Papa Francesco e gli omosessuali

Da dove parte il Papa

Nell’ultima parte dell’Enciclica Fratelli tutti il Papa, con alcune elevate considerazioni filosofiche, mostra il fondamento ontologico, antropologico e morale della fratellanza umana universale, facente capo alla dignità della persona umana e all’universalità della natura umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio, uomo e donna, fondamento dell’uguaglianza umana e dell’universalità della legge morale naturale, uguale per tutti e per conseguenza degli inalienabili ed insopprimibili diritti ed indispensabili doveri universali dell’uomo, corrispondenti ai divini precetti del decalogo mosaico, norme supreme della legislazione della Comunità internazionale, nonché delle costituzioni e dei codici civili degli Stati.

Questa poderosa affermazione dell’oggettività ed universalità della natura umana, congiuntamente a quella della assoluta obbligatorietà per tutti della legge morale naturale, obbedendo alla quale ogni uomo raggiunge la sua perfezione e la sua felicità, è accompagnata per tutto il corso dell’Enciclica da una severa e martellante condanna di ogni forma di individualismo, soggettivismo, edonismo, idealismo, chiusura mentale, egocentrismo, sopruso, ingiustizia individuale e sociale, politica ed economica, violenza fisica, psicologica o morale, sotterfugio, falsa libertà e volontà di dominio e di potenza del soggetto individuale o collettivo, che pretenda di sottrarsi all’obbedienza alla legge di Dio ed al rispetto della legge e del diritto naturale.

Papa Francesco respinge quindi nettamente la concezione rahneriana della persona, intesa come soggetto singolo autoregolantesi, che non applica nel concreto le esigenze di una natura umana oggettiva ed universale, ma determina liberamente il proprio essere singolo, in una plasmazione di sé e in un’autotrascendenza atematica ed immanentistica, in forma totalmente soggettivistica ed esistenziale, al di fuori di ogni partecipazione a un bene comune ed universale.

Per Rahner non esiste una natura umana universale, perché egli riduce l’essenza universale all’esistente concreto. Non esiste una natura umana immutabile, perché egli la dissolve nel divenire storico.  Non esiste un’unica definizione dell’uomo oggettivamente, assolutamente ed universalmente vera, perché secondo lui ne esistono tante quante sono le filosofie, le culture, le scienze e le religioni, tutte vere, benché contradditorie fra di loro in rapporto al punto di vista di ciascuno. La concezione proposta dalla Chiesa e dalla Bibbia non è altro per Rahner che una fra le altre ed è storicamente e culturalmente condizionata. Così per esempio la condanna della sodomia non ha valore assoluto ed oggi potrebbe essere respinta.

Per questo Rahner è un evoluzionista poligenista, che considera un mito il racconto della creazione di Adamo ed Eva con il relativo racconto del peccato originale e del suo castigo, respinge e relativizza tutti i dogmi del Magistero che trattano della natura umana, in particolare la distinzione fra natura umana e persona umana del Concilio di Calcedonia del 451, la distinzione spirito-corpo del Concilio Lateranense IV del 1215, l’anima forma corporis del Concilio di Viennes del 1312, il dogma della visione beatifica del 1336, l’immortalità dell’anima del Concilio Lateranense V, nonché la dottrina del libero arbitrio del Concilio di Trento e quella del potere della ragione umana del Concilio Vaticano I. Inoltre respinge gli insegnamenti di Pio XII e di San Paolo VI sull’universalità e l’immutabilità della legge morale naturale.

Per Rahner non esiste una norma universale, dalla quale debbano discendere, come sua applicazione nel concreto, per essere leciti e buoni, tutti i singoli atti umani, legge all’interno della quale gli atti debbano esser collocati. Al contrario, per Rahner, la norma morale è un semplice quadro o ideale astratto, che per essere reso operante nel concreto, dev’essere superato, completato e concretizzato dall’iniziativa del singolo, che deve agire. Ossia per Rahner l’uomo non ha solo il dovere di applicare la legge, ma di completarne il dettato, togliendone l’astrattezza, rendendola concreta.  

Ora bisogna dire che il rapporto della legge con l’atto umano concreto non è esattamente questo. L’uomo non deve assolutamente aggiungere nulla alla legge, ma deve semplicemente obbedirle e metterla in pratica, incarnare la legge nei fatti. L’atto umano moralmente buono non deve avvenire al di sopra, ma nell’orizzonte della legge. Tra-valicare o trans-gredire (=gradior=avanzare, muovere il passo) la legge vuol dire non mettere in pratica la legge[1].

Per Rahner il singolo uomo non determina il proprio agire secondo una norma universale oggettiva a lui preesistente e da lui indipendente, ma secondo la sua volontà singola. Sarebbe questa per Rahner, la «libertà». L’etica di Rahner non si fonda sulla verità, ma sulla libertà. Per lui non è la verità che rende liberi, ma è la libertà che rende veri. Per lui non è il concetto e la ragione che colgono il reale, ma è la volontà, con una «trascendenza» attiva, una «opzione fondamentale» dinamica, preconcettuale (il Vorgriff) ed atematica. Per questo, per Rahner la verità razionale è incerta e relativa; non è scienza ma opinione.

Invece ciò che per lui è certo è che siamo liberi. Per questo, se stabilire la verità sull’uomo e sulla legge morale con la semplice ragione è impossibile, resta la possibilità, la facoltà ed anzi il dovere da parte di ciascuno, in mancanza di una legge universale, di stabilire e decidere egli stesso, ogni volta, nel variare delle situazioni e dei tempi, ciò che è bene e ciò che è male.

 Ma è chiaro che sarà un bene o un male solo per lui, senza la pretesa di cogliere un valore universale valido per tutti, anche perchè ognuno ha il diritto di stabilire per conto proprio e non attingendo a un inesistente principio universale ciò che è bene per lui. Non esiste dunque per Rahner un bene in sé valido per tutti, ma ognuno decide per conto proprio ciò che è il suo bene.

Scompare il concetto di un bene oggettivo, universale e comune. Tutti i valori filosofici, morali, teologici e dogmatici si risolvono nello storico e nel relativo. Di conseguenza, sul piano sociale, non c’è più il bene pubblico, ma solo il privato. Il governante non può imporre ai cittadini il rispetto per il bene comune, perché nella visuale di Rahner, il comune e l’universale sono solo un’astrazione priva di aggancio nella realtà. Ma il governante può imporre solo il suo interesse privato facendolo eventualmente figurare, se ha imparato dagli insegnamenti di Machiavelli, come bene comune.

