Può esistere un ateo in buona fede? (Seconda Parte - 2/3)

 Può esistere un ateo in buona fede?

Seconda Parte (2/3)

Da dove viene l’ateismo contemporaneo?

L’ateo è uno che non pensa a Dio o respinge Dio nei suoi interessi intellettuali e nel suo agire morale; ma sa benissimo che esiste e che deve rendergli conto del suo operato. Per questo la sua coscienza non ha mai pace e cerca sempre, ma invano, di soffocarla. In ogni caso preferisce fare la sua volontà e quindi vive come se per lui Dio non esistesse.

Le obiezioni che egli fa alla natura di Dio o ai suoi attributi, alla sua esistenza o alla dimostrabilità di tale esistenza sono vani pretesti dei quale egli cerca di convincersi, ma dei quali egli per primo sa che sono vani. Si crogiola nella contraddizione del pensare e nell’incoerenza della vita. Fa del suo tormento interiore la sua soddisfazione e lo scarica sugli altri tormentando gli altri.

Chiediamoci però adesso: che cosa è successo in questi ultimi secoli perché siamo giunti a questo punto?[1] Com’è e perché è avvenuto questo mutamento epocale? Come giudicarlo? C’è stato un progresso o un regresso? Secondo i promotori delle attuali Costituzioni degli Stati, soprattutto la massoneria e il liberalismo, ovviamente c’è stato un progresso, in quanto, dopo la Riforma protestante si era creata in Europa, a causa delle guerre di religione, una tale conflittualità interna, per la quale la religione non sembrava più atta a garantire la pace e la concordia, ma pareva anzi che fosse causa di conflittualità, per cui alcuni filosofi e moralisti già dal sec. XVII cominciarono a proporre, per esempio Pietro Bayle, che lo Stato non dovesse essere più basato sulla religione cristiana, ma sui semplici diritti dell’uomo e in special modo sui valori della fratellanza, della libertà e dell’uguaglianza.

Anzi alcuni, di orientamento scettico e di tendenza libertina, si convinsero nel ‘700, che la credenza nella stessa esistenza di Dio non fosse un dato certo, oggettivo ed universale e quindi vincolante per tutti della ragione comune a tutti gli uomini, ma una semplice opzione affettiva razionalmente infondata, di pari valore della scelta atea, essa pure soggettiva e tuttavia non dannosa al bene dell’uomo e del bene comune.

Esiste tuttavia, come mette bene in luce Georg Siegmund[2], anche un’origine razionalistica dell’ateismo, inteso come condizione della piena razionalità dell’uomo. Certamente la sua origine è cartesiana, benché Cartesio personalmente fosse cattolico. Parò il razionalismo cartesiano, a causa della sua chiusura al mistero, mette in difficoltà il soprannaturale e prepara il razionalismo illuministico e massonico decisamente chiuso al soprannaturale.

Ma, come ha fatto notare acutamente Fabro, nel cogito cartesiano, portato alle sue estreme conseguenze, attraverso Fichte, c’è già in nuce l’ateismo. E di ciò si è accorto benissimo Marx quando afferma:

«La confessione di Prometeo “in una parola, io odio tutti e singoli gli dèi” è la confessione della filosofia, la sua sentenza contro tutti gli dèi del cielo e della terra, che non riconoscono l’auto-coscienza umana come la divinità suprema. ... Prometeo è il santo e il martire principale del calendario filosofico»[3].

Par di notare nell’ebreo Marx una risonanza della polemica dei profeti biblici contro gli dèi delle genti, se non fosse che qui al posto di Jahvè abbiamo l’egolatria del panteismo tedesco.

