Gott mit uns - Le origini della dottrina del nazionalsocialismo - Terza Parte (3/5)

Gott mit uns

Le origini della dottrina del nazionalsocialismo

 Terza Parte (3/5)

Edith Stein, critica di Husserl e di Heidegger.

Ciò che desta meraviglia è l’ingenuità della Stein nell’entusiasmarsi di Husserl, venendo a sapere del quale, volle, ancor molto giovane, nel 1913, trasferirsi apposta a Gottinga per seguirne le lezioni, divenendo in seguito una fedele discepola talmente abile nel riprodurre il pensiero del maestro, da assurgere in ciò a fama europea.

Husserl infatti  in un libro di 950 pagine[1] si vantava d’aver scoperto una «nuova regione dell’essere» mediante la sospensione o epochè dell’ordinario «atteggiamento naturale», che ci fa vedere un mondo fuori di noi ed indirizza il nostro intelletto alla conoscenza di questo mondo, e l’assunzione di quello che egli chiamava «metodo fenomenologico», grazie al quale ci è riservata la scoperta della suddetta nuova regione dell’essere, fondata sulla «soggettività assoluta o trascendentale o coscienza pura o io puro», regione fino ad allora, al dire di Husserl, del tutto sconosciuta e mai fino ad allora indagata. In realtà si trattava di una riproposizione più pedante dell’ormai ben nota soggettività assoluta nata con Cartesio e che in diversi modi e forme fa da filo conduttore per tutto l’idealismo tedesco.

Con tutto ciò bisogna riconoscere ad Husserl il merito di aver puntato l’attenzione all’essere «fenomenologico», ossia all’essere così come appare immediatamente alla coscienza e di aver promosso l’intuizione emotiva della singolarità dell’altra persona (Einfühlung).

Sono questi i valori recepiti e sviluppati dalla Stein e presenti anche nel discepolo di Husserl Ingarden, a sua volta maestro di Karol Wojtyla, il quale anche da Papa amava vedere la fenomenologia come introduzione alla metafisica.

Ad ogni modo, occorsero degli anni ad Edith per accorgersi dell’impostura di Husserl nel presentarsi come recuperatore del realismo gnoseologico contro il positivismo e l’idealismo. La millantata nuova scienza assoluta dell’essere non era in realtà altro che il brodo riscaldato del vecchio idealismo tedesco; eppure tanta era l’abilità fabulatrice di Husserl, che dava a molti l’impressione di essere uno studioso serissimo, che Edith rimase affascinata ed ingannata per lunghi anni.

In realtà Husserl era un idealista mascherato da realista, che però all’inizio seppe fingere e solo a un certo punto gettò la maschera professandosi apertamente cartesiano. A questo punto molti dei suoi discepoli, delusi, lo abbandonarono, tra i quali anche la Stein, la quale abbracciò il realismo di S.Tommaso. L’impostazione fondamentalmente idealista del pensiero husserliano risulta da questa dichiarazione:

«L'essere dell'ego puro e delle sue cogitazioni, come un essere che è primamente in sé stesso, è antecedente all'essere naturale del mondo [...]. L'essere naturale è un reame il cui statuto esistenziale [Seinsgeltung] è secondario; perpetuamente presuppone il reame dell'essere trascendentale. Il metodo fenomenologico fondamentale dell'epoché trascendentale, poiché riconduce a questo reame, si chiama riduzione trascendentale-fenomenologica.»[2]

Evidentemente Husserl capovolge il rapporto del pensiero con l’essere. Invece di ordinare il pensare all’essere, ordina l’essere al pensiero, come avviene nella mente divina. È dunque l’uomo che si fa Dio.  

La cosa che meraviglia è come la Stein non si sia accorta prima dell’operazione truffaldina, la quale, a ben guardare, traspare tra le righe già dall’opera sistematica principale di Husserl, le Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, del 1913.

Fin dalle prime pagine Husserl annuncia lo scopo del suo lavoro,

 

«che possiamo indicare come la conquista di una nuova regione dell’essere finora non rilevata nella sua caratteristica, la quale, come ogni genuina regione, concerne un essere individuale, originariamente accessibile attraverso un genere di esperienza che le si coordina. …

 

L’essere da noi ricercato non è altro se non ciò che per motivi essenziali può venir indicato come “puri Erlebnisse”, “pura coscienza”, con i suoi “puri correlati” e d’altra pare il suo “puro io”. … Queste sfere di Erlebnisse sono proprio quelle da cui, grazie al nuovo atteggiamento, può scaturire il nuovo territorio, oppure: non ci accorgiamo che attraverso il metodo di un’epochè assoluta e totale, l’esperienza psicologica, che offre la dimensione psicologica stessa, si trasforma in un’esperienza totalmente nuova e diversa.

