La dinamica della salvezza in San Tommaso, Luigi Molina e Lutero - Parte Seconda (2/3)

 La dinamica della salvezza in San Tommaso, Luigi Molina e Lutero

Parte Seconda (2/3)

Lutero si getta nel vortice dell’azione

Certo, per quanto riguarda Lutero, ci si potrebbe domandare chi glie l’ha fatto fare ad operare così intensamente, con tanta energia, per tutta la vita, in mezzo a tante battaglie e sofferenze, con tante rinunce e sacrifici, sopportando tanti nemici, con tanta decisione e determinazione, spendendo tutte le sue forze, se è vero, come dice lui, che la ragione è corrotta, il libero arbitrio non esiste, la penitenza è inutile, i comandamenti non sono obbligatori, la concupiscenza è invincibile e le opere e gli sforzi non servono alla salvezza, non abbiamo alcun merito da acquistare ma fa tutto la grazia.

In realtà Lutero era coscientissimo dell’esistenza del libero arbitrio in lui e nel prossimo e di utilizzarlo a volontà. Sapeva benissimo di operare continuamente delle scelte. Lutero è per eccellenza un uomo d’azione. E da cosa dipende l’azione umana se non dal libero arbitrio?

Questa sua consapevolezza di possedere una libera volontà traspare benissimo dalla sua condotta concreta, dalle azioni che compie. Anzi l’etica luterana, nonostante l’apparente quietismo della pura e passiva soggezione alla grazia (sola gratia), è in realtà freneticamente volontaristica come quella di Ockham. Lutero era così attivo perché si considerava trascinato dallo Spirito Santo. Ma sapeva benissimo che le sue decisioni le prendeva lui, giacché a chi gli faceva notare che anche il Papa possiede lo Spirito Santo, egli usciva in bestemmie. Dunque c’è da dubitare che Lutero fosse veramente guidato dallo Spirito Santo e c’è da sospettare che lo Spirito Santo fosse un pretesto per coprire ed avallare le sue irremovibili decisioni.

Questa consapevolezza di essere di essere padrone delle proprie azioni la si vede innanzitutto dalla sua volontà di riformare la Chiesa, dalle sue continue decisioni, spesso sofferte, che prende, dal suo risolvere dubbi o problemi, dal suo insegnare, esortare o comandare agli altri, approvare o condannare, lodare o disapprovare idee o condotta del prossimo, dal suo premiarlo o minacciarlo, dal suo proibire, dar norme o far proposte, dai provvedimenti che prende nelle varie situazioni, dal modo con cui se la cava nelle difficoltà, dalle astuzie che usa per battere gli avversari e ottenere ciò che vuole.

Lutero era consapevole del fatto che l’agire cristiano è un agire libero sotto l’impulso della grazia dello Spirito Santo come lo erano Tommaso e Molina? Non si direbbe. Infatti, mentre Tommaso e Molina non hanno problemi ad affermare il libero arbitrio senza voler negare ovviamente la mozione dello Spirito Santo,  la  negazione del libero arbitrio in Lutero non significa solo una visione troppo pessimistica della situazione della volontà conseguente al peccato originale, ma significa anche il fatto che per lui l’azione dell’uomo che agisce sotto l’impulso della grazia è la stessa azione della grazia che muove l’uomo ad agire non come strumento libero, ma come strumento inerte, così come quando io muovo il mio mouse del computer, non è che lo muovo a muoversi, perché da solo non si muove, ma si muove solo se lo muovo io.

Così per Lutero l’uomo, corrotto dal peccato originale e schiavo di Satana, è un paralitico che non sa più muoversi se non lo fa muovere la grazia, è un detenuto che non riesce ad evadere dal carcere, se Cristo non lo libera. Queste idee non sono del tutto sbagliate. Sappiamo tutti che Cristo fa camminare i paralitici e che libera i prigionieri.

Semmai una domanda che ci possiamo porre è quanto Lutero sapeva distinguere la volontà dalla passione? L’irruenza con la quale affrontava certe imprese, l’impulsività del suo carattere, la ferocia di certe sue polemiche, l’ostinazione di certi suoi propositi e comportamenti sono effetto dello Spirito Santo o effetto delle sue passioni incontrollate?

Dio muove la volontà dell’uomo

Per Tommaso Dio, causa prima e motore immobile di tutte le sue creature, è il creatore e motore degli atti del nostro libero arbitrio, che è una causa causata, ossia una causa seconda, che comporta il fatto che la volontà è padrona dei propri atti (compos sui), decide dei propri atti, muove sé stessa ai suoi atti, vuole o non vuole, vuole questo o vuole quello, e per questo sono liberi e causati da lei. Per questo ne è responsabile.

Si badi bene, però: compos sui non vuol dire causa sui. Il libero arbitrio muove sé stesso, come del resto ogni vivente, giacché la vita è caratterizzata precisamente dall’automozione o azione immanente, a differenza dell’energia fisica o cosmica che, emanando deterministicamente da un agente materiale, è tutta proiettata al di fuori del principio agente, sia al di fuori di un principio attivo all’interno all’agente o al di fuori dell’agente stesso. È quella che viene chiamata azione transitiva.

Assurda invece è l’idea che il soggetto possa creare o «porre», setzen, sé stesso, come dice Fichte, vale a dire il proprio essere, cosa già suggerita dal cogito cartesiano. Infatti l’effetto (il proprio io) di una causa (il proprio io) non può essere simultaneamente prima e dopo la causa: prima per causare l’effetto e dopo come effetto della causa.

Tommaso distingue inoltre il modo libero da quello necessario o necessitato o deterministico di agire. Il primo è quello della volontà e del libero arbitrio; il secondo è quello degli agenti inferiori. Dio causa l’azione delle creature secondo il modo di causare delle stesse creature per cui fa sì che la volontà causi liberamente e l’agente infraumano causi necessariamente.

Invece Molina non riesce a concepire una causalità che non sia deterministica o necessitante, come è quella degli agenti meccanici ed infraumani. Egli sa che il volere umano muove se stesso. Ma non riesce a capire che questa stessa mozione è mossa da Dio. Si tratta di quella che il Bañez chiamò «premozione fisica»: Dio muove la volontà a muovere sé stessa, sicché passi dal peccato alla giustizia. Anche per Lutero nella giustificazione la volontà passa dal peccato alla giustizia, solo che questa giustizia le è solo imputata, perché in sé stessa non è altro che la giustizia di Cristo.

Per San Tommaso invece la volontà umana si muove da sé ed è libera proprio perché è mossa da Dio. Per Molina si muove da sé, ma se fosse mossa da Dio non sarebbe libera. Per Lutero il libero arbitrio serve per gli affari di questo mondo, ma non per ottenere la salvezza. Unico atto del libero arbitrio ammesso da Lutero in questo campo è la scelta di Cristo («afferrare Cristo») come Salvatore.

L’intervento di Domingo Bañez

S.Tommaso dice chiaramente che la grazia muove il libero arbitrio nell’accettazione della grazia e nel compimento del bene meritorio della salvezza[1]. Il Padre Bañez, nella disputa De Auxiliis, sostenne esattamente questa tesi tomista, perfettamente conforme alla dottrina paolina (Fil 2,13), solo che chiamò questa mozione divina con un’espressione infelice e grossolana di suo conio: premozione fisica, che sembrava fatta apposta a fraintendere il pensiero dell’Aquinate.

Il termine premozione poteva andar bene, perché effettivamente Dio muove il libero arbitrio a muoversi; quindi ci sono due mozioni: quella divina (causa prima) e l’automozione del libero arbitrio (causa seconda). L’espressione infelice era quel «fisica», che faceva pensare al modo della causalità meccanicistica, necessitante o deterministica propria dei fenomeni fisici o naturali, che nulla ha a che vedere con il tipo di causalità spirituale che entra in gioco nella dinamica della salvezza, che è una dinamica spirituale non fisica. 

Ma che cosa intendeva esprimere Bañez con quell’infelice parola? Voleva opporsi alla tesi di Molina, il quale concepiva il conferimento della grazia (gratia collata) non nel senso di una mozione o causalità divina, quindi ontologica, l’Essere che muove o causa l’essere, ma come se si trattasse di una causalità semplicemente morale, sul modello del Presidente della Repubblica, che conferisce il titolo di Cavaliere del Lavoro a un benemerito capo d’azienda. Bañez non voleva altro che impedire la pericolosa china antropocentrica nella quale Molina si era messo con un’interpretazione grossolana della dinamica dell’Alleanza e delle parabole evangeliche sul rapporto operaio-datore di lavoro.