E similmente il cittadino non ha nessun obbligo di servire un «bene comune», che in realtà sono gl’interessi di chi comanda, ma bada invece solo a fare i suoi propri interessi, infischiandosi del bene comune. E perché per Rahner non c’è un bene comune? Perché non c’è un bene universale? Perché non esiste una legge morale universale. E perché non c’è una legge morale universale? Perché non esiste una natura umana universale. E perché non esiste una natura umana universale? Perché la ragione non coglie l ’universale, ma solo il concreto. Non si tratta altro che della gnoseologia di Guglielmo di Ockham condita con l’irrazionalismo di Lutero. È tutto logicamente collegato e consequenziale; peccato che sia sbagliato il punto di partenza.

È chiaro che allora in questa concezione sparisce l’idea di una fratellanza o di una legge universale e di un bene comune. Ed applicando questo principio nel campo dell’etica sessuale, scompare la legge morale universale, ed ognuno, per dirla con Padre James Martin, è libero di scegliere il proprio «orientamento sessuale», senza tener conto di leggi universali, che non esistono, ma solo in base alla sua preferenza personale, alla tendenza del suo istinto e al piacere che gli procura. Ricompare il vecchio motto epicureo dell’Aminta di Torquato Tasso: «S’ei piace, ei lice».

Vorrei dire a Padre Martin che i sessi non sono moltiplicabili a piacimento, come si farebbe con i prodotti di un’industria, perché il sesso dell’uomo non è un prodotto dell’uomo, e non è soltanto una facoltà animale, ma è una facoltà umana di altissima dignità, creata da Dio uomo e donna, destinata alla vita eterna, inscindibilmente congiunta allo spirito umano e alla vita di grazia, essenziale alla costituzione della persona umana. Papa Francesco di recente lo ha chiamato «dono di Dio».

Perché dunque solo due sessi e non di più? Sarebbe come chiederci: perché solo due occhi, due braccia, due gambe e non di più? Qual è quell’intelligente che si pone delle domande del genere? E perché mai prendere sul serio chi si domanda perché i sessi non potrebbero essere più di due? Con tutto ciò vogliamo prenderli sul serio. Dispiace solo che la discussione tra Domenicani e Gesuiti, sia così scaduta di tono, dopo la memorabile, gloriosa e grandiosa disputa De Auxiliis della fine ‘500, nel corso della quale, alla presenza del Papa, il Padre Bañez difese a spada tratta la «premozione fisica» contro la «scienza media» del Padre Molina».

Tornando a Rahner, possiamo dire che in sostanza nella sua impostazione morale esiste effettivamente la possibilità di ammettere o costruire un terzo sesso, giacché la sodomia e quindi la convivenza tra omosessuali può non apparire come peccato, ma come una possibile legittima scelta di vita sessuale, sulla base del principio che l’etica sessuale non è regolata dall’osservanza di quelle norme morali che consentono alla facoltà sessuale di realizzare il proprio fine, che è l’unione fra uomo e donna nel matrimonio aperto alla procreazione. Ma è regolata solo dal piacere personale. Ora invece il possesso della facoltà sessuale si fonda  sul fatto di possedere una natura animale. Questo possesso è essenziale all’uomo, benché non solo all’uomo, ma anche agli animali. L’uomo in più dell’animale, possiede la ragione. 

Ora, però, secondo Rahner, la natura umana non è una natura definita, fissa, determinata ed immutabile, ugualmente presente in ogni uomo, seppur diversificata da individuo a individuo. Non è una sostanza o essenza stabile, con proprie finalità e leggi di funzionamento immodificabili dall’uomo stesso. Tutt’altro. Per Rahner la natura umana è indefinibile ed indefinitamente variabile e plasmabile.  Ogni uomo plasma la propria natura individuale con la propria volontà. 

Per questo, per Rahner ogni uomo non vive la propria sessualità soltanto in un modo diverso dall’altro, pur essa restando essenzialmente la stessa, maschile e femminile, in tutti gli individui umani; Rahner non si accontenta di queste differenze del tutto normali e legittime, ma dalla sua etica discende la pretesa che l’uomo, con la sua libera volontà, abbia la possibilità e la libertà di determinare addirittura forme di sessualità estranee a quella naturale, voluta dal Creatore e questo è assolutamente inaccettabile.

Per questo il Padre Martin si dimostra perfetto rahneriano, quando sostiene che l’omosessuale non pecca, ma semplicemente sceglie un diverso orientamento sessuale, come se scegliere fra eterosessualità ed omosessualità fosse uguale a scegliere tra le vacanze al mare e quelle in montagna.

 L’espressione «orientamento sessuale» usata da Martin con riferimento alla facoltà o libertà di scegliere tra etero ed omosessualità, lascia chiaramente intravvedere lo sfondo rahneriano: la scelta umana legittima non è quella fra due possibili diverse concretizzazioni o applicazioni di una legge universale conformi alla natura umana, ma è tra atti volontari con i quali il soggetto eleva arbitrariamente a legge il volere privato della propria volontà. Sit pro ratione voluntas. È il concetto hegeliano della volontà: «la volontà vuole se stessa».  Siamo nel puro volontarismo: la delizia di tutti i dittatori, di tutti i prepotenti, di tutti i violenti.

 La legittimazione dell’omosessualità nasce da questa impostazione. Per questo per Rahner l’azione umana non è l’applicazione nel concreto di una legge generale, ma è il compimento di un atto che coincide con la legge. Da qui viene che per Rahner la libertà umana non è solo la scelta di un atto concreto, ma è la stessa determinazione della legge, perché la legge stessa è un indirizzo concreto.

Il Pontefice nella sua Enciclica nota altresì che benché gli uomini siano stati creati con l’inclinazione alla fraternità e siano chiamati da Dio a praticarla, con l’esercizio dell’amore fraterno, della solidarietà, della giustizia e della misericordia, trovando in essi pace e felicità, purtroppo spesso di fatto, a causa delle conseguenze del peccato originale, che ha il suo primo effetto nell’assassinio di Abele da parte del fratello Caino, hanno pure una tendenza a tutti quei peccati elencati sopra, dai quali sono liberati solo se la fratellanza naturale diventa cristiana ad opera della grazia divina, che, col battesimo, li rende figli del Padre, fratelli di Cristo, mossi dallo Spirito, membri della Chiesa.

Il senso e il peso delle parole del Papa

 Il recente intervento del Sommo Pontefice circa la questione della eventuale «copertura legale» delle unioni omosessuali, le cosiddette «unioni civili», per poter essere compreso nella sua giusta luce e livello di autorità, dev’essere inquadrato nell’orizzonte di queste premesse.