 

… Noi manteniamo dunque lo sguardo fermamente rivolto alla sfera della coscienza e all’io da essa inseparabile e cerchiamo di vedere che cosa vi si trovi di immanente. … Quello che assolutamente ci occorre è una certa visione comprensiva dell’essenza, da attingere attraverso la pura esperienza interna, alla pura visione interna della coscienza in generale. …

 

La coscienza va afferrata attraverso una conseguente esperienza interna, come una sfera in sé connessa, aperta-infinita e per sé conchiusa, provvista di forme proprie di immanente temporalità. … Attraverso la fenomenologica messa fuori gioco del mondo obiettivo, questa sfera immanente dell’essere perde bensì il senso di uno strato reale di quella realtà uomo (oppure animale), che inerisce al mondo e che presuppone già il mondo. Perde il senso di vita coscienziale umana, di quella vita, che chiunque può progressivamente afferrare mediante la pura esperienza interna. Ma non va semplicemente perduta: attraverso il mutato atteggiamento dell’epochè, ottiene il senso di una sfera assoluta dell’essere, di una sfera assolutamente autonoma. …

 

Così la sfera della pura coscienza rimane, con tutto ciò che da essa non può venir separato (e, tra l’altro, l’io puro), quale residuo fenomenologico, come una regione per principio peculiare dell’essere che, come tale, può diventare campo di una scienza della coscienza in un senso corrispondente – per principio – nuovo, il campo della fenomenologia. …

 

Rimane o meglio si dischiude per la prima volta attraverso l’epochè, la sfera assoluta dell’essere, la sfera della soggettività assoluta o trascendentale. … Risulterà tuttavia come la regione della soggettività assoluta o trascendentale porti in sé, in un modo del tutto peculiare, attraverso la reale o possibile costituzione intenzionale, l’universo reale, oppure tutti i possibili mondi reali, tutti i mondi in un senso largo. …

 

La consapevole attuazione dell’epochè fenomenologica si rivelerà come quell’operazione metodica, assolutamente necessaria, che è capace di dischiuderci con la regione assoluta dell’autonomia della soggettività, quel terreno dell’essere con cui è in riferimento, insieme con la nuova esperienza e con la fenomenologia, ogni filosofia radicale, quel terreno che le conferisce il senso di una scienza assoluta. E così si spiega perchè questa regione, che è nuova, e la corrispondente scienza nuova siano rimase finora sconosciuta»[3].

 

Un metodo filosofico che per raggiungere la verità si proponga di operare un «mutamento radicale dell’atteggiamento naturale» dovrebbe mettere in sospetto qualunque amante del realismo gnoseologico, giacchè non si vede quale nuova scienza dovrebbe sorgere dall’andare contro natura o nel capovolgere l’ordine naturale del conoscere.

Eppure la povera Edith, soggiogata dal fascino del falso profeta e troppo fiduciosa nelle promesse del maestro, impiegò alcuni anni ad aprire gli occhi. Ci volle nel 1921 la lettura dell’autobiografia di Santa Teresa d’Avila e successivamente l’incontro con la filosofia di San Tommaso, per farle capire che la vera indagine della coscienza non verte sui prodotti di un’inesistente panteistica «soggettività assoluta», ma su quanto la Parola di Dio comunica alla nostra anima. Ecco che allora, liberata dall’inganno idealista, uscì in queste splendide lucidissime parole:

 

«La via della fenomenologia trascendentale è giunta a porre come punto di partenza e centro della ricerca filosofica il soggetto umano.  Tutte le cose sono riferite al soggetto. Il mondo, che si costruisce negli atti del soggetto, resta sempre un mondo per il soggetto. Impossibile attraverso questa via (ed era l’obiezione che costantemente la cerchia degli allievi faceva al fondatore della fenomenologia) riuscire a lasciare la sfera dell’immanenza per ritrovare quell’oggettività, dalla quale era tuttavia partito e che premeva garantire: impossibile ritrovare una verità e una realtà esenti da qualsiasi relatività soggettiva.