Siccome peraltro in Tommaso non ricorre l’espressione «premozione fisica» Molina distinse il tomismo dal bagnezismo come se Bañez non fosse fedele a San Tommaso, onde poter evitare l’interpretazione prettamente tomista di Bañez, che però si dette la zappa sui piedi con la sua premozione «fisica».

Per contro Molina ebbe buon gioco nell’accusare Bañez di meccanicismo e di determinismo alla maniera di Lutero annullando la libertà del volere. Bastava che Bañez avesse parlato di premozione spirituale od ontologica e si sarebbe evitato l’equivoco provocabile dal termine «fisica».

La funzione della grazia

 Per Tommaso e Molina la grazia è una qualità ed un accidente dell’anima, distruttibile col peccato mortale. Per Lutero invece la grazia non è una qualità inerente all’anima, ma è la stessa giustizia «esterna» (extra nos), è la stessa giustizia di Cristo imputata all’uomo in base alla fede fiduciale, per cui se c’è questa fede, la grazia vien data nonostante il peccato. Forse Lutero con questa giustizia esterna, intendeva riferirsi alla giustizia soprannaturale, distinta dalla giustizia semplicemente umana e naturale.

Ma resta sempre il fatto che Lutero non accettava, come invece gli fece notare il Concilio di Trento, che essa è inerente all’anima, senza per questo essere una giustizia umana. Occorre dire infatti che l’anima viene a possedere una giustizia che non appartiene alla natura umana, ma è partecipazione della natura divina.

Lutero non sapeva usare questo concetto di partecipazione, che pure è essenziale alla dottrina della grazia (cf II Pt 1,4). La grazia viene così ad appartenere all’uomo, senza per questo appartenere alla natura umana. Lutero, invece, di formazione occamista, tendeva a ridurre l’astratto al concreto. Siccome la grazia non è qualità essenziale della natura umana, viene a negare che essa possa appartenere a questo uomo concreto. Si vede la preoccupazione di salvare la soprannaturalità e gratuità della grazia, ma espressa in una concettualizzazione equivoca, che finisce col separare l’uomo dalla grazia, lasciandolo nel peccato.

La giustificazione

Per Tommaso e per Molina la giustificazione consiste nel fatto che Dio ci rende giusti, per cui, partecipando della giustizia di Cristo, acquistiamo una nostra giustizia. Invece per Lutero la giustificazione consiste nel fatto che a noi, pur restando peccatori, Dio imputa la giustizia di Cristo. Quindi nella vita presente la grazia non toglie il peccato, ma lo copre e lo rende innocuo. Solo in paradiso sarà completamente tolto.

È verissimo che la «giustizia» di Dio, della quale parla Paolo in Rm 3,21 è la misericordia di Dio, per cui «siamo giustificati gratuitamente per la sua grazia» (v.24), «indipendentemente dalle opere della legge» (v.28). Ma che vuol dire? Paolo lo spiega alcuni versetti sotto: «togliamo dunque ogni valore alla legge mediante la fede? Niente affatto, anzi confermiamo la legge» (v.31).

Paolo vuole escludere che la giustificazione si ottenga con la semplice obbedienza alla legge mosaica, e non dalla pratica della legge ottenuta dalla fede e dalla grazia di Cristo. Questo, Lutero lo ha capito con Tommaso e Molina. Quello che Lutero non ha capito e che lo ha portato a negare il merito, è che il concetto di giustizia come unicuique suum è sostituito dalla misericordia solo qui; in modo che resta la distinzione tra la giustizia che retribuisce il merito e la misericordia che fa grazia. Ed esse giocano assieme nell’opera della salvezza.

Per Lutero invece la giustificazione è incondizionata, perché nella vita presente, a causa della corruzione della natura umana, è impossibile osservare i comandamenti, per cui la loro osservanza non è necessaria alla salvezza. Essa invece consegue al fatto che siamo salvati. Per Lutero le buone opere sono solo effetto della grazia, ma non meritano il paradiso, il cui ingresso è completamente gratuito.

Quindi per Lutero non esiste una vera e propria speranza della salvezza come fatto futuro, ma l’uomo, credendo alla infallibile promessa di Cristo che lo salverà, siccome Cristo mantiene le promesse, si sente salvo già adesso, senz’alcun timore di perdersi, quali che siano i peccati che potrà commettere. Pecca fortiter et crede firmius (che ti salverai).  Da qui quella sicurezza assoluta, tipicamente luterana, di essere in grazia e di avere Dio con sè. Il luterano non spera di salvarsi, ma sa già adesso di essere stato salvato.

Inoltre Lutero sbaglia nel considerare la giustificazione l’articolo di fede che «governa  e giudica tutti gli altri aspetti della dottrina cristiana»[2]. Invece il vertice della dottrina cristiana non è la giustificazione, ma il mistero trinitario, oggetto della visione beatifica celeste, che è lo scopo ultimo della giustificazione. È alla luce del mistero trinitario che noi possiamo valutare l’importanza della giustificazione come passaggio dalla miseria del peccato alla vita di grazia di figli  del Padre viventi in Cristo,  mossi dallo Spirito Santo.

La decisione fondamentale

Tanto Tommaso quanto Molina e Lutero sono d’accordo nel sostenere che la vita cristiana e il cammino della salvezza iniziano con la scelta per Cristo, che ci offre la grazia della salvezza e la vita eterna. Inizia con la decisione fondamentale, che mette in gioco tutta la nostra vita e le dà il senso ultimo, di accogliere la grazia che Cristo ci offre, quella che Molina chiama la gratia oblata e Bañez grazia sufficiente.

Sta però di fatto – e questo tutti e tre lo riconoscono – che alcuni accettano la proposta od offerta di Cristo, mentre altri la rifiutano. La domanda che sorge è: perché e come avviene questa separazione? Nel rispondere  Lutero si oppone a Molina e a Tommaso, seguìto da Bañez. Lutero parla di una doppia predestinazione: sia la volontà del giusto che quella del malvagio è mossa da Dio: la volontà del primo alla salvezza, quella del secondo alla dannazione.

In Lutero all’uomo Dio non lascia decidere o per il sì o per il no, ma chi decide è solo Dio, e l’uomo non può che attuare la decisione divina. Così, se Dio decide di salvare un uomo, per quanto malvagio, si salva. Se decide di dannare, l’uomo, per quanto giusto, si danna, Questo vuol dire che Dio non riconosce il valore morale delle opere, che per lui sono tutte cattive, e non compensa secondo i meriti, non dà a ciascuno il suo, supponendo che c’è chi agisce bene e chi agisce male; per Lutero i meriti non esistono, dato che il libero arbitrio è schiavo del peccato.

Invece in Bañez e in Molina Dio dà la grazia per la quale l’uomo sceglie il bene, mentre la nega a chi sceglie il male. Questa grazia per la quale l’uomo sceglie il bene ed effettivamente si salva Bañez la chiama grazia efficace e Molina gratia collata, ossia conferita.

Ma a proposito di questa grazia c’è una differenza fra Bañez e Molina: che per Bañez se Dio dà la grazia efficace, l’effetto salvifico nella volontà dell’uomo segue infallibilmente; ossia Dio muone infallibilmente il libero arbitrio dell’uomo all’atto salvifico. Se invece l’uomo decide per conto proprio indipendentemente dalla mozione divina, allora sceglie il male e si danna. La posizione di Bañez, pertanto, dell’uomo che è infallibilmente mosso da Dio nel compiere il bene assomiglia alla posizione luterana.

Invece per Molina l’uomo decide per conto proprio sia nel raggiungere la salvezza sia nel dannarsi, perché per lui il carattere del decidere per conto proprio non mosso da Dio è il carattere essenziale del libro arbitrio. A questo punto però Bañez, che vedeva Molina sostenere in sostanza che spetta all’uomo decidere di accettare o no la grazia, per quanto Molina parlasse di grazia conferita,  lo vedeva sulla linea di Pelagio. Invece a Molina il vedere che Bañez sosteneva che Dio muove infallibilmente la volontà umana gli faceva venire in mente il determinismo luterano e  la negazione luterana del libero arbitrio.