Infatti il cogito e la ragione cartesiani a loro volta preparano la ragione e l’«io penso» kantiani, che uniscono lo scetticismo speculativo alla boria della ragion pratica. Dio è ammesso solo come idea della ragione. Con Fichte ed Hegel la ragione umana diventa divina. Dio esiste, ma sono io. Non c’è nessun Dio che mi trascenda. Dichiara Fichte:

«Io sono immortale, imperituro, eterno, quando decido di obbedire alla legge della ragione. Io divengo a me stesso fonte del mio essere e del mio apparire; e da quel momento ho la vita in me stesso, indipendentemente da qualcosa fuori di me»[4].

Questo è già ateismo implicito nel panteismo. E di fatti l’ateismo marxista scaturirà del panteismo hegeliano[5].

In questo processo elefantiaco della ragione cartesiana particolarmente interessante è il passaggio dalla ragione kantiana a quella fichtiana. La prima è ancora la ragione umana, con i suoi limiti e la sua fallibilità, distinta in ragione speculativa e ragion pratica. Ma mentre la prima è troppo timida, la seconda è troppo pretenziosa, e già quasi simile alla ragione divina.

Con Fichte c’è un salto, che resterà in Hegel: la ragione è di per sé divina, per cui l’uomo ragionevole è un essere divino, è Dio. Secondo infatti Fichte io non sono creato da Dio, ma «pongo» (setzt) me stesso. Quindi di Dio non c’è bisogno. Si capisce che Fichte sia stato accusato di ateismo e allontanato dall’insegnamento.

La ragione kantiana, invece, assomiglia a quei comodi interni – l’autocoscienza - della fredda Germania del nord, accoglienti, luminosi e riscaldati, dove tutti gli oggetti di casa - gli oggetti della ragione -  sono ben conosciuti e messi in ordine dal padrone di casa – la ragione -, mentre fuori – l’oscura e impenetrabile a «cosa in sé» – infuria una tempesta di neve, il cui spettacolo spaventoso può essere visto solo attraverso i vetri delle finestre - i «fenomeni» -. Certo, fra questi graziosi oggetti c’è anche Dio, non però inteso come riflesso della realtà esterna, ma come Idea prodotta dalla ragione. Ma che Dio è questo?

L’ateismo è ormai alle porte. Sarà sufficiente Feuerbach perché gli attributi divini, compresa la ragione, siano sottratti a Dio trasferiti all’uomo. Il Dio trascendente scompare: ecco nato l’ateismo in nome della ragione. Marx e Comte continueranno su questa strada: Marx nega Dio in nome della ragione materialistico-dialettica; Comte nell’800 e il Circolo di Vienna nel ‘900 in nome della scienza sperimentale.

Ma nel ‘900 compare anche l’ateismo dell’istinto, che, se non fosse per rispetto degli autori, ammesso che lo meritino, potremmo chiamare «ateismo bestiale», che non si eleva al livello della ragione, ma si ferma, come negli animali, a livello dell’istinto: l’ateismo lascivo di Freud e l’ateismo furioso di Nietzsche.

Fu così che nell’‘800 e nel ‘900 l’ateismo fece ulteriori progressi e volle presentarsi addirittura come teoria scientifica, tale da doversi accettare da tutti, e quindi dallo Stato, pena la frustrazione del pieno sviluppo mentale e morale dell’uomo, e del bene stesso dell’umanità, mentre il teismo e la religione cominciarono ad essere presentati come freno ed oscuramento della scienza (Comte), pericolose e fantastiche illusioni, che privano ed alienano l’uomo dalla propria dignità (Feuerbach), sorgente di ingiustizie sociale (Marx), teorie vuote ed insensate (Circolo di Vienna e Bertrand Russell), idee demenziali (Freud, Odifreddi).

È molto importante tener presente che, come insegna la Scrittura, mentre l’affermazione dell’esistenza di Dio è frutto di un rigoroso ragionamento (Rm 1,20; Sap 13, 5), l’ateismo nasce dalla stoltezza (Sal 14,1 e 53, 2). L’ateismo non è frutto di una convinzione ragionata o per lo meno è frutto di una ragione che funziona male, una ragione sviata, che fallisce nel suo obbiettivo ultimo. Se ne accorge il soggetto? L’affermazione teistica nasce infatti da una ragione che funziona normalmente e che procede e si svolge naturalmente in tutta la sua forza nativa, spontaneamente e liberamente, fino alle sue estreme conseguenze ed ultime conclusione, accompagnata e sorretta da una volontà soltanto desiderosa della verità.

