaria. Come è possibile concepire questo nell’ambito di Dio che è uno solo e che per di più esclude da sè, notate bene, tutte le realtà accidentali, in modo tale che in Dio non c’è nulla di inerente, di aggiunto a Dio?

Nell’uomo, come in ogni altra entità finita, c’è la possibilità di ricevere qualche cosa che non fa parte dell’essenza dell’uomo, per esempio il mio star seduto, il parlare a voi etc., non fa parte della mia essenza; io potrei fare anche altre cose. È chiaro questo, e vedete quindi che questo fare in qualche modo c’è un qualcosa di accidentale, di aggiunto, che si verifica in me, ma non è connesso con la necessità del mio essere uomo.

In Dio quindi non ci può essere nulla di aggiunto; per forza, perchè essendo la pienezza dell’essere, non può ricevere nulla di perfezionante. perciò in sostanza, in Dio tutto è essere, identico all’essenza, identico al soggetto sussistente, identico alla sostanza. Insomma una unità monolitica, anzi unicità.

Com’è possibile in questa monolitica suprema unità di Dio concepire la Trinità? Solo tramite il concetto della vita divina. Infatti Dio è Spirito, ci dice la divina Scrittura, e lo spirito è il grado più alto di vitalità; la vita più sublime è la vita spirituale, cioè la vita intellettiva e volitiva.

Vedete quindi che l’unico modello della Trinità possibile è quello che si può ricavare dalla analogia tra la vita spirituale dell’uomo e la vita spirituale infinitamente più grande di Dio. Solo che è un’analogia, notate bene: analogia vuol dire che c’è una differenza essenziale tra uomo e Dio; solo così relativamente c’è qualche somiglianza lontana.

Allora, in Dio avviene che Dio non solo possiede la vita, ma Dio è Vita, Dio non solo ha pensieri, ma Dio è il suo Pensiero e tutto ciò che pensa[5]; Dio non solo ha l’amore, ma è l’Amore, cioè è la facoltà volitiva e l’atto d’amore. Dio è amore, esclama ancora San Giovanni. Quindi Dio è Spirito, Dio è Pensiero, Dio è Verbo e Dio è Amore. Vedete la differenza tra la nostra povera spiritualità umana, che è un lumino appena acceso e quel sole divino. Il nostro lumino appena acceso, la nostra spiritualità umana ci rivela già la grandezza della vita spirituale, però nella finitezza dell’essere umano; per cui noi uomini, in quanto spirituali, siamo chiamati a pensare e ad amare l’infinito, l’infinito Vero e l’infinito Bene. E questo ci imparenta con Dio.

Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP

Trascrizione da registrazione di Sr. M. Colombo, OP, e Sr. M. Nicoletti, OP – Bologna, 2007
Testo rivisto con note da Padre Giovanni Cavalcoli, OP – Bologna, 2008 e Fontanellato novembre 2021
 
 Abbiamo appena passato questo gioioso tempo natalizio. Nel Bambino nato a Betlemme, nella sua fragilità umana, nella sua piccolezza umana, dobbiamo considerare e contemplare la grandezza del Verbo che eternamente procede dal Padre.

Come il Figlio che è nel seno del Padre dall’eternità ci rivela il volto del Padre, come dice appunto San Giovanni nel suo Prologo, così questa preesistenza del Verbo che è sempre presso il Padre per cui è Lui solo che conosce il Padre, tramite la sua umanità assunta nel grembo della Vergine Madre, è in grado di rivelarci il volto del Padre.

L’unico modello della Trinità possibile è quello che si può ricavare dalla analogia tra la vita spirituale dell’uomo e la vita spirituale infinitamente più grande di Dio. Solo che è un’analogia, notate bene: analogia vuol dire che c’è una differenza essenziale tra uomo e Dio; solo così relativamente c’è qualche somiglianza lontana.

Allora, in Dio avviene che Dio non solo possiede la vita, ma Dio è Vita, Dio non solo ha pensieri, ma Dio è il suo Pensiero e tutto ciò che pensa; Dio non solo ha l’amore, ma è l’Amore, cioè è la facoltà volitiva e l’atto d’amore. Dio è amore, esclama ancora San Giovanni. Quindi Dio è Spirito, Dio è Pensiero, Dio è Verbo e Dio è Amore.

Vedete la differenza tra la nostra povera spiritualità umana, che è un lumino appena acceso e quel sole divino. Il nostro lumino appena acceso, la nostra spiritualità umana ci rivela già la grandezza della vita spirituale, però nella finitezza dell’essere umano; per cui noi uomini, in quanto spirituali, siamo chiamati a pensare e ad amare l’infinito, l’infinito Vero e l’infinito Bene. E questo ci imparenta con Dio. 

Immagini da internet


[1] L’Incarnazione suppone la Trinità, perché s’incarna non la natura divina, ma la Persona. Infatti le due nature non sono sufficienti a costituire una sola persona, perché sono due sostanze distinte e allora i casi sono due o le due sostanze si mescolano e allora abbiamo Hegel o rimangono separate e allora abbiamo Nestorio. Da qui l’obbligo che ci si impone di riconoscere che l’Incarnazione sarebbe impossibile senza la Persona del Verbo.