Il Papa ha più volte condannato la sodomia; ma è viva in lui la preoccupazione che le persone omosessuali possano vivere una vita da figli di Dio, non, come alcuni hanno male interpretato, nel senso di «formarsi una famiglia», cosa impossibile per una coppia del genere, dato che la famiglia richiede il padre e la madre, ma di «vivere in una famiglia», ossia fruire di un ambiente familiare, sociale o ecclesiale, adatto ad un saggio accompagnamento, che possa aiutarli a valorizzare le loro buone qualità e a correggere la loro cattiva tendenza.

Papa Francesco con questo suo intervento a favore di una legge dello Stato a sostegno delle unioni civili ha preso una posizione opposta a quella espressa da un documento della CDF del 2003 Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, nel quale appunto si condanna come irragionevole e contraria alla legge naturale un’eventuale legge civile allora ventilata in Italia a favore delle coppie omosessuali. Certamente una materia del genere non è di carattere dottrinale ma pastorale, per cui, in linea di principio, un Papa può cambiare quello che ha deciso un suo predecessore anche vicino nel tempo, come è stato San Giovanni Paolo II.

Trattandosi di una materia pastorale, il Papa non è infallibile, per cui non è proibito avanzare delle obiezioni o mostrare delle riserve. L’impressione che ci viene è che il Papa con l’approvare una convivenza, metta la coppia nell’occasione di peccare maggiormente che se i due risiedessero in domicili diversi, pur avendo facilità d’incontrarsi.

Sembra che il Papa, per un’eccessiva premura che ai due possa essere assicurata una vita dignitosa e la possibilità di mettere in comune o di integrare vicendevolmente le qualità che Dio ha dato loro, trascuri il fatto che in fin dei conti essi hanno come tutti il dovere di esercitarsi nella temperanza sessuale. La convivenza è concessa agli sposi sia per esprimere il loro amore anche con gli atti sessuali e per consentire l’ambiente adatto per l’educazione della prole. È un’altra cosa.

D’altra parte il Papa stesso, parlando per gli omosessuali di una vita «in famiglia» sembra suggerire l’importanza di questa convivenza o con i familiari o in una comunità di tipo familiare o comunque in un ambiente accogliente, che sia improntato ad un clima di famiglia. Si pone inoltre la questione del tipo di contratto o patto che i due dovrebbero stipulare con un’unione legalmente riconosciuta, e con quali obblighi e diritti tra di loro e davanti alla comunità civile ed ecclesiale.

Inoltre, stante il fatto che si tratta di un legame che, benché possa avere un aspetto moralmente accettabile ed onesto, come possono essere interessi ed attività comuni, presenta anche un aspetto di disonestà o peccaminosità, ci si chiede come questo secondo aspetto possa entrare a costituire un patto di carattere giuridico, che comporta evidentemente un impegno e una promessa di fedeltà. Si può concepire o permettere o promettere di essere fedeli ad una pratica peccaminosa? Sarà, questo, un buon proposito? Punibile se si manca? Giustifica la gelosia? Un amore esclusivo? Indissolubile? Su quale fondamento?

Altra considerazione che si può fare è che forse il Papa potrebbe citare quegli omosessuali cattolici, i quali non fanno affatto un vanto della loro condizione, ma la vivono con sofferenza, ben sapendo di peccare e per questo si sforzano di correggersi, come fu il caso del noto cantante bolognese Lucio Dalla, il quale si confessava dal noto biblista domenicano Padre Bernardo Luigi Boschi. Sicuramente costoro sarebbero contrari alla legalizzazione delle unioni omosessuali.

Per tutte queste considerazioni, dobbiamo stare attenti a non dare alle parole a braccio del Papa più importanza di quanta non ne hanno. La cosa saggia da fare, secondo me, è aprire un dibattito mettendo a confronto quanto ha detto il Papa col documento della CDF del 2003.

Non è affatto detto che Papa Francesco con quel breve discorso improvvisato pronunciato davanti ad una giornalista, intenda invalidare il parere espresso dalla CDF, sostenuto da serie considerazioni di notevole importanza, benché, ripeto, di per sè un Papa successivo, che potrebbe essere proprio Papa Francesco, ha, se lo crede opportuno, la facoltà di mutarlo, trattandosi di disposizioni pastorali e non dottrinali. Ma adesso è troppo presto per esprimere un parere in merito. 

Ci si potrebbe chiedere se non sarebbe una soluzione migliore che lo Stato concedesse alla coppia uno status giuridico, che legalizzasse in qualche modo la loro unione, ma nel contempo prescrivesse ai due di vivere in domicili separati, al fine di moderare questo tipo di unione, che se a lungo andare, come si prevede, dovesse moltiplicarsi, questo tipo di unione infeconda verrebbe a costituire un pericolo o un freno per l’incremento della popolazione, incremento che, anche indipendentemente dalla presenza di queste unioni, segna, come è noto, nei paesi europei, una preoccupante battuta d’arresto, per non dire che la popolazione è in calo.

C’è chi sostiene che non c’è da preoccuparsi, perché, per esempio in Italia, se calano gli Italiani, potranno essere sostituiti da immigrati africani. Ma noi Italiani possiamo rassegnarci ad essere un popolo in via di estinzione a somiglianza delle foche e degli orsi polari? Che cosa avrebbe detto il buon Gioberti autore del famoso Primato morale e civile degli Italiani?

Non spetta allo Stato ma alla Chiesa, certamente, educare le persone e i giovani alla castità. Tuttavia lo Stato, che non può non trovare nella famiglia la cellula della società, ha certo il dovere di prendersi cura di tutti i cittadini, compresi quelli che in vari misure ostacolano o disturbano il bene comune, ma è evidente che non può a costoro concedere condizioni di vita tali da favorirli in questa condotta e bisogna che invece promuova la loro rieducazione e la loro sensibilizzazione mediante un opportuno sistema scolastico, alle esigenze del bene comune.

In questo delicato compitolo lo Stato può contare sulla preziosa ed insostituibile collaborazione della Chiesa. Per questo, secondo me, sarebbe bene che Papa Francesco, prima di insistere sulla sua posizione, tenesse conto anche delle sagge considerazioni del documento della CDF.

Secondo me, la Chiesa dovrebbe proporre una soluzione diversa da quella delle unioni civili presa dallo Stato. La Chiesa conosce meglio dello Stato sia la dignità della persona, sia le sue miserie e sia le sue risorse. Per questo essa ha sempre chiesto alla persona da una parte di più di quanto può chiederle lo Stato, e dall’altra si è sempre manifestata più misericordiosa dello Stato, attenta ai bisogni, ai quali lo Stato non era in grado di andare incontro.