L’affermare che Dio esiste non è una discutibile opinione, non è un partito preso, non è una «fede irrazionale», non è fanatismo, non è opportunismo, ma è lucida affermazione sorretta da prove inoppugnabili e alla portata di tutti. È un sapere, è scienza certissima e inconfutabile[6].

Il sapere che Dio esiste non è un dato di fede, non è dato immediato ed originario della coscienza o dell’esperienza, non è un principio primo della ragione, non è una verità immediatamente evidente, ma proviene da un ragionamento per il quale, partendo dalla considerazione dell’esistenza delle cose esterne sensibili e dalla considerazione dell’esistenza del proprio io, applicando il principio di causalità in modo analogico, la ragione conclude inconfutabilmente che Dio esiste.

Non è immediatamente evidente la contraddittorietà della negazione dell’esistenza di Dio, ma dev’essere dimostrata. È chiaro che l’id quo nihil maius cogitari potest di Sant’Anselmo deve essere pensato come contenente in sé necessariamente l’esistenza reale. Ma l’esistenza reale pensata non è ancora l’esistenza reale affermata. Certo è contradditorio il concetto di un Ente necessario che non è necessario. Ma bisogna confutare l’ateo e dimostrargli che la sua posizione è contraddittoria, perché ciò non appare immediatamente. Negare l’esistenza di Dio non è come negare il principio di non-contraddizione. Certo l’ateismo è contradditorio, ma occorre dimostrarlo.

Non basta pensare all’essenza di Dio per essere autorizzati ad affermarne l’esistenza reale. L’affermazione legittima e giustificata dell’esistenza di Dio non è motivata dal fatto ci immaginiamo un ente del quale non se ne possa immaginare uno maggiore, e quindi un ente assolutamente necessario, la cui essenza sia quella di esistere. Ma nasce dalla necessità di spiegare l’esistenza degli enti contingenti, cosa che porta all’affermazione di una causa prima. Solo a questo punto, chiedendoci quale dovrà essere l’essenza di tale causa affinchè possa assolvere alla funzione di causa prima, siamo obbligati a porre l’esistenza di un ente, nel quale l’essenza coincida con l’essere. È quindi solo dopo che abbiamo dimostrato l’esistenza di Dio come causa prima partendo dalle cose, che possiamo concepire l’essenza di Dio come id quo nihil maius cogitari potest, che per poter essere tale, non può non avere in sé l’esistenza.

Trattandosi di un processo fondamentale della ragione naturale, anche se priva di cultura o di istruzione, come può essere la ragione di un fanciullo, non è possibile che il soggetto non ne abbia una qualche seppur confusa ed implicita consapevolezza, anche perché il risultato non è effetto della semplice ragione, ma della volontà; e l’io è ben padrone e cosciente dei suoi atti volontari. L’ateismo, ripetiamolo ancora una volta, non è una semplice tesi della ragione, ma è effetto di una scelta volontaria. Non per nulla il mio insegnante di sociologia all’Università di Bologna, il prof. Gian Franco Morra, parlava di «ateismo postulatorio».

Motivo frequente di ateismo è lo scandalo provato davanti al problema del male. Il tipico ragionamento che fa cadere nell’ateismo è quello narrato da Raissa Maritain, in riferimento all’ateismo nel quale cadde ella stessa da giovane. Davanti all’esistenza del male, essa si trovò davanti ad una specie di vicolo cieco che conduceva a negare o l’uno o l’altro di due attribuiti divini della bontà e dell’onnipotente.