La posizione equilibrata fra il determinismo luterano e il liberalismo molinista fu quella del Bañez, fedele seguace in ciò di S.Tommaso, con la sua distinzione fra grazia sufficiente offerta a  tutti, ma rifiutata liberamente, di  propria iniziativa e per colpa propria da chi si danna; e grazia efficace, data da Dio solo agli eletti o ai predestinati, ossia quella grazia con la quale Dio muove infallibilmente il libero arbitrio dell’uomo all’accettazione della grazia e quindi alla salvezza.

Lutero salva la mozione divina del volere umano, ma negava il libero arbitrio, negando all’uomo la possibilità di decidere fra il bene e il male, e ammettendo quindi anche una mozione divina alla dannazione. Molina ammetteva il libero arbitrio, ma ne esagerava l’autonomia a spese della mozione divina. Solo Bañez sapeva salvare la dottrina di S.Paolo: «Dio suscita in voi il volere e l’operare» Fil 2,13).

La corruzione della ragione

Per Lutero la ragione si è irrimediabilmente insuperbita dopo il peccato originale, è immersa nelle tenebre e crede di vedere la luce. È doppia, sofistica, imbonitrice, sleale ed ipocrita. È la «puttana del diavolo». Non è cattiva in se stessa, ma si è rovinata col peccato originale.

Invece per Tommaso e Molina la ragione col peccato originale non si è del tutto oscurata, ma resta capace di dimostrare l’esistenza di Dio e conosce la legge naturale, benché sia fallibile e inclinata alla menzogna. E tuttavia il suo retto uso resta necessario all’acquisto della fede e ai fini della salvezza.

Per Lutero l’asserto di fede è assurdo ed è uno «scandalo» per la ragione,  così come la ragione è nemica della fede. Il fatto che la Parola di Dio sia scandalosa, è la prova che è di fede. Ciò che è di fede è per essenza contradditorio. Per questo Lutero non si preoccupa affatto di risolvere le apparenti antinomie della Scrittura, ma anzi le esaspera, convinto di dimostrare così la loro credibilità. Egli fa propria l’idea occamistica, tipica del suo volontarismo, che ciò che per noi è contradditorio, non lo è per Dio e quindi  fa proprio lo stolto detto di Tertulliano: «credo quia absurdum».

La fede non appare stoltezza per gli stolti e sapienza per i sapienti, come insegna S.Paolo (I Cor 1, 2-25), ma è sapienza per gli stolti e stoltezza per i sapienti, la quale però è necessaria per salvarsi. Corrispettivamente, la grazia non è in armonia col libero arbitrio, ma lo distrugge, sicchè facilmente il luterano, che si sente in grazia e «sente» di avere Dio con sé, diventa un fanatico ed un esaltato. Significativo il motto dei nazisti Gott mit uns, Dio con noi.

Il rancore che Lutero sente verso la ragione peccatrice non gl’impedisce di farne largo uso nelle sue prediche, nei suoi discorsi, nei suoi scritti, nei suoi commenti alla Scrittura. Accusa di sofisticheria la teologia scolastica, ma egli non esita a ricorrere al sofisma per cavarsi d’impaccio o perché non si scopra il trucco o per imporre le sue tesi.

Il suo modo irruente ed impetuoso, anche se drastico, efficace e lapidario di ragionare, assomiglia a quello di S.Paolo, per i paradossi, le forti contrapposizioni, le esagerazioni, la mancanza di sfumature, di passaggi logici, di precisazioni e di collegamenti fra due termini,  così da metterli in contraddizione fra di loro. Basti per tutti questo esempio del ragionare paolino: «quando sono debole, è allora che sono forte» (II Cor 12, 10).

Quando Paolo parla nella Lettera ai Romani dell’uomo schiavo del peccato, che non riesce a fare il bene che vorrebbe o quando polemizza nella Lettera ai Galati, contro la legge e le opere, asserendo che la salvezza è gratuita, che viene dalla fede non dalle opere, non si può dire che brilli per chiarezza.

Oltre a ciò Lutero, per spiegare il mistero della giustificazione, si era fissato unilateralmente e fanaticamente solo sulla dottrina di S.Paolo, ignorando del tutto il Cristo matteano, che sottolinea con forza che ci si salva solo se si osservano i comandamenti e paragonando l’agire cristiano a quello di un lavoratore che attende la sua mercede. Questo unilateralismo è tipico degli eretici, che non hanno delle idee ferme, ma delle idee fisse.

Lutero inoltre non pone l’attenzione al fatto che la ragione, benché indebolita e sviata dal peccato originale, può e deve essere corretta e rettificata mediante la disciplina e le regole fornite dalla logica.  Dovendo comunque in qualche modo usare la ragione per argomentare, finisce allora per servirsi della ragione in modo istintivo e passionale, che lo porta per conseguenza anche ad alterare il vero senso delle verità di fede, che non possono non e sere espresse se non nelle modalità della ragione.

Viceversa Tommaso e Molina, da buoni teologi scolastici, erano esperti nell’uso della logica, e per questo erano esercitati a ragionare correttamente anche nel campo della teologia, laddove invece il ragionare di Lutero, non sorvegliato dalle regole della logica, è facilmente scorretto e sofistico.

Viceversa il teologare di Lutero è tutto intriso di emotività, similmente allo stile agostiniano. Il teologo, per Lutero non è uno speculativo, ma è un crocifisso. Il pensiero è bello, ma Lutero lo intende in modo unilaterale, così da escludere la teologia come scienza, la teologia sistematica o dogmatica, che utilizza la filosofia e la metafisica.

La teologia speculativa, sul tipo di quella di S.Tommaso, che s’interroga sulle essenze e definisce le essenze col metodo sillogistico-deduttivo, per Lutero è perdita di tempo e un vagare tra le nuvole, è occasione di vanagloria. Egli ha in mente l’avvertimento  paolino «scientia inflat» (I Cor 8,1) e la pratica paolina della teologia come  «logos tu staurù» (I Cor 1,18), che egli chiama la «theologia crucis». D’altra parte il rischio della superbia è reale, ma per evitarlo non occorre necessariamente ridurre tutta la teologia ad omiletica e pastorale, ma occorre avere l’umiltà di piegare la propria mente alle esigenze della verità, adaequatio intellectus et rei.

Anche qui, comunque, Lutero non ha tutti i torti, solo che dimentica irragionevolmente il momento calmo, sereno e meditativo del teologare, al quale è tanto sensibile la sapienza indiana e il meglio della sapienza greca, momento ben delineato nella Scrittura nella figura dello scriba sapiente (Sir 39, 1-11).

Non c’è motivo di concepire il teologo in un continuo stato di tensione, in una situazione perennemente drammatica, senza rischiare di creare un personaggio artificiale, anormale, affannato e gesticolante, psichicamente sovraeccitato, un commediante, che rischia di perdere la lucidità mentale, di cedere alla passionalità e all’esibizionismo, senza che ciò abbia nulla che vedere con i patimenti sofferti per Cristo e rechi alcun vantaggio agli altri e al suo equilibrio mentale.

Fine Seconda Parte

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 28 gennaio 2021

Per Tommaso, Dio, causa prima e motore immobile di tutte le sue creature, è il creatore e motore degli atti del nostro libero arbitrio, che è una causa causata, ossia una causa seconda, che comporta il fatto che la volontà è padrona dei propri atti (compos sui), decide dei propri atti, muove sé stessa ai suoi atti, vuole o non vuole, vuole questo o vuole quello, e per questo sono liberi e causati da lei. Per questo ne è responsabile.

Si badi bene, però: compos sui non vuol dire causa sui.                                                                                                            
Ercole al bivio, dipinto di Annibale Carracci (1596), 
raffigurante l'indecisione dell'eroe fra le alternative della virtù e del vizio




Per San Tommaso la volontà umana si muove da sé ed è libera proprio perché è mossa da Dio. 

Per Molina si muove da sé, ma se fosse mossa da Dio non sarebbe libera. 

Per Lutero il libero arbitrio serve per gli affari di questo mondo, ma non per ottenere la salvezza. Unico atto del libero arbitrio ammesso da Lutero in questo campo è la scelta di Cristo («afferrare Cristo») come Salvatore.

 

Cristo Salvatore, Icona, Andrej Rublev

Immagini da internet

 


[1] Sum.Theol.,I-II, q,113, aa.3, 4 e 5.

[2] WA, Opere di Lutero,H.Bolhaus, 1883, 39, I, 205.