E ciò la Chiesa lo ha fatto grazie agli istituti religiosi, in continuo rigoglio e rinnovamento per ovviare alle sempre nuove esigenze e ai nuovi bisogni, a volte drammatici, che emergono dalla società. Si potrebbe quasi dire che oggi occorrerebbe fondare un istituto religioso appositamente dedito all’assistenza agli omosessuali.

Non vedo nessun problema a che la Chiesa abbia iniziative sue, accanto a quelle dello Stato: assistenza, certo, quando e se è possibile, a coppie di fatto o legalmente riconosciute; ma secondo me la Chiesa dovrebbe avvicinare anche e soprattutto quegli omosessuali, che tuttora non convivono, ma vivono in famiglia o comunque con persone con le quali non praticano la sodomia.

Occorre far presente all’omosessuale e persuaderlo che la sua più naturale tendenza, assolutamente insopprimibile ed insostituibile, donatagli da Dio, tendenza, pertanto, nella quale sola può trovare il vero piacere, il vero amore e la vera felicità, è l’eterosessualità. Per questo fatto non esiste l’omosessuale puro, del tutto insensibile all’altro sesso.

Infatti, tutto sommato, la tendenza omosessuale, per quanto possa essere forte, è un fatto accidentale, sopraggiunto col peccato originale, e destinato a sparire nella futura resurrezione, nella quale sarà ripristinata in pienezza quella comunione fra uomo e donna, che è stata spezzata col peccato originale. Non per nulla il linguaggio tradizionale parla di peccato «contro natura», s’intende contro la natura animale dell’uomo. Si potrebbe dire «controbiologico».

La tendenza alla sodomia non è altro che una delle tante tendenze della lussuria, che spinge a cercare il piacere sessuale per sé stesso, al di fuori dell’ordine della ragione, non importa il mezzo o il modo per ottenere questo fine, si tratti della masturbazione, della fornicazione, dell’adulterio, della prostituzione, della pedofilia o quant’altro. Le pratiche ascetiche e gli accorgimenti pratici per guarire dalla lussuria e raggiungere la temperanza sessuale sono quindi sostanzialmente uguali nella sodomia come in tutti gli altri vizi sessuali.

Dovere dell’educatore è quello di magnificare i valori del matrimonio e della famiglia, mentre è bene che egli istruisca il soggetto circa il progetto divino del Genesi e della resurrezione, mettendo in luce la reciprocità psicologico-spirituale fra uomo e donna[2].

Nella fattispecie della sodomia può essere utile anche un accompagnamento di tipo psicologico, tale da stimolare l’interesse eterosessuale con opportuni incentivi psicoterapeutici e farmacologici, se esiste anche una componente neurologica od ormonale, in modo simile a quello col quale si cura la frigidità sessuale o l’impotentia coeundi.

Il progetto divino sull’uomo e la donna

Chi è attirato dal proprio sesso non conosce la bellezza dell’esser attirato dall’altro sesso, bellezza che suppone quell’armonia fra piacere fisico e piacere spirituale, che l’omosessuale non conosce, pur essendo anche lui fatto e creato da Dio per gustare tale armonia. Il piacere infatti che l’omosessuale non conosce è un piacere molto superiore a quello del sesso, è il piacere della ragione che pone ordine nella vita sessuale, è il piacere spirituale dell’esercizio della castità; è il piacere e la pace della coscienza pura e casta, libera dalla colpa della lussuria.

Il primo passo per gustare questa bellezza è dato dalla comprensione e dall’ammirazione per il progetto divino sulla sessualità umana, progetto che possiamo contemplare nel racconto della creazione di Adamo ed Eva, congiuntamente al progetto escatologico della felicità finale dell’uomo e della donna, dopo la conclusione della travagliata storia della natura decaduta ma redenta dal sangue di Cristo.

La storia presente è una fase di decadenza dallo stato edenico, ma, grazie all’opera della Redenzione, è anche una fase preparatoria a una superiore unione dell’uomo e della donna alla resurrezione gloriosa. Quando Dio ha creato Adamo, la prima cosa che ha pensato non è stata quella di consentire ad Adamo di riprodurre la specie, come per lungo tempo in passato si è creduto, ma è stata quella di riempire la sua solitudine, dandogli una compagna simile lui, come nessun’altra delle creature della terra, tratta da una costola, cioè dalla sua stessa carne, uguale a lui in dignità essenziale, benché diversa come persona fisicamente e spiritualmente, ossa delle sue ossa e carne della sua carne, che stesse «di fronte» o «davanti», (kenegdo, Gen 2,18), faccia a faccia.

Jahvè pensò poi certamente di ottenere la riproduzione della specie dall’unione sessuale di Adamo con Eva, per cui Adamo si unirà con la sua donna. Non con una donna qualsiasi, ma con la sua. È il concetto del matrimonio: ad ogni uomo sposato la sua donna e ad ogni donna il suo uomo. Ecco dunque l’esclusività tipica dell’amore coniugale, col relativo valore dell’unità, della fedeltà reciproca e dell’indissolubilità.

Il matrimonio non dev’essere sciolto, perché l’uomo non deve dividere ciò che Dio ha unito. Purtroppo di fatto, con la natura decaduta, diventerà dissolubile.  L’unità serve anche all’educazione della prole, bisognosa di una lunga presenza educativa dei genitori, in stretta collaborazione fra di loro ed in una reciproca complementarità, necessaria a una maturazione equilibrata e completa della prole.

Ma Jahvè guarda al destino eterno dell’uomo, la resurrezione della carne, al di là del matrimonio. Mentre il «crescete e moltiplicatevi» vale solo per l’Eden e la vita presente, Dio ha voluto che l’aumento numerico e quindi il matrimonio cessassero alla fine della storia presente, per dar luogo ad un’umanità, quella dei risorti, dove resta solo il «non son più due, ma una sola carne», resta solo l’amore e la reciprocità.

Nella vita presente conseguente al peccato originale, la carne si ribella allo spirito e lo spirito schiaccia la carne. O lo spirito è soffocato dal sesso o il sesso è odiato dallo spirito. L’uomo è lacerato fra l’edonismo e la frigidità, fra il lassismo e il rigorismo. L’armonia edenica tra sesso e spirito è spezzata.