Essa diceva a sé stessa: se Dio esiste dev’essere buono e onnipotente. Ma se permette il male o non è buono o non è onnipotente. Dunque non esiste. È interessante invece come San Tommaso sfrutta proprio l’esistenza del male per dimostrare l’esistenza di Dio. Dice che il male è privazione di bene in un soggetto buono. Ma se esiste un bene causato, deve esistere la causa prima e questa è Dio.

Necessità di far ricorso al principio di causalità

L’ateismo nasce sostanzialmente da un’applicazione sbagliata del principio di causalità. Nasce da una grave e volontaria disfunzione della ragione nell’esercizio di quell’atto fondamentale per il quale, considerando l’effetto, si chiede ed indaga la causa proporzionata, necessaria, soddisfacente e sufficientemente esplicativa. L’ateo vede l’effetto, ma non vuol riconoscere la causa. In fondo il meccanismo perverso dell’ateismo è tutto qui.

Infatti, che fa l’ateo? La sua ragione a un certo punto del ragionare sulle cose o su sé stesso, si accorge o ha il sentore di dove porta e a cosa conclude l’applicazione finale, integrale e radicale del principio di causalità, blocca il suo procedere per impedirgli di arrivare al termine, perché la volontà non vuole trarre le conseguenze che dovrebbe trarre dall’incontro con Dio, mettendo in pratica i suoi comandamenti. 

Si tratta di un atto di frustrazione o interruzione di un processo vitale, simile a quello che avviene in certi peccati sessuali, come la masturbazione, l’onanismo o la sodomia: il soggetto impedisce che l’atto sessuale giunga alla sua naturale conclusione perché quello che gl’interessa non è che l’atto raggiunga il fine, ma semplicemente il poter fruire del piacere sessuale. L’ateismo di potrebbe così definire una masturbazione intellettuale.

La ragione, invece di trascendersi e superarsi nell’Alterità divina, non avanza ma ritorna sui suoi passi. Essa gira su sé stessa e verso sé stessa narcisisticamente: un atto di sodomia intellettuale. La ragione nel suo procedere, può trovare un intoppo. Ma mentre la ragione onesta, lo toglie e procede oltre, la ragione disonesta di chi non vuole andare fino in fondo e vuole evitare di incontrarsi con Dio, accorgendosi dell’intoppo, si ferma lì, ritenendo e facendo credere di essere già alla fine del percorso, mentre in realtà è bloccata metà strada.

Il concetto di causalità, spinto all’estremo del suo significato, originariamente trovato nel chiedersi il perchè dei fenomeni, conduce la ragione all’idea di creazione intesa come il causare l’essere dell’ente dal nulla. Conduce cioè alla scoperta di una Causa non solo efficiente e produttiva del divenire delle cose, ma dello stesso loro essere: productio totius entis, come dice San Tommaso, senza presupporre alcun soggetto precedente, come invece avviene nel nostro produrre o causare umano e della natura.

Per questo, chi non distingue ontologicamente ed analogicamente l’effetto dalla causa e quindi non intende Dio come causa prima assoluta, non può farsi l’idea di creazione. E quindi non può farsi l’idea di Dio. Può concepire un ente assoluto, infinito, necessario e perfettissimo, un id quo nihil maius cogitari potest, ma non sa farsi un’idea del rapporto di Dio col mondo e con lui.

La vera scoperta del Dio creatore del cielo e della terra, non è sufficientemente assicurata dalla semplice seppur poderosa intuizione anselmiana, schiettamente biblica e fatta poi propria da San Tommaso, dell’Essere massimo e necessario, identità di essenza ed essere, ma è veramente raggiunta solo partendo dall’esperienza dell’ente contingente, ente causato e creato, da Colui Che È, fosse anche soltanto un umile fiore o un umile canarino. E l’ente contingente, quale che sia, un angelo o un granello di sabbia, ci dice: non mi sono fatto da solo, ma è Lui che mi fa esistere. È solo a questo punto che scopriamo l’ipsum Esse.