17 commenti:

  1. Gent.mo Padre Cavalcoli, può indicarmi qualche contributo rigoroso, fatto da autori fedeli alla dottrina della Chiesa ( ma in lingua italiana) per approfondire il tema della predestinazione e della riprovazione? Grazie mille ! Pierpaolo

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    1. Caro Pierpaolo,
      il tema della predestinazione oggi purtroppo è messo in sordina a causa della diffusione del buonismo, per il quale tutti si salvano. Invece, come chiarisce il Concilio di Trento, interpretando il pensiero di San Paolo, la predestinazione è il fatto che Dio, nel mistero dei suoi decreti di giustizia e di misericordia, destina alcuni tra noi da Lui scelti alla beatitudine eterna, non dando la grazia a coloro che colpevolmente la rifiutano.
      Se vuoi approfondire l’argomento puoi consultare l’Enciclopedia Cattolica alla voce “predestinazione” ed inoltre il Dictionnaire de Théologie Catholique alla voce “prédestination”, dove trovi anche una bibliografia.
      Inoltre ti consiglio di leggere questi testi di P.Tomas Tyn:
      * da: http://www.arpato.org/bibliografia.htm :
      - http://www.arpato.org/testi/lezioni_predestinazione/Lezioni_predestinazione_1-15.pdf
      - http://www.arpato.org/testi/tesi/dottorato/IndiceBOZZAtesiTYN.pdf

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  2. ...anche se,onestamente, guardando meglio, ho trovato nel Suo blog, Padre Cavalcoli, tanti articoli dove il tema è trattato, per me, in modo esauriente. Grazie. Pierpaolo

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  3. Buongiorno Padre,

    Io vedo seri problemi sia con la concezione baneziana della grazia e della predestinazione sia con la concezione molinista. Per quanto entrambe siano ammesse dalla Chiesa (e anzi la Chiesa nella sua predicazione è al 99% molinista, perlomeno pastoralmente) Il problema che vedo, e non da poco, con la posizione baneziana, è che di fatto chiunque riceva la sola grazia sufficiente si danna per propria colpa, mentre chi riceve la grazia efficace si salva per grazia di Dio che fa sì che la persona voglia infallibilmente accettare la Grazia e che di fatto l’accetti.


    Personalmente trovo la posizione di Padre Most in assoluto la migliore al riguardo, migliore sia del banezianesimo che del molinismo, e vorrei esporgliela per sentire cosa ne pensa, caro Padre. Mi scuso in anticipo se sarò prolisso ma le chiedo davvero, in carità, di leggere quanto scriverò, perché vorrei sentire una sua opinione.

    Dunque, sostanzialmente Padre William G. Most propone una soluzione cattolica al problema della predestinazione che si può riassumere così:

    1. Dio predestina gratuitamente, senza guardare ai meriti.
    2. Dio non riprova nessuno se non dopo aver previsto una resistenza grave e persistente alla grazia.

    Questa è la sua tesi centrale. Il punto interessante è che Most rompe la simmetria tradizionale: molti sistemi assumevano che predestinazione e riprovazione dovessero funzionare allo stesso modo, cioè entrambe “prima” o entrambe “dopo” la previsione di meriti e demeriti. Most dice: “no, si possono distinguere”. Dio può predestinare prima dei meriti e riprovare solo dopo i demeriti. Lui stesso presenta questa come la via per “separare i due lati”: predestinazione senza meriti, riprovazione solo dopo i demeriti.

    Per capire Padre William G. Most bisogna partire dal problema classico della distinzione tra grazia sufficiente e grazia efficace.

    1. La grazia sufficiente è quella che dà all’uomo un vero aiuto per compiere il bene.
    2. La grazia efficace è quella che di fatto ottiene l’effetto: l’uomo compie realmente l’atto buono, si converte, aderisce a Dio, persevera.

    Il problema è: che cosa fa sì che una grazia diventi efficace? Dipende da una decisione previa di Dio soltanto? Dipende dal libero consenso dell’uomo? Oppure bisogna spiegare la cosa in un altro modo?


    La risposta di Most è sottile: la grazia è efficace perché Dio la porta efficacemente al suo effetto, ma Dio ordinariamente la porta al suo effetto se l’uomo non pone resistenza. Questa “non-resistenza”, però, non è per Most un merito positivo dell’uomo. È solo il non bloccare l’azione della grazia. Most la chiama, in sostanza, una realtà negativa: non un atto buono prodotto autonomamente dall’uomo, ma l’assenza di un atto cattivo di resistenza.

    Vi è anche da parte di Banez una polemica soprattutto con l’interpretazione tomista, legata a Bañez e in età moderna, Garrigou-Lagrange.

    Continua nel commento successivo…

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    1. Prosegue dal commento precedente

      Secondo questa scuola, come abbiamo già detto, la grazia sufficiente dà all’uomo la potenza di fare il bene, ma non dà ancora l’applicazione della potenza all’atto. Per fare davvero il bene occorre una seconda grazia, la grazia efficace. Most riassume così il problema: con la sola grazia sufficiente l’uomo avrebbe sì la capacità di agire bene, ma, senza la grazia efficace, non arriverebbe mai realmente all’atto buono. Nella presentazione che Most fa del sistema degli “older Thomists”, se uno riceve solo grazia sufficiente, finirà infallibilmente per resistere o per peccare almeno per omissione.
      Qui nasce l’obiezione di Most: allora in che senso quella grazia è davvero sufficiente?

      Se per non resistere alla grazia sufficiente serve già una grazia efficace, si crea un circolo vizioso, poiché:

      1. Per ottenere la grazia efficace bisogna non resistere alla grazia sufficiente.

      2. Ma per non resistere alla grazia sufficiente occorre già la grazia efficace.

      Most vede qui (e io con lui) una difficoltà enorme: Se l’uomo non può (non in potenza, in potenza potrebbe, ma di fatto non accade mai in atto) non resistere senza un ulteriore aiuto che Dio può non dare, allora la sua caduta sembra dipendere ultimamente dal fatto che Dio non gli ha dato l’aiuto decisivo. Per Most questo mette in crisi la sincerità della volontà salvifica universale di Dio.

      In altre parole: se Dio dice di voler salvare tutti, ma poi dà ad alcuni una grazia che “basta” solo in teoria e che, senza un’altra grazia non concessa, non può mai portare all’atto salvifico, allora la grazia sufficiente è sempre sufficiente solo in potenza ma mai in atto, e Most non accetta questa conclusione.

      Il punto originale di Most è che la grazia comincia da Dio, non dall’uomo
      Most non vuole dire che l’uomo inizi da sé il cammino verso Dio. Sarebbe pelagianesimo, e lui lo rifiuta nettamente.

      Per Most, all’inizio di ogni atto salvifico c’è Dio solo. La grazia viene prima di ogni decisione buona dell’uomo. Essa illumina l’intelletto, fa vedere un bene, muove inizialmente la volontà verso quel bene. In questa fase iniziale, l’uomo non produce da sé il bene: è Dio che comincia il movimento. Most collega questa idea alla dottrina tradizionale secondo cui, nell’opera buona, non siamo noi a iniziare; è la grazia che previene e muove.

      Quindi Most non dice: “Dio offre una grazia neutra e poi l’uomo, da solo, la rende efficace”.

      Dice piuttosto: “Dio offre una grazia vera, viva, operante, che già comincia a muovere l’uomo. L’uomo può però interrompere questo movimento resistendo”.

      Questa è una differenza decisiva.

      Continua nel commento successivo…

      Bisogna anche chiarire che la “non-resistenza” non è un merito.
      Il cuore della soluzione di Most è la distinzione tra consenso positivo e assenza di resistenza:

      1. Il consenso positivo è l’atto con cui l’uomo aderisce al bene: crede, ama, si converte, obbedisce, compie l’atto buono. Questo consenso, per Most, è prodotto dalla grazia di Dio e dall’uomo mosso dalla grazia. Non è un prodotto autonomo della natura umana.

      2. La non-resistenza, invece, viene prima del consenso positivo. Essa non è ancora un atto buono meritorio. Non è l’uomo che dice eroicamente: “Adesso collaboro con Dio”. È semplicemente il fatto che l’uomo non pone un ostacolo alla grazia che ha già iniziato a muoverlo.