[2] Perché stranamente? Perché l’uomo è fatto per Dio e in Lui trova la sua piena felicità e non nel bene proprio. Quindi è certamente bene e doveroso cercare il bene proprio nella salvezza che Dio ci offre: ma se vogliamo essere veramente felici bisogna che noi amiamo Dio per Se stesso e che quindi lo amiamo infinitamente più di noi, essendo Egli un Bene infinito e dato che noi siamo stati creati con una tendenza naturale all’assoluto un generale, la nostra vera felicità consiste nel fatto di scegliere il vero assoluto, che è Dio .

[3] Questa espressione che a tutta prima può scandalizzare le orecchie di noi moderni, non va intesa alla lettera, ma in senso metaforico come repressione dell’errore.

[4] In Dio l’essenza coincide con l’essere. Intendendo col termine “soggetto” la sostanza divina sussistente, ossia la persona, P. Tomas intende dire che in Dio si ha sussistenza personale o soggettiva della sua essenza, composta di essenza e di essere. Similmente nella persona umana abbiamo la sussistenza della sua essenza o natura, con la differenza che la natura umana è una semplice essenza, mentre la natura divina è una unità di essenza e di essere.

[5] Occorre distinguere Dio in quanto pensato da Sè dalle cose che Dio pensa in quanto da Lui pensate, benchè, essendo Egli semplicissimo, ontologicamente Dio s’identifica col suo pensiero, e quindi col pensiero di Sé e con le cose in quanto pensate da Lui. Mentre è ovvio che le cose in se stesse sono realmente distinte da Lui.

 

2 commenti:

  1. E‘ molto bello leggere questi testi di Tomas Tyn. Si capisce bene che persona fosse. Voleva trasmettere in maniera semplice dei concetti altissimi, farsi ben capire anche dal punto di vista filosofico, cioè della ragione, ragione che però ha dei limiti oltre i quali non si riesce ad andare avanti senza la fede, cioè quando si entra nel campo dello Spirito. A differenza di certi teologi di oggi che scrivono in maniera confusa, poco chiara. Come Rahner che pretendeva di definire la Trinità con la sola ragione, abbassando così Gesù, la seconda persona della Trinità, a mero uomo, sì speciale per la relazione col Padre, con il “suo Dio” come dice Rahner, ma in sostanza un Gesù poco in chiaro di chi fosse realmente.
    A proposito, forse non c’entra, ma durante il Natale abbiamo cantato a messa i questi giorni una canzone abbastanza famosa che diceva “Dio s’è fatto come noi, per farci come lui”. Siccome il sacerdote che celebrava è di stampo modernista, a me è sembrato che volesse dire che l’Uomo si è fatto Dio. Un altro sacerdote in un commento online dice sullo stesso testo citato che con queste parole “Gesù non è venuto a fare un miracolo particolare, a trasformare l’umanità in qualcosa di diverso; non ha fatto un prodigio rendendoci diversi da quello che siamo, ma ci ha fatto scoprire la divinità che è già dentro di noi, insegnandoci a vivere pienamente la nostra umanità.”. Non sono parole poco precise? La “divinità che c’è in noi?”, non si corre il rischio di equivocare? Noi siamo essere ed essenza, mentre in Dio l' essere è anche essenza, Tomas dice che “in Dio tutto è essere, identico all’essenza, identico al soggetto sussistente, identico alla sostanza”, Dio è l’Ipsum esse.

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    1. Caro Alessandro,
      complimenti per queste belle considerazioni sul pensiero di Padre Tomas Tyn e anche per le sue considerazioni personali, che mi fanno capire quanto lei sia sensibile alla metafisica, una sapienza sempre preziosa per potere capire e gustare i misteri della fede e dare solide fondamenta alla morale.
      Purtroppo il panteismo rahneriano si è molto diffuso; è diventato un’atmosfera velenosa, che molti assorbono, una specie di smog spirituale, che in molti respiriamo, forse senza che ci accorgiamo del danno che queste idee arrecano alla nostra mente e per conseguenza alla nostra condotta morale.
      Effettivamente non si può parlare di una divinità che è in noi, così come c’è in noi l’anima con le sue potenze. Dio certamente, come dice Papa Francesco, ci è sempre vicino, ma dobbiamo ricordare la sua infinita trascendenza nei confronti dei limiti della nostra natura umana, certamente nobile, ma anche peccatrice.
      La vita cristiana non è esplicitazione di una vita divina precedentemente presente in noi a costituire la nostra natura, come pensa Rahner insieme con gli idealisti. La nostra natura è certamente fatta per trovare in Dio la sua felicità ed è aperta a ricevere la grazia divina. Ma se noi possiamo vivere la vita soprannaturale dei figli di Dio lo dobbiamo solamente al dono della fede e della grazia, che ci ha fatto Nostro Signore.
      Per quanto riguarda le parole di quel notissimo canto liturgico, certamente prese alla lettera hanno un sapore ereticale, perché nell’Incarnazione la natura divina resta tale e non si muta nella natura umana e lo stesso dicasi per la natura umana. Tuttavia queste espressioni possono essere intese anche in un senso accettabile, solo che pensiamo alla stessa espressione di San Giovanni: “Il Verbo si è fatto carne”.
      È San Paolo che spiega il senso di questa espressione ardita, chiarendo che il Verbo di Dio ha assunto una natura umana. Altra espressione illuminante è quella di San Pietro, il quale dice che il cristiano non diventa Dio, ma diventa “partecipe della natura divina”.

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