«Se il tuo occhio ti scandalizza», toglilo, dice il Signore. L’uso del sesso è di ostacolo a coloro che aspirano a una maggiore libertà di spirito: sono i religiosi, i monaci, gli eremiti. Da qui la scelta di «farsi eunuchi per il regno dei cieli». Ma già da questa vita ricevono in cambio il centuplo, oltre al premio della vita eterna. In ogni caso dovere di tutti è domare e mortificare la carne, affinchè domini lo spirito. Quando confesso un omosessuale, gli ricordo che le regole ascetiche per l’acquisto della castità sono sostanzialmente le stesse per tutti, etero od omosessuali che siamo.

L’omosessuale non si trova in una posizione svantaggiata. Tutti dobbiamo lottare contro la carne; non importa che sia per un verso o per l’altro. Un tempo gli omosessuali li chiamavano «invertiti», persone che non vanno nel verso giusto, come uno che torna da dove era partito, perché smarrisce la meta, a differenza di chi va verso la meta. Ma nei viaggi della vita presente gli uni e gli altri devono superare gli stessi pericoli di chi viaggia.

Un paragone con i divorziati risposati

È possibile paragonare le relazioni omosessuali alla situazione dei divorziati risposati. Nell’uno e nell’altro caso abbiamo comunioni umane problematiche, relative alla vita sessuale, che impegnano fortemente la prudenza e la carità della Chiesa. La nota 351 dell’Amoris laetitia è l’unico punto nel quale il Papa fa riferimento all’eventualità di permettere ai divorziati risposati l’accesso ai sacramenti. Dice: «In certi casi l’aiuto della Chiesa ai divorziati risposati potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti».

Il Papa non parla di permesso effettivo, ma di un’ipotesi di permesso, dato che c’è il condizionale «potrebbe» e non l’indicativo «possono». Il Papa sottintende certo la sua facoltà di dare il permesso, ma per ora non lo dà, benché potrebbe darlo. Infatti  una vera norma è all’indicativo e non al condizionale.

Ora invece gli omosessuali sono ammessi ai sacramenti. La loro posizione davanti alla Chiesa sembra dunque meno censurabile di quella dei divorziati risposati.  Si nota comunque anche qui un contrasto con il n.89 dell’Esortazione Apostolica Familiaris consortio, il quale esclude tassativamente i divorziati risposati dai sacramenti.

Siamo sempre sul piano pastorale, dove un Papa può cambiare quello che ha fatto uno precedente. Si potrebbe osservare che almeno nel caso dei divorziati risposati abbiamo un rapporto sessuale biologicamente normale. Ci si potrebbe chiedere se nel caso della legalizzazione dell’unione omosessuale, moralmente più biasimevole del matrimonio dei risposati, possa esser lecito o conveniente che i due conviventi accedano ai sacramenti.

Ma anche in questa materia dovremmo attenderci il parere del Papa. Comunque, non sappiamo se il Papa insisterà nella sua proposta. Indubbiamente la questione dibattuta in Parlamento mette in gioco alti valori morali, che interpellano la Chiesa. Il fatto che il Papa sia intervenuto non è necessariamente un’interferenza nella libertà del Parlamento. Quello che lascia perplessi è la qualità dell’intervento, che per un’esagerata preoccupazione di salvaguardare la dignità umana degli omosessuali, finisce però – così almeno pare – per opporsi in modo troppo blando a quel grave vizio che è la sodomia.

Occorre inoltre tener presente che mentre i divorziati risposati sono già legati da un patto civile, per cui per cause di forza maggiore possono essere giustificati o scusati se non si separano, l’omosessuale ha la facoltà di non avviare un’unione civile col compagno, un’unione che per entrambi sarebbe un’occasione continua di peccato.

 

La sodomia è peccato non solo contro la natura razionale dell’uomo, 

ma anche contro la sua natura animale

 

 Se è vero che l’uomo è un animal rationale, si deve dire che l’etica sessuale coinvolge la persona nella sua totalità: anima e corpo, senso e intelletto, volontà e passione, intuizione e ragionamento, conscio ed inconscio, cultura e natura, istinto e libertà, emozioni e sentimenti, relazione con sé, relazione con l’altro e con Dio, piacere spirituale e piacere sessuale.

Nei peccati contro il sesto comandamento esiste certamente una graduatoria nella gravità a seconda che la materia del peccato contrasti più o meno con l’ordine della ragione. Senza entrare in dettagliate distinzioni, che ci porterebbero troppo lontano, basterà qui evidenziare una distinzione fondamentale: peccati sessuali contro la ragione e peccati contro l’animalità. Peccati contro la ragione sono quelli che, salvo l’uso normale della funzione animale, sono quelli nei quali questa funzione viene usata per finalità contro la ragione, come per esempio nell’adulterio, nella prostituzione o nella fornicazione.

Quelli invece contro l’animalità utilizzano una funzione distorta dell’animalità. Sono quegli atti che sono anormali sotto il punto di vista del normale svolgimento dell’atto sessuale in quanto unione del maschio con la femmina: o perchè manca l’altro sesso, come la masturbazione o perché l’atto non è completo, come l’onanismo o, come appunto avviene nella sodomia, nella quale lo stesso atto sessuale non è normale in senso biofisiologico.  

Un caso grave di sodomia, che tuttora suscita generalmente orrore, è la pedofilia, perché il piacere viene cercato nei minori. Tuttavia, una volta ammessa l’antropologia rahneriana, non esiste più freno morale a qualunque abominio non solo in campo sessuale, ma in tutti i peccati.

La molla fondamentale di ogni peccato sessuale non è altro che la ricerca del piacere per se stesso. Quanto più inadeguato è ciò da cui si cerca il piacere, a ciò che effettivamente dovrebbe recar piacere, tanto più grave è la materia del peccato. Il piacere sessuale normale dovrebbe sorgere da un atto fisiologicamente normale e non da un atto inadeguato o fisiologicamente difettoso.  

D’altra parte, il tentativo dei genderisti di togliere l’opposizione fra il normale e l’anormale come se si trattasse di due scelte parimenti buone e legittime, è un tentativo di abolire la normalità, perché considera legittima e libera la scelta fra il normale e l’anormale come se fosse una scelta all’interno del normale.

I genderisti, non ammettendo una norma oggettiva uguale per tutti, fondata sulla natura umana, per distinguere l’atto buono dal cattivo, trascurano il fatto che il normale è obbligatorio per tutti e quindi il renderlo facoltativo non assicura né vera libertà, né vera felicità, ma rende ugualmente legittimo il fare il male come fare il bene, cosa del tutto contraria al principio fondamentale della morale che è: fa’ il bene e fuggi il male.

Da una parte infatti il genderista accetta come lecito l’anormale e dall’altra nega l’esistenza dell’anormale, come se l’anormale fosse normale. Ma il vero bene dell’uomo non può consistere nella libertà di amare il bene come il male, ma nella scelta del bene e nel rifiuto del male o nella scelta tra due beni.