      Most insiste su questo punto perché vuole evitare l’accusa di molinismo o semipelagianesimo. Se la non-resistenza fosse un atto buono positivo, allora bisognerebbe dire che anche essa richiede una grazia previa; e allora il problema ricomincerebbe. Invece, per Most, la non-resistenza in questo primo momento è un “nulla ontologico”: non è un bene positivo prodotto dall’uomo, ma la semplice assenza di una resistenza colpevole.

      Detto in modo semplice:

      1. L’uomo non causa la salvezza non resistendo.
Però può causare la propria rovina resistendo.

      2. La salvezza viene da Dio; l’impedimento viene dall’uomo.

      Elimina
    2. Prosegue dal secondo commento

      A questo punto si capisce come Most spiega il passaggio dalla grazia sufficiente alla grazia efficace.

      Dio dà una grazia sufficiente. Questa grazia non è sterile, non è puramente teorica. Essa comincia realmente a muovere l’uomo: illumina la mente, inclina la volontà, propone il bene. A questo punto l’uomo può resistere oppure non resistere.
      Se l’uomo resiste, la grazia viene frustrata. Non perché fosse insufficiente, ma perché l’uomo ha posto un ostacolo.

      Se l’uomo non resiste, Dio continua l’opera iniziata e porta la volontà al consenso positivo. In quel momento la grazia è efficace: non perché l’uomo l’abbia resa efficace con una sua forza autonoma, ma perché Dio stesso la conduce al suo effetto. Most dice che, se l’uomo non resiste, Dio opera in lui il volere e l’agire, e l’uomo coopera realmente ma con una capacità che riceve dalla grazia stessa.

      Per fare uno schema riassuntivo ulteriore:

      1. Grazia sufficiente secondo il tomismo baneziano: Dà la potenza di agire, ma senza grazia efficace non produce mai l’atto.

      2. Grazia sufficiente secondo Padre Most: è un vero aiuto salvifico che comincia realmente a muovere.

      3. Grazia efficace secondo il tomismo baneziano: è una grazia distinta, intrinsecamente infallibile (per quanto non coercitiva né distruttiva della libertà umana), concessa da Dio ad alcuni.

      4. Grazia efficace secondo Padre Most: è la grazia che raggiunge l’effetto quando Dio continua la sua mozione non impedita.

      5. Non-resistenza alla grazia secondo il tomismo baneziano: tende ad essere vista come un bene positivo che richiede esso stesso grazia efficace.

      6. Non resistenza alla grazia secondo Padre Most: è una condizione negativa: assenza di impedimento, non merito

      7. Causa della salvezza: Dio solo, sia per Banez che per Most.

      8. Causa della perdizione secondo il tomismo baneziano: rischia di ricadere ultimamente nella mancata concessione della grazia efficace.

      9. Causa della perdizione secondo Padre Most: la resistenza libera e colpevole dell’uomo (e si anche Banez dice che tale resistenza sia colpevole ma di fatto senza una ulteriore grazia efficace che muova liberamente e infallibilmente la volontà ci sarà sempre tale resistenza nel peccatore, ed è proprio l’ostacolo che Padre Most cerca, secondo me brillantemente, di superare)

      Mi dica cosa ne pensa caro Padre, di questa posizione di Padre William Most, che a mio avviso supera con assoluta brillantezza le difficoltà sia del tomismo che del molinismo.

      La ringrazio in anticipo.

      Un saluto,

      Massimiliano

      Elimina
    3. Caro Massimiliano,

      1)
      Risposta. Il fatto che qualcuno riceva la sola grazia sufficiente, la quale, come dice la parola è sufficiente, rientra nella volontà generale di Dio di salvare tutti; ma non vuol dire che Dio non voglia dare quella efficace, ma significa che il peccatore rifiuta la grazia e per questo si danna per colpa sua.

      2)
      “1. Dio predestina gratuitamente, senza guardare ai meriti.
      2. Dio non riprova nessuno se non dopo aver previsto una resistenza grave e persistente alla grazia”.

      Risposta. Per quanto riguarda il n. 2), osservo che Dio prevede chi si salva e chi non si salva. Ma chi non si salva non è uno che Dio prevede che rifiuterà la grazia, per cui Dio non gliela dà, ma è semplicemente uno che, davanti all’offerta della grazia, la rifiuta.
      La riprovazione divina è semplicemente la conseguenza del rifiuto della grazia da parte del peccatore.

      3)
      Questa è la sua tesi centrale. Il punto interessante è che Most rompe la simmetria tradizionale: molti sistemi assumevano che predestinazione e riprovazione dovessero funzionare allo stesso modo, cioè entrambe “prima” o entrambe “dopo” la previsione di meriti e demeriti. Most dice: “no, si possono distinguere”. Dio può predestinare prima dei meriti e riprovare solo dopo i demeriti. Lui stesso presenta questa come la via per “separare i due lati”: predestinazione senza meriti, riprovazione solo dopo i demeriti.

      Risposta. Osservo che la predestinazione non comporta meriti precedenti, ma meriti conseguenti alla stessa predestinazione. L’atto del libero arbitrio, causato dalla grazia, merita il paradiso. Invece l’atto del libero arbitrio, col quale il peccatore rifiuta la grazia, gli merita l’inferno.
      4)
      1. La grazia sufficiente è quella che dà all’uomo un vero aiuto per compiere il bene.
      2. La grazia efficace è quella che di fatto ottiene l’effetto: l’uomo compie realmente l’atto buono, si converte, aderisce a Dio, persevera.
      Risposta. Su questi due punti sono d’accordo.

      5)
      Il problema è: che cosa fa sì che una grazia diventi efficace? Dipende da una decisione previa di Dio soltanto? Dipende dal libero consenso dell’uomo? Oppure bisogna spiegare la cosa in un altro modo?

      Risposta. La grazia sufficiente diventa efficace per pura volontà divina, senza alcun atto dell’uomo. Infatti Dio salva i suoi eletti muovendo il loro libero arbitrio, per un suo imperscrutabile disegno, in modo tale che l’eletto, sotto l’impulso della grazia efficace, compia infallibilmente e liberamente il bene necessario alla salvezza.
      Ricordo che la grazia sufficiente è data a tutti, perché tutti sono chiamati alla salvezza. La grazia efficace non c’è per tutti, perché alcuni non la vogliono. Basta rifiutare quella sufficiente, perché manchi quella efficace.

      6)
      La risposta di Most è sottile: la grazia è efficace perché Dio la porta efficacemente al suo effetto, ma Dio ordinariamente la porta al suo effetto se l’uomo non pone resistenza. Questa “non-resistenza”, però, non è per Most un merito positivo dell’uomo. È solo il non bloccare l’azione della grazia. Most la chiama, in sostanza, una realtà negativa: non un atto buono prodotto autonomamente dall’uomo, ma l’assenza di un atto cattivo di resistenza.

      Risposta. Quando Dio dona la grazia efficace, non lo fa perché l’uomo non oppone resistenza, ma lo fa impedendo la resistenza e rendendo docile il libero arbitrio all’impulso della grazia.

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    4. Caro Padre,

      la ringrazio per le risposte e spero che potremo approfondire perché, lo ammetto, questo tema mi turba da anni, ma penso che il tema di fondo sia questo, cioè quando lei scrive

      “ Quando Dio dona la grazia efficace, non lo fa perché l’uomo non oppone resistenza, ma lo fa impedendo la resistenza e rendendo docile il libero arbitrio all’impulso della grazia.”

      Il punto è che, secondo questa visione:

      1. Quelli coloro a cui Dio dona questa Grazia, la Grazia di impedire la resistenza rendendo docile il libro arbitrio, si salvano, senza eccezioni.

      2. Quelli ai quali tale misura non è usata, cioè quelli a cui Dio non rende docile il libero arbitrio (la “pre-mozione”) impedendo la resistenza, si dannano per propria colpa, senza eccezioni.

      E il problema caro Padre è che tutti quelli facenti parte del sottoinsieme uno si sarebbero dannati se Dio non avesse reso docile il loro libero arbitrio, così come tutti quelli facenti parte del sottoinsieme due si sarebbero salvati se Dio avesse reso docile il loro libero arbitrio.

      E quando questa decisione di rendere o non rendere docile il libero arbitrio è basata esclusivamente su un decreto ante-praevisa merita… si arriva alla conclusione che chiunque abbia ricevuto la grazia della docilità del libero arbitrio si sarebbe dannato senza la medesima e chiunque si sia dannato si sarebbe salvato con la grazia di vedere il proprio libero adhitrio reso docile, e tutto questo per un decreto ante da parte di Dio.