 

Mai l’intelletto che cerca la verità sarà soddisfatto della trasposizione che risulta dalla ricerca trascendentale e che consiste nell’identificare l’esistenza con un processo di automanifestazione della coscienza. E tale trasposizione, in primo luogo perché relativizza Dio stesso, è in contraddizione con la fede. Veniamo qui a toccare l’opposizione più netta che separa la fenomenologia dalla filosofia cattolica: da un lato l’orientamento è teocentrico, dall’altro, egocentrico»[4].

Per quanto riguarda il rapporto di Edith Stein con Heidegger, essa, dopo aver fatta propria la metafisica di San Tommaso, scrisse un libro dal titolo Essere eterno ed essere finito per confutare la concezione heideggeriana dell’essere, che lo restringe alla finitezza, alla temporalità, ignorando che l’essere nella pienezza della sua perfezione è l’Essere eterno, l’Essere divino, infinitamente al di sopra dei limiti e della materialità dell’umano. 

È motivo di commossa meditazione il raffronto fra queste due persone, il cui pensiero è per motivi opposti così significativo per la cultura europea, due filosofi dei quali l’uno ha raggiunto il successo umano al servizio di un’ideologia satanica, mentre l’altra, teologa di alta sapienza, tanto da esser stata proclamata Dottore della Chiesa, è stata vittima innocente degli orrori di questa medesima ideologia, offrendosi per la salvezza di quel popolo dell’Antica Alleanza, che le forze del male hanno tentato di distruggere.

Stando così le cose, occorre osservare altresì che la Stein non fu uccisa tanto per il suo essere ebrea, quanto piuttosto per la sua testimonianza di teologa e di religiosa, le cui pubblicazioni erano note in tutta Europa, per cui, benchè in esse non si trovasse un’esplicita condanna del nazismo, essa appariva comunque chiara e bruciante per gli intellettuali e per i filosofi del regime, imbevuti di quell’hegelismo, heideggerismo e nietzscheanesimo, che erano quanto di più opposto si potesse pensare all’odiato tomismo abbracciato dalla Stein. In tal senso si deve dire che la Stein è stata uccisa in odium fidei e che quindi essa è Martire.

La controprova che i nazisti facevano questione più di idee che di razza – mi rendo conto di andar contro una opinione corrente – è sufficientemente data dal fatto che la fenomenologia di Husserl, continuata da Heidegger, fu accolta con favore dalla cultura nazista, benchè Husserl fosse ebreo, perché le idee di Husserl combaciavano, come ho dimostrato, con quelle dell’idealismo e del panteismo graditi ai nazisti. L’astuto Husserl aveva trovato il modo di sopravvivere, a differenza della povera sprovveduta Stein.

I nemici della verità, quando vedono uno che si barcamena piacevolmente dando ragione sia a chi ha ragione, sia a chi ha torto, dando l’apparenza di essere uno spirito aperto e liberale, lo accettano volentieri. Ma se uno si decide rigorosamente per la verità senza compromessi e contro l’errore, lo emarginano o lo perseguitano implacabilmente. Il vero amante della verità, invece, non trasforma l’aut-aut in un et-et; sa che non si può stare tra il sì e il no: o Cristo o Satana. Tertium non datur.

Lo sterminio degli Ebrei

Il modo come fu organizzato lo sterminio di sei milioni di Ebrei testimonia di ciò a cui può arrivare la malvagità umana, quando l’intelligenza è guasta da idee aberranti circa il bene e il fine dell’uomo e l’uomo può disporre alla grande dei beni della terra e degli strumenti della tecnica.

Non si registra in tutta la storia dell’umanità un’impresa criminale collettiva di simili proporzioni e di tale raffinata e studiata malvagità, e il bello è che ciò si è verificato in una potente e civile nazione animata da 1300 anni di cristianesimo, benchè già corrotto da alcuni secoli di eresia e di idealismo panteista. Come la sublimità del bene esce dal quadro delle nostre ordinarie categorie di comprensione, lo stesso avviene per il male ispirato dal demonio.

Lo stermino degli Ebrei teorizzato, voluto, pianificato ed organizzato ed eseguito con la tipica meticolosità e disciplina del tedesco ed un impiego di mezzi di impressionante portata, che si vorrebbe fossero stati impiegati per una causa degna. E invece.