La severità della Lettera di Giuda (5-7) contro il peccato di sodomia resta pertanto sempre giustificata, perché la sodomia non è l’infrazione ad un uso sociale superato, ma è un atto contrario alla finalità della natura animale dell’uomo, che è sempre quella in tutti i luoghi e in tutti i tempi:

 

«A voi, che conoscete tutte queste cose, voglio ricordare che il Signore, dopo aver liberato il popolo dalla terra d'Egitto, fece poi morire quelli che non vollero credere e tiene in catene eterne, nelle tenebre, per il giudizio del grande giorno, gli angeli che non conservarono il loro grado ma abbandonarono la propria dimora. Così Sòdoma e Gomorra e le città vicine, che alla stessa maniera si abbandonarono all'immoralità e seguirono vizi contro natura, stanno subendo esemplarmente le pene di un fuoco eterno».

 

Certamente, le attenuanti del peccato di sodomia sono molte, soprattutto nel clima moderno di diffuso edonismo e relativismo morale: l’esistenza di un’inclinazione innata, una cattiva educazione o cattivi esempi ricevuti, l’ignoranza circa i princìpi dell’etica sessuale, la violenza del desiderio, la difficoltà a ragionare, un’indole indocile e ribelle, un’abitudine a farsi compassionare anziché ad essere stimolato a fare il bene, il vizio già acquisito.

Tuttavia ci potremmo domandare: è possibile che una persona umana, capace di ragionare, ignori in buona fede un dovere così elementare, attraente e facile da capire e da apprezzare, come quello di unirsi al sesso contrario, al punto che gli stessi animali privi di ragione lo mettono pratica in modo del tutto spontaneo, naturale ed irresistibile?

È vero che nell’uomo l’istinto sessuale è di fatto fluido, mobile, indeterminato ed in più esiste la concupiscenza conseguente al peccato originale, per cui da una parte il semplice istinto così come di fatto si trova nell’uomo non è capace da solo di indirizzarlo al bene umano, che è molto più complesso ed elevato del bene dell’animale. Per questo Dio ha dato all’uomo la ragione e la volontà, affinchè egli, conoscendo il fine e le norme dell’etica sessuale, sappia governare con saggezza gli impulsi dell’istinto.

È vero che, a conseguenza del peccato originale la ragione è indebolita ed offuscata, sicché erra facilmente nel determinare che cosa è bene e che cosa è male. È vero che l’attrattiva del piacere e la concupiscenza sono forze spesso irresistibili, soprattutto nei giovani. Tuttavia bisogna ricordare che anche l’omosessuale più radicale, vizioso, ignorante e corrotto è insopprimibilmente, assolutamente ed eternamente una persona umana, creata da Dio a sua immagine e somiglianza, destinata alla vita eterna, il che vuol dire dotata di ragione e volontà, capace di conoscere per mezzo del creato Dio come suo Signore creatore, sommo Bene e ultimo Fine, il Quale da buon Padre provvidente, giusto e misericordioso, ha stabilito le esigenze e le norme morali della propria natura umana in ordine alla sua eterna felicità.

Il bene morale di ogni singola persona, comune a tutte le persone, come insegna il Papa nella Tutti fratelli, non si fonda sul volere singolo di ogni singola persona, come sembra credere Don Aristide Fumagalli[3] sulla scorta del personalismo esistenzialista di Rahner, perché così verrebbe meno l’universalità della legge morale.

Ma ciò è proprio quello che vogliono i genderisti, per i quali l’universalità è fumo negli occhi, che essi chiamano spregiativamente «astrazione». Per loro infatti non esiste l’universale, ma solo il «diverso». Senonchè però, come ha avvertito perentoriamente il Papa, col peso della sua autorità apostolica, questa concezione della morale sarebbe abominevole egoismo ed individualismo distruttore del bene comune.

Invece, come insegna il Pontefice, il bene privato di ogni singola persona dev’essere applicazione nel concreto della legge morale naturale, a sua volta fondata sulla natura umana universale. Solo così infatti la legge morale può essere universale ed uguale per tutti, fondata sull’uguaglianza e fratellanza umana. La fraternité si basa sull’égalité ed è il presupposto della liberté. Questo non è massoneria, ma Vangelo.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato 29 ottobre 2020


 
 
Il primo passo per gustare questa bellezza è dato dalla comprensione e dall’ammirazione per il progetto divino sulla sessualità umana, progetto che possiamo contemplare nel racconto della creazione di Adamo ed Eva, congiuntamente al progetto escatologico della felicità finale dell’uomo e della donna, dopo la conclusione della travagliata storia della natura decaduta ma redenta dal sangue di Cristo.
 
 
 
Creazione di Adamo Ed Eva, bassorilievo, Firenze 
Gesù Cristo risorge da morte, icona
 
Immagini da internet 
 
 

[1] Vedi la critica a queste posizioni fatta dal Servo di Dio Padre Tomas Tyn, OP nel suo libro Saggio sull’etica esistenziale formale di Karl Rahner, Edizioni Fede&Cultura, Verona 2011.

[2] Vedi il mio libro La coppia consacrata, Edizioni Viverein, Monopoli (BA) 2008.

[3] Dice infatti il Fumagalli: «Gli atti omosessuali possono corrispondere alla natura della persona ed esprimere l’amore personale come espressione di amore personale cristiano”. Dal suo libro L’amore possibile. Persone omosessuali e morale cristiana (Cittadella, Assisi, 2020). No. Gli atti omosessuali come atti morali non entrano nell’orizzonte decisionale o nell’ambito di competenza della volontà della singola persona, la quale non è qualificata o abilitata a stabilire la norma morale degli atti umani. Ma gli atti omosessuali dal punto di vista morale fanno riferimento alla legge morale naturale, che è la vera legge morale universalmente valida, che tutti devono rispettare, legge che invece quegli atti infrangono, perché li proibisce.

 

 


13 commenti:

  1. Sono, mentre scrivo, 64 i Paesi che hanno inserito nella legge il legame di coppie dello stesso sesso (come matrimonio 29; come unioni civili 18; come semplice legge: 1; come riconoscimento minimo 16) sul totale di 196 Stati sovrani nel mondo. Il Papa parla a nome della fratellanza umana per i 132 restanti?
    Non sapevo che quel documento della CDF 2003 fosse pastorale.