      Padre, postulare, come fa Padre Most, che sia la previsione della mancanza di resistenza finale (non un merito di per sé, come scrivevo, ma un atto negativo, una non-azione) a determinare il decreto di elezione divina e che quindi chi si salva si salva solo per Grazia di Dio ma chi si danna sì danna non perché Dio ha deciso ante-praevisa merita di non dargli la grazia efficace e di lasciargli solo quella sufficiente (che viene sempre rifiutata) ma perché Dio ha previsto la sua irrevocabile chiusura alla Grazia, non crede che questo salvi decisamente di più sia la misericordia che la giustizia divina?

      Poi lei scrive, caro Padre


      “ Il fatto che qualcuno riceva la sola grazia sufficiente, la quale, come dice la parola è sufficiente, rientra nella volontà generale di Dio di salvare tutti; ma non vuol dire che Dio non voglia dare quella efficace, ma significa che il peccatore rifiuta la grazia e per questo si danna per colpa sua.”

      Verissimo. Il tema però è che di fatto la grazia sufficiente viene rigettata da tutti, se non seguita da quella pre-mozione divina che poi rende il libero arbitrio docile e volonteroso di accettare la grazia.

      Secondo Banez Dio interviene direttamente e fisicamente sulla volontà umana, muovendola infallibilmente a compiere il bene e ad accettare la grazia. E, per quanto questo passaggio non sia una costrizione, ma un impulso che porta l'uomo dalla potenza all'atto senza violare la sua libertà, resta il fatto che senza tale pre-mozione, che Dio (secondo Banez) dona ante-praevisa merita ad alcuni e non ad altri, quella grazia viene rifiutata nel 100% dei casi.

      Solo a me questa cosa sembra molto arbitraria, caro padre? Cosa dell’idea di Padre Most non la convince?

      Un caro saluto,

      Massimiliano

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    5. Caro Massimiliano,
      7)
      “se uno riceve solo grazia sufficiente, finirà infallibilmente per resistere o per peccare almeno per omissione”.

      Risposta. Se uno riceve solo la grazia sufficiente, questo non significa che spinga il peccatore a resistere e quindi lo faccia cadere nell’inferno, perché ciò può dare l’impressione che sia Dio stesso a farlo peccare.
      Se invece uno riceve solo la grazia sufficiente e non quella efficace, è solo segno di cattiva volontà da parte del peccatore, che rifiuta sia la grazia efficace che quella sufficiente.

      8)
      “Qui nasce l’obiezione di Most: allora in che senso quella grazia è davvero sufficiente?”

      Risposta. La grazia è sufficiente per la salvezza; tuttavia il peccatore la può respingere, Se fa questo, è colpa sua e si danna. Ma Dio, nel mistero della predestinazione, può aggiungere la grazia efficace e in tal caso il libero arbitrio dell’uomo risponde infallibilmente, benchè liberamente, all’impulso divino, per cui salva.

      9)
      “Se per non resistere alla grazia sufficiente serve già una grazia efficace, si crea un circolo vizioso, poiché:
      1. Per ottenere la grazia efficace bisogna non resistere alla grazia sufficiente.
      2. Ma per non resistere alla grazia sufficiente occorre già la grazia efficace.”

      Rispondo dicendo che la grazia efficace non è ottenuta dall’uomo, ma è puro dono di Dio. La grazia efficace non serve a impedire una eventuale resistenza da parte dell’uomo, perché questa resistenza esiste solo nei confronti della grazia sufficiente, ma serve a condurre infallibilmente l’uomo alla salvezza.
      Quindi non c’è nessun circolo vizioso, perché l’iniziativa parte da Dio, che propone la grazia sufficiente. In secondo luogo Dio sceglie i suoi eletti. In terzo luogo Dio dà la grazia efficace agli eletti; e in quarto luogo i reprobi rifiutano la grazia sufficiente. Dio quindi vuole salvare tutti, ma al lato pratico si salvano solo gli eletti, perché i reprobi rifiutano la grazia per colpa loro.

      Elimina
    6. 10)
      “Most vede qui (e io con lui) una difficoltà enorme: Se l’uomo non può (non in potenza, in potenza potrebbe, ma di fatto non accade mai in atto) non resistere senza un ulteriore aiuto che Dio può non dare, allora la sua caduta sembra dipendere ultimamente dal fatto che Dio non gli ha dato l’aiuto decisivo. Per Most questo mette in crisi la sincerità della volontà salvifica universale di Dio.”

      Rispondo dicendo la grazia efficace non è un aiuto che si aggiunge alla grazia sufficiente, ma è la grazia che effettivamente salva. La grazia è una sola ed è quella che salva. La distinzione tra grazia sufficiente e grazia efficace riguarda il comportamento dell’uomo, perché, se l’uomo rifiuta, vanifica la grazia sufficiente; se invece risponde positivamente, è segno che ha ricevuto la grazia efficace.
      La grazia efficace non serve a impedire che l’uomo resista, ma è semplicemente quella grazia che muove infallibilmente il libero arbitrio dell’uomo alla salvezza.
      La vera libertà è nell’operare il bene, più che nell’operare il male. Infatti il libero arbitrio umano è potenziato dalla grazia, in quanto Dio è il creatore del libero arbitrio e della grazia. Quindi non c’è opposizione tra grazia e libero arbitrio.

      11)
      “In altre parole: se Dio dice di voler salvare tutti, ma poi dà ad alcuni una grazia che “basta” solo in teoria e che, senza un’altra grazia non concessa, non può mai portare all’atto salvifico, allora la grazia sufficiente è sempre sufficiente solo in potenza ma mai in atto, e Most non accetta questa conclusione.”

      Rispondo dicendo che la grazia sufficiente non è sufficiente solo in teoria, sennò non sarebbe sufficiente. La grazia efficace non è una grazia che si aggiunge a quella sufficiente, ma è la stessa grazia che diventa effettivamente sufficiente.
      All’uomo, per salvarsi, è sufficiente la grazia sufficiente. La grazia efficace è soltanto quella grazia, che muove la volontà umana alla salvezza. Quindi la distinzione tra la grazia sufficiente e la grazia efficace riguarda soltanto la volontà umana: se l’uomo dice di no, vuol dire che respinge la grazia sufficiente; se dice di sì, vuol dire che ha ricevuto la grazia efficace.
      Dio offre la grazia sufficiente senza costringere nessuno ad andare in paradiso, ma dona la grazia efficace affinchè il libero arbitrio scelga liberamente il paradiso.

      12)
      “Il punto originale di Most è che la grazia comincia da Dio, non dall’uomo
      Most non vuole dire che l’uomo inizi da sé il cammino verso Dio. Sarebbe pelagianesimo, e lui lo rifiuta nettamente.
      Per Most, all’inizio di ogni atto salvifico c’è Dio solo. La grazia viene prima di ogni decisione buona dell’uomo. Essa illumina l’intelletto, fa vedere un bene, muove inizialmente la volontà verso quel bene. In questa fase iniziale, l’uomo non produce da sé il bene: è Dio che comincia il movimento. Most collega questa idea alla dottrina tradizionale secondo cui, nell’opera buona, non siamo noi a iniziare; è la grazia che previene e muove.
      Quindi Most non dice: “Dio offre una grazia neutra e poi l’uomo, da solo, la rende efficace”.
      Dice piuttosto: “Dio offre una grazia vera, viva, operante, che già comincia a muovere l’uomo. L’uomo può però interrompere questo movimento resistendo”.
      Questa è una differenza decisiva.”

      Rispondo dicendo che su questi punti sono d’accordo.

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    7. Caro Massimiliano,
      13)
      “Bisogna anche chiarire che la “non-resistenza” non è un merito.
      Il cuore della soluzione di Most è la distinzione tra consenso positivo e assenza di resistenza:
      1. Il consenso positivo è l’atto con cui l’uomo aderisce al bene: crede, ama, si converte, obbedisce, compie l’atto buono. Questo consenso, per Most, è prodotto dalla grazia di Dio e dall’uomo mosso dalla grazia. Non è un prodotto autonomo della natura umana.
      2. La non-resistenza, invece, viene prima del consenso positivo. Essa non è ancora un atto buono meritorio. Non è l’uomo che dice eroicamente: “Adesso collaboro con Dio”. È semplicemente il fatto che l’uomo non pone un ostacolo alla grazia che ha già iniziato a muoverlo.”