Significativo a questo riguardo è il passo di Sap 13,1, dove è evidentissima l’applicazione del principio di causalità:

«Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero Colui che è e non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere». È enunciato chiaramente il primato della causa sull’effetto: «Se, stupìti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza. Se sono colpiti dalla loro potenza e attività, pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati. Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (vv.3-5).

Altro passo significativo è quello della Lettera ai Romani:

«dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute» (tois poièmasin, per ea quae facta sunt)(Rm 1,20).

Il principio di causalità è una legge e una forza teoretica inesauribile insita nella ragione, costitutiva della ragione, è la molla gnoseologica del cammino della ragione, la quale, partendo dalle prime evidenze dell’intelletto e del senso, e poggiando su di esse, come base certa e indistruttibile, avanza sicura nella conoscenza argomentata e comprovata della verità, ossia nella scienza. È ciò spinge la ragione ad avanzare verso sempre maggiori mete finché non sia sazia della conquista del massimo suo Oggetto, che è Dio. Inquietum cor nostrum, come dice Sant’Agostino, donec requiescat in Te.

I passi della ragione nel suo procedere si succedono gli uni agli altri secondo un moto spontaneo, logicamente necessario e consequenziale, ma nel contempo sono guidati dalla volontà, la quale, se è umile ed amante della verità, fa sì che la ragione arrivi all’affermazione dell’esistenza di Dio. Ma se la volontà è superba, e odia la verità perché il soggetto è attaccato al proprio io, allora la ragione si chiude in se stessa e alla trascendenza e produce inevitabilmente l’ateismo.

Nella discussione circa la questione dell’esistenza di Dio bisogna partire col mettersi d’accordo sul significato da dare alla parola «Dio». Oggi non c’è più il problema del politeismo. Tutti ammettono che se Dio esiste, è uno solo. Questo arreca molto vantaggio alla discussione, perché anche l’ateo su questo punto parte da un concetto giusto della divinità. Non c’è nessuno oggi, il quale, come Nietzsche, neghi il Dio unico ed auspichi un ritorno del politeismo.

Con la parola «Dio» si può intendere una causa prima, ossia una causa che sia solo causa, quindi una causa non causata. Altrimenti il problema si ripropone. Invece con la causa prima il domandare cessa e la ragione è soddisfatta. Ci si chiede allora: esiste una causa prima? Siccome occorre trascendere il mondo fisico, bisogna utilizzare un concetto analogico e metafisico di causalità, che tocchi l’essere come tale e non solo l’essere fisico. È la nozione di causalità usata da Tommaso nelle cinque vie ed è logico che allora arrivi a Dio, che è al di sopra delle cause fisiche.

Una volta dimostrata l’esistenza di una causa prima dell’universo, s’impone il problema di come concepirne l’essenza.  Infatti uno potrebbe concepire come causa prima ciò che causa prima non è. Qual è la vera causa prima? Come dev’essere? Ecco allora San Tommaso accingersi nelle questioni dalla 3 alla 26 della Prima Parte della Summa Theologiae, a stabilire gli attributi dell’essenza divina, così da ottenere il vero concetto di Dio.

È possibile credere nel vero Dio con un concetto difettoso, anche se tale difettosità non può superare un certo limite senza che il concetto venga guastato del tutto e non si possa più parlare di Dio, ma semmai di un idolo. Il concetto di Dio, per esempio, in Sant’Anselmo, in Eckhart, Cusano, o Rosmini è difettoso; ma è senza dubbio il vero Dio. Il Dio coranico presenta molti attributi giusti, ma altri lo contraddicono. Il concetto platonico o Aristotelico di Dio è molto elevato, ma mancano alcuni attributi, come per esempio la creazione.

È possibile infatti chiamare «Dio» ciò che non è Dio. Tutti abbiamo bisogno di un dio. Su qualcosa dobbiamo ben fermarci o poggiare, su qualcosa dobbiamo ben contare, in qualcuno dobbiamo ben credere o confidare, se non altro in noi stessi. Chi nega l’assoluto, assolutizza il relativo. Chi non adora il vero Dio, ne adora uno falso, anche se non lo chiama «Dio».