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    1. Caro Alessandro, il Papa ha espresso una sua semplice opinione personale, la quale, considerando la sede in cui l'ha fatta, non costituisce magistero autentico. Quindi se ne può discutere. Per quanto riguarda il documento della CDF, esso non è di carattere dottrinale, ma pastorale, vale a dire che sottointende la dottrina morale, che probisce la sodomia, e, in collegamento con questo principio morale, disapprova le unioni civili secondo una scelta pastorale. Per quanto riguarda Papa Francesco, a prescindere da quella intervista, in ogni caso insegna che la sodomia è peccato mortale.

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  3. Sull’intervento del Papa a favore delle unioni civili tra omosessuali lei ha scritto: “… una materia del genere non è di carattere dottrinale ma pastorale, per cui, in linea di principio, un Papa può cambiare quello che ha deciso un suo predecessore…”. Nel documento della CDF citato, si afferma: “In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali… è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all'applicazione di leggi così gravemente ingiuste… tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali…” Davanti ad affermazioni così obbliganti per noi fedeli, che non sembrano lasciare alcuna apertura a possibili successive evoluzioni, qualora sopravvenisse un documento magisteriale che affermasse l’esatto contrario, potremmo tranquillizzarci dicendoci che “è un cambiamento solo a livello pastorale”? Possibile che lo Spirito Santo avrebbe ispirato così diversamente ciascuno dei due Pontefici? Nell’Angelus del 20 febbraio 1994, San Giovanni Paolo II disse: “Ciò che non è moralmente ammissibile è l'approvazione giuridica della pratica omosessuale”. Anche il giudizio di un Papa sull’immoralità di una norma giuridica, può essere successivamente contraddetto?

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    1. Caro Bruno, sul principio che la sodomia è peccato tutti i Papi sono d'accordo, perchè è una contravvezione alla legge naturale. Su questo punto il magistero non cambierà mai. Ma la questione che ha posto Papa Francesco riguarda il potere dello Stato, il quale può fare uso del principio di tolleranza. Quindi l'opinione che Papa Francesco ha espresso in proposito non mette in discussione la illiceità della sodomia, ma suggerisce una modalità di tolleranza: una opinione discutibile. Parimenti la direttiva del documento del 2003 è di carattere pastorale, perché fa riferimento ad una eventuale legge dello Stato. Quello che eventualmente potrà accadere in futuro è che il Papa, con un documento ufficiale e non con una semplice intervista, dichiari che l'unione civile è una legge ingiusta, così come in passato la Chiesa ha giudicato, per esempio la legge dell'aborto, una legge ingiusta, e come pure di recente ha giudicata tale la legge della eutanasia.

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  4. A proposito della nota 351 dell’Amoris laetitia, lei ha scritto: “Il Papa non parla di permesso effettivo, ma di un’ipotesi di permesso, dato che c’è il condizionale «potrebbe» e non l’indicativo «possono». Il Papa sottintende certo la sua facoltà di dare il permesso, ma per ora non lo dà, benché potrebbe darlo.” E’ senz’altro vero se ci si ferma all’esame del solo documento Amoris laetitia. Ma non possiamo non considerare che il 5 giugno 2017 papa Francesco ha ordinato la pubblicazione negli Acta Apostolicae Sedis (AAS 108 [2016; 10]) di due documenti, specificando che essi costituiscono «magisterium authenticum»: una lettera con cui egli approvava i provvedimenti dei vescovi di Buenos Aires, per l'applicazione dell’Amoris laetitia, e del testo di quel pronunciamento episcopale. Nel documento dei vescovi argentini si afferma: “In altre circostanze più complesse e quando non è possibile ottenere una dichiarazione di nullità, l’opzione sopra menzionata (vivere in continenza) potrebbe non essere effettivamente fattibile. Tuttavia, è anche possibile una via di discernimento. Se si riconosce che, in un caso concreto, vi sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpa (vedi 301-302), in particolare quando una persona ritiene che cadrà su un’ulteriore colpa che danneggia i figli della nuova unione, Amoris laetitia apre la possibilità di accedere ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia (vedi note 336 e 351)”. Dunque, approvando tale testo, mi sembra innegabile che papa Francesco conceda ai divorziati risposati, a certe condizioni, di accedere ai sacramenti, pur consumando rapporti carnali, in contrasto con quanto aveva affermato san Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio, e ribadito Benedetto XVI nella Sacramentum Caritatis. Il sesto comandamento è legge per cristiani ed ebrei, dunque anche per esso vale ciò che lei ha scritto: “L’uomo non deve assolutamente aggiungere nulla alla legge, ma deve semplicemente obbedirle e metterla in pratica, incarnare la legge nei fatti.” Mi chiedo, può la pastorale essere in contrasto con la dottrina? Nella Lettera ai Vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, del 1 ottobre 1986, approvata da san Giovanni Paolo II, c’è una risposta: “Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato. […] Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall'insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale.” Mi viene spesso alla mente questa fantasticheria, ripensando agli eventi di 2000 anni fa: se, subito dopo che nostro Signore aveva detto «Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, commette adulterio; e chiunque, prende quella che è stata ripudiata dal marito, commette adulterio» (Lc 16, 18), Pietro avesse iniziato a dire: “però in certi casi, dopo un cammino di discernimento, si può concedere…”, sarebbe stata ira ingiustificata se gli altri apostoli lo avessero così apostrofato: “Pietro, come osi correggere il Maestro?” Oggi, in alcuni casi, ho l’impressione che il successore di Pietro, magari con le migliori intenzioni, stia facendo proprio questo…

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    1. Signor Bruno, forse le può rispondere San Alfonso, patrono dei confessori, attraverso il libro di un suo conoscitore (Domenico Capone, Il personalismo in Alfonso M. de Liguori, in Alfonso M. de Liguori e la società civile del suo tempo, Firenze 1990, p. 214):

      (……“Alfonso invece, combatteva duramente il peccato, ma amava con tenerezza i peccatori ed andava in cerca soprattutto di essi. Li volle comprendere; volle che non s’imputasse loro come colpa quello che colpa non era. Soprattutto volle che si mostrasse loro con totalità l’amore di Dio Padre, che per essi aveva dato il suo Figlio Cristo e la Madre del Cristo, Maria; ma volle che la verità della legge, come norma in concreto, fosse comunicata con gradualità ai peccatori più deboli. Intendiamoci bene: egli non attenuò la radicalità della verità del Vangelo, ma evitò il radicalismo nel modo pastorale del proporla. Non solo bisognava guardare alla verità secondo l’oggetto, ma anche al farsi della verità come vita nel soggetto concreto, “qui ed ora”» (Capone, op. cit., pp. 255-256)

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    2. Caro Bruno, l'approvazione che Papa Francesco ha dato alla interpretazione fatta dai vescovi argentini alla Amoris Laetitia, non toglie l'interpretazione che io ho fatto della nota 351. E' vero che i vescovi propongono alcuni casi, che possono specificare i casi ai quali accenna la nota 351. Ma resta sempre il fatto che il tono di questa nota non è di carattere legislativo, perché il verbo non è all'indicativo, ma al condizionale, e una legge non si fa al condizionale, ma all'indicativo o semmai all'imperativo.