      Rispondo dicendo che il concetto di “non-resistenza” non è chiaro ed anzi direi che è sbagliato. Infatti quando Dio dà la grazia efficace, da parte dell’uomo non esiste alcun atto di volontà, anche se lo si vuole chiamare un “atto di non-resistenza”. Ma esiste solo l’obbedienza, in quanto Dio, di sua iniziativa e nel mistero dell’elezione, muove verso il bene quella data persona e non un’altra.

      14)
      “Most insiste su questo punto perché vuole evitare l’accusa di molinismo o semipelagianesimo. Se la non-resistenza fosse un atto buono positivo, allora bisognerebbe dire che anche essa richiede una grazia previa; e allora il problema ricomincerebbe. Invece, per Most, la non-resistenza in questo primo momento è un “nulla ontologico”: non è un bene positivo prodotto dall’uomo, ma la semplice assenza di una resistenza colpevole.
      Detto in modo semplice:
      1. L’uomo non causa la salvezza non resistendo. Però può causare la propria rovina resistendo.
      2. La salvezza viene da Dio; l’impedimento viene dall’uomo.”

      Rispondo che questo atto di “non-resistenza” non convince assolutamente. Ripeto che quando Dio dà la grazia efficace, da parte dell’uomo non c’è assolutamente alcun atto sia di non-resistenza che di resistenza, perché Dio in questo caso semplicemente muove la volontà umana senza che da parte di essa ci sia alcuna presa di posizione sia contraria o sia favorevole o di non-resistenza. Dio muove la volontà umana ad agire bene; se agisce male, è colpa sua.
      Questo concetto di non-resistenza, sembra quasi una specie di permesso che l’uomo concede a Dio permettendogli di dargli la grazia. Ma ciò è inamissibile e ricorda la teoria di Molina, che abbassa l’azione salvifica divina ad una specie di contratto tra due persone e quindi ad un livello puramente umano. Questo avviene nei rapporti umani, ma non nel rapporto di Dio con l’uomo, perché in questo caso il contraente umano non agisce di propria iniziativa, ma è addirittura creato da Dio, per cui la stessa risposta positiva alla grazia, per quanto libera, è creata e mossa da Dio.

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    8. 15)
      “A questo punto si capisce come Most spiega il passaggio dalla grazia sufficiente alla grazia efficace.
      Dio dà una grazia sufficiente. Questa grazia non è sterile, non è puramente teorica. Essa comincia realmente a muovere l’uomo: illumina la mente, inclina la volontà, propone il bene. A questo punto l’uomo può resistere oppure non resistere.
      Se l’uomo resiste, la grazia viene frustrata. Non perché fosse insufficiente, ma perché l’uomo ha posto un ostacolo.”

      Rispondo dicendo che la grazia sufficiente non muove assolutamente la volontà umana. Essa è semplicemente proposta alla volontà di ogni singolo uomo.
      Quando un uomo riceve la proposta della grazia sufficiente, gli si aprono due strade: o quella di accoglierla o quella di respingerla. Se la respinge, è colta sua. Se l’accoglie è segno che ha ricevuto la grazia efficace.

      16)
      “Se l’uomo non resiste, Dio continua l’opera iniziata e porta la volontà al consenso positivo. In quel momento la grazia è efficace: non perché l’uomo l’abbia resa efficace con una sua forza autonoma, ma perché Dio stesso la conduce al suo effetto. Most dice che, se l’uomo non resiste, Dio opera in lui il volere e l’agire, e l’uomo coopera realmente ma con una capacità che riceve dalla grazia stessa.”

      Rispondo dicendo che questa ipotesi di una non-resistenza non mi pare assolutamente valida, perché, come ho detto, questo concetto di non resistenza è un concetto contradditorio, perché da una parte sembra un atto, che non può essere altro che o un atto buono o un atto cattivo, ma dall’altra parte sembra un non-agire in quanto non-resistenza.
      Se l’uomo non resiste, allora vuol dire che accetta la grazia. Ma se accetta la grazia, vuol dire che ha ricevuto la grazia efficace, per cui non è che Dio passando dal dono della grazia sufficiente a quello della grazia efficace continui e perfezioni nell’uomo un’opera iniziata con la grazia sufficiente, ma semplicemente, il suo passare dal dono della grazia sufficiente a quello della grazia efficace, non significa altro che il fatto che Dio muove con la grazia efficace la volontà umana al compimento del bene cioè alla salvezza.

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    9. 17)
      “Per fare uno schema riassuntivo ulteriore:

      1. Grazia sufficiente secondo il tomismo baneziano: Dà la potenza di agire, ma senza grazia efficace non produce mai l’atto.”

      1. Rispondo dicendo che qui sono d’accordo.

      “2. Grazia sufficiente secondo Padre Most: è un vero aiuto salvifico che comincia realmente a muovere.”

      2. Rispondo dicendo che è solo la grazia efficace che muove il libero arbitrio, non quella sufficiente.

      “3. Grazia efficace secondo il tomismo baneziano: è una grazia distinta, intrinsecamente infallibile (per quanto non coercitiva né distruttiva della libertà umana), concessa da Dio ad alcuni.”

      3. Rispondo che su questo sono d’accordo.

      “4. Grazia efficace secondo Padre Most: è la grazia che raggiunge l’effetto quando Dio continua la sua mozione non impedita.”

      4. Rispondo dicendo che con la grazia efficace Dio non porta a compimento una mozione iniziata con la grazia sufficiente, ma la grazia efficace è una mozione ben distinta dall’offerta della grazia sufficiente, la quale in se stessa non contiene alcun impulso alla volontà umana, impulso che viene solo dalla grazia efficace.

      5. "Non-resistenza alla grazia secondo il tomismo baneziano: tende ad essere vista come un bene positivo che richiede esso stesso grazia efficace."

      5.Rispondo che all’avvento della grazia sufficiente, la volontà umana può resistere o non resistere. Se resiste, pecca e non ottiene la grazia; se non resiste, la riceve ed essa diventa efficace, ma la riceve non perché non resiste, ma non resiste perché la riceve e non resistendo si lascia guidare dalla grazia verso la salvezza.
      Infatti il non resistere è un atto buono e come tale è causato da Dio, come causa prima e l’uomo come causa seconda. Mentre il resistere è solo opera della cattiva volontà umana: l’uomo nel peccato diventa come Dio, unica causa del peccato. Per fare il bene ci vogliono due cause: Dio e la creatura; per fare il male basta la creatura.

      6. "Non resistenza alla grazia secondo Padre Most: è una condizione negativa: assenza di impedimento, non merito"

      6.Rispondo dicendo che l’assenza di impedimento è già una scelta positiva. Per quanto riguarda il merito, esso, nella vita soprannaturale, è dono di Dio.

      7. "Causa della salvezza: Dio solo, sia per Banez che per Most."

      7.Non è vero. Dio è solo la causa prima, ma occorre anche la causa seconda, che siamo noi, come dice Sant’Agostino: “Chi ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”.
      La prima grazia previene la nostra azione e ci mette in grazia. Una volta che siamo in grazia, possiamo meritare nuova grazia compiendo la volontà di Dio. Naturalmente col peccato mortale perdiamo la grazia.

      8. "Causa della perdizione secondo il tomismo baneziano: rischia di ricadere ultimamente nella mancata concessione della grazia efficace."

      8.Rispondo dicendo che la causa della nostra perdizione siamo soltanto noi. Se Dio ad uno non dà la grazia efficace, non è perché si compiace della sua perdizione, ma dipende soltanto dai suoi imperscrutabili disegni riguardo alla predestinazione.
      Attenzione a non confondere Bañez con Calvino. È il Dio di Calvino che, negando la grazia, causa la dannazione. Per Bañez, come per San Tommaso, la perdita della grazia dipende soltanto dall’uomo, che non corrisponde alla grazia sufficiente.

      9. "Causa della perdizione secondo Padre Most: la resistenza libera e colpevole dell’uomo (e si anche Banez dice che tale resistenza sia colpevole ma di fatto senza una ulteriore grazia efficace che muova liberamente e infallibilmente la volontà ci sarà sempre tale resistenza nel peccatore, ed è proprio l’ostacolo che Padre Most cerca, secondo me brillantemente, di superare)"

      9.Rispondo dicendo che è vero che se Dio non dà la grazia efficace l’uomo si perde. E bisogna ricordare anche che la dà solo ad alcuni e ad altri no. Si tratta degli eletti. Perchè agli altri non la dà? Non perché non la vuole dare, ma perché è il peccatore che la rifiuta. E perché la rifiuta? Questo è un mistero umano, che corrisponde al mistero divino della predestinazione.