C’è chi crede di essere ateo perché senza saperlo rifiuta un concetto sbagliato di Dio. Maritain[7] parla a questo proposito di «pseudoateismo». Questa persona può apparire atea senza esserlo. Ci sono molti, per esempio, che si prodigano per il bene del prossimo e credono di essere atei. Ora essi possono essere degli atei apparenti o possono essere realmente atei. Avendone la possibilità o l’opportunità, è bene che il pastore faccia una verifica, in modo tale da far presente e da spiegare al tale che l’ateismo non fonda alcun amore per il prossimo, ma solo il proprio tornaconto, mentre il vero amore per il prossimo si fonda sull’amore di Dio. Se il tale apre gli occhi, sarà riconoscente al pastore che lo ha illuminato e s’accorgerà con gioia di non essere affatto ateo. Se invece è veramente un ateo reagirà in malo modo come se fosse stato offeso.

I premiati da Cristo al giudizio universale in Mt 25, 34-40 hanno amato il prossimo per amore di Dio senza rendersene chiaramente conto. È molto importante al riguardo quanto è detto nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II: «La divina Provvidenza non nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa da parte loro non sono ancora arrivati ad una conoscenza esplicita (expressam) di Dio e si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta» (n.16).

Come ho già detto, male ha interpretato Rahner credendo che qui il Concilio si riferisca agli atei. Niente affatto. Conoscenza di Dio implicita non è affatto ateismo, ma è sempre conoscenza di Dio. E non è neppure quella che egli chiama «esperienza originaria atematica preconcettuale di Dio» per il semplice motivo che essa non esiste. Si tratta invece appunto di quella conoscenza di Cristo che è implicita nei suddetti premiati da Cristo del cap. 25 di Matteo.

Fine Seconda Parte (2/3)

 P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 14 novembre 2020

Il tipico ragionamento che fa cadere nell’ateismo è quello narrato da Raissa Maritain, in riferimento all’ateismo nel quale cadde ella stessa da giovane.  ... Essa diceva a sé stessa: se Dio esiste dev’essere buono e onnipotente. Ma se permette il male o non è buono o non è onnipotente. Dunque non esiste.

C’è chi crede di essere ateo perché senza saperlo rifiuta un concetto sbagliato di Dio. Maritain parla a questo proposito di «pseudoateismo».

Raïssa Oumançoff e Jacques Maritain 

 

 

  Dichiara Fichte:

  «Io sono immortale, imperituro, eterno, quando decido di  obbedire alla legge della ragione. Io divengo a me stesso fonte del mio essere e del mio apparire; e da quel momento ho la vita in me stesso, indipendentemente da qualcosa fuori di me»

 Johann Gottlieb Fichte

 
 
 
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[1] Cf di Cornelio Fabro la pregevolissima monumentale opera storica Introduzione all'ateismo moderno, Studium, Roma, 1964 e la Voce ATEISMO nell’Enciclopedia Cattolica; Angelo Zacchi, La negazione, Editore Francesco Ferrari, Roma 1946, vol.I

[2] AA.VV., Le radici storiche e filosofiche dell’ateismo, in AA,VV, L’ateismo. Natura e cause, op. cit,, pp.41-67.

[3] Cit. da Siegmund, op.cit., p.62.

[4] Cit. da Siegmund, op.cit., p.58.

[5] Cf G.M.-M.Cottier, L’athéisme du jeune Marx et ses origines hégéliennes, Vrin, Paris 1959.

[6] Si provi a leggere senza pregiudizi l’opera magistrale di 900 pagine di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, il domenicano Réginald Garrigou-Lagrange, Dieu son existence et sa nature, Beauchesne, Paris 1950 e vedrà che cosa resta della critica kantiana.

[7] Il significato dell’ateismo contemporaneo, Morcelliana, Brescia 1954.


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