Esso fu motivato dalla necessità teorizzata dal nazismo di eliminare il nemico del popolo tedesco come popolo eletto da Dio per dominare la terra. Ma trova giustificazione anche nella teoria dello Stato di Carl Schmitt, che sostiene che lo Stato ha il diritto di sopprimere i nemici interni che si oppongono al bene dello Stato. Ora qui dobbiamo supporre lo Stato nazista, che considera gli Ebrei presenti in esso come pericolo mortale dello Stato.

Sembra che la teoria di Schimtt circa il diritto dello Stato alla distruzione totale del nemico, che servì poi ai nazisti per lo sterminio degli Ebrei, abbia un aggancio con la pratica ebraica veterotestamentaria dello herem, ossia appunto dello sterminio totale del nemico, come è raccontato nella distruzione di Gerico.

Non c’è posto per due primati: o sussiste l’uno o sussiste l’altro. C’è una logica, per quanto perversa, nel modo di ragionare dei nazisti verso gli Ebrei: se il popolo scelto da Dio per assoggettare a sé l’umanità è il popolo ebraico, non c’è posto per quello tedesco. Ora, siccome invece Dio ha scelto il tedesco cristiano, s’intende luterano, e non l’Ebreo, ergo….

I nazisti considerandosi il vero popolo di Dio, vollero imitare Israele nell’occupare il territorio degli altri popoli. Come gli Islamici, essi erano convinti che Dio avesse destinato a loro tutta la terra, per cui essa apparteneva a loro di diritto. Occupare la terra altrui non era per loro un’invasione, ma appropriarsi di ciò a cui avevano diritto, anche in base alla teoria dello «spazio vitale», sostenuta dallo stesso Hitler. La terra promessa per i nazisti non era altro che il territorio tedesco.

La superiorità della razza tedesca rispetto a quella ebraica teorizzata dai nazisti è il simbolo della superiorità spirituale cristiana dei tedeschi nei confronti della spiritualità ebraica teorizzata da Rosenberg. 

Il volontarismo di Nietzsche[5]

Nel volontarismo di Nietzsche il sapere è identico all’essere che sua volta è identico al volere. In sostanza, come nota bene Heidegger nel suo Nietzsche, per Nietzsche essere vuol dire volere e precisamente volontà di potenza. La metafisica di Nietzsche è la metafisica della violenza, dell’aggressione, della guerra, del conflitto. Da notare che la dialettica hegeliana non è tanto lontana da questa visione di Nietzsche.

La differenza è che Hegel avrebbe una pretesa di logica, totalmente assente in Nietzsche, che è un esaltatore dell’irrazionale, del bestiale o, come egli dice darwinianamente, della «selezione naturale». Nessuna compassione per i deboli, i fragili e i malati: devono soccombere, perché devono sopravvivere i sani e i forti.  Questo è il principio della metafisica nazista messo in luce da Heidegger sulla base di Nietzsche visto come esplicitazione finale del cogito cartesiano:

«Nietzsche dice che la ricerca cartesiana di una certezza incontrovertibile è una “volontà di verità” come “non voglio essere ingannato” oppure “non voglio ingannare” oppure “voglio convincermi e rendermi saldo” come forme della volontà di potenza»[6] .

Non credo che Heidegger colga esattamente nel segno. Non si tratta in Nietzsche, come del resto in Cartesio, di volontà di verità, cosa che supporrebbe l’adaequatio intellectus et rei, ma si tratta del concetto cartesiano di verità, che ricompare in Nietzsche alla fine della parabola idealista: non mi attengo al vero, ma decido io ciò che è vero. Il cogito, come dice bene Fabro e per conseguenza il concetto nietzscheano della verità è un volo: voglio che sia così. Sit pro ratione voluntas. La volontà del Führer è legge.

La dottrina nazista dello Stato

La dottrina nazista, stando alla base dell’organizzazione statale di un’intera grande nazione come quella tedesca, ovviamente non poteva non possedere una dottrina dello Stato. E infatti questa è stata sostanzialmente quella di Hegel[7], con una venatura tratta dal Principe di Machiavelli, per giustificare la figura del Führer come despota assoluto il cui fine è il potere sulla massa, per cui qui interviene anche il superuomo nietzscheano, espressione della volontà di potenza, di quella volontà, come dice Hegel, che vuole se stessa, per cui non è regolata da una legge naturale o divina, ma solo da se stessa, perchè essa stessa è divina e sta al posto di Dio.