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  5. La ringrazio signor Alessandro, le opere e il pensiero dei santi si rivelano sempre un gran nutrimento per l'anima. Con Benedetto XVI potremmo dire: veritas in caritate.

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  6. Caro Fr Giovanni.
    Grazie per il tuo ampio e delizioso articolo. Ma una sua frase mi ha fatto dubitare: "Il Papa ha più volte condannato la sodomia". Lo scrivi non appena inizi il secondo punto della tua presentazione, "Il senso e il peso delle parole del Papa".
    Onestamente, da cattolico, sono certo che il Papa, che non può non avere una fede retta e insegnarla al gregge, condanna anche la sodomia, contraria alla legge naturale. Ma francamente non sono riuscito a trovare un posto che condanni esplicitamente la sodomia. Allora, dovrei capire la tua frase "Il Papa ha più volte condannato la sodomia", nel senso che papa Francesco l'ha implicitamente condannata?
    Non vorrei mettervi al lavoro di segnalare i luoghi in cui il Papa ha condannato la sodomia, ma se fosse possibile segnalarmelo, lo apprezzerei.
    Grazie mille.

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    1. Caro Ernesto, effettivamente, per quanto io sappia, non ho trovato nei discorsi del Papa la parola "sodomia". Esistono tuttavia molti interventi, dai quali noi ricaviamo con sicurezza che il Papa condanna la sodomia:

      a) la condanna del gender, in quanto esso comporta la manipolazione della sessualità e la sodomia è appunto una manipolazione della sessualità,
      b) la condanna della pedofilia. Infatti la pedofilia non è altro che una sodomia aggravata dal fatto che si abusa di un minore.
      c) Le parole di Gesù contro Sodoma. Ora, il termine sodomia deriva appunto da Sodoma.
      d) Infine la condanna della sodomia risulta indirettamente dal fatto che il Papa ha ricordato più volte che Dio ha creato l'uomo e la donna. Da qui risuta chiaramente che il rapporto omosessuale è contro natura.
      Ti fornisco una documentazione su queste cose, a titolo di alcuni esempi.

      1) La crisi della famiglia è una realtà sociale. Poi ci sono le colonizzazioni ideologiche sulle famiglie, modalità e proposte che ci sono in Europa e vengono anche da Oltreoceano Poi quello sbaglio della mente umana che è la teoria del gender, che crea tanta confusione. Così la famiglia è sotto attacco.http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2015/march/documents/papa-francesco_20150321_napoli-pompei-giovani.html

      2) E qui vorrei concludere con questo aspetto, perché dietro a questo ci sono le ideologie. In Europa, in America, in America Latina, in Africa, in alcuni Paesi dell’Asia, ci sono vere colonizzazioni ideologiche. E una di queste - lo dico chiaramente con “nome e cognome” - è il gender! Oggi ai bambini – ai bambini! – a scuola si insegna questo: che il sesso ognuno lo può scegliere. http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/july/documents/papa-francesco_20160727_polonia-vescovi.html

      3) Prima di tutto, io ho accompagnato nella mia vita di sacerdote, di vescovo – anche di Papa – ho accompagnato persone con tendenza omosessuale e anche con pratiche omosessuali. Le ho accompagnate, le ho avvicinate al Signore, alcuni non possono, ma le ho accompagnate e mai ho abbandonato qualcuno. Questo è ciò che va fatto. Le persone si devono accompagnare come le accompagna Gesù. Quando una persona che ha questa condizione arriva davanti a Gesù, Gesù non gli dirà sicuramente: “Vattene via perché sei omosessuale!”, no. Quello che io ho detto riguarda quella cattiveria che oggi si fa con l’indottrinamento della teoria del gender. http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/october/documents/papa-francesco_20161002_georgia-azerbaijan-conferenza-stampa.html

      4) Gesù ... Arriva perfino a dire che sono più testarde e accecate di Sodoma (cfr Mt 11,20-24). http://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2018/september/documents/papa-francesco_20180925_giovani-tallinn-estonia.html

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  7. Caro padre, nei siti LGBT si plaude molto a papa Francesco attribuendogli il merito di aver cambiato l'insegnamento della chiesa sulla sessualità. Rilancianno le parole di Francesco, particolarmente quelle riferite all'ex seminarista e attivista gay Juan Cruz: "Juan Cruz, Dio ti ha fatto così e ti ama così come sei". Tali parole sembrano aver legittimato, agli occhi della gran parte delle persone, gli atti omosessuali, dato che Cruz è un omosessuale attivo e si presenta davanti al papa con il suo partner. Queste parole sembrano inoltre ricondurre la radice di tali comportamenti alla stessa volontà creatrice di Dio. Forse il papa non voleva dire questo, ma è ciò che quasi tutti hanno capito. Tanto più se suoi influenti collaboratori, come il p. Martin, accreditano per vere simili interpretazioni e intenzioni di cambiamento. Dunque, non è da reputarsi questo un fallimento pastorale di Francesco, il quale non riesce a farsi capire e non riesce a far comprendere cosa davvero insegna la chiesa? Tra l'altro mai parla del valore liberante della castità... non è questa un'omissione alquanto grave, considerato quanto il mondo attuale ne avrebbe bisogno?

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    1. Caro Stefano, concordo con te nel riconoscere che su questa questione della sodomia il Papa non è del tutto chiaro, non nel senso che insegni l'errore, perché questo è impossibile, ma nel senso che dici tu, cioè si ha come l'impressione che non riesca a spiegarsi. Per quanto riguarda la volontà di Dio, non c'è dubbio che la sodomia sia contraria alla volontà di Dio e peraltro questa proibizione ha un carattere universale, peché contrasta col dovere universale della temperanza sessuale. Pertanto, quanto il Papa ha detto a quel seminarista, non va inteso come un permesso a continuare nella pratica di quel vizio, perché, essendo in gioco una legge morale universale, anche lui è tenuto ad obbedirle, ma si riferiva semplicemente alla opportunità che rinunciasse ad aspirare al sacerdozio. In diverse occasioni il Papa sostiene il valore del celibato sacerdotale e della castità.

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