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    10. Caro Massimiliano,
      rispondo per punti.

      “1. Quelli a cui Dio dona questa Grazia, la Grazia di impedire la resistenza rendendo docile il libro arbitrio, si salvano, senza eccezioni.”

      2.Rispondo dicendo che sì, effettivamente coloro ai quali Dio impedisce di dire di no, si salvano. La cosa entra in pienezza in quelle che sono le scelte divine. Uno potrebbe chiedere a Dipo: perché hai scelto questo e non hai scelto quello?
      Rispondiamo: è vero, Dio vuole salvare tutti. E allora perché non lo fa? Perché alcuni per colpa loro rifiutano la grazia. San Tommaso distingue in Dio una volontà antecedente da una volontà conseguente. Antecedentemente Dio vuole salvare tutti, ma con volontà conseguente salva solo alcuni. Non perché non voglia salvare quelli che si perdono, ma perché sono loro che non vogliono essere salvati. San Tommaso dice che Dio non vuole il male di colpa, ma vuole il male di pena, ossia il castigo del peccato, perché è giusto.
      Dio non impone la grazia costringendo, ma la dona con amore misericordioso.
      Inoltre la grazia non corrisponde ad una esigenza della natura umana, ma è un beneficio che va al di là dello stesso fine naturale dell’uomo, per condurre l’uomo ad un fine soprannaturale, che è la visione beatifica, fine dato da Dio all’uomo con l’utilizzare la colpa originale, per ricavare da essa la salvezza per mezzo della Redenzione, che è opera divina, alla quale noi partecipiamo ottenendo la salvezza.

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  4. Caro Padre,

    La ringrazio molto per le risposte, le ho lette, adesso non riesco per motivi lavorativi ma appena riuscirò le risponderò nuovamente perché vorrei chiarire con lei alcuni punti che ancora mi lasciano perplesso (e questo nonostante io abbia studiato teologia per anni) al riguardo. La ringrazio comunque per i suoi post, molto validi e degni di riflessione.

    Un saluto,

    Massimiliano

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    1. “2. Quelli ai quali tale misura non è usata, cioè quelli a cui Dio non rende docile il libero arbitrio (la “pre-mozione”) impedendo la resistenza, si dannano per propria colpa, senza eccezioni.
      E il problema caro Padre è che tutti quelli facenti parte del sottoinsieme uno si sarebbero dannati se Dio non avesse reso docile il loro libero arbitrio, così come tutti quelli facenti parte del sottoinsieme due si sarebbero salvati se Dio avesse reso docile il loro libero arbitrio.”

      2.Rispondo dicendo che questo comportamento di Dio non deve fare problema, ma dev’essere soltanto oggetto della nostra ammirazione e della nostra riconoscenza, perché, a rigore di giustizia, a seguito del peccato originale, tutta l’umanità era precipitata negli inferi.
      Se quindi Dio in Cristo ha dato a tutti la possibilità di risorgere e di rinascere a nuova vita, questa è pura misericordia, che ha risposto con un più grande amore ad un atto umano che Lo aveva offeso. Se quindi Dio in questa umanità caduta sceglie solo alcuni per questa vita nuova, che è la vita di grazia, dobbiamo semplicemente prenderne atto, ringraziandoLo per la sua misericordia e chiedendoGli di essere nel numero degli eletti con una degna preparazione nella vita presente attraverso l’esercizio delle opere buone.
      ___

      “E quando questa decisione di rendere o non rendere docile il libero arbitrio è basata esclusivamente su un decreto ante-praevisa merita… si arriva alla conclusione che chiunque abbia ricevuto la grazia della docilità del libero arbitrio si sarebbe dannato senza la medesima e chiunque si sia dannato si sarebbe salvato con la grazia di vedere il proprio libero adhitrio reso docile, e tutto questo per un decreto ante da parte di Dio.”

      Rispondo che tutto ciò corrisponde effettivamente al comportamento di Dio, che, come ho detto sopra, deve essere oggetto della nostra lode e della nostra gratitudine, senza la pretesa di indagare il perché delle elezioni divine. Nostro compito è solo quello di renderci meritevoli di questa elezione vivendo nella grazia di Cristo
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      “Padre, postulare, come fa Padre Most, che sia la previsione della mancanza di resistenza finale (non un merito di per sé, come scrivevo, ma un atto negativo, una non-azione) a determinare il decreto di elezione divina e che quindi chi si salva si salva solo per Grazia di Dio ma chi si danna sì danna non perché Dio ha deciso ante-praevisa merita di non dargli la grazia efficace e di lasciargli solo quella sufficiente (che viene sempre rifiutata) ma perché Dio ha previsto la sua irrevocabile chiusura alla Grazia, non crede che questo salvi decisamente di più sia la misericordia che la giustizia divina?”

      Rispondo dicendo che la previsione della mancanza di resistenza nell’uomo come motivo per decretare la elezione non è una tesi che mostri meglio la misericordia divina di quanto non abbia fatto Bañez, ma è un ricadere nell’errore di Molina, che concepisce il dono della grazia salvifica sul modello di una contrattualità umana dove Dio e l’uomo sono alla pari. Ma nell’opera della salvezza le cose non vanno così. Dio salva per un suo semplice decreto e non perché prevede la disponibilità dell’uomo. Se così fosse, l’uomo verrebbe a causare la propria salvezza, la quale invece dipende soprattutto dalla elezione divina, benchè il libero arbitrio umano ne sia la causa seconda.
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      Poi lei scrive, caro Padre
      “ Il fatto che qualcuno riceva la sola grazia sufficiente, la quale, come dice la parola è sufficiente, rientra nella volontà generale di Dio di salvare tutti; ma non vuol dire che Dio non voglia dare quella efficace, ma significa che il peccatore rifiuta la grazia e per questo si danna per colpa sua.”
      Verissimo. Il tema però è che di fatto la grazia sufficiente viene rigettata da tutti, se non seguita da quella pre-mozione divina che poi rende il libero arbitrio docile e volonteroso di accettare la grazia.”

      Rispondo dicendo che è vero, se Dio non avesse eletto alcuni per la salvezza, tutta l’umanità sarebbe rimasta negli inferi e ciò a rigore di giustizia, come conseguenza del peccato originale.

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      “Secondo Banez Dio interviene direttamente e fisicamente sulla volontà umana, muovendola infallibilmente a compiere il bene e ad accettare la grazia. E, per quanto questo passaggio non sia una costrizione, ma un impulso che porta l'uomo dalla potenza all'atto senza violare la sua libertà, resta il fatto che senza tale pre-mozione, che Dio (secondo Banez) dona ante-praevisa merita ad alcuni e non ad altri, quella grazia che viene rifiutata nel 100% dei casi.”

      Rispondo dicendo che l’umanità peccatrice non si trova nella condizione di rifiutare la grazia, ma si trova in una situazione nella quale le manca la grazia. In questa situazione la misericordia divina ha spinto Dio ad avere pietà di noi donandoci Cristo Redentore, grazie al Quale viene a tutti offerta la grazia della salvezza.
      La premozione fisica, della quale parla Bañez, è l’atto divino col quale Dio, per sua misericordia, muove la volontà degli eletti nel compimento del bene e quindi nell’ottenimento della salvezza.
      La premozione vuol dire che Dio muove a muoversi, così come la causa prima, ossia Dio, muove la causa seconda, che è la creatura, a muoversi.
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      “Solo a me questa cosa sembra molto arbitraria, caro padre? Cosa dell’idea di Padre Most non la convince?”

      Rispondo dicendo che Padre Most, da come lei lo presenta, mi fa pensare a Molina, per cui resta sempre migliore la soluzione di Bañez.
      Infatti tra Bañez e Molina non c’è una terza possibilità, ma bisogna solo scegliere tra i due. Infatti o la grazia causa l’atto buono del libero arbitrio o aspetta che l’uomo non ponga ostacolo. Tra queste due possibilità non ce ne sono altre. La scelta giusta è quella per Bañez, il quale da una parte salva la causalità divina e dall’altra salva la libertà umana. Molina dà troppa importanza alla libertà umana, mettendola quasi alla pari della libertà divina.

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