Per capire la dottrina nazista dello Stato occorre considerare che il suo principio guida e informatore è il cosiddetto Führerprinzip, il «principio-Führer». Di che si tratta? Per capirlo occorre che ci rifacciamo alla concezione hegeliana dello Stato in congiunzione col concetto nietzscheano di volontà di potenza. Hegel vede lo Stato come Sostanza divina di carattere organico, che si autodetermina nella pluralità di organi che sono i cittadini e le entità infrastatali, sul modello della concezione cristiana della Chiesa come Corpo mistico di Cristo.

Lo Stato è l’assoluta e sussistente volontà di potenza, dove i cittadini sono determinazioni particolari e fenomeniche di questa Sostanza. Essi hanno in essa il loro essere, ed essa è il vertice della loro essenza e potenza. L’io del cittadino è l’io del Führer e l’io del Führer è l’io del cittadino.

Lo Stato è dunque

«Sostanza etica consapevole di sé; la quale mediante il principio del volere che sa ed è attivo da sé, riceve insieme la forma dell’universalità saputa. Ha per contenuto e scopo assoluto la soggettività che sa; cioè vuole per sé questa razionalità»[8]. «L’essenza dello Stato è l’universale in sé e per sé, la razionalità del volere»[9]. «Lo Stato, in quanto Spirito vivente, è soltanto come una totalità organizzata e distinta in attività particolari»[10]. Il popolo si esprime nello Stato: «Il popolo come Stato è lo Spirito nella sua razionalità sostanziale, perciò la potenza assoluta sulla terra»[11].

«Lo Stato inteso come la realtà della volontà sostanziale, realtà che esso ha nell’autocoscienza particolare innalzata alla sua universalità, è il razionale in sé e per sé. Questa unità sostanziale è l’Assoluto immutabile fine a se stesso, nel quale la libertà perviene al suo supremo diritto, così come questo fine  ultimo ha il supremo diritto di fronte agli individui, il cui supremo dovere è esser membri dello Stato. … Lo Stato è lo Spirito oggettivo; l’individuo stesso ha oggettività, verità ed eticità soltanto in quanto è membro del medesimo»[12]. «Lo Stato è volontà divina, come Spirito presenziale, come Spirito esplicantesi a reale figura e organizzazione di un mondo»[13].

Prosegue Hegel:

«Nel diritto assoluto, nello Stato, nell’oggettività completamente concreta della volontà, è la personalità dello Stato, la cui certezza di se stesso – questo elemento ultimo, che toglie tutte le particolarità nella semplice medesimezza, interrompe la ponderazione degli argomenti pro e contra, tra i qual si lascia sempre oscillare di qua e di là e li decide con un: io voglio e inizia ogni azione e ogni realtà –. Ma la personalità e la soggettività in genere ha inoltre, come entità infinita riferente sé a sé, l’essente per sé, semplicemente verità, e semplicemente la sua più prossima immediata verità, soltanto come persona, soggetto essente per sé; è parimenti semplicemente uno. La personalità dello Stato è reale soltanto se intesa come una persona, il monarca»[14],

cioè il Führer. Lo Stato è una persona che s’identifica col Führer. Ma esso è anche la Sostanza degli individui. Ora la persona è volontà. Stato, Führer, popolo, singolo cittadino sono la stessa cosa, l’unica Sostanza divina. Dunque la volontà degli individui è la volontà del Führer e la volontà del Führer è la loro volontà. Volendo la loro volontà vogliono ciò che il Führer vuole. Volendo ciò che il Führer vuole vogliono la loro volontà. Questo è il Führerprinzip.

Sempre sulla concezione nazista dello Stato, nel presentare il pensiero di Carl Schmitt[15] in merito, Wikipedia informa:

«La statualità si caratterizza grazie al diritto all'eliminazione dei nemici esterni ed interni allo Stato. I primi possono essere individuati grazie allo ius belli, i secondi grazie all'identificazione ed eliminazione di coloro che «disturbano la tranquillità, la sicurezza e l'ordine» dello Stato.

Questa concezione del "nemico interno" fu ampiamente usata come giustificazione dell’idea di razza propugnata al convegno dei giuristi nazionalsocialisti tedeschi a Lipsia del 1933. Senza tale idea di uniformità razziale, uno Stato nazionalsocialista non sarebbe potuto esistere. Lo Stato di Schmitt è quindi un'unità politica suprema, fondata sull'unità sostanziale di tutti i suoi membri, e mostra la propria forza nella possibilità di disfarsi di nemici interni ed esterni, arrivando anche al loro annientamento se necessario».

È sulla base di queste tesi di Schmitt che il regime nazista decretò lo sterminio degli Ebrei, in quanto considerati «nemici interni», per cui allo Stato sarebbe stata concessa la «possibilità di disfarsi di nemici interni ed esterni, arrivando anche al loro annientamento, se necessario».

Lo Stato nazista, come si sa, non ammetteva una pluralità di partiti. Unico Partito era il Nazionalsocialista che s’identificava con lo Stato totalitario. Dissentire dalla linea del governo voleva dire essere nemici dello Stato. Lo Stato nazista, come ogni Stato totalitario e come pertanto anche quello fascista e quello comunista, non distingue fra un’opposizione ai princìpi dello Stato ed un’opposizione politica sul piano delle opinioni, ma l’opinione contraria alle opinioni dei governanti era calcolata come opposizione ai princìpi dello Stato. Si capisce allora la pena di morte per dei semplici oppositori politici, come fu il caso del povero teologo protestante Dietrich Bonhöffer e di tanti altri.

Fine Terza Parte

P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 15 agosto 2021
Memoria di Santa Teresa Benedetta della Croce.
Martire, Patrona d’Europa e Dottore della Chiesa
 

Stando così le cose, occorre osservare altresì che la Stein non fu uccisa tanto per il suo essere ebrea, quanto piuttosto per la sua testimonianza di teologa e di religiosa, le cui pubblicazioni erano note in tutta Europa, per cui, benchè in esse non si trovasse un’esplicita condanna del nazismo, essa appariva comunque chiara e bruciante per gli intellettuali e per i filosofi del regime, imbevuti di quell’hegelismo, heideggerismo e nietzscheanesimo, che erano quanto di più opposto si potesse pensare all’odiato tomismo abbracciato dalla Stein. In tal senso si deve dire che la Stein è stata uccisa in odium fidei e che quindi essa è Martire.

 Immagine da internet

[1] Nell’edizione italiana: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Einaudi, Torino 1976.

[2] Cartesianische Meditationen und Pariser Vorträge, ed. Stephan Strasser, Husserliana I, 2nd ed. Den Haag: Nijho, 1963, p. 61.

[3] Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Editrice Einaudi, Torino 1976, pp.68-71.

[4] Cit. da Elisabeth de Miribel, Edith Stein. Dall’Università al lager di Auschwitz, Edizioni Paoline, Milano 1987, p.61.

[5] Cf il mio articolo L’Anticristo in Nietzsche e nella Bibbia, in Sacra Doctrina, 6, 1998, pp.77-134.

[6] Nietzsche, Edizioni Adelphi, Milano 203, p.683.

[7] Cf J. Maritain, La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, pp.197-209.

[8] Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, op.cit., p.473.

[9] Ibid., p.474.

[10] Ibid., p.475.

[11] Lineamenti di filosofia del diritto, Editori Laterza, Bari 1990, p.260.

[12] Ibid., p.196

[13] Ibid., p.207.

[14] Ibid., p.225.

[15] È la figura più eminente di giurista teorico del diritto nazista. Cattolico, uomo coltissimo, si seppe destreggiare con estrema abilità fra il suo essere cattolico e collaboratore di primo piano del regime nel campo del diritto. Probabilmente ha giocato un ruolo di primo piano nella stipulazione del  concordato fra la Santa Sede e il regime nel 1933. Del resto Hitler stesso e molti gerarchi nazisti si consideravano cattolici, benchè prevalessero i protestanti, i quali si vantavano di essere loro i veri rappresentanti del cristianesimo tedesco, alla scuola di quanto aveva insegnato Lutero. Schmitt al processo di Norimberga fu accusato di collaborazionismo, ma egli con la sua abilissima dialettica e grazie alla fama internazionale che si era guadagnato, ebbe salva la vita. Vedi Carl Schmitt, Risposte a Norimberga, Editori Laterza, Bari 2006.

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